giovedì 29 agosto 2024

2024 08 28 – Counter Exodus

2024 08 28 – Counter Exodus

 

Sono finite le ferie augustee.

Latina invenzione per il gaudio comune.

Agognato meritato riposo.

Dopo avere sudato sotto il sole afoso.

La fortunata porzione di mondo tranquillo riprende a girare nella sua ruota.

Che non si è mai fermata ma solo altrove dislocata.

Già sento mugugni e lamenti.

Devo tornare al lavoro.

Chissà quanti tormenti.

Senza vergogna tutti alla gogna.

Nel comune contro esodo senza memoria.

C’è chi la memoria la sveglia con il cannone.

E noi siamo qui con l’aria condizionata.

Allora mi ricordo dell’esodo vero.

Quello biblico, quello profetico.

Che più che austero direi misero, povero.

E mi chiedo come possa la memoria venire tanto tradita.

Costantemente calpestata e dimenticata da tutti.

Israele approva tregue temporanee per i vaccini. Intanto vasta operazione militare, Cisgiordania in fiamme

C’è chi si lancia in appelli.

Chi vuole a sua volta aggredire.

Chi si finge utile mediatore.

Chi se ne fotte campione di rimozione.

Mentre il dato di fatto è solo che si muore.

E il sole ribolle iperattivo risucchiando le anime morte

Io non sono Jahvè e nemmeno Mosè.

Ma possibile che non sentiate nemmeno il vostro dio.

Non fingete che non comprenda quei culti citati.

Non fidatevi del vostro cazzo di iron dome.

L’unico scudo che vale è quello del verbo verbale.

E non si aprirà su di voi.

E non si tirerà dietro nemmeno noi.

Esiste solo una via.

Indicata dal tempo di esodo.

Sfruttare la forza della somma di parole.

Che girano nella neurosfera.

Approfittare del contro esodo

E tornarsene indietro.

Nei fatti e nei tempi, fuori dai templi.

E’ ora di contro esodo.

Militare e mentale.

Israele non crede alla potenza del dio sole.

Male.

E’ ora di rientrare, di ritirare.

Perché può persino celare tetre metafore.

Ma avete bisogno di un rinforzo.

Il wordsdome, lo scudo verbale per combattere il male.

Ecco che ve lo da la potenza musicata .

Inni di pace da un palco di stelle di chiaro fulgore solare stellare.

Guardare, ascoltare.

E poi fare.

Da bambino feroce.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Counter Exodus

All stars con imperdibile rispetto



 

 

mercoledì 28 agosto 2024

2024 08 28 – Tra culti mitraici, mitra e scudo verbale

2024 08 28 – Tra culti mitraici , mitra  e  scudo verbale

 

Nell’universo della mia pazzia ho una nuova teoria.

Lo stato confusionale generale è più che imperiale.

E’ universale.

Bisogna risalire ad antiche origini e moderne incomprensioni.

Quelle tra mitra e mitra.

Divinità di culti solari e innovazioni di guerra più mortali.

E ad una notizia che lascia di sasso.

Che ci si chiede chi lo tira, il sasso.

Nello stagno della neurosfera.

E quanto gravi sono le onde nel mare del campo ristagno.

Ci siamo scordati di quanto piccoli siamo.

Proprio in senso astrofisico, sine metafore.

E l’importanza dello scudo verbale.

Un conto è venerare la stella solare.

Altra cosa è idolatrare la capacità di quanto sparare.

Voi credete che il nesso sia lontano.

Ma invece procede e si instrada.

Questa storia dei droni ricorda il salto involutivo di quando si inventò la mitragliatrice.

Subito oggetto di culto l'innovazione del mitra.

Questa guerra distante crea devastazione e dolore.

Per facilità da mancato contatto.

E' cattiva più di prima per squilibrio sulla gente.

E voi dimenticate sempre l’onda generata nell’universale gravità.

Con la sua reciproca risacca.

Il vero armamento lo chiameremo wordsdome.

Ovvero scudo verbale.

Che vedrete se ci serve.

La notizia non è stata filata manco de pezza.

Tutti intenti a spararsi.

Il sole è iperattivo.

Bombardato di dolori corazzati, assorbe e assorbe.

Fino a che ci riscaracchia via con i suoi venti.

La profezia dei Maya aveva un fondamento.

Basato sulle pulsazioni stellari e sul battito solare.

Quella volta ce la siamo cavata grazie ad una compatta neurosfera.

Girava come vinile con i suoi rotori di parole ancorati ai centri di gravità della mente.

E scavò una grande ansa nel tessuto dello spazio.

Quello che vi piace chiamare spaziotempo.

Senza fondamento perchè il tempo non esiste.

Quel che c’è è solo il motospazio gravità.

Nella gravità e nel suo campo omnipervaso.

Dentro questa ci scavammo e nascondemmo come blatte.

E l’onda lunga gravitazionale ci passò sopra.

Come fossimo surfisti nel tunnel.

Eravamo protetti da una scudo o una trincea.

Fatta di parole e di pensiero.

Attaccati all’universo intero.

Una neurosfera più compatta.

Non sfrangiata in mille rivoli.

Tenuti insieme con fragili sacchetti di sabbia.

Se arriva adesso un’onda, ci si sbatte dritta in faccia.

Non abbiamo un pensiero solido.

E allora sì che si riparte tra millenni.

Sempre se torniamo indietro con la risacca del tempo.

Che a fare moto avanti e indietro invece si che è buono ed esiste.

Diremmo moto ondoso.

Perciò Kalimmudda dice venerate il sole come dio.

Come in antichi culti di proto religioni.

Costruitevi bastioni coi neuroni.

Resteranno nel vinile che ci avviluppa e gira e sfila.

E seppellite il dio mitra.

Ricostruite l’identità umana a partire dal dio sole.

Con tante scuse al troppo spesso arcano vaticano.

Che i segreti della scienza noi sappiamo che li sanno.

E pregare sì funziona.

Ma spesso non sufficie mica.

 

Kalimmudda ipsum dixit.

Lo sciopero del sole, 

All'incontraire.

 

 


 

domenica 25 agosto 2024

2024 08 25 – Neurosfera in subbuglio per figli in travaglio

 2024 08 25 – Neurosfera in subbuglio per figli in travaglio

 

Si naviga a vista.

Ma è tutta una svista.

Ogni terra è un abbaglio.

Umane frattaglie.

Si perde la direzione.

Non c’è più compassione.

Come pensi è uno sbaglio.

Sempre le stesse guerre dovunque.

Si diceva quocumque.

Sete di devastazione.

Latina tacita riflessione.

Fame di altro.

Quando non si sa cosa dire meglio tacere.

E invece no, preferisco tenere viva la memoria.

Che certe volte si abbia in gloria.

Cogliere piccoli spiragli.

Di speranza un gorgoglio

Ma io lo dicevo che il pensiero era in un pericoloso  ingarbuglio.

In un lucido impero di confusione.

Più che seguire una logica è tutto un intruglio.

Come quello dei nostrani volpini.

Quelli che sparano minchiate a salve.

Salvinee macedonie.

Confusione anche in altri imperi.

Ma tu pensa di che mi devo stare a preoccupare.

Ci volevano le loro beghe elettorali.

Corse di bighe come due millenni di circo fa.

Ma l'America è lontana.

Dall’altra parte della luna.

Che li guarda e anche se ride.

A vederla mette quasi paura.

A pensarci nel futuro.

A me mette davvero troppa confusa paura.

Now if the J turns out to be R I do care.

Or I do not care?

Now if the 6, turned out to be 9, I don’t mind, or I do mind?

Now if the J turned out to be R, I don’t care, or I do care?

If six turned out to be nine, I don’t mind.

And you are wrong.

‘Cause we have our own world to care about.

And I ‘m not gonna copy U.

To be or not to be, this is the problem.

Questa è la memoria che dovrebbe continuare a fare la storia.

Mamma mia quanta paura.

Per mia figlia alla futura.

Un Kennedy jr2 si ritira e appoggia Lou Trump

Se non ci credete cliccate per vedere tutto il testo.

Io devo fare l'esorciccio musicale.

Aveva ragione quel menestrello di Fortis.

Kennedy si, quello un vero uomo.

E prima di ogni guerra dichiarava così.

Per sempre tu sempre tu, sempre, Marylin.

Sempre dell’egemone stiamo parlando.

Seppure in gran stato di confusione.

Sempre noi la pagheremo.

Quella qui sotto che ci salvi è  Futura Vittoria.

Io sono pieno di orgoglio.

Che l’ho fatta anche io.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Kennedy si quello un grande capo

 

 


 

sabato 24 agosto 2024

2024 08 24 – La carenza idroalimentare è una bufala pazzesca

 2024 08 24 – La carenza idroalimentare è una bufala pazzesca

 

D’altronde come l’intelligenza artificiale.

Ecco cosa mi frulla in testa da giorni.

Volano missili, bombe, droni.

E tanta roba da coglioni.

Ma intanto volano pure semi.

Mentre impera ovunque ancora la fame.

In tutto ciò c’è grande confusione di rotta sia della scienza che generale.

Dimenticato il settore primario con le sementi, che nostalgia.

Ricordo il gruppo Ferruzzi che come oggi fanno tanti, aveva la sua società dedicata all’avanguardia.

Si chiamava Agra, faceva ricerca e produzione di sementi.

Selezione varietale, presumo già con qualche capatina genetica.

Per resistenza ai parassiti o per rese e rendimenti.

Comunque oggi ero in giardino, dal quale se mi staccate mi uccidete.

Io sono misura e lì ci computo l’avanzamento della revoluzione perenne.

E l'ordine naturale delle cose.

Rimiravo con rifulgente meraviglia il trifoglio dalla forza di capodoglio del diorama.

Due mesi estivi senza acqua su substrato giallo Sahara, esposto al sole di pieno sud.

E’ cresciuto 15 centimetri, è fiorito, fatto frutti, aperto semi, riprodotto e ora è pronto.

A morire, ma si fa per dire, è solo il suo ciclo naturale.

Mi è rimbalzato tra i neuroni il progetto col cuggino di irrigare il deserto.

Per produrre cibo vero anziché roba fossile.

E mi è venuto anche in mente quando ho scritto di costruire acquedotti sullo stretto.

Mica ponti sullo strutto, meglio un bello acquaponte anche se da noi l’acqua finirà.

E allora sono cazzi, vi hanno messo in testa.

Che paura, tutti morti nelle nuove guerre per il pane ad acqua.

Ecco questa è una cagata pazzesca.

Questo mondo è pieno d’acqua.

Per coltivare basta togliere il sale o anche no.

Avete pure altre due strade.

Selezione varietale o eugenetica vegetale.

Che paura gli organismi geneticamente modificati.

A parte il fatto che ne sarete già imbottiti.

Per volontà o per perenne evoluzione di biodiversità.

Che dall’uomo si difende, come fosse un nematode.

Spacciare guerre o esaurimenti alimentari come inevitabili è semente di paura sulla quale imperare.

Ma io so che posso vedere mais o grano alto più di 10 metri e pure a chiocciola.

Che per il raccolto mi serve l’ascensore, settore indotto.

E per l’acqua niente aquaponte da volpini macedoni.

L’acqua si prende dove c’è, nel mare.

E’ questione di priorità nell’investire.

Ma se poi a qualcuno in zona gli scappa da tirare un missile, ecco che torna utile pure Israele e le sue armi.

Noleggiamo Irondome con un grazie preghierina pure nel cattolicissimo nostro dòm.

Quello nato per politiche questioni in sospeso tra un cristo unto e l’impero romano.

Intelligenza artificiale, che cagata planetaria.

Quante cose si possono fare intelligenti naturali.

O almeno circa.

Perlomeno intellettuali.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Desert rose

 

O sarà lo spirito santo ad illuminare la madounnina.



 

 

martedì 20 agosto 2024

2024 08 20 – Ora di religione, magnifica risonanza. La saga dei tigli - Parte II

 2024 08 20 – Ora di religione, magnifica risonanza. La saga dei tigli - Parte II

 

Qui : 2024 06 22 - Ora di ricreazione - La saga dei tigli - Atto I

In memoria di Daniela Damiani 

Sommario

1.      Il pulcino dio. 1

2.      Ora di ricreazione. 1

3.      L’armata cobalto. 2

4.      Nei domini del piccolo popolo. 2

5.      Rituali grottuali e grottesco rituale. 3

6.      Il brrr delle voci delle radici 3

7.      Il gurone Gigetto e la Manolita. 4

8.      L’invocazione profetica. 4

9.      Ignara inseminazione artificiale. 4

10.        Subsogni accappella. 5

11.        Muti come pesci. 5

12.        Dio bottarga, Dio cefalo, 6

13.        La scoperta dei ricottari redivivi. 7

14.        Il clero e il pulcino che non era Dio. 7

15.        Il piccione Gastone e la mugile pugile. 7

16.        I sopravvissuti, Gastone e la risonanza del clero. 8

17.        Magnifica risonanza. 8

18.        I neuroni della pace. 9

19.        Il diorama del dio rana. 9

 

 

 

1.     Il pulcino dio e l’ora di ricreazione

Mio tenente che guardi il verso, e il verso non somiglia a te.

Così canticchiava un coro di voci invisibili dalla oscura verzura.

Mentre il tenente bighellonava tamburellandosi le cinque inutili dita.

Meno male che non gli assomigliamo pensarono le voci di un certo peso.

Per inciso verso è quella roba che noi chiamiamo uni.

Il che per sempre utile logica già presuppone il du, il tri, il multi e il tanti, il tantiverso.

Ecco un bel soggetto pieno di versi.

Un uovo, un buco nero gemello, un lancio perfetto, un rigurgito cosmico, pieno di versi.

E poi anche il verso di un animale, di una strada, di una maglietta o il verso di un poema epopeico o no.

Poema epopeico giusto appunto ante testamentario.

Comunque così era andata quella ora di ricreazione benedetta.

Una espansione del verso, un grido di principi di base, le dinamiche fondanti e tanta altra roba che entrasse tutta dentro un uovo pieno di quanto basta in totipotenza, qbit.

E l’uovo crebbe, diventò il pulcino dio, giocò con versi ed elementi ed alla ennesima schiusa scaracchiò in faccia al poveretto, mentre era ancora in adamitico costume di colore sbiadito in gradazione di marrone.

Il più cheap tra tutti quanti i colori, perché fatto di terra ed appunto di scaracchio oleoso, a causa della grassa pantagruelica digestione in corso.

Poteva aspettare di finirla in effetti, ma così non fu e così sia.

Tra scaracchio e polvere di povero marrone, l’uomo appena nato non poté trattenere la bambina blasfema.

Vacca madonna che culùr de merda questo primate, cominciamo bene.

Ma il pulcino dio oramai si era partorito e dipartito alla volta della conquista del verso.

 

2.     L’armata cobalto

Alla fine dell’ora di ricreazione era dunque rimasto questo nuovo versomondo.

Popolato di molti tigli senza figli, sotto il vigile occhio di una invincibile armata di tenenti d’ordine.

Era piuttosto una brigata, non diremmo proprio una armata, ma pur sempre a mano armata.

Non si capiva a quale mantenimento d’ordine fosse preposta, visto che l’umano principe del casino si era fatto arboreo.

Ma d’altronde la domanda si poneva anche nel vecchio verso.

Quando camionette e volanti arrivavano volando nel loro inutile cobalto per impaurire i disturbatori e proteggere i consumanesimatori, che compravano e pagavano qualsivoglia nefandezza e porcheria.

L’armata era rimasta battagliera per proteggere nell’ora del qui e del lì quel quid di status quo di nostalgia.

Ed era rimasta immune alla centrifuga del gran risucchio e risputacchio tra i binari buchi neri.

Insomma, era rimasta imbelle nel verso di là nascosta giù nelle mimetiche frequenze blu cobalto, colore dei più ricchi fatti di gioie e lapislazzuli.

Ma non avevano perso il gusto per il loro gene predisposto ad arroganza e dominanza.

Erano solo più dissimulati di gentilezze e pedagogia, in realtà demagogia.

Ma pur sempre protettori di ricottari, spacciatori e di spese appropriatori.

Si erano salvati dalle orde sciamaniche di pulci e hapi e topi perpetui, grazie proprio alla mimesi in cobalto.

Blu invisibile ai ragni che potevano percepire solo il colore verde e qualche ultravioletto.

E se non può un ragno perché mai dovrebbe potere una pulce, pur dotata di tantipotenza.

Come sia sia, non percepiscono il colore blu divisa, e nemmanco se cobalto.

Voi direte e ‘mo che c’entrano pure gli aracnidi.

C’entrano, centrano, per questioni di metafore di bozzoli di reti, di aracnofilia.

 

3.     Nei domini del piccolo popolo

Pedagoghi e demagoghi, oramai inutili manipoli erranti, con ancora una gran paura dei linotipisti.

Erano tutti tenenti questi pedagoghi, che solo pochi percepivano già essere strumenti demagoghi.

Senza nemmeno potere immaginare cosa serbava il futuro.

Sottile confine quello tra demos e pedos, che sarebbe servito al discernimento del vetusto consumanista.

Col suo germe predatorio camuffato di appropriazione da accumulo per futuribile sopravvivenza.

Un giorno di pattuglia, sempre in cerca di qualche disgraziato da spaventare "se tu non consumare", il capotenente trovò una targhetta, con stampigliato un chiaro indizio.

Prodotto nello stabilimento di Mondragone per conto di un vaticano pontificio vaticinio.

Oscuri presagi offuscarono la sua mente monocromatica di blu.

Scivolare giù, arriva sempre il momento in cui devi scivolare giù, fino in cima al blu, canticchiò.

L’invito al blu era chiaro.

Radunò la brigata armata, e una volta caricata cavalcarono le volanti alla volta della porta segreta, non a lui.

Si era però dimenticato che i tunnel scavati dagli uomini talpa, per conto delle 'ndrine per diffondere la piaga del contrabbando del caciocavallo, erano piccoli e bassi.

La volante non ci passava, bisognava camminare sotto la terra pure in una ostica posizione a schiena curva, poco confacente ad un grado da tenente blu cobalto.

Ma strisciando e carponando l’armata, era entrata nei domini del piccolo popolo degli ultimi uomini, i talpa.

Maledetti folletti, lo perseguitavano fin da tempi lontani delle aree cani con le buche pensò.

E per non seppe quale alchimia di voci da radici di tigli, il nome cobalto gli rimbalzava tra i lobi, con un certo dubbioso rimbalzo tra si e no.

Cobalto.

Mica ti arrivava dal greco kobalos e poi dai folletti maledetti dai minatori tedeschi che li incolpavano di nascondere l’argento con invece dell’inutile kobolt.

Troppe occorrenze per essere coincidenze.

Mai avrebbero potuto immaginare che futuristicamente sarebbe servito a colorare le divise militari senza usare il lapislazzulo.

Rese ancora più care in un inutile sperperare dei soldi dei contribuenti prima demagogozzati e poi spariti.

Fioriva l’industria del monocromo blu cobalto colorante di cui tutti si vestivano sia per mode che ordinanze.

Gottkobolt pensò la solita blasfema bambina dopo varie reprimende.

Gente inutile fin dalla divisa, mentre in realtà ghignava per lo scherzo.

Dionanetto, si concesse un Gottkobolt, un dio folletto.

 

4.     Rituali grottuali e grottesco e rituale

Come sia sia si arrivò orbene a Mondragone di sotto, ma invece della 'ndrina centrale piena di caciocavalli che in quella cantina avrebbero potuto invecchiare in pace anziché in polvere, il tenente aveva condotto tutta l’armata a scoprire le catacombe dei superstiti di umani.

Nascosti in sette protette sotto le volte dello spazio centrale, si riunivano ogni giorno in un’agorà sotterranea.

Con di mezzo pure un fiume o forse un torrent, non ricordo bene, ed un lago bello azzurro anzi no bello cobalto.

Era la grotta sacra, dove officiare riflessioni grottuali, tra grottesco e rituale.

Kalimero, Katagea, l’Ermellotta sincronizzata, lo scoiattolo altra via, il cyborghese, il ricottaro, il proletario, l’inappco, il satanasso e tutti gli altri personaggi che un autore lo avevano trovato, quel giorno furono convocati a rapporto dal gurone Gigetto, grande domino d’astronomia, un po’ guru un po’ santone.

Domino siddetto ad evocare il flusso di cause ed effetti che una prima tessera caduta avrebbe innescato.

Le tessere, ancestrale roba anche detta essedì, erano piene di informazioni del domino.

Piene di qbit, parziali repliche del quanto basta in totipotenza,

Solo l’aquila astigmatica Renata si diede assente, stante la sua incapacità di muoversi da dentro al filo d’erba in cui si era reincarnata nella sua ultima reincarnazione di fine karma.

Promise di partecipare alla convention in teleconferenza empatica, attraverso gli occhi della sua amica Maestra Ermellotta, divenuta sincronizzata con la montagna proprio per merito di un’aquila di specie.

Alcuni riflettevano sulla ormai attuale occorrenza che il destino vegetale fosse la vera meta terminale verso cui gli abitanti del mondo umano dovessero tendere.

Qualcuno si chiedeva, addirittura, cosa si potesse mutuare dal regno vegetale per estrarre cibonergia da dove ce ne fosse, contribuendo così ad eliminare il problema della fame nei mondi, che molti riconoscevano discendere dal principio dello stomaco ingordo per rapporto ad una metafisica mano invisibile, ideologicamente inventata ad arte da certi ricottari dei tempi addietro.

Ah, le ideologie, brutta faccenda; delega di pensiero ad altrui pirati legittimati corsari, che impregnati di io lo estrinsecano nelle più sofisticate forme di manipolazione e demagogia sempre tese all’approprio ricottaro.

Alcuni graffitarono un epitaffio per i posteri senza saper perché da lì sottoterra.

Nati da un alga trascesero, dopo milioni di anni di vicissitudini, in un lontano parente arboreo dell’alga stessa dentro cui si estinsero nel gaudio generale.

 

5.     Il brrr delle voci delle radici

Un po’ come il cobra non è un pitone, il brrr non è un drrr, quello di hapi, droni e piccioni, per capirsi.

Brrr è il suono delle voci delle anime nei tigli, quelli con dentro i figli.

Brrr è il suono delle parole della neurosfera, circolante tutto attorno a noi lasciando scie di luce.

Si ritrovarono, dunque, in una strana stanza sferica, traslucida e semitrasparente.

A miglior vista una grande parete d’alabastro appena elastico separava l’antro in due.

Era una parete a specchio, che lasciava vedere solo attraverso un lato.

Grandi fasci invisibili ruotavano sincronizzati all’intorno di essa, generando gravitonali campi elettromagnetici invisibili alla vista per quella sorta di alabastro, ma percettibili da chi avesse avuto sensi abbastanza acuiti.

Era un “brrrrr” sommesso, sotto le frequenze umane per intendersi, che brrrrava ad una certa frequenza di ritmo, orchestrata in ordinate sovrapposizioni geo metriche.

Si poteva immaginare una rete che ricoprisse tutta la terra, come una rete da pesca, e il brrrrr che la percorresse ovunque, suonandola di nanocolpetti, come una curiosa conghetta.

Il primo a percepirlo, quel “brrrrr”, fu lo scoiattolo, grazie alla sua densità pilifera, ovvero il rapporto peli/cm2 di pelle, in rapporto largamente privilegiato rispetto a quello degli altri interlocutori.

Alcuni aspettavano e conoscevano quel “brrrr” come “il grande brrrr”.

Altri lo conoscevano come un costante flusso di piccoli schiaffi, ceffoncini, che un tal signore si prodigava a tirare alla terra, sin dall’alba dei tempi, sia per farla girare sia perché’, da quando erano comparsi gli uomini, questi avevano iniziato a meritarseli.

D’un tratto, tra i campi elettromagnetici apparve il grande domino in persona.

Non ne conoscevano il nome, ma fu subito chiaro a tutti che era proprio un gran signore.

Il signore, per le ragioni della sua padronanza del grande “brrr”, era conosciuto come Signor Gravità, per alcuni signor Gigi, e per altri deviati addirittura punto, ma spesso veniva chiamato anche con appellativi di peso come schiaffatell’ncapa a mazzeutine, sberlacchì, sventolachesuing e tanti altri.

Restava il fatto che la terra era piena di facce da schiaffi, il che giustificava ancora la persistenza in esistenza del signore Gigi stesso.

E fu religione.

 

6.     Il gurone Gigetto e Manolita

Gli umani erano ancora troppo giovani per cavarsela da soli.

Proprio per la sua natura di “ceffonator d’umano”, quando Gigi apparve tutti mormorano stupore, perché’ egli aveva assunto giustappunto sembianze umane, e profferirono un unisono “ohhh”.

Privo d’orpelli e di fronzoli Gigi, troneggiava l’umiltà imposta dalla sua posizione di preminenza, reggendo uno scettro di verdi binari, che finivano intrappolati dentro una minuscola tesserina di memoria, Manolita, che in quell’universo tutti conoscevano e veneravano anche come “Ramona”.

Fu il primo synfisico frazionare dell’unitario tutto, tale per cui gente venuta dall’est predicava che era uguale, mentre gente venuta dal west etnocentrava a suo piacimento

Era la nano tessera delle verità, nano monolito, ovvero nanolito, che alcuni vezzeggiavano appunto in Manolita, del color d’ossidiana e di grafite, d’antracite, che per qualche diavoleria di stregoneria conteneva tutti i libri e gli scritti e le cose mai dette, pensate o successe all’umanità.

Una piramide di segni aggregata con la tipica forma di salame cremasco, quello a pere simmetriche.

La congrega di ascoltatori, alla vista del nanolito, mormorò quello che a tutti suonò solo come un ahh, alto celante il sottofondo di bassi infrasuoni del brrr.

 

7.     L’invocazione profetica

E mentre quell’ “ahhh” invece che perdersi in dispersione, cavalca nel lontano infinito, e il mormorìo sembrava solo affievolirsi, Gigetto spezzò il nanolito in due, come fosse stato un pezzo di pane, lo alzò verso il cielo sotto gli occhi dei suoi astanti pietrificati nell’estasi, e pronunciò la frase magica che avrebbe dato inizio all’incantesimo: “che la verità scorra nell’ acqua e che l’acqua arda come fuoco”.

Nessuno, ma proprio nessuno, riuscì a comprendere il riferimento alle hapi, pulci e topi perpetui coi mitocondri a idrogeno dell’ora di ricreazione.

E nemmeno quello all’acqua mutante, che muta come pesci ma piena di versi.

Gigi diede inconsapevole inizio a nuova vita e gettò le due metà della nanolitina una in un bicchiere d’acqua e l’altra nel fuoco del camino.

Aspettarono e aspettarono, ma non successe niente di notabile, men che meno di notevole.

Nessuno si curò delle memorie dei tempi antichi, in cui i nanolitini sciamavano leggeri portando parole, conoscenze e informazioni in tutti i media mezzi a disposizione.

Qualcuno tra i più giovani azzardò che quello scelto da Gigetto non fosse il modo più appropriato di usare il nanolito, che forse funzionava diversamente.

Molti annuirono convinti e iniziarono a schernire Gigi.

Nessuno poteva vedere quello che l’occhio umano era progettato per non sentire ma percepire.

Il cosmico infrasuono del grande brr.

Il grave suono delle parole e dei pensieri, con tanto di scie lasciate in aria

Gigetto si fece preda di un inaspettato empito di furore e gridò: “silenzio miscredenti!

“E’ scritto nel sacro libro che l’acqua porterà verità e brucerà come fuoco".

E fu ancora religione.

 

8.     Ignara inseminazione artificiale

Tutti tacquero.

Solo Kalimero non ancora Kalimmudda pigolò timoroso: “ma se sono simboli forse vogliono dire qualcosa di diverso”.

Gigetto lo fulminò con lo sguardo.

Kalimero si sentì percorrere ovunque da una vampa di calore e tutti si rimisero in attesa.

Al calar della sera, quando oramai era acclarato che non era successo niente, tutti si avviarono sulle vie di casa, lasciando il meditabondo Gigi a riassettare la piccola agorà che egli stesso aveva immaginato essere quella porzione di spaziotempo in cui si trovavano.

Spente tutte le candele votive, ad eccezione di una per avere quel poco di luce necessaria, Gigi gettò il bicchiere pieno dell’acqua nanolitinizzata sul fuoco, e poi raccolse la cenere stessa, oramai inumidita e già nanolitinizzata in magnetico segno opposto dalla mezza tessera ivi volata in precedenza.

Gigi si avviò verso il fiume, che scorreva torrentizio a pochi passi a causa della primordiale geolocalizzazione del villaggio proprio in prossimità di quella evidente manifestazione divina che erano le sue spire e anse di anaconda, e gettò tutto in acqua con tanto di teatrale gesto a spaglio, speranzoso che le divinità gli arridessero o per lo meno sorridessero.

Invece niente, le divinità si confermarono latine, malavitose buttatesi latine. 

E restarono latitanti.

 

9.     Subsogni accappella

Gigi considerò chiusa la questione, rientrò nella sua capanna e si coricò sul giaciglio di paglia.

Dato che non riusciva a prendere sonno, si mise a ripensare ad alcune bizarre teorie sull’evoluzione che per qualche oscura ragione gli rimbalzavano tra i neuroni e, mentre lo faceva, continuava a chiedere lumi agli dei nella sua testa, senza indugiare sul fatto che proprio perché’ nella sua testa, gli dei avrebbero potuto benissimo essere una sua creatura.

Ma quella era troppa roba per il povero vecchio, che restò concentrato sul perché’ non avesse funzionato il rito propiziatorio, senza neppur sapere bene cosa avrebbe dovuto propiziare. Si può dire che lo riteneva un propizio generalista, di stampo umanistico.

Un generale inno al fine inverno della ragione, merito o colpa di ogni religione.

Credere e non sapere, quella proprio non la digeriva.

Qualsiasi cosa ciò volesse dire, non ci pensò due volte e sentendosi guidato dalla forza, della mente, si recise il prepuzio con tanto di scappellamento al centro ma non a destra, preveggenza di future dominanti monoteistiche religioni.

Ululando melodie di dolori dalle cappelle liberate.

In tutto questo farneticar di neuroscensazioni, che sembravano sempre più arrovellate in un ammatassato crogiuolo di psicopippe, gli dei mantennero coerenza assoluta.

Come solo degli dei sanno fare.

Gli dei restarono muti.

 

10.  Muti come pesci

Ciò che Gigetto non poteva immaginare era che gli dei in trittica trinitera trinitiade stavano invece lavorando, eccome.

Seppure a sua insaputa.

Tutto nacque da una Manolita spezzata, ingollata, mangiata e digerita.

Ma fu proprio la visione ittica che indirizzò le parole dei sogni di Gigi, le quali parole nei sogni sono immagini, verso la revisione trittica che avrebbe avuto grande rilevanza nei tempi futuri.

Gigi ebbe infatti questa visione, questa illuminazione, e la luce ricucì delle sinapsi perse nei meandri delle sue memorie antiche, archetipiche, sedimentate nelle sue cellule e molecole.

Quello che Gigi vide fu una trinità ricomposta, dalla vaga seppur per niente vacua somiglianza elettrica trifasica, che pure lui non poteva sapere di conoscere perché’ la sua divinità fluviale sembrava energeticamente e decisamente monofase.

Ma conosceva bene la trinità trifasica classica, fatta di fase in discesa, in salita e in neutro.

Padre, Figlio e Spirito Santo.

Vide limpido il senso elettrico profondo che richiamava una riproduzione bipotente.

La prima, padre e figlio, per via sessuale, con la visione classica dell’evoluzione che procede per mutazioni recepite interne, tentativi, e poi forse sopravvivenza del più adatto garantita dalla biodiversità.

Oltre a questa, vide una seconda riproduzione assessuata, veicolata da gravi onde che trasportavano informazioni, come fossero spore, le quali si innestavano sul supporto biologico della prima attraverso i secoli, determinando tutti quei salti altrimenti inspiegabili.

In qualche modo Gigi sentiva una creazione costante.

11.  Era la creazione costante

Perenne da sempre, veicolata in raggi cosmici imbrigliati a volte in nano tessere, che procedeva al rilento ritmo del “quando le generazioni saranno pronte”.

Perché’ sapeva che l’evoluzione di un sistema adattivo complesso procede sì per autoconfigurazione e auto emergenza, ma in apparenza un po’ a caso, quando le fa comodo.

Per tentativi, insomma, ma tutti intrisi di quanto basta in totipotenza, 

Si vide immerso in un bagno di un campo che tutto permeava fatto di informazioni.

Le quali si attivavano solo al verificarsi di certe circostanze.

Questo era il motivo per cui gli uomini crescevano, in statura come in numero, con prestanza sempre migliore in ogni campo.

Nel sogno non seppe ricondurre il tutto alla utilità della dannata biodiversità né della numerosità.

A che serviva avere un cefalo o una spigola o una orata o una triglia.

Perché non bastava una spicefalorata.

Cercò nella coscienza vigile un modo gentile di presentare la questione ai discepoli in attesa.

La questione doveva essere faccenda di utilità mutevole per la conservazione del codice qbit.

Una muggine serve solo a fare un uovo di muggine che serve solo a fare un altro cefalo, che prima che morto ne feconda un altro che qualcuno altro se lo mangerà.

Cercava un modo di non spaventare il suo gregge di discepoli, che erano piuttosto un branco di cefali non brillanti di iniziativa, ma alla fine non lo trovò.

E si addormentò.

Iniziò a sognare come comunicare questa sua nuova visione, memore degli sberleffi, forse anche meritati, dell’ultima volta, ma soprattutto consapevole delle paure che avrebbe potuto generare.

Guardò la questione da mille prospettive, ma non ne trovò nessuna edulcorante.

Uova di cefalo, siamo solo pezzi di codice di cefalo.

Dio cefalo, esclamò la bambina blasfemina sempre più emarginata.

 

12.  Dio bottarga, Dio cefalo

Questa è religione, e pure a lunga conservazione, echeggiò la bambina.

Mentre Gigi continuava a dirsi che doveva trovare un modo di comunicare che non facesse paura, anche se lui non ci vedeva nulla di pauroso.

E anzi, percepiva come benefica tutta la questione.

E pensava che bisognava dirlo, altrimenti non si sarebbe stati veritieri e la verità non avrebbe imperato.

Mentre la verità era il valore che invocava sempre come portante per la civiltà dell’intelletto.

“Anche se a prima vista può fare impressione, poi passerà”, si disse dunque, invocando l’aiuto del tempo.

“Ed in ogni caso è già successo; e inoltre succede da sempre.”

L’immagine più di sintesi che riuscì a focalizzare fu non troppo rassicurante, almeno per chi avrebbe ascoltato.

Siamo tutti mutanti, ma mutiamo verso il bene del grande disegno.

Pensate che una scimmia potrebbe essere nata da un ciciniello di bagnoli.

E noi saremmo figli di cicinielli per disegno dell’ordine naturale.

E un giorno comunicheremmo da mente a mente.

Sulle onde della gravità veloci come luce.

Per tutto l’universo.

Si immaginò a tranquillizzare tutti mostrando le evidenze dei miglioramenti.

Alla fine decise di scrivere il discorso da tenere, perché’ a immaginare sono buoni tutti, ma poi il pensiero va costruito e per metterlo in linearità la scrittura era, almeno per allora, il mezzo migliore che conoscesse.

Decise di intitolarlo “il discorso di neutrale valore”

Ciò fatto concluse rassicurandosi da solo, al pensiero che la verità è rivoluzionaria, e una volta tirato un sasso in uno stagno, lo stagno non sparisce mica.

Ancora non capiva cosa c’ entrassero in tutto questo i nanoliti, ma sentiva che c’entravano.

Ripensò a quel modo di dire che “gli dei erano muti come pesci”, e ipotizzò che c’entrava l’acqua.

E naturalmente le uova di cicinielli.

Gli balenò in mente che tutto questo potesse avere un legame con la domanda di cosa ci nutriamo.

E mentre stava per pensare all’acqua, all’ossigeno e all’idrogeno e ai mitocondri, prima ancora di farlo si svegliò, facendo svanire per il momento tutte quelle questioni di elementi elementari.

Dimenticando hapi e pulci immortali e topi perpetui e cefali muggenti.

Evoluzioni di terra, di cielo e di mare!

Dio bottarga, esclamo la bambina blasfema.

Questa sembra roba da fascista, retrogrado salto evolutivo all’indietro.

Ci mise a rinforzino pure un altro dio cefalo.

Che nasceva puro bianco bello ciciniello e diveniva un mangia merda portuale.

 

13.  La scoperta dei ricottari redivivi

Alla circolazione di tutti tali pensieri di scienza, qualcuno iniziò a dubitare del bisogno di fiduciosa fede.

E si affidò alla ragione che divenne religione.

Sapere mica credere.

Seminati dissidenti si addentrarono in terreni inesplorati.

E scoprirono fatti e dati, scienze e saviezze.

Oltre pure ad alcuni altri sopravvissuti.

Erano i ricottari, la popolazione dell’oltre sopramezzo.

Del sopra o del più.

Quelli che di riffa o col raffio da predatoria tonnara se la cavavano sempre, anzi sempre meglio.

Erano scampati all’ondata di genetica tiglieria.

Artiglieria dei tigli.

Nascosti vivendo in regge al volgo surrettiziamente espropriate coi consumi quotidiani goccia a goccia.

Indebitamente appropriatisi quatti quatti del plusvalore del capitale.

Erano infatti noti come imperialisti dei capitali, accumulatori seriali capitalisti.

Detti ricottari perchè la ricotta viene a galla da sola senza fatica.

Mentre alla mignotta viene da succhiare la minchia e infilarsi la brogna.

Certamente con maggiore fatica del ricottaro.

Dio ricottaro, disse ovviamente la bambina blasfema.

 

14.  Il clero e il pulcino che non era Dio

In effetti quelle grotte alla mon dragòn erano spacciate come cantine per caciocavalli.

Usate da chi non poteva uscire dal rifugio di quegli antri.

Ce ne erano tante in giro, all’insaputa dei poveretti nascosti stanchi.

Rifugio per sopravvissuti alla tiglieria, alla artiglieria.

Nascondiglio per spacciatori di caciocavalli.

E non ultimo, se non primo, erano catacombe per il clero.

Dove venina detenuto il sapere bene celato con mestiere.

Si studiavano le scienze dure, ben nascoste nelle le scritture.

E si era curata ed allevata la crescita del pulcino, da molti creduto messia se non proprio dio.

Era cresciuto e divenuto della grandezza di un piccione comunquista

Ma era tutto di colore marrone, proprio per distinguersi dai piccioni drone del viale dei tigli.

Si chiamava in codice.

Il suo nome di guerra era Gastone e si stagliava nel suo colore per non essere confuso drone piccione.

Perciò l’avevano sequenziato marrone.

Cloro al clero, pensò la bambina blasfema commiserando il volatile colorato come le merde dei cani.

 

15.  Il piccione Gastone e la mugile pugile

Il pulcino pio per quanto pio non era dio.

Per evidenti esigenze di scena volava planando sulle ali come un gabbiano.

Ma era pur sempre un piccione, nato giallo, cresciuto marrone e desinato a kali nero funereo.

Come altri piccioni mica droni, rilasciava elettroniche deiezioni che si innestavano fino dentro ad ogni osso.

Erano deiezioni assai avanzate.

Contenevano nani tecnologici, organismi molto piccoli interagenti con i dati informativi fuoriusciti da tessere nanolite.

Le Manolite, quelle già disciolte in acqua e ingollate da qualche branzino o scorfano vagante ma non errante, per poi entrare nel ristretto circolo della generazione tramite uova di pesce.

Le uova di Quanto Basta In Totipotenza, che si credevano esaurite nell’ora di ricreazione.

E invece no.

La vita in acqua nacque in effetti dalla totipotenza della bottarga.

Uova di mugile cefalo a lunga conservazione dalla resistenza di un pugile.

Il cefalo dalla grande testa, chiamato al femminile muggine per oscure esoteriche derive linguistiche.

Le nanolite si erano sciolte nell’acqua con il tremore della neurosfera, di parole e pensieri.

L’elettrolisi le aveva dissociate in un’acqua naturale originaria al ritmo del brr mica drr come i droni.

Era acquavite densa di pensieri e informazioni.

Studiata e osservata da quel clero nascosto di fianco agli umani superstiti, per carpirne il linguaggio senza alcun lignaggio, nelle stesse grotte in cui il ciarliero brusio suonava proprio come un brr.

Le grotte in effetti erano bilocali, divise da una parete molto fine, di fattura a specchio sopraffina e colore dal giallo pulcino al rossastro alabastro, quasi come il piccione in mimetico marrone.

Il clero raccoglieva e veicolava il segnale nelle nanolite Manolite urbi et orbi.

In un disegno assai più ampio tremolando nell’ acqua con la gravità che si tirava dietro anche la luce, attivavano campi congiunti di informazioni e conoscenza.

Insomma, il clero si appropriava delle verità captando capziosamente i campi di informazioni dall’acqua intossicata di CL, numero atomico 17.

In latino Xvii che avrebbe dovuto allertare sfiga, anagrammandolo in Vixi al passato, e quindi già morti.

Alcuni ricordarono quel tale barbone bromuro delle ramblas allergico all’acqua priva di alcole.

Il tutto sotto il vigilocchio onnipresente della pontificia entità disinfestante, o infettante.

E l’acqua alla Manolita venne bevuta, ed anche intinta nel vino in quel simbolico cannibalico rituale.

E così si annidò dentro a tutti i geni.

Dio genico, disse la bambina blasfema pensando alla carta.

 

16.  I sopravvissuti, Gastone e la risonanza del clero

Il disegno del vaticinio vaticano era davvero semplice.

Dove non puote ciò che si vuote e il verbo rimane vacquo, si interviene con la tecnologia.

Non per nulla tanta parte del clero era scienziata per davvero, mica solo dedita alla decodifica teologica.

L’idea era di lanciare stormi di gastoni decollando in segreto da dietro le mimetiche pareti di alabastro.

Una volta in volo venivano rilasciate le mezze nano nanolite programmate per annidarsi nei centri neurali della bontà e della giustezza.

Fino al momento dell'irradiazione.

Era una grande risonanza magnetica.

Allineamenta di spin su porzioni illuminate.

Guidata al ritmo dei fremiti dei battiti di ali dei gastoni.

Che induceva pensieri e parole recepite inconsapevoli dai ricottari credutisi spadroneggianti.

E dunque sempre pavoneggianti.

Ogni essere umano aveva bisogno solo di una certa quantità di soldi.

Tutto il resto serviva solo a fare i pavoni.

Come diceva l’autorevole e amorevole mamma di Forrest.

Dio pavone, disse lei, la bambina

 

 

17.  Magnifica risonanza

La grande risonanza stimolò i ricottari in processione.

Una vera rivoluzione.

Stimolati nel cervello, educati al bene e al bello.

Ma toccò in genere anche ai soprammezzo.

Classe media dotata di scordata capacità di scelta.

Indotti a non desiderare più le vie degli spacciatori del falso bello.

Qualcuno la chiamò la revoluzione dei gastoni, non più tonti coglioni.

Nacquero portali dedicati.

Come www.revospesa.it.

Il consumo da Refaso.

Si potevano comprare quote di famiglie di umani poveri.

Ma intesi vivi, mica da cannibalici riti eucaristici.

Ancestrale era stata la revoluzione delle farfalle dei soprammezzo.

Si sostituiva il modello di spesa.

E si innegiava alla carità che diventava status trendy .

Si gareggiava a chi aveva più familiari adottivi.

Insomma la ReFaSo.

Ma refaso proprio tutto.

Fu proprio la rivoluzione dei gastoni marroni.

Da cui ricottari e sopramezzo venivano guidati e indirizzati.

Al fasto grido di mi scappa la carità, devo fare la carità.

Tutti francescani.

Anche quelli detti gastoniani.

Fu una refaso a bastonante nane.

Colpettini di grave lieve brr.

Sotto gli occhi ammutoliti dei tenenti del cobalto.

Che mai videro tanto ordine imperare nel transumanare del travaso.

Tra chi ha troppo e chi ha niente.

Tra chi ha troppa minestra e chi deve saltare la finestra.

Dio Refaso, non mancò l’immancabile bambina blasfema.

Ma stavolta senza critica.

Con una punta di meraviglia che rendeva giustizia al creato.

Presto osannato.

Risonanza magnificat.

 

18.  I neuroni della pace

E la guerra?

Ma va la, imbecille.

Senza fame e povertà non c’è nemmeno guerra.

E poi al massimo diamo una giratina al manopolone della risonanza.

E stimoliamo i neuroni della pace.

Dio dio, disse la bambina senza più contro argomenti.

 

19.  Il diorama del dio rana

L’ora di ricreazione terminava con un lancio d’uova dritto in centro al buco nero.

E un verso risucchiato e risputato dall’altra parte.

Il diorama concludeva l'ora di ricreazione

Non è un simbolico altarino per pratiche esoteriche.

Quanto scienza empirica applicata e misurata.

Misura dell’evoluzione delle specie.

Varietale e colturale.

Nell’arsa terra giallo sabbia, muore pure la pianta grassa.

Mentre prospera selvaggio un trifoglio dalla possanza di capodoglio.

In un deserto di silicio.

In realtà un artificio.

Terra intrisa di ingiallito solfato ferroso.

Non riceve acqua da due mesi, manco una goccia, per vedere cosa fa.

La terra si restringe, si contrae, si stacca dai confini, si erode.

L’uomo classico razionale immobilizzato con i piedi ben per terra si è fatto d’ossido verde rame.

O verde faccia di bronzo, non ricordo bene.

E’ invecchiato, si è ossidato, nelle sue credenze inchiodato.

Forse ancora quello era verde rane, ecco qui.

Più appropriato.

Se siam nati da un branzino, o assai più spesso da un cesso di scorfano, quello poi si sarò fatto anfibio.

Il bronzeo batrace perspicace osserva l’orbe verde come fosse sua conquista di rapace e se ne compiace.

Ma è un falso mica Gaia, è un verde immarcescente di colore verde marcio.

All’estremo opposto un verdeazzurro scarabeo contrappassa il karma umano.

Simbolico ricorda della fine degli egizi come una piramide o una sfinge.

O come uno scarafaggio scolorito dalle radiazioni del gran boato.

Tutto passa, tutto scorre, mi pareva una stronzata, ma invece pare di no.

Anche il tempo convenzione esiste solo per misurare le varianze dello spazio.

Resta a brillare una sfaccetta illuminata che fraziona la, luce assunta arrivare da una croce del sud.

Dal lato opposto al nostro sottosopra, chissà perché prende il posto della stella polare ma a testa in giù.

E ci irradia di pensiero, di quello proprio di meridione del sud del mondo.

Si è sempre meridionali di qualcuno.

Siamo tutti meridionali

Ci siamo nati, colorati.

Dall’arcobaleno della croce del sud si dispaccia una luce densa nera.

Piena grave di nanonanolitini

Ed illumina l’altarino sulla madonna.

E preghiamola la santa donna.

Che sulla terra può cambiare.

Servono strati di parole.

Le piramidi verso il sole.

Ridondata cresce alta.

Si prepara al grande salto.

Simboleggia la ragione.

Questa è l’ora di religione.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Magnificat - Mina  

 



 

 

Ndr : https://www.vaticannews.va/it/preghiere/magnificat.html