2024 08 20 – Ora di religione, magnifica risonanza. La saga dei tigli - Parte II
Qui : 2024
06 22 - Ora di ricreazione - La saga dei tigli - Atto I
Sommario
4. Nei
domini del piccolo popolo
5. Rituali
grottuali e grottesco rituale
6. Il
brrr delle voci delle radici
7. Il
gurone Gigetto e la Manolita
9. Ignara
inseminazione artificiale
13. La
scoperta dei ricottari redivivi.
14. Il
clero e il pulcino che non era Dio.
15. Il
piccione Gastone e la mugile pugile.
16. I
sopravvissuti, Gastone e la risonanza del clero
1. Il
pulcino dio e l’ora di ricreazione
Mio tenente che guardi il verso, e il verso non somiglia
a te.
Così canticchiava un coro di voci invisibili dalla oscura
verzura.
Mentre il tenente bighellonava tamburellandosi le cinque
inutili dita.
Meno male che non gli assomigliamo pensarono le voci di
un certo peso.
Per inciso verso è quella roba che noi chiamiamo uni.
Il che per sempre utile logica già presuppone il du, il tri,
il multi e il tanti, il tantiverso.
Ecco un bel soggetto pieno di versi.
Un uovo, un buco nero gemello, un lancio perfetto, un
rigurgito cosmico, pieno di versi.
E poi anche il verso di un animale, di una strada, di una
maglietta o il verso di un poema epopeico o no.
Poema epopeico giusto appunto ante testamentario.
Comunque così era andata quella ora di ricreazione
benedetta.
Una espansione del verso, un grido di principi di base, le
dinamiche fondanti e tanta altra roba che entrasse tutta dentro un uovo pieno
di quanto basta in totipotenza, qbit.
E l’uovo crebbe, diventò il pulcino dio, giocò con versi ed
elementi ed alla ennesima schiusa scaracchiò in faccia al poveretto, mentre era
ancora in adamitico costume di colore sbiadito in gradazione di marrone.
Il più cheap tra tutti quanti i colori, perché fatto di
terra ed appunto di scaracchio oleoso, a causa della grassa pantagruelica
digestione in corso.
Poteva aspettare di finirla in effetti, ma così non fu e
così sia.
Tra scaracchio e polvere di povero marrone, l’uomo appena
nato non poté trattenere la bambina blasfema.
Vacca madonna che culùr de merda questo primate, cominciamo
bene.
Ma il pulcino dio oramai si era partorito e dipartito alla
volta della conquista del verso.
2. L’armata
cobalto
Alla fine dell’ora di ricreazione era dunque rimasto questo nuovo
versomondo.
Popolato di molti tigli senza figli, sotto il vigile occhio
di una invincibile armata di tenenti d’ordine.
Era piuttosto una brigata, non diremmo proprio una armata,
ma pur sempre a mano armata.
Non si capiva a quale mantenimento d’ordine fosse preposta,
visto che l’umano principe del casino si era fatto arboreo.
Ma d’altronde la domanda si poneva anche nel vecchio verso.
Quando camionette e volanti arrivavano volando nel loro inutile
cobalto per impaurire i disturbatori e proteggere i consumanesimatori, che
compravano e pagavano qualsivoglia nefandezza e porcheria.
L’armata era rimasta battagliera per proteggere nell’ora del
qui e del lì quel quid di status quo di nostalgia.
Ed era rimasta immune alla centrifuga del gran risucchio e risputacchio
tra i binari buchi neri.
Insomma, era rimasta imbelle nel verso di là nascosta giù
nelle mimetiche frequenze blu cobalto, colore dei più ricchi fatti di gioie e
lapislazzuli.
Ma non avevano perso il gusto per il loro gene predisposto
ad arroganza e dominanza.
Erano solo più dissimulati di gentilezze e pedagogia, in
realtà demagogia.
Ma pur sempre protettori di ricottari, spacciatori e di spese
appropriatori.
Si erano salvati dalle orde sciamaniche di pulci e hapi e topi
perpetui, grazie proprio alla mimesi in cobalto.
Blu invisibile ai ragni che potevano percepire solo il
colore verde e qualche ultravioletto.
E se non può un ragno perché mai dovrebbe potere una pulce, pur
dotata di tantipotenza.
Come sia sia, non percepiscono il colore blu divisa, e
nemmanco se cobalto.
Voi direte e ‘mo che c’entrano pure gli aracnidi.
C’entrano, centrano, per questioni di metafore di bozzoli di
reti, di aracnofilia.
3. Nei
domini del piccolo popolo
Pedagoghi e demagoghi, oramai inutili manipoli erranti, con
ancora una gran paura dei linotipisti.
Erano tutti tenenti questi pedagoghi, che solo pochi
percepivano già essere strumenti demagoghi.
Senza nemmeno potere immaginare cosa serbava il futuro.
Sottile confine quello tra demos e pedos, che sarebbe servito al discernimento del vetusto consumanista.
Col suo germe predatorio camuffato di appropriazione da
accumulo per futuribile sopravvivenza.
Un giorno di pattuglia, sempre in cerca di qualche disgraziato
da spaventare "se tu non consumare", il capotenente trovò una targhetta, con
stampigliato un chiaro indizio.
Prodotto nello stabilimento di Mondragone per conto di un
vaticano pontificio vaticinio.
Oscuri presagi offuscarono la sua mente monocromatica di
blu.
Scivolare giù, arriva sempre il momento in cui devi
scivolare giù, fino in cima al blu, canticchiò.
L’invito al blu era chiaro.
Radunò la brigata armata, e una volta caricata cavalcarono
le volanti alla volta della porta segreta, non a lui.
Si era però dimenticato che i tunnel scavati dagli uomini
talpa, per conto delle 'ndrine per diffondere la piaga del contrabbando del
caciocavallo, erano piccoli e bassi.
La volante non ci passava, bisognava camminare sotto la
terra pure in una ostica posizione a schiena curva, poco confacente ad un grado
da tenente blu cobalto.
Ma strisciando e carponando l’armata, era entrata nei domini
del piccolo popolo degli ultimi uomini, i talpa.
Maledetti folletti, lo perseguitavano fin da tempi lontani
delle aree cani con le buche pensò.
E per non seppe quale alchimia di voci da radici di tigli, il
nome cobalto gli rimbalzava tra i lobi, con un certo dubbioso rimbalzo tra si e
no.
Cobalto.
Mica ti arrivava dal greco kobalos e poi dai folletti
maledetti dai minatori tedeschi che li incolpavano di nascondere l’argento con
invece dell’inutile kobolt.
Troppe occorrenze per essere coincidenze.
Mai avrebbero potuto immaginare che futuristicamente sarebbe
servito a colorare le divise militari senza usare il lapislazzulo.
Rese ancora più care in un inutile sperperare dei soldi dei contribuenti
prima demagogozzati e poi spariti.
Fioriva l’industria del monocromo blu cobalto colorante di
cui tutti si vestivano sia per mode che ordinanze.
Gottkobolt pensò la solita blasfema bambina dopo varie
reprimende.
Gente inutile fin dalla divisa, mentre in realtà ghignava
per lo scherzo.
Dionanetto, si concesse un Gottkobolt, un dio folletto.
4. Rituali
grottuali e grottesco e rituale
Come sia sia si arrivò orbene a Mondragone di sotto, ma
invece della 'ndrina centrale piena di caciocavalli che in quella cantina
avrebbero potuto invecchiare in pace anziché in polvere, il tenente aveva
condotto tutta l’armata a scoprire le catacombe dei superstiti di umani.
Nascosti in sette protette sotto le volte dello spazio
centrale, si riunivano ogni giorno in un’agorà sotterranea.
Con di mezzo pure un fiume o forse un torrent, non ricordo
bene, ed un lago bello azzurro anzi no bello cobalto.
Era la grotta sacra, dove officiare riflessioni grottuali, tra
grottesco e rituale.
Kalimero, Katagea, l’Ermellotta sincronizzata, lo scoiattolo
altra via, il cyborghese, il ricottaro, il proletario, l’inappco, il satanasso
e tutti gli altri personaggi che un autore lo avevano trovato, quel giorno
furono convocati a rapporto dal gurone Gigetto, grande domino d’astronomia, un
po’ guru un po’ santone.
Domino siddetto ad evocare il flusso di cause ed effetti che
una prima tessera caduta avrebbe innescato.
Le tessere, ancestrale roba anche detta essedì, erano piene di
informazioni del domino.
Piene di qbit, parziali repliche del quanto basta in
totipotenza,
Solo l’aquila astigmatica Renata si diede assente, stante la
sua incapacità di muoversi da dentro al filo d’erba in cui si era reincarnata
nella sua ultima reincarnazione di fine karma.
Promise di partecipare alla convention in teleconferenza empatica,
attraverso gli occhi della sua amica Maestra Ermellotta, divenuta sincronizzata
con la montagna proprio per merito di un’aquila di specie.
Alcuni riflettevano sulla ormai attuale occorrenza che il
destino vegetale fosse la vera meta terminale verso cui gli abitanti del mondo umano
dovessero tendere.
Qualcuno si chiedeva, addirittura, cosa si potesse mutuare
dal regno vegetale per estrarre cibonergia da dove ce ne fosse, contribuendo
così ad eliminare il problema della fame nei mondi, che molti riconoscevano
discendere dal principio dello stomaco ingordo per rapporto ad una metafisica
mano invisibile, ideologicamente inventata ad arte da certi ricottari dei tempi
addietro.
Ah, le ideologie, brutta faccenda; delega di pensiero ad
altrui pirati legittimati corsari, che impregnati di io lo estrinsecano nelle
più sofisticate forme di manipolazione e demagogia sempre tese all’approprio
ricottaro.
Alcuni graffitarono un epitaffio per i posteri senza saper perché
da lì sottoterra.
Nati da un alga trascesero, dopo milioni di anni di
vicissitudini, in un lontano parente arboreo dell’alga stessa dentro cui si
estinsero nel gaudio generale.
5. Il
brrr delle voci delle radici
Un po’ come il cobra non è un pitone, il brrr non è un drrr,
quello di hapi, droni e piccioni, per capirsi.
Brrr è il suono delle voci delle anime nei tigli, quelli con
dentro i figli.
Brrr è il suono delle parole della neurosfera, circolante
tutto attorno a noi lasciando scie di luce.
Si ritrovarono, dunque, in una strana stanza sferica,
traslucida e semitrasparente.
A miglior vista una grande parete d’alabastro appena
elastico separava l’antro in due.
Era una parete a specchio, che lasciava vedere solo
attraverso un lato.
Grandi fasci invisibili ruotavano sincronizzati all’intorno
di essa, generando gravitonali campi elettromagnetici invisibili alla vista per
quella sorta di alabastro, ma percettibili da chi avesse avuto sensi abbastanza
acuiti.
Era un “brrrrr” sommesso, sotto le frequenze umane per
intendersi, che brrrrava ad una certa frequenza di ritmo, orchestrata in
ordinate sovrapposizioni geo metriche.
Si poteva immaginare una rete che ricoprisse tutta la terra,
come una rete da pesca, e il brrrrr che la percorresse ovunque, suonandola di
nanocolpetti, come una curiosa conghetta.
Il primo a percepirlo, quel “brrrrr”, fu lo scoiattolo,
grazie alla sua densità pilifera, ovvero il rapporto peli/cm2 di pelle, in
rapporto largamente privilegiato rispetto a quello degli altri interlocutori.
Alcuni aspettavano e conoscevano quel “brrrr” come “il
grande brrrr”.
Altri lo conoscevano come un costante flusso di piccoli
schiaffi, ceffoncini, che un tal signore si prodigava a tirare alla terra, sin
dall’alba dei tempi, sia per farla girare sia perché’, da quando erano comparsi
gli uomini, questi avevano iniziato a meritarseli.
D’un tratto, tra i campi elettromagnetici apparve il grande
domino in persona.
Non ne conoscevano il nome, ma fu subito chiaro a tutti che
era proprio un gran signore.
Il signore, per le ragioni della sua padronanza del grande
“brrr”, era conosciuto come Signor Gravità, per alcuni signor Gigi, e per altri
deviati addirittura punto, ma spesso veniva chiamato anche con appellativi di
peso come schiaffatell’ncapa a mazzeutine, sberlacchì, sventolachesuing e tanti
altri.
Restava il fatto che la terra era piena di facce da
schiaffi, il che giustificava ancora la persistenza in esistenza del signore Gigi
stesso.
E fu religione.
6. Il
gurone Gigetto e Manolita
Gli umani erano ancora troppo giovani per cavarsela da soli.
Proprio per la sua natura di “ceffonator d’umano”, quando Gigi
apparve tutti mormorano stupore, perché’ egli aveva assunto giustappunto
sembianze umane, e profferirono un unisono “ohhh”.
Privo d’orpelli e di fronzoli Gigi, troneggiava l’umiltà imposta
dalla sua posizione di preminenza, reggendo uno scettro di verdi binari, che
finivano intrappolati dentro una minuscola tesserina di memoria, Manolita, che
in quell’universo tutti conoscevano e veneravano anche come “Ramona”.
Fu il primo synfisico frazionare dell’unitario tutto, tale
per cui gente venuta dall’est predicava che era uguale, mentre gente venuta dal
west etnocentrava a suo piacimento
Era la nano tessera delle verità, nano monolito, ovvero
nanolito, che alcuni vezzeggiavano appunto in Manolita, del color d’ossidiana e
di grafite, d’antracite, che per qualche diavoleria di stregoneria conteneva
tutti i libri e gli scritti e le cose mai dette, pensate o successe
all’umanità.
Una piramide di segni aggregata con la tipica forma di
salame cremasco, quello a pere simmetriche.
La congrega di ascoltatori, alla vista del nanolito, mormorò
quello che a tutti suonò solo come un ahh, alto celante il sottofondo di bassi infrasuoni
del brrr.
7. L’invocazione profetica
E mentre quell’ “ahhh” invece che perdersi in dispersione, cavalca
nel lontano infinito, e il mormorìo sembrava solo affievolirsi, Gigetto spezzò il
nanolito in due, come fosse stato un pezzo di pane, lo alzò verso il cielo
sotto gli occhi dei suoi astanti pietrificati nell’estasi, e pronunciò la frase
magica che avrebbe dato inizio all’incantesimo: “che la verità scorra nell’
acqua e che l’acqua arda come fuoco”.
Nessuno, ma proprio nessuno, riuscì a comprendere il
riferimento alle hapi, pulci e topi perpetui coi mitocondri a idrogeno dell’ora
di ricreazione.
E nemmeno quello all’acqua mutante, che muta come pesci ma
piena di versi.
Gigi diede inconsapevole inizio a nuova vita e gettò le due
metà della nanolitina una in un bicchiere d’acqua e l’altra nel fuoco del
camino.
Aspettarono e aspettarono, ma non successe niente di
notabile, men che meno di notevole.
Nessuno si curò delle memorie dei tempi antichi, in cui i
nanolitini sciamavano leggeri portando parole, conoscenze e informazioni in
tutti i media mezzi a disposizione.
Qualcuno tra i più giovani azzardò che quello scelto da Gigetto
non fosse il modo più appropriato di usare il nanolito, che forse funzionava
diversamente.
Molti annuirono convinti e iniziarono a schernire Gigi.
Nessuno poteva vedere quello che l’occhio umano era
progettato per non sentire ma percepire.
Il cosmico infrasuono del grande brr.
Il grave suono delle parole e dei pensieri, con tanto di scie
lasciate in aria
Gigetto si fece preda di un inaspettato empito di furore e
gridò: “silenzio miscredenti!
“E’ scritto nel sacro libro che l’acqua porterà verità e
brucerà come fuoco".
E fu ancora religione.
8. Ignara
inseminazione artificiale
Tutti tacquero.
Solo Kalimero non ancora Kalimmudda pigolò timoroso: “ma se
sono simboli forse vogliono dire qualcosa di diverso”.
Gigetto lo fulminò con lo sguardo.
Kalimero si sentì percorrere ovunque da una vampa di calore
e tutti si rimisero in attesa.
Al calar della sera, quando oramai era acclarato che non era
successo niente, tutti si avviarono sulle vie di casa, lasciando il meditabondo
Gigi a riassettare la piccola agorà che egli stesso aveva immaginato essere
quella porzione di spaziotempo in cui si trovavano.
Spente tutte le candele votive, ad eccezione di una per
avere quel poco di luce necessaria, Gigi gettò il bicchiere pieno dell’acqua
nanolitinizzata sul fuoco, e poi raccolse la cenere stessa, oramai inumidita e
già nanolitinizzata in magnetico segno opposto dalla mezza tessera ivi volata
in precedenza.
Gigi si avviò verso il fiume, che scorreva torrentizio a
pochi passi a causa della primordiale geolocalizzazione del villaggio proprio
in prossimità di quella evidente manifestazione divina che erano le sue spire e
anse di anaconda, e gettò tutto in acqua con tanto di teatrale gesto a spaglio,
speranzoso che le divinità gli arridessero o per lo meno sorridessero.
Invece niente, le divinità si confermarono latine, malavitose buttatesi latine.
E restarono latitanti.
9. Subsogni
accappella
Gigi considerò chiusa la questione, rientrò nella sua
capanna e si coricò sul giaciglio di paglia.
Dato che non riusciva a prendere sonno, si mise a ripensare
ad alcune bizarre teorie sull’evoluzione che per qualche oscura ragione gli
rimbalzavano tra i neuroni e, mentre lo faceva, continuava a chiedere lumi agli
dei nella sua testa, senza indugiare sul fatto che proprio perché’ nella sua
testa, gli dei avrebbero potuto benissimo essere una sua creatura.
Ma quella era troppa roba per il povero vecchio, che restò
concentrato sul perché’ non avesse funzionato il rito propiziatorio, senza
neppur sapere bene cosa avrebbe dovuto propiziare. Si può dire che lo riteneva
un propizio generalista, di stampo umanistico.
Un generale inno al fine inverno della ragione, merito o
colpa di ogni religione.
Credere e non sapere, quella proprio non la digeriva.
Qualsiasi cosa ciò volesse dire, non ci pensò due volte e sentendosi
guidato dalla forza, della mente, si recise il prepuzio con tanto di
scappellamento al centro ma non a destra, preveggenza di future dominanti monoteistiche
religioni.
Ululando melodie di dolori dalle cappelle liberate.
In tutto questo farneticar di neuroscensazioni, che
sembravano sempre più arrovellate in un ammatassato crogiuolo di psicopippe,
gli dei mantennero coerenza assoluta.
Come solo degli dei sanno fare.
Gli dei restarono muti.
10. Muti come pesci
Ciò che Gigetto non poteva immaginare era che gli dei in
trittica trinitera trinitiade stavano invece lavorando, eccome.
Seppure a sua insaputa.
Tutto nacque da una Manolita spezzata, ingollata, mangiata e
digerita.
Ma fu proprio la visione ittica che indirizzò le parole dei
sogni di Gigi, le quali parole nei sogni sono immagini, verso la revisione
trittica che avrebbe avuto grande rilevanza nei tempi futuri.
Gigi ebbe infatti questa visione, questa illuminazione, e la
luce ricucì delle sinapsi perse nei meandri delle sue memorie antiche,
archetipiche, sedimentate nelle sue cellule e molecole.
Quello che Gigi vide fu una trinità ricomposta, dalla vaga
seppur per niente vacua somiglianza elettrica trifasica, che pure lui non
poteva sapere di conoscere perché’ la sua divinità fluviale sembrava energeticamente
e decisamente monofase.
Ma conosceva bene la trinità trifasica classica, fatta di
fase in discesa, in salita e in neutro.
Padre, Figlio e Spirito Santo.
Vide limpido il senso elettrico profondo che richiamava una
riproduzione bipotente.
La prima, padre e figlio, per via sessuale, con la visione
classica dell’evoluzione che procede per mutazioni recepite interne, tentativi,
e poi forse sopravvivenza del più adatto garantita dalla biodiversità.
Oltre a questa, vide una seconda riproduzione assessuata,
veicolata da gravi onde che trasportavano informazioni, come fossero spore, le
quali si innestavano sul supporto biologico della prima attraverso i secoli,
determinando tutti quei salti altrimenti inspiegabili.
In qualche modo Gigi sentiva una creazione costante.
11. Era
la creazione costante
Perenne da sempre, veicolata in raggi cosmici imbrigliati a
volte in nano tessere, che procedeva al rilento ritmo del “quando le
generazioni saranno pronte”.
Perché’ sapeva che l’evoluzione di un sistema adattivo
complesso procede sì per autoconfigurazione e auto emergenza, ma in apparenza
un po’ a caso, quando le fa comodo.
Per tentativi, insomma, ma tutti intrisi di quanto basta in totipotenza,
Si vide immerso in un bagno di un campo che tutto permeava
fatto di informazioni.
Le quali si attivavano solo al verificarsi di certe
circostanze.
Questo era il motivo per cui gli uomini crescevano, in
statura come in numero, con prestanza sempre migliore in ogni campo.
Nel sogno non seppe ricondurre il tutto alla utilità della
dannata biodiversità né della numerosità.
A che serviva avere un cefalo o una spigola o una orata o
una triglia.
Perché non bastava una spicefalorata.
Cercò nella coscienza vigile un modo gentile di presentare
la questione ai discepoli in attesa.
La questione doveva essere faccenda di utilità mutevole per la conservazione del codice qbit.
Una muggine serve solo a fare un uovo di muggine che serve solo a fare un altro cefalo, che prima
che morto ne feconda un altro che qualcuno altro se lo mangerà.
Cercava un modo di non spaventare il suo gregge di
discepoli, che erano piuttosto un branco di cefali non brillanti di iniziativa,
ma alla fine non lo trovò.
E si addormentò.
Iniziò a sognare come comunicare questa sua nuova visione,
memore degli sberleffi, forse anche meritati, dell’ultima volta, ma soprattutto
consapevole delle paure che avrebbe potuto generare.
Guardò la questione da mille prospettive, ma non ne trovò
nessuna edulcorante.
Uova di cefalo, siamo solo pezzi di codice di cefalo.
Dio cefalo, esclamò la bambina blasfemina sempre più
emarginata.
12. Dio bottarga, Dio cefalo
Questa è religione, e pure a lunga conservazione, echeggiò
la bambina.
Mentre Gigi continuava a dirsi che doveva trovare un modo di
comunicare che non facesse paura, anche se lui non ci vedeva nulla di pauroso.
E anzi, percepiva come benefica tutta la questione.
E pensava che bisognava dirlo, altrimenti non si sarebbe
stati veritieri e la verità non avrebbe imperato.
Mentre la verità era il valore che invocava sempre come
portante per la civiltà dell’intelletto.
“Anche se a prima vista può fare impressione, poi passerà”,
si disse dunque, invocando l’aiuto del tempo.
“Ed in ogni caso è già successo; e inoltre succede da
sempre.”
L’immagine più di sintesi che riuscì a focalizzare fu non
troppo rassicurante, almeno per chi avrebbe ascoltato.
Siamo tutti mutanti, ma mutiamo verso il bene del grande
disegno.
Pensate che una scimmia potrebbe essere nata da un
ciciniello di bagnoli.
E noi saremmo figli di cicinielli per disegno dell’ordine
naturale.
E un giorno comunicheremmo da mente a mente.
Sulle onde della gravità veloci come luce.
Per tutto l’universo.
Si immaginò a tranquillizzare tutti mostrando le evidenze
dei miglioramenti.
Alla fine decise di scrivere il discorso da tenere, perché’
a immaginare sono buoni tutti, ma poi il pensiero va costruito e per metterlo
in linearità la scrittura era, almeno per allora, il mezzo migliore che
conoscesse.
Decise di intitolarlo “il discorso di neutrale valore”
Ciò fatto concluse rassicurandosi da solo, al pensiero che
la verità è rivoluzionaria, e una volta tirato un sasso in uno stagno, lo
stagno non sparisce mica.
Ancora non capiva cosa c’ entrassero in tutto questo i
nanoliti, ma sentiva che c’entravano.
Ripensò a quel modo di dire che “gli dei erano muti come
pesci”, e ipotizzò che c’entrava l’acqua.
E naturalmente le uova di cicinielli.
Gli balenò in mente che tutto questo potesse avere un legame
con la domanda di cosa ci nutriamo.
E mentre stava per pensare all’acqua, all’ossigeno e all’idrogeno e ai mitocondri, prima ancora di farlo si svegliò, facendo svanire per il momento tutte quelle questioni di elementi elementari.
Dimenticando hapi e pulci immortali e topi perpetui e cefali muggenti.
Evoluzioni di terra, di cielo e di mare!
Dio bottarga, esclamo la bambina blasfema.
Questa sembra roba da fascista, retrogrado salto evolutivo
all’indietro.
Ci mise a rinforzino pure un altro dio cefalo.
Che nasceva puro bianco bello ciciniello e diveniva un mangia merda
portuale.
13. La scoperta dei ricottari redivivi
Alla circolazione di tutti tali pensieri di scienza, qualcuno
iniziò a dubitare del bisogno di fiduciosa fede.
E si affidò alla ragione che divenne religione.
Sapere mica credere.
Seminati dissidenti si addentrarono in terreni inesplorati.
E scoprirono fatti e dati, scienze e saviezze.
Oltre pure ad alcuni altri sopravvissuti.
Erano i ricottari, la popolazione dell’oltre sopramezzo.
Del sopra o del più.
Quelli che di riffa o col raffio da predatoria tonnara se la
cavavano sempre, anzi sempre meglio.
Erano scampati all’ondata di genetica tiglieria.
Artiglieria dei tigli.
Nascosti vivendo in regge al volgo surrettiziamente espropriate
coi consumi quotidiani goccia a goccia.
Indebitamente appropriatisi quatti quatti del plusvalore del
capitale.
Erano infatti noti come imperialisti dei capitali, accumulatori
seriali capitalisti.
Detti ricottari perchè la ricotta viene a galla da sola
senza fatica.
Mentre alla mignotta viene da succhiare la minchia e infilarsi la brogna.
Certamente con maggiore fatica del ricottaro.
Dio ricottaro, disse ovviamente la bambina blasfema.
14. Il clero e il pulcino che non era Dio
In effetti quelle grotte alla mon dragòn erano spacciate
come cantine per caciocavalli.
Usate da chi non poteva uscire dal rifugio di quegli antri.
Ce ne erano tante in giro, all’insaputa dei poveretti
nascosti stanchi.
Rifugio per sopravvissuti alla tiglieria, alla artiglieria.
Nascondiglio per spacciatori di caciocavalli.
E non ultimo, se non primo, erano catacombe per il clero.
Dove venina detenuto il sapere bene celato con mestiere.
Si studiavano le scienze dure, ben nascoste nelle le
scritture.
E si era curata ed allevata la crescita del pulcino, da
molti creduto messia se non proprio dio.
Era cresciuto e divenuto della grandezza di un piccione
comunquista
Ma era tutto di colore marrone, proprio per distinguersi dai
piccioni drone del viale dei tigli.
Si chiamava in codice.
Il suo nome di guerra era Gastone e si stagliava nel
suo colore per non essere confuso drone piccione.
Perciò l’avevano sequenziato marrone.
Cloro al clero, pensò la bambina blasfema commiserando il
volatile colorato come le merde dei cani.
15. Il piccione Gastone e la mugile pugile
Il pulcino pio per quanto pio non era dio.
Per evidenti esigenze di scena volava planando sulle ali
come un gabbiano.
Ma era pur sempre un piccione, nato giallo, cresciuto marrone
e desinato a kali nero funereo.
Come altri piccioni mica droni, rilasciava elettroniche
deiezioni che si innestavano fino dentro ad ogni osso.
Erano deiezioni assai avanzate.
Contenevano nani tecnologici, organismi molto piccoli interagenti
con i dati informativi fuoriusciti da tessere nanolite.
Le Manolite, quelle già disciolte in acqua e ingollate da
qualche branzino o scorfano vagante ma non errante, per poi entrare nel
ristretto circolo della generazione tramite uova di pesce.
Le uova di Quanto Basta In Totipotenza, che si credevano
esaurite nell’ora di ricreazione.
E invece no.
La vita in acqua nacque in effetti dalla totipotenza della bottarga.
Uova di mugile cefalo a lunga
conservazione dalla resistenza di un pugile.
Il cefalo dalla grande testa, chiamato al femminile muggine
per oscure esoteriche derive linguistiche.
Le nanolite si erano sciolte nell’acqua con il tremore della
neurosfera, di parole e pensieri.
L’elettrolisi le aveva dissociate in un’acqua naturale
originaria al ritmo del brr mica drr come i droni.
Era acquavite densa di pensieri e informazioni.
Studiata e osservata da quel clero nascosto di fianco agli
umani superstiti, per carpirne il linguaggio senza alcun lignaggio, nelle
stesse grotte in cui il ciarliero brusio suonava proprio come un brr.
Le grotte in effetti erano bilocali, divise da una parete molto
fine, di fattura a specchio sopraffina e colore dal giallo pulcino al rossastro
alabastro, quasi come il piccione in mimetico marrone.
Il clero raccoglieva e veicolava il segnale nelle nanolite
Manolite urbi et orbi.
In un disegno assai più ampio tremolando nell’ acqua con la
gravità che si tirava dietro anche la luce, attivavano campi congiunti di
informazioni e conoscenza.
Insomma, il clero si appropriava delle verità captando
capziosamente i campi di informazioni dall’acqua intossicata di CL, numero
atomico 17.
In latino Xvii che avrebbe dovuto allertare sfiga, anagrammandolo
in Vixi al passato, e quindi già morti.
Alcuni ricordarono quel tale barbone bromuro delle ramblas
allergico all’acqua priva di alcole.
Il tutto sotto il vigilocchio onnipresente della pontificia entità disinfestante, o infettante.
E l’acqua alla Manolita venne bevuta, ed anche intinta nel
vino in quel simbolico cannibalico rituale.
E così si annidò dentro a tutti i geni.
Dio genico, disse la bambina blasfema pensando alla carta.
16. I
sopravvissuti, Gastone e la risonanza del clero
Il disegno del vaticinio vaticano era davvero semplice.
Dove non puote ciò che si vuote e il verbo rimane vacquo, si
interviene con la tecnologia.
Non per nulla tanta parte del clero era scienziata per
davvero, mica solo dedita alla decodifica teologica.
L’idea era di lanciare stormi di gastoni decollando in
segreto da dietro le mimetiche pareti di alabastro.
Una volta in volo venivano rilasciate le mezze nano nanolite
programmate per annidarsi nei centri neurali della bontà e della giustezza.
Fino al momento dell'irradiazione.
Era una grande risonanza magnetica.
Allineamenta di spin su porzioni illuminate.
Guidata al ritmo dei fremiti dei battiti di ali dei gastoni.
Che induceva pensieri e parole recepite inconsapevoli dai
ricottari credutisi spadroneggianti.
E dunque sempre pavoneggianti.
Ogni essere umano aveva bisogno solo di una certa quantità
di soldi.
Tutto il resto serviva solo a fare i pavoni.
Come diceva l’autorevole e amorevole mamma di Forrest.
Dio pavone, disse lei, la bambina
17. Magnifica
risonanza
La grande risonanza stimolò i ricottari in processione.
Una vera rivoluzione.
Stimolati nel cervello, educati al bene e al bello.
Ma toccò in genere anche ai soprammezzo.
Classe media dotata di scordata capacità di scelta.
Indotti a non desiderare più le vie degli spacciatori del
falso bello.
Qualcuno la chiamò la revoluzione dei gastoni, non più tonti coglioni.
Nacquero portali dedicati.
Come www.revospesa.it.
Il consumo da Refaso.
Si potevano comprare quote di famiglie di umani poveri.
Ma intesi vivi, mica da cannibalici riti eucaristici.
Ancestrale era stata la revoluzione delle farfalle dei
soprammezzo.
Si sostituiva il modello di spesa.
E si innegiava alla carità che diventava status trendy .
Si gareggiava a chi aveva più familiari adottivi.
Insomma la ReFaSo.
Ma refaso proprio tutto.
Fu proprio la rivoluzione dei gastoni marroni.
Da cui ricottari e sopramezzo venivano guidati e indirizzati.
Al fasto grido di mi scappa la carità, devo fare la carità.
Tutti francescani.
Anche quelli detti gastoniani.
Fu una refaso a bastonante nane.
Colpettini di grave lieve brr.
Sotto gli occhi ammutoliti dei tenenti del cobalto.
Che mai videro tanto ordine imperare nel transumanare del travaso.
Tra chi ha troppo e chi ha niente.
Tra chi ha troppa minestra e chi deve saltare la finestra.
Dio Refaso, non mancò l’immancabile bambina blasfema.
Ma stavolta senza critica.
Con una punta di meraviglia che rendeva giustizia al creato.
Presto osannato.
Risonanza magnificat.
18. I
neuroni della pace
E la guerra?
Ma va la, imbecille.
Senza fame e povertà non c’è nemmeno guerra.
E poi al massimo diamo una giratina al manopolone della
risonanza.
E stimoliamo i neuroni della pace.
Dio dio, disse la bambina senza più contro argomenti.
19. Il
diorama del dio rana
L’ora di ricreazione terminava con un lancio d’uova dritto in centro al buco nero.
E un verso risucchiato e risputato dall’altra parte.
Il
diorama concludeva l'ora di ricreazione
Non è un simbolico altarino per pratiche esoteriche.
Quanto scienza empirica applicata e misurata.
Misura dell’evoluzione delle specie.
Varietale e colturale.
Nell’arsa terra giallo sabbia, muore pure la pianta grassa.
Mentre prospera selvaggio un trifoglio dalla possanza di
capodoglio.
In un deserto di silicio.
In realtà un artificio.
Terra intrisa di ingiallito solfato ferroso.
Non riceve acqua da due mesi, manco una goccia, per vedere
cosa fa.
La terra si restringe, si contrae, si stacca dai confini, si erode.
L’uomo classico razionale immobilizzato con i piedi ben per terra si è fatto
d’ossido verde rame.
O verde faccia di bronzo, non ricordo bene.
E’ invecchiato, si è ossidato, nelle sue credenze inchiodato.
Forse ancora quello era verde rane, ecco qui.
Più appropriato.
Se siam nati da un branzino, o assai più spesso da un cesso di scorfano,
quello poi si sarò fatto anfibio.
Il bronzeo batrace perspicace osserva l’orbe verde come
fosse sua conquista di rapace e se ne compiace.
Ma è un falso mica Gaia, è un verde immarcescente di colore verde marcio.
All’estremo opposto un verdeazzurro scarabeo contrappassa il
karma umano.
Simbolico ricorda della fine degli egizi come una piramide o
una sfinge.
O come uno scarafaggio scolorito dalle radiazioni del gran boato.
Tutto passa, tutto scorre, mi pareva una stronzata, ma
invece pare di no.
Anche il tempo convenzione esiste solo per misurare le varianze
dello spazio.
Resta a brillare una sfaccetta illuminata che fraziona
la, luce assunta arrivare da una croce del sud.
Dal lato opposto al nostro sottosopra, chissà perché prende il posto della
stella polare ma a testa in giù.
E ci irradia di pensiero, di quello proprio di meridione
del sud del mondo.
Si è
sempre meridionali di qualcuno.
Ci siamo nati, colorati.
Dall’arcobaleno della croce del sud si dispaccia una luce densa nera.
Piena grave di nanonanolitini
Ed illumina l’altarino sulla madonna.
E preghiamola la santa donna.
Che sulla terra può cambiare.
Servono strati di parole.
Le piramidi verso il sole.
Ridondata cresce alta.
Si prepara al grande salto.
Simboleggia la ragione.
Questa è l’ora di religione.
Kalimmudda ipsum dixit
Ndr : https://www.vaticannews.va/it/preghiere/magnificat.html

Nessun commento:
Posta un commento