venerdì 15 agosto 2014

2014 08 15 – Sistema Italia. PIL, Capitale Investito e Investimenti.



2014 08 15 – Sistema Italia. PIL, Capitale Investito e Investimenti.
PIL e crescita. L’ Italia è un sistema chiuso. Se ne esce solo con investimenti e bilancia dei pagamenti.
  1. La crescita non è un dogma
  2. I consumi sono una partita di giro
La prima cosa che credo si debba rispiegare è il fatto che i consumi non creano ricchezza.
Continuo a sentire discorsi sul tema e mi chiedo quale delle due sia vera: o io non ho capito niente di economia e continuo a non capire niente, o è vero il contrario.
Ho quindi pensato di fare vedere una cosa che nessuno spiega a chi non si occupa di economia. Il PIL, non è una misura di ricchezza, ma di dimensione. Ci passa la stessa differenza che passa tra fatturato e utile.
Viene convenzionalmente calcolato  in 3 modalità rappresentative di flussi economici di sistema che fanno capire proprio come sia un indicatore di quanto gira una economia. Non di benessere, non di ricchezza, non di sviluppo. Lo diventa, perché indirettamente si assume che più si”gira” l’economia, più ci rimane attaccato qualcosa. Ma non è scontato. Le 3 modalità sono :
  1. PIL dal lato della produzione
  2. PIL dal lato del reddito
  3. PIL dal lato della spese
Come si vede qui sotto, il totale è sempre lo stesso. 1,5 miliardi di euro. Sono sempre gli stessi soldi che girano.  

Non a caso si dice “far girare l’economia”.
Vuol dire che produco per 1,5, generando redditi per 1,5, che vengono spesi per 1,5. E’ sempre il gioco dell’aeroplano. O delle catene di S.Antonio.
Io credo che il gioco a crescere funzionava quando si immetteva moneta crescente nel sistema. Allora questa faceva ingrandire il sistema e indirettamente anche la produzione, i redditi e infine i consumi.
Ma la chiave non erano i consumi.
Era la moneta.
Ma non mi farei indurre in tentazioni di neosovranità monetaria.
E’ provato che la nostra la abbiamo usata male.
Riprendendo un esempio già fatto sui consumi, il fatto è che se tagliassi le imposte di 30 miliardi succederebbe che :
  1. Lo stato ha meno redditi e incassa -30 miliardi
  2. Lo stato spende - 30 miliardi
  3. Le famiglie hanno più reddito per + 30 miliardi
  4. Le famiglie consumano (ammesso che succeda) + 30 miliardi
I punti 1 e 3 fanno parte della tabella “pil secondo il reddito” sulla quale hanno impatto 0. Tabella bianca.
I punti 2 e 4 fanno parte della tabella “pil secondo la spesa” sulla quale hanno impatto 0. Tabella verde.
Ora: è noto che a me ogni forma di zero piace un casino, ma quanto sopra mi pare proprio scavare le trincee per ririempirle.

Riprendendo la terza modalità, quella dal lato Spese (e quindi consumi), vorrei far rilevare che la spesa totale (dati Istat completi fino al 2010) è divisa tra:
  1. Consumi, finali e non, di famiglie e altri. 1.252 miliardi, di cui 935 delle famiglie.
  2. Investimenti lordi. 269 miliardi.
  3. Saldo bilancia dei pagamenti. 39 miliardi.
Nessuno parla mai, invece, della grandezza successiva al PIL, quella che la completa, che è il PIN. Prodotto Interno Netto, che vuol dire al netto degli ammortamenti.
E’ la seconda riga di totale nella tabella a titoli verdi.
Questa, come vedremo, è la nostra nota dolente.
Ma prima una considerazione importante, secondo me.
L’Italia è un sistema monetario chiuso.
Non si possono stampare soldi ne aumentare il debito, che è stata una delle vie tradizionali per influire sulla nostra moneta in circolazione .
E meno male, perché resto sempre convinto che fosse un Ascenseur pour l'échafaud (wikipedia) .
Quindi il punto è che non si possono immettere nuovi soldi nel sistema, e quindi non si può migliorare lo sviluppo (che comunque è cosa diversa dalla crescita) del sistema con le logiche tradizionali.
E’ una scelta obbligata, quindi, quella di ricorrere alle armi in nostro possesso tra le quali, secondo me:
  1. Investire per mantenere efficiente o migliorare il sistema economico esistente. Anche un mobile o un vestito made in italy potrà essere fatto in un modo sempre migliore, e quindi risulterà più vendibile anche se non necessariamente più economico.
  2. Investire per innovare, anche al fine di migliorare la vita a parità di spesa, o inferiore. Una cinquecento elettrica o ibrida a 5.000 euro (forse sono eccessivo) farebbe al caso, ad esempio.
  3. Investire in ricerca per inventare nuove tecnologie, nuovi prodotti, nuove utilità (nel senso di cose utili) anche da esportare. Questa credo che sarà la vera competizione del futuro. Quella sulle idee utili. Che vendute all’estero porteranno moneta in Italia.
  4. Esportare di più in generale, in modo da ricevere più moneta dall’estero. Secondo me i sell centers, funzionerebbero. E’ una logica pratica. Puramente micro: non esporto puntando su una presumibile competitività, ma punto sulla conquista del singolo cliente tramite sollecitazione e rapporto personale. E’ quello che fanno gli agenti di commercio. Se ci dedico un milione di disoccupati che portano a casa ciascuno 100 clienti/anno, i quali spendono 1.000 euro ciascuno, faccio 100 miliardi di PIL in più.
  5. Importare di meno, in modo da mandare meno moneta all’estero. Ad esempio, incentivando l’agricoltura nazionale anche adibendoci i migranti in modo da rivitalizzare un settore oramai marginale e così facendo importando meno prodotti esteri. Si migliora la bilancia dei pagamenti. Ma l’agricoltura è solo un esempio. Un po’ di vetusto nazionalismo in più ci aiuterebbe di sicuro. Con buona pace di Banderas e Costner, che sono anche loro rappresentativi di una modalità esportativa di moneta.
  6. Importare capitali nazionali, occultati all’estero, per investimenti produttivi al servizio dell’economia nazionale.
  7. Importare capitali esteri, che investano in Italia.
Il tutto corredato da una miglior distribuzione del reddito, così che tutti possano beneficiare di quanto sopra.
In larga parte i punti di cui sopra rappresentano o si riconducono alla fattispecie di investimenti.
E la filosofia sottostante, può essere nuovamente riassunta, a rinforzo, come di seguito.
Dove li prendo i soldi per fare gli investimenti ?
Di nuovo : non ci sono tante alternative.
Non potendo farmeli prestare dal mondo, me li devo trovare da solo. In tre modi, secondo me:
  1. operando sul mix investimenti/spesa switchando importi tra queste due tipologie di uscite (tabella Pil lato spesa) il che non impatterà sul “fare girare l’economia” perché sempre spese sono. Ma ci farà spendere in cose durevoli e non effimere.
  2. Migliorando i miei saldi di flussi di uscite ed entrate dall’estero. La bilancia dei pagamenti.
  3. Prendendo soldi che oggi no ho perché sono all’estero. Sia di residenti che non residenti italiani.

Se la crescita non è un dogma, si può anche decrescere dignitosamente.
Io credo che entro certi limiti si possa anche decrescere.
Magari modificando i propri modelli di spesa si vive anche meglio.
A patto però di non scaricare tutto sui più deboli.
Bisogna diffidare di chi lascia intendere che decrescere dello 0,xxxx% sia una tragedia.
Lo è solo per chi è schiavo del dovere fare sempre più profitti : una microminoranza della società globale.
Entro certi limiti decrescere è solo una diversa idea di economia.
Ricordate quando si parlava di soft landing dell’economia USA ?
Era giusto.
Che fine ha fatto quel concetto ?
Perché nessuno ne parla più anche se di fatto è quello che sta succedendo ?
Mi ripeto, ma io credo davvero che ci sia sempre un’altra via, o più altre vie, per fare qualsiasi cosa.

Il sistema non si può rifare
Questa è una notazione molto importante, che non credo di avere mai sentito fare a nessuno.
Il capitale lordo (prima degli ammortamenti), valorizzato a prezzi di sostituzione, investito in tutto il sistema Italia è pari a oltre 10.000 miliardi di euro (al 2013, mentre le tabelle di dettaglio si fermano al 2010, ultimo anno di dati completi Istat). Più di 6 volte il PIL.
Vuol dire che la somma di tutti gli investimenti fatti dalla notte dei tempi fino ad oggi, è pari a questa stratosferica cifra. La quale è già rivalutata dall’Istat a valori di oggi.
Vorrebbe dire che se dovessi rifare da zero il sistema Italia che produce i 1.500 miliardi di PIL, ne dovrei spendere 10.000.
No sto parlando del Patrimonio dello Stato, che è tema conservato per un possibile scritto futuro, per non indurre i politici a tentazioni “venditrici”.
Questo Capitale lordo e’ lo stock di capitale ad un dato anno. E’ il valore dei beni capitali ancora in uso nel sistema economico valutati come se fossero beni capitali nuovi, senza tener conto della loro età e del loro stato (ovvero del deprezzamento che essi subiscono nel corso del tempo). E’ un valore di teorica sostituzione. (definizione Istat).
E’ l’insieme di fabbriche, impianti, macchinari, tecnologie, immobili, terreni e quant’altro al servizio del funzionamento della macchina che produce il PIL.
Se non riusciamo a raddrizzarci, e questo Capitale se ne va a puttane, non riusciremo a ricostruirlo mai più.
Nessuno spenderà mai 10.000 miliardi per  investire e farci ripartire da zero.
Saremo fortunati se ci ritroveremo in un’economia di sussistenza. Come oche utili solo a farsi ingozzare di consumi.
Sarà quindi meglio cercare di curare bene quello che abbiamo.
Che come si vede dalle cifre, non è poco.

Al tempo stesso anticipando alcune considerazioni che saranno fatte al seguente paragrafo investimenti, balza all’occhio che il 44,8% di quella cifra è nel sottosettore Finanza e Assicurazioni, e quindi presumo che siano prevalentemente immobili.
La seconda voce è quella di Difesa, Istruzione e Servizio Sanitario, che pesa per il 13%.
L’osservazione che mi balza all’occhio quindi è che il 60% del nostro capitale di funzionamento è allocato su settori in larga parte improduttivi.

Investimenti per macroclassi
E arriviamo al nocciolo.
Gli investimenti.
Le prime 4 righe della tabella qui sotto mostrano il netto tra Investimenti lordi (che vanno nel PIL) e ammortamenti (che invece vanno nel totale dopo il PIL, nel PIN).
Quindi, essendo questi ammortamenti calcolati dopo il PIL, nessuno li considera mai, quando invece sono rappresentativi di una bella fetta del problema.
E questo non perché siano “brutti”, ma perché quando eccedono gli investimenti vuol dire che questi ultimi sono solo investimenti di sostituzione.
Non nuovi investimenti, ma solo investimenti necessari per mantenere il sistema esistente in funzione.
E’ indicativo poi il trend.
Nel 2.000, facevamo investimenti netti per 70 miliardi.
Nel 2007 addirittura 90.
Poi dopo il 2009 il tracollo, fino a raggiungere -11.421 nel 2013.
E questa è la tipica configurazione di crisi di chi non rinuncia a spendere, ma si gioca il futuro.
Per forza che non cresciamo.
Proviamo a immaginare investimenti netti (netti dagli ammortamenti) annui per 100 miliardi/anno.
Se sono investimenti veri devono “rendere”.
Ipotizziamo un tasso minimo del 5% che è molto basso. Normalmente chi investe capitale di rischio si aspetta almeno un 10-15% all’anno.
Anno 0 :                    100 x 5% = 5 miliardi       E’ poco.     Non me ne accorgo nemmeno
Anno 1 :                  200 x 5% = 10 miliardi       E’ poco      Ma e’ già il doppio dell’anno zero
………
Anno 10 :             1.000 x 5% = 50 miliardi       Miracolo !  Viaggio come un treno. Trenino, va’.

Ma non basta.
Un altro dato balza agli occhi.
Del totale investimenti, il 50% più o meno stabile negli anni, è in costruzioni.
Addirittura nel 2013 il rapporto tra le due classi si inverte. Diventano di più quelli in costruzioni di quelli fissi generali.
I quali investimenti in costruzioni sono, in parte, quelli produttivi solo per i costruttori.
Si guardi la voce “costruzione per abitazioni”. E’ pari a poco meno della metà del totale investimenti in costruzioni.
Una volta finite, le costruzioni abitative non servono a niente se non a essere vendute a qualcuno che si fa un bel mutuo a 30 anni.
E così trasferisce in anticipo il suo risparmio potenziale a qualcun altro.
Tra l’altro a danno dei tanto amati consumi.
Siamo un paese di palazzinari, quindi ?
No, non necessariamente.
Parte degli investimenti in costruzioni sono anche in fabbricati non residenziali, che potrebbero essere produttivi se fossero ad esempio capannoni industriali, depositi e simili.
Sfortunatamente però, basta girare per l’Italia e balzerà agli occhi la gran quantità di immobili di questo tipo abbandonati.
E quindi ?
Quindi, tra tutti, era meglio investire diversamente.
Ma a dire il vero, che nella gran quantità di costruzioni che si vedono ovunque ci fosse qualcosa che non tornava, mi era già venuto in mente Estate 2013 - Le Clofrenì - Cibo per la mente nada - pg 26.
Nel paragrafo seguente cercheremo di analizzare il valore netto degli investimenti netti per branca di attività.
Ma ho il sospetto che dato che i tempi di ammortamento degli immobili sono molto lunghi, il valore dei loro ammortamenti sia proporzionalmente basso. In modo da aggravare il saldo negativo a carico degli investimenti produttivi.

Investimenti per branca di attività

Quando scrivevo la fine del paragrafo precedente (Ma ho il sospetto che….) giuro che non avevo ancora fatto e visto queste tabelle soprastanti.
La prima contiene il dettaglio degli investimenti netti per branca di attività.
La seconda e la terza sono aggregazioni successive.
Nella prima balza agli occhi che in 11 anni sono stati investiti 776 miliardi al netto degli ammortamenti.
Di questi, l’80 %, pari a ben 623 miliardi in:
Costruzioni
Commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione di autoveicoli e motocicli
Attività immobiliari
Trasporti e magazzinaggio
Amministrazione pubblica e difesa; assicurazione sociale obbligatoria
Servizi di alloggio e di ristorazione

In termini di tendenza, poi va ancora peggio.
Anche senza grafici, si vede ad occhio. (Tabellina qui sotto).
Le prime 6 voci passano dal 65% sul totale, fino al 103% del 2010.
Che vuol dire che tutte le altre sono in situazione di investimenti netti negativi.
E la tabella si ferma al 2010, che era ancora un anno con investimenti totali positivi (37 miliardi).
Figuriamoci che disastro ci sarà stato dopo.
Anno
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
Totale
Totale complessivo
70.772
73.944
79.912
73.257
76.470
78.391
86.382
90.125
76.045
35.586
35.736
776.621
Tot.  prime 6 voci > di 3% del tot.
46.274
51.162
57.942
58.978
63.100
65.675
69.089
69.070
62.370
42.261
36.810
622.731
Prime 6 voci % sul totale
65%
69%
73%
81%
83%
84%
80%
77%
82%
119%
103%
80%

Più Stato, meno liberismo
Io credo che quanto sopra testimoni una cosa molto semplice. Il mercato non è capace di regolarsi da solo.
A me piace pensare che ciò dipenda dal fatto che il termine “mercato” è solo una astrazione.
E che la realtà è che non esiste nessun mercato, ma solo la sommatoria di tanti individui.
Molti dei quali propensi a fare stupidaggini.
Molti continuano a invocare il liberismo mercato-imprenditoriale come soluzione al problema.
Gli imprenditori ci salveranno perché investiranno e daranno posti di lavoro.
Si, può essere.
Ma gli imprenditori sono anche quelli tra i quali c’è chi da sempre evade e porta i soldi all’estero, con la scusa che le tasse sono troppo alte.
Se sono troppo alte perché non pagano almeno quelle per loro giuste, e ne evadono solo una fettina ?
Perché non portano all’estero l’equivalente del 10 % di tasse così da lasciare in Italia il 35% di tasse giuste da pagare,  pagate?
Troppo comodo. E’ l’avarizia che li guida, non la giustizia.
Mio padre diceva sempre che Cuccia diceva sempre che in Italia gli unici imprenditori onesti sono quelli storicamente ricchi di famiglia. O qualcosa del genere. Ma il succo era che sono pochi.
Nella mia esperienza personale posso confermare in buona parte questa affermazione.
Quindi io sono fermamente convinto che il liberismo sia giunto al termine.
Credo che ci voglia l’intervento dello Stato.
A patto che non sia come nel recente passato e che sia illuminato. Ma non “nel senso di casta”.
Intendo proprio nel senso letterale. Che abbia visto la luce, come Belushi nei Blues Brothers (sempre la stessa citazione, lo so).
Come ho già detto, per me la mano libera non esiste.
O forse non esiste più. Era un’illusione.
Era un concetto radicato in uno stadio della conoscenza ancestrale.
A lasciar fare, per me, si incontrerà solo uno stomaco ingordo, che si nutre della umana cupidigia.

Glossario Istat
Investimenti fissi lordi: Gli investimenti fissi lordi sono costituiti dalle acquisizioni (al netto delle cessioni) di capitale fisso effettuate dai produttori residenti a cui si aggiungono gli incrementi di valore dei beni materiali non prodotti.
Ammortamenti: Gli ammortamenti rappresentano la perdita di valore subita dalle attività, nel corso del periodo in esame, per effetto del normale logorio fisico e dell’obsolescenza prevedibile, compreso un accantonamento per perdite di attività conseguenti al verificarsi di eventi accidentali assicurabili.
Capitale lordo: Lo stock di capitale lordo per un dato anno è il valore dei beni capitali ancora in uso nel sistema economico valutati come se fossero beni capitali nuovi, senza tener conto della loro età e del loro stato (ovvero del deprezzamento che essi subiscono nel corso del tempo).
Capitale netto: Lo stock di capitale netto per un dato anno è il valore dei beni capitali ancora in uso nel sistema economico valutati allo stesso prezzo dei beni capitali nuovi dello stesso tipo, meno il valore cumulato del deprezzamento maturato fino all’anno per il quale si vuole calcolare lo stock.


sabato 9 agosto 2014

2014 08 26 – Sistema Italia. La trilogia PIL Occupazione Investimenti. 1° = PIL



2014 08 26 – Sistema Italia. La trilogia PIL Occupazione Investimenti. 1° = PIL

Honi soit qui mal y pense
Me lo ripeteva sempre mia madre.
Evidentemente l’innesto ideativo ha funzionato.
Letteralmente vuol dire “sia svergognato colui che pensa male”, o qualcosa del genere.
Ma è anche un motto per così dire “settario” che proprio per questo non mi piace.
Ma il punto è che si deve fare qualsiasi cosa possibile per evolvere l’attuale status quo.
In primo luogo diffondere la conoscenza, anche svergognando chi cerca di fare il contrario.
Nello specifico, mi sono davvero stufato di sentire proclami incompetenti su quello che deve fare l’Italia.
Chiusa per ora la prima parte dei conti dello Stato, passiamo quindi a qualche breve considerazione sul sistema paese.
Vedrete che per capire cosa succede e raffrontarlo con quello che raccontano, non ci vuole ne un genio ne sofisticati modelli matematico-econometrici.
Bastano le solite poche tabelle. Che per altro bisogna assemblare.

La strumentale propaganda mediatica e l’orizzonte temporale del piano strategico
E’ davvero molto semplice.
Facciamo un piccolo ripasso di matematica di base. Con la “scala” sotto riportata che è  utile tenere visivamente a mente proprio per fare i conti velocemente. Per prendere confidenza con gli ordini di grandezza.
                     100,0% PIL                 =                1.500,0
                      10,0 % PIL                 =                   150,0
                         1,0% PIL                =                     15,0
                         0,1% PIL                 =                       1,5
L’ultima riga indica quanto pesa uno 0,1% del Pil. 1,5 miliardi di euro. E questo dato è su base annua.
Il che vuol dire 0,125 miliardi su base mensile (1,5/12)
Che moltiplicato per 3 mesi (un trimestre = 3 mesi)  = 0,375 miliardi di euro su 1.500,000.
Se così non fosse ancora lampante, facciamo il confronto in colonna che fa vedere bene gli ordini di grandezza.
Come alle primarie. Le scuole, non le elezioni.
                                                     375.000.000
                                           1.500.000.000.000
Ha ragione chi dice che tra + 0,2 % e -0,2% non cambia nulla. E’ un aggiustamento, un arrotondamento, un imprevisto, anche se di 750 milioni.
Questo se si ha bene in mente che si deve riorganizzare strutturalmente l’Italia.
E’ davvero un turn-around, una ristrutturazione strategica profonda, l’unica speranza che abbiamo.
Per questo continuo a parlare di piano strategico, composto da tante parti che singolarmente non risolvono nulla.
Non è un problema di revisione di spesa. Questa è solo uno dei tasselli.
Ma si deve ricordare, e soprattutto spiegare, che per fare questo e ottenere risultati ci vogliono anni. 1.000 giorni, ad esempio.
Certo 375 o 750 milioni sono tanti soldi, ma chi butta benzina sul fuoco dovrebbe essere svergognato pubblicamente, appunto.
Perchè dirò di più. Chi lo fa, lo fa  con manipolatoria psicologia da alimentazione di frustrazione, invidia. Vuole che pensiamo qualcosa del tipo “se li saranno rubati” o “ne voglio una fetta anche io”.
Davvero una logica da eminenza grigia di massa obsoleta, direi infantile.
Un divide et impera in via di estinzione.

Psicologia di massa: la manipolazione elettorale.  
Se volete sapere cosa fanno e perché lo fanno, farò un esempio.
Reddito minimo
Premetto che secondo me questa è una iniziativa che può avere senso ma andrebbe comunque legata ad una attività reale.
Una delle funzioni di utilità comune del lavoro come lo conosciamo oggi, è anche quella di aggregare e creare unitarietà sociale. Non per nulla in azienda si parla spesso di “fare squadra”.
Per evitare che il reddito minimo diventi una disgregante forma di elemosina si dovrebbe legarla almeno ad attività di volontariato di qualsiasi tipo. Non dovrebbe essere a fondo perduto. Credo che ci siano già dei casi o ragionamenti in tal senso
In ogni caso ho sentito qualche giorno fa un dibattito in televisione sul tema.
3 partiti, 3 proposte.
Una da 500 euro al mese e due da 600, mi pare.
Con alcune sfumature.
Del tutto irrilevanti per chi di quei 500/600 euro ha bisogno davvero.
Le 3 proposte costano 6,8, 7, 7,2 miliardi.
Sintetizzando : sono identiche.
Eppure non si mettono d’accordo.
E sapete perche?
Perché aspettano di giocarsele per la manipolazione da campagna elettorale.
Ebbene: sempre ricchioni con il culo degli altri.

Politica industriale e politica sistemica.
Tanti ne parlano.
Il problema è rilanciare l’industria, dicono.
Lo dirò in termini più chiari possibili.
Chiunque dica che la chiave è la politica industriale non ha capito niente. E’ davvero un uomo del ‘900.
Gli italiani farebbero meglio a licenziarlo istantaneamente.
Ma ho il sospetto che non sia un caso.
Ho il sospetto che tanta enfasi sulla politica industriale sia perché nell’industria ci lavorano gli operai.
Quelli che votano e partecipano.
Quelli che si vedono per strada a protestare.
Quelli che ancora ci credono. Probabilmente perché ne hanno bisogno.
Sono veri, sapete.  Anche se li vedete  in televisione non sono un prodotto di animazione cinematografica.
Non sono una fiction.
E sarebbe onesto non prenderli in giro.
L’industria come qualcuno ancora la vede oggi ha davvero poco futuro. Come amo ripetere, o si investe e si fa innovazione, oppure ha davvero le gambe corte.
E tutto ciò senza tenere conto di dove va il mondo.
Se si punta solo sull’industria siamo già morti.
Ci vuole una politica sistemica sistematica, non industriale.
Ma questo, gli operai lo sanno bene.

Macroeconomia classica e Microeconomia Adattiva Complessa
La vera chiave per me è sempre la stessa: tanti interventi mirati relativamente piccoli, in tutte le branche sistemiche.
Tra queste certamente si deve anche cercare di rilanciare l’industria, ma tenendo presente che “industria” è un termine generalista che racchiude una moltitudine di realtà e settori con le loro specificità.
E che comunque è oramai marginale sul totale della nostra economia (nel 2011 pesava per il 25% sul PIL).

Adesso cerco di dimostrarlo.
Già partire dall’idea che esistano i tre macrogruppi settoriali tradizionali e’ sbagliato. Agricoltura, Industria e Servizi sono raggruppamenti che non hanno più nessun senso.
Esistono più di 60 Branche di Attività (NACE Rev.2), che compongono il nostro PIL.
E basta scorrere la tabella seguente per rendersi conto delle specificità. Ognuna è un microcosmo con le sue esigenze.
Una ha bisogno di risorse finanziarie, una ha bisogno di risparmio (ad esempio la finanza), una è in eccesso di occupazione (ad esempio il pubblico), una ha bisogno di ricerca (ad esempio parte dell’industria), una di investimenti tecnici per fare efficienza (ad esempio il manifatturiero), una di maggior esportazioni, una di maggiori reti di vendita (ad esempio il turismo), una di più lavoratori (ad esempio l’agricoltura) e così via.
Forse non è ancora chiaro, ma io non credo molto nella macroeconomia come la intendiamo oggi.
Quella dei macroaggregati classici : consumi, investimenti, risparmi, tassi di interesse, cambi, imposte.
Aveva un senso nel ‘900 appunto. E questo per un motivo banale: il mondo era molto più semplice. Due modelli alternativi, pochi prodotti, bisogni standardizzati e meno stratificati, persone più semplici e altro.
Oggi mi piace piuttosto pensare a una sommatoria di tanti sistemi microeconomici. E non credo di sbagliare.
La chiamai già tempo fa Microeconomia Adattiva Complessa. E quello che provai a costruire era un prototipo. Un pilota.
Replicabile n volte, in modo da costituire un elemento di base per un evoluzione del sistema che fosse frattale. (Un frattale è un oggetto geometrico dotato di omotetia interna: si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, e dunque ingrandendo una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all'originale - http://it.wikipedia.org/wiki/Frattale. Consiglio : guardare le figure )

Snapshot sul sistema Italia
Tornando alla tabella, cerchiamo di iniziare a capire come è fatto il nostro PIL. Che vuol dire il nostro sistema Italia.
La parte superiore riporta dei raggruppamenti delle oltre 60 branche in base a dei criteri “personali”. Sono 16.
Tra questi, ad esempio, classifico come industria pesante le seguenti 10 branche. La farmaceutica ad esempio, non è pesante, ma come dicevo i raggruppamenti lasciano il tempo che trovano.
Attività metallurgiche
Fabbricazione di altri mezzi di trasporto
Fabbricazione di altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi
Fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche
Fabbricazione di autoveicoli, rimorchi e semirimorchi
Fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchinari e attrezzature
Industria estrattiva
Fabbricazione di prodotti farmaceutici di base e di preparati farmaceutici
Fabbricazione di coke e prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio
Fabbricazione di prodotti chimici

Non riporto i dati di tendenza dei 12 anni analizzati, fondamentalmente perché non ci interessa, nella situazione ad oggi. Sono riassunti nel piccolo grafico. I dati si fermano al 2011, ultimo anno completo nei dati Istat.
Riporto e osservo invece quanto segue.
Colonna A      :      PIL nominale anno 2000
Colonna B       :      PIL nominale Anno 2011
Colonna C       :      Peso percentuale sul totale PIL nel 2011. È in questa colonna che dopo il totale sono sommati i settori industriali, in rosso. Pesano per il 24,9 % .
Colonna D      :      Incremento percentuale sui 12 anni.
Colonna E       :      Incremento percentuale medio anno. Questo è un dato interessante. Nonostante il crollo 2008/2009  (Da  1.417.500 a 1.368.574 euro di PIL, sui 12 anni),  il sistema è cresciuto in media del l’2,7 % a valori nominali.
Colonna F       :      Produzione lorda, al lordo dei consumi intermedi (vedere corsivo seguente)
Colonna G      :      PIL o Valore aggiunto
Colonna H      :      PIL/Produzione. E’ un indicatore interessante di marginalità, o di redditività, in primis del lavoro perché più alta è più indica processi a bassa incidenza di consumi intermedi.
Nella contabilità nazionale e in economia aziendale i consumi intermedi sono il valore dei beni e servizi consumati o trasformati dai produttori durante il processo produttivo.
Si considerano i soli beni che entrano una volta soltanto nel processo produttivo (come le materie prime e i semilavorati), per essere consumati (si pensi all'energia elettrica), o trasformati (si pensi alla farina trasformata in pane); sono, invece, esclusi dalla definizione i beni capitali - il cui consumo è rappresentato dall'ammortamento - intendendosi per beni capitali quelli che entrano più volte nel processo di produzione (come gli impianti e gli edifici).
I consumi intermedi possono essere calcolati per una singola impresa o, come aggregato, per un intero settore o per l'intero sistema economico. Sottraendo i consumi intermedi dal valore della produzione si ottiene il valore aggiunto o, a livello di sistema economico, il prodotto interno lordo (PIL).

La crescita non è un dogma e i consumi sono una partita di giro.
Riprendendo quanto detto, il fatto che siamo cresciuti in media del 2,7% nonostante le varie  crisi,  nonostante un generale immobilismo politico, nonostante l’assenza di investimenti, ha del miracoloso.
L’Italia regge.
Non bisogna farsi fuorviare da chi dice che il dato non tiene conto dell’inflazione. E’ vero, ma più o meno l’inflazione bilancia la crescita nominale.
E comunque i comparti che abbassano la media al 2,7% sono proprio quelli industriali, che segnano + 1,5%.
Il vero punto che nessuno osa menzionare è che crescere non è mica obbligatoriamente scontato.
Quello che è successo tra 2008 e 2009 poteva essere molto peggio.
E poteva andare molto peggio in generale.
E anche per il futuro vale lo stesso discorso.
Secondo me il fatto di avere ancora 1,5 miliardi di PIL, invece di 1,1  del 2000, è segno di forza e resistenza del sistema.
Ma bisogna anche prevedere la necessità di governare un trend di decrescita dei comparti come sono fatti oggi.
Ho già detto che tanta enfasi sul rilancio di consumi per me è fuorviante.
Abbassare le tasse per stimolare i consumi, a parte che probabilmente non funzionerà (ho già parlato di evanescenza del “fiscal miracle”), per me è solo una partita di giro.
Un travaso da un macroaggreagato a un altro che non produce e non distrugge ricchezza,  ma semplicemente la trasferisce.
Purtroppo, molto verosimilmente, a chi è già ricco che come noto tenderà ad appropriarsi del plusvalore.

Una notazione particolare sulla ricerca
E’ vergognoso.
Non mi interessa nulla il confronto con altri paesi. E consiglio a tutti di non farlo. Tanto staranno quasi tutti meglio di noi.
Ma 7,5 miliardi sono lo 0,5% sul PIL.
Per fare riflettere faccio un riferimento ad una dimensione familiare.
In una giornata ci sono 24 ore. 1.440 minuti.
0,5% vorrebbe dire che si passano solo 7 minuti al giorno a pensare a come arrabattarsi per il futuro.
Mi chiedo chi si riconosca in questo dato.
Certo si obietterà che la ricerca è delegata alle imprese.
Ma quella diventa fonte di reddito e non patrimonio collettivo.

Kit di idee di primo soccorso
Queste che seguono sono idee già circostanziate ed espresse (home page blog) , che secondo me, possono aiutare in pochissimo tempo ad avviare il turn-around, in alcuni casi aiutando milioni di persone.
  1. Migranti in campagna. (Ho sentito di un progetto per fare ortaggi in Basilicata, mai partito perché sono spariti i soldi per l’irrigazione. E’ la direzione giusta, ma con tanti migranti).
  2. Tweet law : confisca immediata
  3. Taglie su evasori
  4. Legalizzazione e tassazione del sommerso. Prostituzione e droghe leggere, per cominciare
  5. Patrimoniale off-shore e progressiva in-shore
  6. Convenzioni statali per il turismo
  7. Sell centers con disoccupati per turismo e made in Italy
Conservarsele per la campagna elettorale non va bene.
Rilasciarli gradualmente per utilità personale, non è cosa buona e giusta.

Aggiungo oggi il microcredito
Volevo metterlo nel capitoletto “investimenti” del piano strategico o di questa trilogia in fieri.
Invece lo inserisco qui proprio come intervento di primo soccorso facilmente attuabile e non caro finanziariamente.
E proprio per non “conservarmi” l’idea.
Se alloco un miliardo su strutture già esistenti perché facciano microcredito o microequity, e se assumo prestiti o finanziamenti di taglio piccolo, ad esempio 1.000 euro,  in tutta Italia si fa un salto di scala enorme.
Fate il conto: a 1.000 euro a persona, ne aiutereste 1 milione.
In più non sono finanziamenti a fondo perduto, perché chi riceve il prestito poi  rimborsa, così si rifinanzia qualcun altro.
E’ una misura, un pagamento, strutturale.
Le strutture locali operative esistono già : sono i MAG. Il che vuol dire che è tutto già pronto.
Ed è importante perché il presupposto per cui funziona il microcredito è proprio essere radicati nel territorio.
Mi ricorda un po’ le parrocchie, che tra l’altro a volte il microcredito lo fanno già (almeno quella di mia figlia).
E si risolvono davvero un sacco di problemi quotidiani. Qualche esempio: http://www.magverona.it/sportello-di-microcredito/casi-di-microcredito-finanziati .
I commenti sono sempre commoventi.

Per concludere
Tempo fa avevo scritto che alcune cose, in particolare musiche e film passati, erano per me come delle specie di cyber briciole di pollicino.
Un po’ come dei sassolini lasciati indietro per ritrovare la mia strada. Il che voleva dire ricostruire, o riattivare, la mia memoria.
Quando oggi mi è venuta in mente la Microeconomia adattiva complessa e il microcredito o microequity, che sono cose che ho fatto personalmente in passato investendo soldi e lavoro, ho capito che dalle cyber briciole, utili a cercare l’inizio della strada, siamo passati alla fase filo di Arianna.
La strada adesso l’ho imboccata, si tratta di seguire il filo.
Ma c’è anche un altro modo di vedere la cosa.
Sempre di un filo si tratta, ma invece di essere quello che mi porterà a casa può anche essere che a casa io ci sia già e che adesso stia recuperando il mio filo da pesca, per pescare tutto quello che ho fatto, visto, imparato e metterlo al servizio del bene comune.
In modo da cercare di non essere mai svergognato pubblicamente.
Finchè un giorno tutti sapranno che vale più l’energia positiva di quella negativa e allora il motto diventerà :

Holy soit qui bien y pense