giovedì 19 dicembre 2024

2024 12 20 – Criceti, ricottari, precari, sicari

 2024 12 20 – Criceti, ricottari, precari, sicari

 

Precariato è l'insieme dei lavoratori in una condizione lavorativa di incertezza protratta per causa altrui.

Viene da precario, colui che deve pregare qualcuno per ottenere qualcosa.

Nei secoli passati era un contratto agrario consistente nella concessione di un immobile a titolo provvisorio.

Nel diritto romano è la concessione gratuita di un oggetto revocabile ad arbitrio del concedente.

Precario era pure un rapporto feudale di vassallaggio in cui i patrizi concedevano terre ai loro clienti.

Il rapporto era una relazione di patronato al limite della sudditanza fisica o psicologica.

Come la si volti e la si giri è una forma antica di schiavizzazione in sudditanza.

Che priva del diritto a vedere il domani.

E’ un esproprio dell’idea del futuro già remoto.

Che diventa incerto, provvisorio, temporaneo, transitorio.

Il precariato non garantisce una vista di stabile continuità.

Si vabbè, ma perché ci rompi i coglioni proprio oggi che arriva il Natale magari con la neve.

Mi viene in mente perché precariato si addice allo stato di fatto generale, oltre a quello del lavoro.

Dovunque ti volti vedi il precario incerto e feudale.

Felicità a momenti e futuro incerto.

Io ho vissuto qualche sprazzo di precarietà seppur privilegiata.

E mi ci sono giocato un ricovero per depressione.

Uno per intossicazione

E uno per una operazione in zona addome che nessuno mai mi convincerà non entrarci niente.

Per questo resto impressionato per un recente servizio alla televisione, utile invenzione.

Era la fine di uno sciopero a presidio.

Era notte, era freddo.

I lavoratori erano stati accampati davanti ai cancelli per non so quante notti al gelo siderale.

I familiari portavano cibo e conforto.

Alla fine avevano ottenuta quella che a me sembrava una ben misera proroga contrattuale.

Dodici mesi, per me un’inezia, un insulto alla miseria.

Ma loro festeggiavano per una battaglia vinta in una guerra senza tregua.

E potevano tornare a casa

Io precario non ci sono stato per davvero.

Però in vita mia ho conosciuto tanti lavoratori.

Spesso prima che diventassero precari.

E poi anche dopo.

Alle aziende ci si affeziona, sono la madre che ti allatta.

Ma le aziende spesso non ricambiano

E se c’è da licenziare non fanno tanti complimenti.

Sembra che conoscano solo quella via.

Incapaci di alternative vincenti.

E così mentre corrono i criceti, i ricottari se ne fottono.

Un paio di fusioni e trucchi in borsa e tutto quanto torna a posto.

Poi ad ogni concentrazione loro cercano efficienze e sinergie.

Per cupidigia e mancanza di visione.

Vuote parole piene solo di desolata neodisoccupazione.

Vomitate dritte in borsa, altra sòla che vieterei.

Ieri ero ancora davanti alla televisione.

Grandi giusti allarmi per la transizione del settore auto.

Come tutte le transizioni lascerà una scia di morti.

Senza vergogna quelli reclamano il mio aiuto.

In qualità di io essere Stato.

Come se non fosse bastato quello di un paese già spolpato.

E che ci volete fare.

Io precario non ci sono nato.

Ma so che dopo poi rinasco.

E questa volta è chiaro.

Vorrei farlo da sicario.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Tammurriata del lavoro nero

  

Algida fiat lux siderum



2024 12 19 – Babbo Natale nordista bastardo

 2024 12 19 – Babbo Natale nordista bastardo

 

Ho parlato con quella santissima puttana di una renna maiala.

Mi ha fatto lo spoiler.

Mica quello per sfrecciare con le ruote incollate sull’asfalto per terra.

In effetti la slitta vola su due monopattini mica ruote.

No, no il fatto è che mi ha rovinato la sorpresa.

Guastafeste perché al nord del mondo spoilare  è lo sport di rovinare.

O forse nella sua santissimità voleva prepararmi.

E evitare che ci rimanessi troppo male.

A babbo Natale avevo solo chiesto di regalarmi un impero

Un impero proprio no, ha detto.

Sono già tutti prenotati e dislocati.

Imperati da oligarchie.

E da varie altre archie.

Però un posticino me lo potevi anche trovare, ribatto.

Almeno un piccolo imperuccio dove fare da reuccio.

Un nano reame di due terreni in sciame.

Ho capito e non demordo, devo chiedere a qualcun altro.

Mumble, mumble ed ecco qua a chi ti ho pensato.

O mio caro buon Gesù un impero dammi tu.

Ma non fra duemila anni che è notorio che vai lungo con i tempi.

Lo voglio adesso, ci ho il capriccio imperativo.

Un posticino in effetti ci sarebbe e lo conosco bene, disse Gesù.

Terra antica, contadina, innocua che la ricordo pacifica.

Ottima per crescerci un virgulto di impero di intelletto.

Palestina, imperatore di Palestina, ecco cosa posso regalarti.

Gesù ma cosa dici, sei veramente antico.

Quell’impero è già occupato e abusivamente espropriato.

E da chi se mi è concesso?

Mhh risuona l’imbarazzo.

Dai tuoi fratelli più nordisti, appoggiati dal mondo bello ricco di santa Claus.

Ma che vuoi dire, che il nordista babbo natale ha invaso la Palestina?

Ehh in un certo senso, ma più di preciso scippata rubata per interposta nazione inventata.

Sacripantissimo dio padrone e pure vecchio ciula d’io Gesù babbione.

Si fa chiamare israele, impero del male per mnemonica ritorsione, disse Gesù.

Si mangia anche i bambinelli, suoi e tuoi fratelli triturati come carne da macello.

Lì in mezzo piantato tra libaniani, giordani, siriani ed altre ambizioni oltre imperiali.

Scusa Gesù, ma come faccio a sgomberare questi israeli usurpatori del mio impero promesso.

Che poi mi pare facciano più danni delli alemanni, ora protetti dagli americani.

Manco finito di ragionare un israelitico girò una batteria di cannone a casaccio senza manco mirare.

Partì un missile da tante migliaia di dollari che si schiantò proprio in Palestina.

Dritto sopra ad una scuola di bambini come fu il bambinello Gesù.

Migliaia di morti anche stavolta.

Il mio impero non si tocca, pensai, mo’ vi tocca la ritorsione.

Ma io sono non violento e comincerò con lanciare un inutile anatema.

L’israele l’ha capito bene che can che abbaia non lo morde.

E continuerà da imperatore a imperare medio orientale.

Spettatore pigro, tutto il pubblico nordista occidentale.

O mio caro buon Gesù, l’altra guancia porgila tu.

Io se ero palestinese, balzavo in sella al mio destriero di metafora..

Per difendere l’impero sudicio sudista del futuro.

Ed invece anche questo Natale canterò al buon Gesù.

Porco io, porco me e con affetto pure tu.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Canta Palestina commovente

 

Erosione Palestina



 

mercoledì 18 dicembre 2024

2024 12 18 - Babbo Natale regalami un impero

 2024 12 18 - Babbo Natale regalami un impero

 

Sono ostaggio dei postini.

Oramai non mi posso più fermare, sono schiavo del mio ruolo di  pedagogo d'algoritmo.

Anche quando non ci capisco una cippa, so di essere guidato a non essere una pippa.

Adesso c’è questo fatto degli imperi.

Alcuni crescono rivendicano o arretrano.

Sembra l’anno 1264 quando il duca d’Auge si affacciò dal suo torrione.

Dall’alto del quale la situazione geostorica gli sembrò confusa.

Resti di passati e schizzi di futuri si trascinavano alla rinfusa qua e la.

Gli Unni cucinavano bistecche alla tartara, i Gaulois fumavano gitanes, i Romani disegnavano greche, i Franchi suonavano lire, i Saracineschi chiudevano persiane.

I Normanni bevevano calvadòs, sempre.

Così il duca d’Auge in Queneau bene inquadrava la situazione.

Sostituite qualche nome ed epoca e vi troverete persistenza e rinascita di antichi regni e imperi.

Gli imperi non muoiono mai, al massimo cambiano limiti, confini, cultura, religione.

Imperare è una attitudine genetica di razza, popolare, sovranazionale, militare.

Oggi ci interessa il ribollire mediterraneo tra americani sovrani, russi ortodossi, persiani iraniani, sultani ottomani, franchi in declino, alemanni indenni, granbretoni àfoni, cinesi in mimesi.

L’unico impero decaduto davvero è l’impero romano.

Scomparso dai radar delle nostre velleità e identità nazionali.

In tanto mentre, i Normanni oltre a bere come dei ciuchini, reggevano l’alcol per genetica norrena.

Inebriati di grandezza decisero di scalare la classifica secolare.

Conquistarono popoli e stati fino anche al trinacre Regno di Sicilia.

Gettando in fondo le basi genetiche per il raddoppio nel Regno delle due Sicilie.

Oggi negletto per carenza di intelletto applicato.

Così all’ennesimo segnale di attuale disgregazione mi è balzata all’occhio rapace una considerazione.

Vedo tra l’altro una israeliana velleità imperiale medio orientale in un contesto confusionale.

Se possono loro che sono quattro gatti chi mi vieta di chiedere anche io un impero.

Mi infilerei nel buco culturale intellettuale con la mia religione.

Profondamente testata come strumento di educazione.

Quella della setta della meraviglia dello sguardo di bambino rapace.

Sarei un imperatore sociale e culturale senza limiti e confini.

Illuminandovi di immenso in un tempo fermo denso.

Resta solo da definire la capitale sede imperiale.

Sarà un luogo a misura di umani senza terre nè domini nè confini.

Sarà nei centri di gravità del rotore della neurosfera.

Sarà intelletto in vera rete intera.

Intelligenza della civiltà dell’intelletto.

Caput mundi naturale o artificiale non importa.

Sarà globale, universale, imperiale.

Imperativo ve lo dico io.

Io Claudio

 



martedì 17 dicembre 2024

2024 12 17– Aperitivo con avatar Lettera 52

 2024 12 17– Aperitivo con avatar Lettera 52

 

Lettera perché è l’iniziale prima lettera dell’alfabeto e del nome Alessia.

52 perché fatevi i fatti vostri e forse ve lo spiega.

Lettera 52 sembra proprio un vero avatar.

Una delle reincarnazioni di Visnù.

Lettera 52 evoca ricordi di imprese e di lavoro.

Pure di vertenze sindacali vere.

Lettera 52 ribatte i tasti di un incontro solo.

Un vecchio ricordo sincero che risuona profondo.

Parlammo di tutto e di niente.

Giocammo con chiacchiere e nessi.

Ora siamo nel mondo di un metasocial novello.

In un duello contro la bassa statura per una miglior levatura.

Questo è il futuro dei postini che pingano sempre due volte.

Ho appena finito di scrivere un trittico, proprio di questi postini, sulla città di Milano.

E’ un magnifico tritool, farcita bomba connettiva di tritolo, di vaccate e di poesia vera,

1.        Milano cucinata e inseminata artificialmente senza altra alternativa, alla ricetta dell'Ortica.

2.        Milano dal grande cuore che mi commuove, scudisciata nei ricordi di Milano vista dalla luna.

3.        Milano col suo ventre pieno e cuore marcio, nel suo lato oscuro della Sforza.

Tritolico trittico di spaccato sociale dedicato ora anche a Lettera52.

Manco finito mi pinga pinga un senza minga.

Nel senso che suona una notifica.

Lettera 52 mi lancia un invito.

Non a me di persona, ma di rimbalzo.

Nel mio essere già anziano sussulto in un sobbalzo.

Aperitivo yes, dai social media alla storia, in un punto di dolce e mezzo punto di amaro.

Il puntemès che nostalgia, quante storte in agrodolce.

Dimenticate per l’invasione del mojito e del daiquiri, di cui fui pur gran santo bevitore.

Mi preparo con la mente ed un certo rimpianto digerente.

Da privato della mia fellea non digerisco più niente.

Ma confido in un temporale di cherubini, scatenati rinati bambini.

Problemi di digestione ispirano romanzi, rivelazioni che nascono nell'acidità.

Un po' di bicarbonato dopo certi pranzi, e si eviterebbe lo scontro delle civiltà.

All’aperitivo promesso invece si gioca e si ciarla.

Mentre ci penso, già faccio la faccia da pirla.

Auguri allora ad avatar Lettera 52.

Ci ritroviamo nel prossimo giro.

Giro di bicchiere, di note, di mete, di vite.

Tutto dedicato proprio a Lettera52.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Dedicato da Lettera75

 

PS : schisciarli gli hyperlink, non c’è vero tritolo solo parole da bombarolo

 



domenica 15 dicembre 2024

2024 12 15 – Il lato oscuro della Sforza

 2024 12 15 – Il lato oscuro della Sforza

 

Sforza, scorza, sforzo, forza, che la forza sia con te, che lo sforzo sia con te.

Bella scoperta la scoperta di Milano vista dalla luna.

Eh, lo so bene che volevate la bella favola dell’emigrato di successo.

Ce lo hanno inculcato in ogni cinema e televisione che poi trionfa sempre, il bene.

Ma se non arriva il lieto fine bisogna rituffarsi nella città de merda.

Torniamo dalla luna quaggiù in terra e vi dirò che in tanti anni ho imparato la verità nascosta.

A Milano le cose non sono mai come sembrano.

Forse mia mamma esercitava veggenza quando diceva che Milano è una città dietro muri.

Muti squadrati muri quadrilateri che abbattuti la svelano maligna, omertosa, rapace, feroce.

Protetta dai suoi mille scuri da cui filtra chiaro solo qualche refolo di luce.

Bisogna sfogliare la concentrica cipolla e tra gli strati a grappolo si arriva a qualche nocciolo.

E’ questione di concentrazione di poteri e forze occulte là dove girano anche i faraoni della grana.

Il decadentismo della ricerca del  pantone poca mousse del quadrilatero centrale è devianza marginale.

Tutto sommato, nel culo è meglio una mutanda di un siluro di pietra di dura merda.

Sfoglio empirico uno strato di cipolla mentre penso a una svelata evidenza nascosta.

Dove si trova tanto sterco del diavolo vuol dire che lì ci caga il diavolo.

Comunque, così passavano gli anni della città sempre in divergenza tra consumanesimo e ricottaresimo.

Con la famiglia intera maturammo anche il riconoscimento della santa casta della chiesa.

Pubblica onorificenza al merito da parte dell’arcivescovado per anonimi alti servigi resi.

Onore al merito e benedizione per tutta la famiglia, tra petrolio, grana e santità.

Mio padre recalcitrava, ma un signore aveva tanto insistito per conto di papato e arcivescovado.

Stava in un ufficetto anonimo discreto, all’ultimo piano della banca Ambrosiana Veneta.

Con solo un accenno cromatico al papato, in un indecifrabile personaggio in doppio petto bianco.

Intanto io crescevo alla deviante ricerca della deviazione.

Sempre più intossicato di rabbioso rifiuto, Milano offriva rimedi anche a quello.

Educato ma non convertito, rimanevo però stupefatto dalla Milano sotterranea.

La mala, le bande, gli intrecci, le nottate, il pizzo, la pizza, le puttane di alto bordo, quelle da deporto.

Tutto in una macabra danza di intrecci che però manteneva il suo alchemico ordine.

Da cipolla da sfogliare, Milano mi si svelava sempre più come una torta nuziale a strati, ma quadrati.

Non che non siano così tutti gli agglomerati urbani, di cui altrimenti non si spiegherebbe l’ordine.

Ma io ho vissuto il mio, senza mai giungere a conoscerlo a fondo o fino in fondo.

Oggi vivo in una nicchia di zona viale Monte Rosa.

Territorio una volta rinomato per puttane di strada, spaccio e sommersi vari.

Tra bande nate di quartiere e poi cresciute, nascoste dietro chissà quali muri.

Ma è evidente che l’ordine ancora sopravvive e prospera, percolando nel suo su e giù tra strati.

Le puttane le hanno deportate su internèt o allo sprofondo fuori vista, là dove disse l'agnello di dio.

Lo spaccio sta più vicino, nella casbah oltre la diga della circonvallazione della 90, come la paura.

Un giorno cammino e mi abborda una delle nostalgiche battone, divenute anziane, di in fondo alla via.

E mi chiede con mio stupore se sono il figlio dell’Ingegnere Carlo Aroldi.

Onida la Rossa una volta bella figa, pattugliava via XX Settembre, come a guardia di casa nostra.

Si presentò come affiliata vedova di Francis Turatello, nonché gran conoscitrice dell’ingegnere padre.

La andavo a trovare regolarmente dove stazionava improbabile all’angolo di via, oggi divenuta di lusso.

E mi raccontava storie e storie di complicità nascoste.

Tra le quali un giorno qualcuno fece riemergere un plausibile tassello. 

L’ingegnere pare fosse uomo d’ordine dei servizi vaticani, che ce li hanno pure loro.

Ma di certo la Rossa diceva che era un demonio e insisteva sul fatto che era assai cattivo.

Non mi addentrai troppo, certe porte meglio non aprirle.

Ma mi documentai in alcuni libri di una certa entità.

Si accennavano pure alcune alchimie petrolifere per finanziare possibili nefandezze.

Il lato oscuro dell’agglomerato si sforza di restare occulto.

Mentre prospera sullo sforzo collettivo di criceti per ricottari.

Tra chiaroscuri intrecci di ordine e inferno si deve tirare il filo.

E confidare nei nessi acausali.

Funziona così ogni mente, anche quella collettiva di bande o di quartieri.

Ce lo svelò la mirabolante scoperta dei neuroni a scapocchiante pop-up.

Ma questa è una forza di altra storia.

Un’altra roba de’ matt.

Sorridete è Natale, anche se sembra un lugubre pasquale.

Speriamo nella neve, in fondo la gente quello vuole.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Milano lontana dal cielo, tra la vita e la morte continua il tuo mistero

 

Intrecci e tessuti



venerdì 13 dicembre 2024

2024 12 13 – La scoperta di Milano vista dalla luna : riedited Dil Pao

 2024 12 13 – La scoperta di Milano vista dalla luna


Milano vista dalla luna riedited 2024 Dil Pao, con tanto di iperlink intero in viaggio nel cielo:

https://drive.google.com/file/d/1C4qyXU2esTBlwAjppvSMM5jy_N02SjYJ/view?usp=sharing


Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it . Parola : scoperta

Era un giorno di nebbia velata, di quella specie a metà tra buio nero e lieve sereno.

In sintesi era un giorno con tutte le sfumature dentro nel grigio.

Ho appena finito di postare un tributo alla città dove vivo non so perché.

Ma mi faccio guidare dalla mano invisibile della provvidenza.

Come noto è colei che ci pensa lei e ti conduce a tua insaputa.

Dio vede e provvede diceva mia mamma.

Tutto concorre almeno al meglio se non proprio al bene.

Reminiscenze di cattolicesimo adattato al contesto.

Cammino con il cane verso la meta dei giardini pubblici.

Voglio provare a farla scorrazzare un poco, lei cane titubante o forse solo prudente.

Esco dal barrio meticcio di Buenos Aires e sconfino da Porta Venezia verso Palestro.

Mi ritrovo sotto l’arco nei cui portoni ho abitato da piccolo.

Proprio nel cuore della grande Milano, lì dove c’è la meta segreta dei poveri fenicotteri rosa.

Segreta come diceva sempre mia madre, che Milano la chiamava la città dietro i muri.

La mano invisibile ravàna nella cesta dei ricordi e propone sprazzi della mia prima vita a Milano.

Le vite sono tante, milioni di milioni, o almeno tre o quattro. E questa è la prima.

L’aria è strana e io so che si muovono le sfere celesti al ritmo dell’anima, guida dei miei pensieri.

A Milano ci eravamo arrivati per il lavoro di mio padre con lo storico Angelo Moratti.

Quello dell’Inter e pure del petrolio.

Per lui mio padre provava un sentimento profondo che dedussi dall’unica lacrima che gli vidi mai spendere, quando Moratti morì.

All’arrivo nella nuova città non eravamo tanto ricchi.

Mio padre raccontava spesso che percepiva ancora anche quel sottile astio verso i terroni, oggi migranti.

Tecnicamente parlando in effetti eravamo proprio terroni meridionali, puri e pure fieri.

Ricevevo regolari lezioni di napoletano, che non è un dialetto ma una lingua di re, ripeteva.

Si adattava meglio con le persone umili, tanto che dalla santa casta dei faraoni mediolani mi teneva lontano.

Non avevamo una bambinaia e quando mi doveva parcheggiare lo faceva lasciandomi a casa del portinaio di via Pietro Cossa 2, il Signor Portalupi maestro dell’antica arte degli aggiustatutto.

Allo stadio mi ci mandava con l’usciere della Saras di Galleria Passarella 2, dietro i cui muri c’era l’immancabile giardino segreto.

Si chiamava Signor Pacchiana. Mi veniva a pescare con la cinquecento e mi portava a San Siro.

Ogni volta per me era un’avventura e solo a lui era concesso di darmici accesso.

Dalla Sardegna dei lavoratori della Saras arrivavano spesso un sacco di dolci artigianali.

E così proprio nel centro della grande Milano vivevamo la mia prima vita milanese.

Accolti tra malgrado tutto, e a volte a malincuore, tranne che dalle anime dal grande cuore.

Chiudiamo la finestra dei ricordi per riprendere il filo del cammino.

Dopodiché ho avuto le altre vite.

Nel complesso ho vissuto una vita straordinaria, disordinariamente.

Milano mi ha cresciuto, poi ammalato, intossicato, impazzito e quasi ammazzato.

Ma ogni volta c’era qualche angelo segreto per curarmi, salvarmi e farmi rinascere.

Ancora e ancora e ancora.

Ecco qua il grande cuore di Milano.

Nascosto segreto dietro ogni muro quadrilatero.

Milano non è un quadrato di mattoni banche e vetrine.

E’ una scatola di anime circolari, concentrica, rotonda, una cipolla da sfogliare.

Adesso vivo di tutte quelle vite che Milano si era presa e poi donato.

Anche se non ci sono nato.

Voglio salutare mio padre che la sua Milano l’ha domata, pura di razza.

Penso che direbbe che “chi nasce tondo quadro mai non muore, chi nasce chiavica nun po’ morì Signore.”

Lo ritrae così l’amico e maestro di Maratea Aldo Fiorenzano.

L'ingegnere Carlo Aroldi.

Chissà come sarà la sua vista dalla luna.

Chissà come sarà, Milano vista dalla luna.

Sarà una scoperta.

Sarà la scoperta.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Milano vista dalla luna

 



 

 



Memo: per Milano vista dalla luna di Rari eventi, Dilpao, Fidanza e tutti gli altri salvatori: https://www.shareradio.it/artisti-la-salute-mentale-al-cineteatro-larca-mercoledi-29-marzo/

mercoledì 11 dicembre 2024

2024 12 12 – La ricetta dell’Ortica, cunta su

 2024 12 12 – La ricetta dell’Ortica, cunta su

 

Lunga via per il postino connettivocollettivo telegrafico e inseminativo.

Ma quasi quasi getto tutto alle ortiche.

Pensavo al palo, sembrava il palo, facevo il palo, ma no sognavo.

C’era anche una banda.

Sembravo fare i conti a quela bruta bestia dal muschio sempre più in testa quassù nel nord.

Ma non va minga ben perchè a fare inscì non la finiamo più.

Otto miliardi.

Gli ottanta mila come allo stadio.

Una avicola aviaria avara statistica media di 10 postini diarii.

E forse in 10.000 anni abbiamo finito l’inseminata migrazione.

La transumanza dell’intera umana popolazione.

No no no, non si fa minga inscì la conversiù.

Non è così che si fa a rubare.

Qui ci vuole uno spumone per tirare al panettone.

Qua ci vuole lo spummone all’ortica, di cui già feci vasta pratica.

Una mescolata di quadriglia tra vocali e voilà: ecco a voi il risolutivo spam.

Qui a Milàn lo spanteghiàm, cosa che mi gho fà e cuntà sù de già.

Memorie bipolari, roeba bruta qui in trilink di còs de màtt.

Memorie bipolari e vùn, Memorie bipolari e dù, Memorie bipolari e trì

Primariamente si abbisogna di una gabbia, di quelle eupocalipsiche di so far a day.

Che sospenda in sospensione di attesa memi a dorso di ioni già dal principio degli eoni.

Dopo basta stendere dorsali di primari cavi perimetrali nella quadrata stanzetta inscì fortificata.

Accendiamo poi tutte le fonti di elettroni.

Si sollevano genimemi di materia grigia prima sparsi in terra, aria, o fuori di gabbia.

Una danza da sciamano le accompagnerà con largo sbraccio fuori dalla finestra.

Liberandole genometiche dall’oscurantista velo di smog e nebbioni tra i neuroni mediolani.

Se la gabbia funziona vi vedrete a specchio nel ritorno di uno schermo tivù, pieno di sorrisi tutti per tu.

A questo punto se nessuno vi ha già visto potete procedere ad attenzionare passanti e astanti.

Col volume di altoparlanti appalla, aprirete guide di onde per trasporto di genimemi inscì veicolati.

Non abbastando ancora tutto questo elettrico fervore si può procedere all'analogico spummone.

Si prenda una risma a quattro tutta scritta fitta di cognomi e di milioni.

E la si getti a spagliaccio sbraccio dai balconi.

Sono nomi di ricottari di vario taglio, residenti in loro urbi tra peligrosi barri in quartieri di clausura.

Ve li sarete procurati anticipati con indagini private, mentre ora sono postati sui marciapiedi tappezzati.

In presenza e militanza di volatile assonanza si chiameranno gabbiani mediolani.

Per il dolce suono del frinire dei fogli scritti fitti di danari, svolazzati e giù nell’orbe intero spantegati.

Ecco che sono sicuro che adesso abbiamo la attenzione di passanti ed astanti.

Possiamo cavalcare e volare su destrieri di memìgeni pensieri, perché noi sappiamo anche fare il vento.

Giocherete con le sfere orbitali, concentriche come matriosche.

Per invertire la circolazione della neurosfera col suo peso del pensiero.

Se realmente attenzionati a  questo punto sentirete un sommesso tremore sotto i piedi.

Con i nessi circonflessi e connessi, potrete financo sentire o creare terremoti nella geofinansa ofsciò.

Obiettivo categorico è l’esproprio collettivo con sequestro in apriori.

Ma la nostra mimési genometica non è ancora completa.

Si deve ricucire tutto il pensiero in attuale divergenza o non saremo mai orbitali universali.

A raccogliere genimèmi o memìgeni a uno o dieci per volta non passerebbe proprio più.

Ci soccorre la genialità di certi geni con cui prepariamo lo spummone per il panettone.

Ma per questione di robine della antica tradizione qua ci vuole proprio lo spammone.

Sparo intorno a tutti gli orbi una pioggia di elettroni e radiazioni con la scia delle parole in formazione.

Resto fisso nel centro del mio universo circondato e immerso nelle sfere.

Concepisco l’incontrario dello spam, una sola mail di delirio organizzato inviata a migliaia di invitati.

Pagine e pagine di nomi, cognomi, milioni, insulti, offese, minacce, parolacce, e altri vari botti.

Sparo con il clic e vi illumino di immenso in un tempo fermo denso.

Ecchilo!

Immagino la danza di satelliti e centrali a cercare di matchare a traguardare vere origini e obiettivi.

Reti e telefoni si bloccheranno per minuti di sovraccarichi intasati.

Mentre tutti di genimemi irradiati, verrete mutati e convertiti alla società in formazione .

Stravolti stiamo fissi a scrutare nella notte.

Come un bersaglio mobile grande quanto un'autobotte.

Mi accascio sul letto e con un pòc si spegne anche il tivvù, che fa tutto lu’.

Provo con devices universali ma sono talmente irradiato che le brucio o attivo da remoto.

Ripenso al palo di quando sembravo il palo perchè facevo il palo.

Questa botta di predicata appallata inseminata la sentiranno sì, pensavo progettuale.

D’altronde non si poteva mica andare avanti così.

Meglio un terminale globale spumeggiante spumone e via.

Che genometica illuminata luce inseminata alura sia.

A botte di dieci postini per volta non finivamo minga più.

Così me lo annuiva assertiva anche la neuro da diporto.

O da asporto e ti deporto.

Ti dicono si si si.

Lo fanno sempre.

Perchè l’è inscì.

 

Kalmmudda ipsum dixit

Ma poi il bottino me lo portano su a 100 lire, a far così non finiamo più

 

La banda dell'Ortica



 

Ndr.

Questo è un tributo alla memoria della vecia gran Milàn.

Che resiste impavida all’era delle mutande nei culi.

Segni dei tempi, direbbe un Bramieri, il Gino.

Una volta si mettevano i culi nelle mutande.

Adesso sono così piccole che si mettono le mutande nei culi.

E’ la frontiera del progresso del fessciòn scic in culùr di poca mousse del pantùn marùn nel panetùn.

Si vabbè u capì ma che culùr de merda.

 

Links da e per contagiosi e contagiati bipolari. 

Son gl'istèss' trì già in:  Memorie bipolari e vùn, Memorie bipolari e dù, Memorie bipolari e trì

https://docs.google.com/document/d/1ljqRoF0pZapGuxuX4tkb2BIMFsrMM9J6/edit?usp=sharing&ouid=110191402270257588225&rtpof=true&sd=true

https://drive.google.com/drive/folders/1wLHIh-lyj9SGV02TRshmWD4HLUEgGdO6?usp=drive_link

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2024 12 11 – Preghierina letterina per la santa premierina

 2024 12 11 – Preghierina letterina per la santa premierina

 

Lei è sempre la più presente.

Lei fluttua leggiadra nei venti.

Lei presenzia imperiale tra venti.

Lei è l’uomo solo al comando.

 

Tra avvisaglie di fascismo.

È prezzemolo d’Europa.

Spunta forte come un fungo.

Come fosse un santo unto.

 

Benedetta d’oltre atlante.

In missione si credeva svincolante.

Ma si sentono i lacciuoli.

Tesi fili in un’opera da pupa e ruoli.

 

Mentre cresce forte il muschio.

Lei è vigore senza rischi.

Siede ai tavoli dei giochi.

Senza polveri da fuochi.

 

In presenza è tutta tana.

Sfoggia look da passerella.

Mamma santa quanto è cool.

Già li dissi certi attizzi.

 

E così si presta al gioco.

Partecipa in socio esperimenti.

A partire da diaspore e diporti.

Di migranti nati a torto.

 

Lei però non fa di conto.

I miliardi sono otto.

Non c’è muro che stia ritto.

Non c’è posto abbastanza cool hot spot.

 

Epperciò arrizzatevi ‘sta minchia.

Saremo esperito macello sociale.

Come un giovane pinocchio.

Alla corte dei pinocchietti.

 

Premierina letterina.

Non fidarti di chi può sparare agli indiani.

Noi saremo esperimento.

Per altre bocche godimento.

 

Tieni a mente storie vecchie.

Di too cool e di marchette.

Di inginocchio nell’ovale.

Di stagisti alla levinschi.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Non siamo mica gli americani

 



Ndr.

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BRUXELLES, 10 dicembre 2024, 23:40 - Redazione ANSA


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