2024 05 17 –Betsabea, era di maggio
Cagnetta bella morire di maggio, ci vuole
tanto troppo coraggio.
Cagnetta bella dritta dall’inferno, ti ho
preferito portare via prima che di inverno.
Siamo in un’area di mare a maggese, dove l’erba
alta riposa la terra sotto la canicola.
Sono strade di polvere di latte, perse tra onde
rosse di mille papaveri.
Non siamo lì per caso, ne credo possa capitare
a nessuno.
Siamo lì per 200 chilometri di buon cuore di
cavalli vapore delle figlie della mamma delle zucchine.
Un’anima buona si è fatta 200 chilometri in
auto per portarci in un rifugio per cani.
Amici per un pelo sembra un nome presagio di
emergenza evitata giusto per un pelo.
Mi affacciano su magnificenti balla coi lupi di
bianco vestiti.
Ma in effetti fanno un po’ di indecifrabile
ancestrale paura, attenti al lupo.
Facciamo un po’ di passerella tra cani
ingestibili, aggressivi, tignosi, paurosi o bastonati, prima del rifugio.
Nessun colpo al cuore, nessun primo amore,
giriamo, guardiamo.
Ci portano infine in una gabbietta marginale, occupata
da una nuvoletta dalla bianca chiazzata lìvrea.
E’ la figlia dei cavalli vapore che la nota
per prima, allargando un sorriso grande quanto un suv.
Affogata di piscio e di merda, la cagnetta
intendo, non osa nemmeno muoversi per una carezza, incerta se fidarsi o
rimanere nel proprio depresso lerciume.
E vorrei vedere voi se vi scopriste
accalappiati.
Unico moto è quello di due pupille giallo di sole,
a lento oscillante tergicristallo.
E una impercettibile pigra inutile usmatina.
E’ così sporca e immobile che chiedo se è
malata.
Morirla di maggio non avrei davvero abbastanza
coraggio.
Mi rispondono che no, anzi le piace giocare.
Alla seconda visita infine ce la
affidano.
Pesava 25 chili di pelle e ossa, buoni solo a
frenare, per non farsi portare lontano dalla sua casa gabbia.
Timida e titubante che a peso morto e zampe aperte
pesava quanto un elefante.
Aiutare gli indecisi, ci dicemmo allora.
E ce la caricammo in braccio di forza fino
alla carrozza della diligenza dei cavalli vapore.
La chiamammo Bea, mentre era ancora al rifugio.
Ci piacque così, rappresentativo di bellezza d’embléè.
Io che sono campione di nobiliare artifici iniziai
a diffondere leggende metropolitane.
Mentre si acclimatava nelle sua nuova regale
dimora, la battezzai in giro di purissima razza di maremmano nano albino.
E forse ci ho preso davvero.
Finchè mi iniziò a rimbalzare in testa un vezzeggiativo
dilungativo opposto del già breve Ugo di Troisi.
E siccome mi veniva in mente frequente Babbea
mi dissi che era improponibile.
Anche perchè della babbea Bea non aveva più niente.
Al peso attuale di quasi 30 chili di massa muscolare
veterinaria pesata, Bea non è più un peso piuma.
E’ la nostra million dollars babe.
E’diventata possessiva e difensiva.
Si, ringhia un po’ a caso, ma io non è che la
dissuada.
E a bassa voce le dico sempre brava.
Decisi quindi che era ora di darle un nome non
nomignoloso.
Altisonante.
E per me diventò Betsabea, nobiliare regale pura
meticcia.
Con tanto di insegna fregiata pettorina catarifrangente
neroscudata.
Nobiliare bastarda scudata Bea.
O anche Betsy.
Ma solo per gli amici.
Agli altri noi ci ringhiamo.
Kalimmudda ipsum dixit
Betsabea : Mad about you
Ndr
Canzone dall'album di Sting del 1991 The Soul Cages, esplora l'ossessione di Davide per Betsabea
Betsabea o Bersabea[1] (in ebraico בת שבע?, Baṯ-Šeḇaʿ,
"settima figlia" o "figlia del giuramento") era dapprima la
moglie di Uria l'Ittita e
più tardi del re Davide, cui
partorì tre figli, il secondo dei quali fu Salomone e il terzo Natan. La Bibbia parla
di lei soprattutto nel Secondo libro di Samuele e nel Primo libro dei Re.


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