martedì 4 giugno 2024

2024 06 04 - Il barrito della luce malegrita

 

2024 06 04 - Il barrito della luce malegrita

 

Io sono ignorante, l’ho imparata da un film, la poesia.

Non andartene docile

Infùriati contro il morire della tua luce.

E perché dovrei mai.

Perché hai ancora parole e ragioni.

Non sono finiti gli anni del tuo lume.

Non è ancora l’ora dell’ultima parola.

Della boccata finale di aria stantia di una pozza di fiume di vita.

Dopodiché non gioco più al poeta.

Non è il mio mestiere.

Meglio le parole di un racconto piccino.

Meglio un postino.

Mi accorgo stremato che mi hanno succhiato la forza.

Tutto attorno mi resta qualche avanzo di scorza.

Sono andato dai medici.

Solita diagnosi finale.

Dipendenze e malegrìa, terapie e distanze da tenere.

Guarda un po’ l’ho scritto ieri di questa malegrìa da autoanalisi costante.

Però qualcosa è successo.

Si è chiuso qualche cerchio, qualche giro di karma insultato da puttana.

Me lo dicono i segni.

Con la casa stregata ho fatto pace, o almeno tregua ereditaria.

Vola cadendo una paperella di legno e rimbalza in un lungo dòmino fino a che prendo al volo un libro.

Titolo da roba buddista venuta dall’est che parla di pace, equilibrio, calma interiore che io non ho.

Come sempre trasalisco quando i cerchi smettono di circolare e sono chiusi.

Allora ricordo che dai medici ci si va per smettere di bere e di fumare.

Mentre aspetto vedo una foto d’attesa, di solito opere di dipendenze risolte.

L’elefante carica imbizzarrito, ma dietro ad un vetro il flash abbaglia il suo cuore.

Segno che ci si potrebbe costruire un trattato.

Vola il pensiero a chi ha la forza per darmi pace.

Alla forza del quieto male di essenze di nostre afriche.

Dieci anni fa scrissi di un sogno di viaggio di morte come di elefanti.

Di quelli che ci vanno tranquilli nel loro posto segreto, come per un ultimo alito di sigaretta in pace.

La dottoressa mi viviseziona i neuroni imbizzarriti, e mi mette tranquillo.

Non è il mio momento, devo solo restare pulito.

E fare attenzione, non solo a manìa e depressione.

In mezzo alla terza via c’è pure la malegrìa.

Scritta e postata ieri, come in carta bollata, devi misurare i pensieri e i differenziali di pressione.

Esteriore e interiore.

Misura e prendi le distanze.

Interiore, interiore, interiore, ah già ecco cosa diceva quel libro caduto per caso nelle mie mani.

Troppo facile poi l’associazione con i saltati impianti dell’acqua casalinghi.

Se vuoi restare nel tubo, devi controllare il battito, la pulsazione della pompa motore, il tuo cuore.

Mentre parla, prendo le distanze bene attento, con vivida attenzione, e mi monta un cerchio inverso, leggero.

Sempre più leggero, finchè finisce in una duplice risata.

Ho capito, devo solo cambiare sostanza di fumo, alla ricerca dell’oblio perfetto.

Già mi vedo al posto di de Niro in c’era una volta.

E mi torna alla mente la forza sia esteriore che interiore dell’elefante di luce di Africa in attesa.

Mantenere le distanze, lo sento cosa vuol dire.

E’ quella al contrario, la sentenza di cui parlava sempre mio padre.

Condannandomi a essere locomotiva per genetica ristretta o presunta.

E’ per quello che non mi riesce facile prendere le distanze.

Io sono geneticamente programmato per avvicinarmi ad aggiustare.

Ma adesso non ho più la forza per tamponare nessuno.

Riconoscilo, sei vecchio ormai.

Si, e di una vita vissuta disordinariamente.

Più pesante e pure in offerta ad altre.

E quindi oggi me lo sento meritato.

Di restare nei ritmi della terra.

Di questo si vive.

E di tanto altro ancora.

Ma non oggi.

Oggi sto con pace.

System overflow.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Discanto

 


 

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