mercoledì 15 ottobre 2014

2014 10 15–Ricchezze, finanze e monete ai tempi della rivoluzione. Il Dio danaro è morto. Que viva el Cybratto.

2014 10 15 – Ricchezze, finanze e monete ai tempi della rivoluzione. Il Dio danaro è morto. Que viva el Cybratto.


Avevo concluso il “breviario di guerra” con una speranza : che finalmente si portino a casa i soldi all’estero.
Ma forse si può, o si deve, immaginare di più.
Già tempo fa scrissi su di una teorica Rivoluzione meridionale il cui fulcro era l’appropriazione dei fattori produttivi, tra cui il fattore “denaro” . “Banche occupate, sportelli espropriati, moneta requisita”, era uno degli slogan immaginati. Aprile 2014 - Le Clofrenì (Les Claufrenies). Tra Polare e Tripolare – pg 11 di 29
Anche se in realtà la moneta, o denaro che dir si voglia, è diventato una adulterazione del concetto originario di capitale familiare per tanti.
Si: oggi tra capitale e moneta passa la stessa differenza che passa tra uova e maionese, tra latte e panna montata, e così via. Ai primi posso associare i concetti di dinamica dominante, di idea assoluta, di materia prima indispensabile, di principio di base. Ai secondi, quello di derivato immateriale, di aria fritta.
Allora, se non fosse chiaro, il concetto susseguente a quello di guerra come descritta nel “breviario” 2014 09 21 – Breviario di guerra , è quello di rivoluzione. In tanti la vorrebbero, pensando a quanto segue.
Allo sfascio dovuto all’hard crashing dovrà seguire una ricostruzione del sistema, depurato dalle sue manifestazioni deteriori che proprio perché infondate si saranno sgonfiate da sole, impazzite come la maionese in odore di mestruo.
Tra queste, in primis il sistema finanziario che nel caso Italia pesa per 270 miliardi di PIL, e si ritroverebbe praticamente “atterrato”.
Insomma: se rivoluzione deve essere, allora si dovrebbe fare in modo che non sia la prima rivoluzione “no profit” della storia. O almeno che non sia come tante delle altre. Che non paghino sempre i soliti. Che non paghino sempre i poveri.
Questa proprio non la digerirei.
Quindi, se proprio si deve rivoluzionare, prima di tutto  io vorrei sapere dove sta “il grano”. E anche che cosa sia questo “grano” nella realtà.
Perché quella che spero potrebbe essere l’ultima rivoluzione della storia, almeno sia fatta una volta per tutte e a dovere. Proprio perché guerre e rivoluzioni fanno male, almeno che ne valga la pena.
Insomma: fuori i soldi, così li ridistribuiamo e li inventiamo migliori.
Anche se tutto quanto sopra non vuol necessariamente dire una sanguinosa rivoluzione come quelle viste in passato, di sicuro dovrà essere l’occasione per contemplare una doverosa nuova, equa, concezione monetaria del mondo oltre, naturalmente, ad una congrua redistribuzione di ricchezza.
Messa così sarebbe una nuova visione comune che infine si palesi e ci pervada, diventando rivelazione, apocalisse, monetaria.
La moneta che conosciamo oggi, con cui viviamo, ha fallito. Non funziona.
E quindi bisogna necessariamente passare oltre.

Per capirci di più, bisogna innanzitutto dare uno sguardo ai concetti del titolo. Sempre focalizzandosi sul sistema Italia bisogna iniziare andando ad osservare:
  1. Ricchezza
  2. Struttura di attività e passività finanziarie.
Come sempre in questi scritti, vedremo che ad andare a guardare le cose dall’interno sono assai diverse dall’immagine che proiettano all’esterno.

Perché è importante saper quanto è ricco in media un italiano?
Innanzitutto per sfatare qualche mito e quindi per capire se si hanno davvero dei margini di sopravvivenza (per i più poveri) o dei margini di “contribuzione sociale”, spontanea o forzata (per i più ricchi); la patrimoniale, tanto per capirsi.
Iniziamo con i miti da sfatare: non è vero che ogni italiano è ricco perché ha 142.000 euro di ricchezza.
Questo è un valore contabile, non è un fair value (per usare termini di moda).
E’ un valore rappresentativo di quanti soldi ogni italiano ha allocato (investito, risparmiato) nel tempo su attività finanziare o reali reputate “ricchezza”.
Non ha nulla a che fare con
  1. quanto valgano realmente o,
  2. quanto siano liquidabili o,
  3. mescolando le due, quanto varrebbero se non fossero liquidabili.
Quest’ultimo è lo scenario tipico dell’ “hard crash” che genererà quello che possiamo anche ribattezzare come “crash crunch”. Tutto si “comprimerà” e non varrà più come oggi.
Se osserviamo i numeri di Banca d’Italia, senza populismi ma con la dovuta attenzione, la realtà balza subito all’occhio.
Nella tabella seguente sono riassunti tutti i dati necessari. Dalle serie storiche di 18 anni, alle percentuali di incremento e di peso sul totale (in rosso), fino alle ultime colonne con un’ipotesi di perdita di valore del 30% e le ultime due colonne con i dati “a persona”. Ognuno può divertirsi a suo piacimento.
A me non interessa nulla :
  1. nè sapere se la “ricchezza” è cresciuta tanto o poco (rispetto a chi o a che cosa, poi?);
  2. nè sapere se siamo più o meno “ricchi” dei tedeschi o dei francesi.
Mi interessa parecchio, invece, capire se davvero siamo ricchi, come è fatta questa presunta ricchezza e se con essa possiamo davvero farci qualcosa.
Il dato di 142.000 euro pomposamente diffuso da tanti media nasce da 5.768 miliardi di attività reali + abitazioni (4.833) e 3.670 di attività finanziarie, per un totale di 9.438 miliardi. A questi vanno detratti i prestiti per 896 miliardi.
Il vero dato importante però è quello delle attività finanziarie (3.670) al netto delle passività finanziarie (-896).
Le prime in teoria sono liquidabili; le seconde, sempre in teoria, sono certe e ineludibili.
Il netto a persona, a valore del 2012, è pari a 61.000 euro – 15.000 euro a testa. 46.000 mila euro. Una bella differenza rispetto ai teorici 142.000, che fanno tanta scena e ci fanno credere di essere ricchi con la stessa logica di psicologia spiccia dei fruttivendoli che scrivono 9,99 euro invece di 10.
Ma non è finita. In ipotesi di “crash crunch” i valori di realizzo non saranno certo quelli del 2012. Io ho ipotizzato un valore reale inferiore del 30% solo su alcune classi di assets (ipotesi ottimistica), il che comporterebbe 10.000 mila euro medi a persona in meno. Siamo a 36.000 euro.
Perché non considero le abitazioni ?
Dagli scritti precedenti penso traspaia già una certa avversione per il settore immobiliare e per la specie infestante di molti dei suoi attori: i palazzinari. Per decenni ci hanno imbottito di abitazioni spacciandole per bene rifugio quando in realtà erano rifugio solo per loro. Perché?
Perché costruire una abitazione, “largo-circa”, costa più o meno sempre 1.000 euro al m2.
Ogni prezzo di vendita è un multiplo di questa cifra. Sfido chiunque a trovare prezzi di acquisto inferiori a 2.000/3.000 euro al metro. Il palazzinaro, quindi, guadagna fino al 200/300 % ogni volta che vende qualcosa. Queste sono percentuali che nemmeno osa immaginare neppur il peggior usuraio.
Termine che possiamo applicare tranquillamente anche in questo caso : il capitale è sempre capitale.
Che sia di rischio o di debito, può rendere sempre entro un limite massimo. Altrimenti non è più capitale, ma è una rapina ai danni del sistema.
Se una banca non può applicare tassi del 200/300%, non dovrebbe essere legale farlo nemmeno al palazzinaro.
In ogni caso il valore intrinseco di quella cosa, rimane quello di 1.000 euro al m2.
E quando arriva il “crash crunch”, ecco che la maionese impazzita si sgonfia e torna a quel livello li: quello dell’elemento di base, dell’uovo.
Inoltre siccome quasi nessuno ha a disposizione multipli pluridecennali di risparmi da spendere, deve ricorrere a multipli pluridecennali ipotecari, di fatto ipotecandosi la vita intera.
Se gli indios d’America ci incontrassero oggi direbbero che le fotografie erano bazzecole. E’ il mutuo che ci ruba l’anima: un solo pezzo di carta firmato in un singolo istante, si appropria di tutto quello che siamo e potremmo essere. Che poi è l’essenza dell’anima.
E questo lo si capirà quando si proverà a rivendere quello che è stato comprato. Purtroppo è l’unico modo di verificare la reale liquidabilità di qualche cosa.
Motivo per il quale, per me la ricchezza totale non può considerare le abitazioni.
Farlo è solo un artificio contabile per non fare capire come stanno le cose. Per non far capire che sono ricchezza di chi le ha vendute e non di chi le ha comprate.
Quindi, se tutto va molto bene, ogni italiano ha disposizione circa 35.000 euro.
Ma potrebbero essere molti meno.
Il tutto, quindi, per circa 2.000 miliardi (3.670 – 580 fair value – 896 debito) pari a poco più del PIL e poco meno del Debito.
Altro che 6 volte il PIL.
Chiamarla ricchezza mi sembra un bell’azzardo : siamo “ricchi” quanto un anno di PIL.
Come dire che un italiano che ha guadagnato 12.000 euro/anno per 30 anni, pari a 360.000 euro, ne avesse da parte 12.000 in tutto.
Tutto qua.





Come sempre, ci sono diverse prospettive da cui osservare certi fatti.
Nello specifico, se l’italiano medio di botto si scopre povero e non ricco perché non ha più i 142.000 euro, al tempo stesso l’italiano medio può tirare un respiro si sollievo.
Si, perché l’italiano medio non esiste.
È solo un concetto statistico e, in quanto tale, è solo una astrazione.
La realtà è che di ricchi (o presunti tali) in Italia ce ne sono. Nella tabella seguente si vede che dividendo la popolazione in 10 scaglioni di ricchezza, ognuno di essi pesa circa il 10%. Tra 5 e 6 milioni di persone a scaglione. Ognuno è libero di giocare e “tagliare” gli scaglioni come vuole. Gli ultimi due, ad esempio (ricchezza maggiore di 350.000 euro), includono 11 milioni di persone e 1.600 miliardi di ricchezza di cui 550 miliardi di ricchezza in “soldi” e non in case.
La tabella seguente riporta la stima di distribuzione di ricchezza nazionale presa a riferimento.
Più che concentrarsi sui dati progressivi, come quelli per cui il xxxx% della popolazione detiene il yyyy% della ricchezza, si è adottato il criterio della rappresentazione a scaglioni usati anche da Banca d’Italia. Sono 10.
Il dato di persone in percentuale per ogni scaglione è ufficiale, e quindi determina in maniera oggettiva il numero di famiglie  e persone.
La media di ricchezza a scaglione è invece un dato ricavato da me per potere ipotizzare degli importi totali per scaglione della ricchezza in attività reali e finanziarie al netto delle passività. Le ripartizioni di queste per scaglione sono quindi delle stime che comunque quadrano per totale (8.542 miliardi).


1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
TOT.
Ricchezza da euro
0
500
5.900
4.100
92.500
143.300
193.700
254.600
345.000
533.000

Ricchezza fino a euro
500
5.900
4.100
92.500
143.300
193.700
254.600
345.000
533.000
533.000

Media scaglione
250
3.200
5.000
48.300
117.900
168.500
224.150
299.800
439.000
533.000

Persone a scaglione
10,2%
10,6%
10,5%
10,6%
10,1%
9,9%
9,9%
9,7%
9,3%
9,3%
100,0%
Nr famiglie - milioni
2,448
2,544
2,520
2,544
2,412
2,376
2,376
2,328
2,232
2,220
24,000
Nr persone - milioni
6,120
6,360
6,300
6,360
6,030
5,940
5,940
5,820
5,580
5,550
60,000
Ricchezza attività reali
588
611
606
611
580
571
571
559
536
534
5.768
Ricchezza attività fin.
374
389
385
389
369
363
363
356
341
339
3.670
Ricchezza passività
-91
-95
-94
-95
-90
-89
-89
-87
-83
-83
-896
Totale
871
905
897
905
858
846
846
829
794
790
     8.542
Ricchezza fin. netta
283
294
291
294
279
275
275
269
258
257
2.774
Ipotesi aliquota




5%
5%
5%
10%
10%
10%

Patrimoniale totale
0
0
0
0
14
14
14
27
26
26
120
Base tassata




279
275
275
269
258
257
1.612
Persone tassate - mil




6,030
5,940
5,940
5,820
5,580
5,550
   34,860

L’ipotesi, anche per quanto detto al paragrafo precedente, è di riferirsi solo alla ricchezza finanziaria netta che è pari a 2.774 miliardi (3.670-896). Questo dato non tiene conto del “crash crunch”. Con esso, a valori più bassi del 30% (ottimistico ?) rispetto al 2012, diventerebbe circa 2.000 miliardi.
Lo scopo della tabella è farsi un’idea di massima di una possibile patrimoniale una tantum, da applicare nell’ottica del processo di ristrutturazione complessiva del sistema Italia.
Con aliquote poco invasive si potrebbe  ipotizzare di raccogliere 120 miliardi.
E’ evidente quindi che non è un importo determinante. Da solo non risolve niente. Tassando questi ricchi non si risolve il problema alla radice.
Al tempo stesso si deve considerare la possibilità di forme “appetibili” di patrimoniale.
Una ad esempio potrebbe essere di dedicarne gli importi a investimenti a cui partecipino anche i tassati, che farebbero da banca.
Alternativamente si può immaginare una patrimoniale espropriativa. Vale a dire che si può anche pensare a percentuali più elevate o addirittura totali.
A me sembrano irrealistiche se si pensa di mantenere in piedi il sistema, almeno in parte. Ma forse dipende dal fatto che sono privilegiato e mi trovo nell’ultimo scaglione. Spero di no, spero di avere fatto delle valutazioni oggettive.
Tornando al fatto che percentuali eccessive mi sembrano irrealistiche, osservo quanto segue. Se immaginiamo che ricchi, e quindi da tassare, siano i soggetti con più di 100.000 euro totali (senza cioè contare la questione abitazioni e senza contare l’opinabilità di considerare ricchezza un importo di 100.000 euro) con lo schema immaginato nella tabella precedente si arriverebbe a tassare 34,86 milioni di persone.
Più di mezzo paese: più che una classe privilegiata tasserei, più o meno a caso, mezza massa democratica.

Lo ho detto già in varie occasioni  (2012 09 18 - 3 o 4 conti della serva - Dati IMF in coda )
E in realtà a volte me lo sono anche sognato.
Un solo click, e da tutte le società offshore i soldi vengono trasferiti inshore.
Una vera Cyber-Robin Tax, non come la Nano-Robin tax di qualche tempo fa.
E’ la versione informatica della a me tanto cara tweet-law. Consecutio istantanea tra reato di detenzione all’estero e confisca. 2014 07 02 – Tweet law : consecutio istantanea reato-confisca.
Ricordate “moneta espropriata” della Rivoluzione meridionale ?
Ho anche in mente a cosa potrebbero servire questi soldi. Una idea di come potrebbero essere veicolati verso il bene comune.
Oltre al piano investimenti di cui qui sotto, potrebbero essere il nocciolo di partenza di una neo cyber-monetazione basata sul Cybratto. Ma ne parlo più avanti.
Qui vorrei dire che, come per la patrimoniale inshore, si può anche immaginare una versione più soft. Forse anche più utile.
Anticipando delle considerazioni seguenti, si può infatti immaginare che nella cyber war finanziaria di cui si parlò nel “breviario” (quella tra società detentrici di riserve occulte contrapposte per "cannonarsi" a colpi di ordini di vendita al ribasso e di acquisto al rialzo) si sia giunti ad un tale livello di conoscenza da averle tutte “mappate” in modo da sapere dove sono e quanto valgono.
A questo punto, a seguito del panico da crash-crunch sistemico, si può facilmente immaginare un rientro inshore nei rispettivi paesi di pertinenza. Tutti si renderanno conto che sono più sicuri.
Il rientro potrebbe avvenire come “valore di riserva” per la banca centrale nazionale la quale a fronte del deposito di questo importo, emette moneta in varie modalità, da usare solo in conto investimenti.
Il “depositante riserva”, beneficerà di parte degli utili originati dall’investimento e della ripresa di valore delle sue attività sul mercato nel tempo.
Riassumendo :
1.    La società offshore A ha un patrimonio netto di 100, fatto di azioni, obbligazioni, oro e commodities.
2.    Post crunch, il patrimonio diventa 30 e questo 30 viene certificato come fair value reale (anche il crunch serve a qualcosa).
3.    La società conferisce i 30 in Banca d’Italia.
4.    Banca d’Italia mette i 30 a disposizione del sistema solo per investimenti a tasso zero, senza passaggi di intermediazione. Devono arrivare direttamente al settore finale.
5.    Dopo 10 anni i 30 sono ritornati a valere 100 a valore di mercato. Inoltre essendo investimenti hanno dato un rendimento del 10% annuo, pari al 100% su 10 annui e cioè altri 30 da dividere fra stato e conferente.
6.    A quel punto il conferente potrebbe anche rientrare in possesso dei 100, a patto che non escano più dall’Italia Ciò potrebbe essere garantito dalla tracciabilità di movimenti finanziari e reali.
7.    Questa opzione potrebbe essere concessa in una finestra temporale una-tantum. Chi non aderisce viene confiscato. Una specie di libero arbitrio gentilmente “guidato” da una metaforica 44 alla tempia.
8.    Ovviamente i capitali rientrati ed i relativi soggetti proprietari dovranno essere tracciati.
Il vantaggio di fare rientrare in Italia, in qualsiasi modo, importi rilevanti è banalissimo.
Noi sappiamo di avere ricchezza finanziaria inshore per 3.000 miliardi di euro.
E’ plausibile che off-shore ce ne sia almeno altrettanta.
Se dall’offshore rientrassero 3.000 miliardi in conto investimenti, il mio PIL da 1.500 diventerebbe di botto 4.500. Più della Germania pre crunch.
Ovviamente poi non dovranno più uscire.

E’ ormai diffusa la convinzione che larga parte dei problemi del mondo in cui viviamo dipenda dalla finanziarizzazione dell’economia e da sue devianze collegate. Alcuni concetti sono oramai di dominio pubblico.
Su tutti, ad esempio, è oramai noto ai più che la ricchezza globalizzata è distribuita nel mondo molto male : 90% vs 10% ad esempio.
Ma ecco a cosa serve la esemplificazione sulla ricchezza delle famiglie italiane: quanta parte di questa ricchezza mondiale è davvero ricchezza ? E quanta parte invece è solo ricchezza da circolazione monetaria ?
In sintesi, come funziona questo sistema finanziario ? Cosa contiene di vero ?
Le domande sono importanti, perché sul tema veniamo spesso indotti in una sorte di soggezione e timore reverenziali pensando che dietro a tanti paroloni ci sia chissà quale sofisticata scienza esatta.
Massa monetaria, M1, M2, M3, politiche monetarie, moltiplicatori e così via.
Addirittura negli ultimi anni è stata innalzata anche una barriera linguistica adottando termini inglesi che sembrano degli dei pagani per quanto vengono idolatrati : quantitative easing, forward guidance (quest’ultima ad esempio è davvero incredibile: si tratta di dare annunci sui trend futuri, e così facendo si indirizzano i mercati. Per le società è penalmente vietato. Per una banca centrale è “alta finanza”).
Cercherò di fare un po’ di chiarezza. Iniziando da un punto di base.
Quando si dice che una banca centrale sta “emettendo moneta” vuol dire un banale movimento contabile.
Dare    Avere
Titoli a Moneta
Per immettere soldi nel sistema, una banca compera titoli sul mercato secondario che diventano un suo asset, una attività, e li paga “stampando moneta” che può essere moneta o debito. Per semplificare diciamo “banconote” le quali sono quindi a tutti gli effetti un debito che la banca centrale ha verso il resto sistema, al quale arrivano le “banconote” tramite le banche ordinarie con le quali la banca centrale ha fatto l’operazione originaria. Io ti compro un titolo e in cambio ti do carta.
L'acquisto di titoli viene registrato in dare di una voce dello stato patrimoniale della banca centrale, mentre in avere di una voce allo stato patrimoniale si registra il debito nei confronti del venditore, la banca ordinaria.
Una carta in apparenza come quella dei banchieri fiorentini del 1.300: dopo 700 anni nessuno sembra avere inventato niente di nuovo.
Ma non è così. Alcune invenzione ci sono state (rinvio al paragrafo “La moneta non serve più”) . Oggi infatti le banconote sono debiti senza alcuna garanzia, perché non sono più legati all’oro. Se li chiedo indietro, non ci saranno a disposizione i 10 grammi d’oro equivalenti.
E quindi nessuno ha la garanzia che la banca centrale abbia stampato carta tenendosi di scorta un “equivalente oro” per ogni evenienza, non ultimo quello di dovere rimborsare il debito.
L’unica garanzia è la credibilità della banca.
Questo è il principio che tanti (me compreso) contestano alla moneta così come la conosciamo oggi: non ha nessun legame con nessuna realtà
Già qui, con le poche precedenti osservazioni, si dovrebbe aprire a tutti un mondo, articolato in alcuni punti.
  1. La moneta è un debito
La moneta è un debito ? Ma come:  tutti la vogliono per sentirsi ricchi e quella invece è un debito? Questa si che è apocalisse, rivelazione. Se uno ha tanti soldi è perché si porta in tasca tanti debiti, senza nessuna garanzia reale, e sono debiti che tra l’altro non ha nemmeno fatto lui! Nemmeno la soddisfazione di lasciare “i buffi” a qualcun altro. Solo il ruolo sociale di mulo da som(m)a monetaria.
  1. La moneta è solo un movimento contabile
La moneta è solo un movimento contabile nei bilanci delle banche centrali e poi di altri soggetti! Quello delle banche centrali è solo il primo di una catena progressiva di movimenti che di passaggio in passaggio la fanno rotolare da un utente a un altro determinando quello che infine pensiamo di conoscere e che tutti ci riguarda: il sistema finanziario. Lo stercorario finanziario. http://it.wikipedia.org/wiki/Scarabeo_stercorario. Più “rotolate” fa, più diventa grande. Ma sempre di sterco parliamo. Ricordate “lo sterco del diavolo”?
  1. Il sistema finanziario ha un bilancio
Ma se la moneta è un movimento contabile, allora esisterà da qualche parte un sistema contabile in cui essa si muove e che dovrà per forza di cose essere rappresentato in partita doppia.
Ma vuoi vedere che tutti quei paroloni alla fine sono riconducibili ad un taumaturgo principio di base fatto di dare e avere ? Vuoi vedere che si capisce che cosa vogliono dire ?
  1. La partita doppia chiarisce tutto
La partita doppia : bisognerebbe farle un monumento. Chiarisce sempre tutto. Di seguito vedremo.
  1. La moneta non esiste
In realtà è proprio tutto il sistema finanziario che non esiste. E’ un’illusione ottica. Almeno nel senso che segue.
Una volta capito che il sistema finanziario viaggia in partita doppia, si può comodamente farne un bilancio. O per tutto il sistema o per classi di soggetti finanziari.
Ma il punto fondamentale è che alla fine, il totale di tutti i dare e quello di tutti gli avere, risulterà uguale.
E questo è inquietante.Perché qualsiasi azienda può essere valutata in primo luogo “a patrimonio netto” : la differenza tra attività e passività.
Nel caso del sistema finanziario italiano (e di tutti gli altri), invece, vedremo che attivo e passivo sono pari a 14.397 miliardi, 10 volte il PIL e 7 il debito pubblico.
E di questi, solo 75 sono fatti di qualcosa di reale: Oro e Cdp (….). Lo 0,5%. Addirittura meno della riserva frazionaria minima bancaria del 2%, proprio perché il sistema finanziario non è fatto solo da banche.
Sul sistema finanziario vale la pena di soffermarsi un po’.
La tabella che segue si può leggere in verticale (per aggregati di soggetti), o in orizzontale (per tipo di strumento finanziario). E’ riferita ai dati 2013.

In verticale.
Società non finanziarie (col. 1 e 2): sono tutte le società operative. Dare : 1.571 mld. Avere : -3.562 mld. Netto 2.000 miliardi. Sono debitrici nette, di cui 371 prestiti a breve, 753 prestiti a lungo, e 1.591 per azioni.
Istituzioni finanziarie monetarie (col. 3 e 4): il sistema finanziario e bancario. Dare : 4.314 mld. Avere : -4.082 mld. Netto 200 mld : sono creditrici nette, ma di poco. E’ qui il giro del fumo. Dare circa. 850 mld di depositi attivi e moneta + 1.100 di titoli a lungo + 620 di prestiti a breve + 1.300 di prestiti a lungo + 200 di azioni – 1.275 di moneta e -1.578 di depositi passivi (di altri) – 886 di titoli di altri – 170 di azioni di terzi.
Altri intermediari finanziari (col. 5 e 6) : sistema finanziario e bancario. Dare : 848 mld. Avere : 733 mld . Netto circa 100 mld. 200 mld circa di cassa e depositi presso terzi + 121 mld di titoli in portafoglio. + 221 di prestiti a m/l a terzi + 250 mld di azioni e quote di fondi  - 217 di titoli di terzi -280 di prestiti assunti a breve e m/l – 230 di azioni e fondi di terzi.
Ausiliari finanziari (col. 7 e 8) : depositi e titoli per 205 mld in dare – 80 mld di prestiti assunti.
Assicurazioni e fondi pensione (col 9 e 10) : Dare 668 mld di cui 427 titoli a m/l, 94 azioni e 91 fondi. Passività : 617 mld di riserve e 60 mld di azioni. Sono a rischio per la consistenza vs i clienti.
Amministrazioni centrali (col 11 e 12) : Debitori per 230 mld di moneta e depositi e 2.000 di titoli vari. In Dare 300 mld di prestiti e depositi. Il netto è il debito pubblico.
Amministrazioni locali (col 13 e 14) : netto avere di 150 mld. Sono debiti a m/l per lo più, parte del debito pubblico allargato.
Enti previdenziali e assicurativi (col 15 e 16) : netto dare di 90 mld. Sono depositi attivi per lo più.
Famiglie e enti no prof. per famiglie (col 17 e 18): Dare 3.897 mld e aver 921 mld. Sono i finanziatori principali del sistema. 1.300 mld di moneta e depositi + 614 di titoli di stato + 916 di azioni +300 di fondi +700 di riserve delle assicurazioni e + 100 di altri. Al passivo, 690 mld di prestiti + 186 di altri debiti.
Resto del mondo (col 19 e 20) : dare 2.360 mld, avere 1.906 mld. E’ creditore per 500 mld di moneta e depositi + 1.000 di titoli pubblici + 200 di altri prestiti + 400 di partecipazioni. Le passività sono per 400 di titoli, 200 di prestiti 800 di azioni e fondi.

In orizzontale
Oro : in attivo tra le banche, in passivo con il resto del mondo.
Moneta : 1.275+150+130 a debito delle banche e amministrazioni centrali. A credito (utilizzate) per 252 dalle società non finanziarie, 252 da altre istituzioni monetarie finanziarie, 687 dalle famiglie e 269 da resto del mondo.
Altri depositi : 1.578 +80 a debito delle banche e amministrazioni centrali. A credito (utilizzate) da altri intermediari per 161, ausiliari finanziari per 122, famiglie per 517, resto del mondo per 252.
Titoli a m/l (quelli a breve sono quasi zero) : a debito di 140 per le società non finanziarie (obbligazioni?) 886 per banche e simili, 217 altre finanziarie, 1.668 Stato e 394 mondo (obbligazioni). A credito (comprate) per 1.086 da banche, 121 da altre finanziarie, 427 assicurazioni e fondi pensione, 614 famiglie e 907 resto del mondo.
Derivati : curiosamente sono di importo relativamente modesto. Possibile che ve ne siano off-shore.
Prestiti a breve: sono indebitate, in avere, le società per 371 mld, le altre finanziarie per 149, gli ausiliari per 75, le famiglie per 59, e l’estero per 118. Prestano i soldi le banche e finanziarie per 619+34, il mondo per 89.
Prestiti a medio lungo : sono indebitate le società per 753, le finanziarie per 128+53, le amministrazioni centrali e locali per 94+105, le famiglie per 639, il mondo per 91. Prestano i soldi le banche e finanziarie per 1.321+221, le amministrazioni centrali per 110, il resto del mondo per 185.
Azioni : sono emesse da residenti per lo più. 1.591 dalle società, 170 dalle finanziarie e 485 dal resto del mondo. Sono comprate per 509 dalle società, 209+111 dalle finanziarie, 94 da assicurazioni e fondi pensione, 105 dallo Stato, 916 dalle famiglie e 395 dal mondo.
Quote di fondi comuni : i debitori (gli emittenti) sono finanziarie per 193 e mondo per 364 (i fondi sono quasi tutti all’estero per esigenze di evasione e assenza di controlli). Li detengono le finanziarie per 140 e le famiglie per 308).
Riserve tecniche di assicurazione : sono 700 miliardi di debito da parte di società e assicurazioni o fondi pensione. I creditori sono le famiglie per 700 miliardi.
Altre voci : il grosso (632 mld Dare e 563 Avere) sono crediti e debiti da rapporti commerciali tra società, e altre voci tra famiglie.

Da tutta questa esposizione cosa è che balza all’occhio ?
Quello che è sintetizzato nelle due righe rosse finali della tabella e che riassumo di seguito.
Tutta la struttura finanziaria nazionale può essere riassunta come segue.
  1. Le famiglie sono prestatrici nette (o finanziatrici) di 2.976 miliardi, che poi sono quelli conteggiati nella tabella precedente della loro ricchezza.
  2. Le società non finanziarie, quelle operative o commerciali, sono debitrici di 1.991 miliardi.
  3. Lo stato, tra amministrazioni centrali e locali, è debitore di 2.100 miliardi al netto delle riserve.
  4. In mezzo ci sono tutta una serie di realtà finanziarie o simili aggregate in varie classi, che vivono della segmentazione esistente tra le prime tre.
  5. Il trasferimento in andata o ritorno tra queste classi avviene con la moneta. Bancaria e non solo cartacea, la quale diventa presupposto di esistenza della casta bancaria, proprio perché si moltiplica da sola.




Se si potessero mettere in contatto diretto le famiglie con le società e con lo Stato, ecco che la moneta ritornerebbe al suo ruolo di mero strumento di scambio, unità di conto, e non di entità autoreplicante.
Perché il problema dei passaggi tra aggregati è che ogni volta, ad ogni passaggio, contabilizzo lo stesso importo sia in dare che in avere.
E’ con questo meccanismo che il settore arriva a valere 14.000 miliardi, 10 volte il PIL complessivo italiano. Se invece conto solo il PIL del settore finanziario, questo vale 270 miliardi/anno e questi 270 mld (il 18% del PIL totale) “poggiano” su circa metà del valore dell’intero settore finanziario: su 6/7.000 miliardi di attività e passività.
Possiamo dirlo : il castello di carte non è nemmeno un investimento ben produttivo. Con la metà dei soldi totali (7.000/14.000) faccio girare soltanto un quinto del PIL.
Ma questo dipende anche dal fatto che sono sempre gli stessi soldi che girano. O meglio che rimbalzano.
Un po’ come se due società si fatturassero reciprocamente lo stesso importo 10 volte avanti e indietro.
Così facendo mica creano ricchezza. Fanno solo “ammujna” http://it.wikipedia.org/wiki/Facite_ammuina .
E comunque per queste due società commerciali sarebbe un reato penale.
Per uno Stato o sistema o banca centrale invece è “alta finanza, se non politica monetaria”.
Tanto è noto e vero che si chiama moltiplicatore monetario (paragrafo più avanti).

Vorrei fare una notazione sulla questione degli ordini di grandezza.
In particolare su quelli che riguardano i dati che vengono comunicati a tutti noi.
Prendendo ad esempio il piano BCE da 300 miliardi da destinare ad investimenti.
Non voglio entrare nel merito del piano, ma solo dell’ordine di grandezza.
La UE fa 11.000 miliardi di PIL. Noi 1.500. Circa il 14%.
Che su 300 miliardi per investimenti farebbe circa 40 miliardi per l’Italia.
A fronte di un sistema finanziario di 14.000 miliardi.
Io sono convinto, e di seguito si trovano alcune idee, che sia necessario un nuovo, radicalmente diverso, sistema monetario.
E ciò non può essere realizzato a “cucchiainate”.

Dopo secoli di onorato servizio la moneta non serve più. Il Dio danaro è morto.
Quanto espresso sopra, in particolare nei punti da 1 a 4 sulla struttura finanziaria a inizio pagina, è un fatto noto.
Quello che non è noto ai più, invece, è che la moneta che conosciamo oggi non serve più.
Non è, in potenza, più indispensabile. Già oggi.
Anche prima di arrivare allo scambio di psicoquanti della civiltà dell’intelletto (2014 08 05 – Ramadan e Fioretti. Psichiatria quantica, ricomposizione di opposti, new economy, speranza e civiltà dell’intelletto), esiste già una buona approssimazione.
E di conseguenza si può anche pensare di vivere senza le banche, almeno in buona parte. O almeno in transizione.
Ciò è invece ben noto agli appartenenti alla casta, che fanno di tutto per nasconderlo ai più.

Anche se è un po’ lunga da leggere, serve una piccola cronistoria, che comunque è molto (troppo) sintetica. Si trova qui di seguito.
La moneta nasce per facilitare il commercio. Quello fisico, reale.
Prima dell'introduzione del denaro, l'unico modo per scambiare delle merci era il baratto, ovvero lo scambio diretto di beni contro beni.
Il baratto, però, era una modalità sì semplice, ma soggetta ad alcuni problemi fondamentali.
La soluzione di scambiare a credito, largamente praticata fra tribù diverse, presupponeva rapporti consolidati, di solito non facili da instaurare né da mantenere. Lo scambio più semplice invece richiedeva invece l'immediata contiguità temporale delle consegne ma per questo era ovviamente necessario che entrambe le merci fossero disponibili nello stesso tempo e nello stesso spazio. Ad esempio: arance contro grano non si può fare.
Inoltre lo scambio di beni o servizi contro altri beni o servizi tipicamente risulta funzionale in economie caratterizzate da ridotta frequenza delle transazioni.
Qualora il venditore non desiderasse ricevere, in cambio del bene ceduto, il bene che gli viene proposto, può rifiutare lo scambio oppure accettare il bene proposto per poi rivenderlo ad altri in cambio di un bene gradito oppure di un bene che a sua volta consenta di ottenere quanto desiderato.
Così il venditore può ottenere il bene desiderato solo dopo una serie di scambi (baratto multiplo), che non facilitano la compravendita di beni e servizi: l'assenza di un mezzo di pagamento di diffusa accettazione frena certamente gli scambi (scarsa efficienza allocativa), impedendo così anche l'evoluzione della specializzazione produttiva e il conseguente aumento di produttività (scarsa efficienza nella produzione).
Inoltre in assenza di moneta è quasi impossibile il risparmio. Chi produce un bene deve consumarlo o venderlo prima che deperisca (si pensi ai generi alimentari) e solo una piccola parte dei beni può essere conservata e consumata in futuro.
In più il baratto diventa difficile da realizzare per beni indivisibili. Un esempio può essere offerto dai capi di bestiame vivo.
All'aumentare della frequenza degli scambi, diventa perciò necessario che subentri in gioco un mezzo
1.      accettato in pagamento da tutti gli operatori economici,
2.      che conservi il proprio valore nel tempo (altrimenti verrebbe meno parte dell'accettazione) e
3.      sia facilmente divisibile.
Nel tempo, dal baratto diretto si passò dunque al baratto mediato, attraverso l'uso di una terza merce.
Che nel mondo occidentale ben presto fu individuata in lavorazioni di alcuni metalli, di cui il più noto è l'oro.
La moneta dunque è una forma di pagamento astratta ed evoluta ovvero una contropartita di un bene o servizio che sostituisce il baratto e offre al contempo un'ampia flessibilità d'acquisto di qualsiasi altro tipo di bene, anche frazionario, al prezzo del suo rispettivo valore, che, come è noto, è determinato dall'interazione di quattro fattori:
1.      costo di produzione,
2.      utilità,
3.      domanda e
4.      offerta.
I primi beni a fungere da mezzo di scambio ("moneta" in senso lato) presentano probabilmente i caratteri
1.      della non deperibilità,
2.      della notevole disponibilità e diffusione (negli scambi),
3.      della facile verificabilità della loro qualità.
·      la prima caratteristica favorisce la tesaurizzazione in attesa di scambi futuri desiderati ma incerti;
·      la seconda caratteristica garantisce una diffusa accettazione (che a sua volta ne accresce ulteriormente la diffusione, innescando un meccanismo moltiplicativo);
·      la terza caratteristica riduce le incertezze legate al pagamento e aumenta quindi l'accettazione di tali beni come mezzo liberatorio di pagamento.
Tali caratteristiche sono comuni a vari beni che sono stati usati come mezzi di pagamento anche fino alla metà del Novecento dai popoli senza scrittura: vari tipi di metalli (non solo oro ed argento, ma anche rame e ferro), il sale, le conchiglie (cauri), il tè, pezze di tessuto, pietre in diverse forme (nel mediterraneo neolitico l'ossidiana era il più diffuso mezzo di scambio).
Anche alcune grandi civiltà hanno continuato ad utilizzare beni come moneta fino a tempi recenti.
Il caso più tipico è il Giappone, dove il riso è rimasto l'unità di conto dei grandi feudi fino all'abolizione degli stessi, nel 1868.
Ma anche la Cina ha utilizzato dei veri e propri lingotti, i tael d'argento, fino agli anni trenta del Novecento.
Con riferimento a questi primi strumenti di pagamento, consistenti di fatto in beni con un proprio valore intrinseco, si usa l'espressione moneta merce.
Solo successivamente si affermano, come strumenti di pagamento i metalli preziosi, in considerazione soprattutto della loro notevolissima resistenza rispetto al trascorrere del tempo.
I metalli vengono utilizzati come moneta merce nella forma di lingotti o sbarre, o anche polvere.
Tuttavia questo sistema di pagamenti dà luogo a due inconvenienti.
1.      Innanzitutto chi riceve il lingotto in pagamento si deve accertare che esso abbia il peso dichiarato. E perciò si deve sempre portare dietro una bilancia per effettuare il controllo.
2.      Inoltre c'è il rischio che il metallo non sia puro e perciò chi riceve il pagamento deve altresì portarsi dietro una "pietra di paragone" od altro strumento per verificare la purezza del metallo.
Non tutti però condividono questa visione "rettilinea" della nascita della moneta in seguito alle esigenze dell'economia di scambio/mercato.
In ogni caso per una esposizione completa, come già detto, si rimanda a : http://it.wikipedia.org/wiki/Moneta  
Qui ci interessa arrivare ai giorni nostri, ma con un minimo di consapevolezza sulla complessità della questione.
I cinesi (pare)  trasformarono la moneta in carta moneta. Era concetto simile a quello delle lettere di debito (o credito) dei banchieri fiorentini. Entrambe (banconote o lettere) erano un debito come la nostra moneta di oggi.
Chi le aveva in mano poteva andare da un corrispondente che gli dava oro o monete in cambio di carta, perché sapeva che il corrispondente di partenza aveva ricevuto l’oro in deposito a fronte del quale aveva prodotto la carta.
A partire dal Settecento e soprattutto nell'Ottocento, dopo l'affermazione del sistema aureo, le banche centrali cominciano ad "emettere" moneta cartacea, ovvero iniziano a stampare banconote in serie (titoli di credito nei confronti dei depositi in oro detenuti dalla banca) per un ammontare maggiore rispetto alla capacità di copertura aurea delle banconote stesse.
Questa procedura (per certi versi rischiosa, dal punto di vista della solvibilità) è incoraggiata fondamentalmente da due fattori:
  1. da un lato la considerazione del fatto che in realtà il "circolante" maggiormente e stabilmente diffuso negli scambi è ormai rappresentato dalle banconote (le effettive conversioni in oro effettuate dai possessori di banconote sono diventate molto rare);
  2. dall'altro lato la possibilità di ottenere elevati profitti, attraverso gli interessi dei prestiti effettuati in banconote di nuova emissione.
Il Sistema Aureo
Con l'avvento dell'era industriale diventa importante disporre di monete in quantità sufficiente a soddisfare le esigenze di economie in forte crescita.
Contemporaneamente il diffondersi del benessere amplia il numero dei soggetti che possono risparmiare.
Conseguentemente, intorno al 1870, nascono le cosiddette "banche commerciali". aperte al pubblico ed organizzate in società per azioni, che raccolgono il pubblico risparmio e prestano denaro, sotto forma di depositi bancari oltre che di banconote.
L'oro si trasforma gradualmente in riserva, uscendo dai commerci per entrare nei forzieri delle banche centrali.
Viene usato per regolare i deficit delle bilance commerciali. Quello che oggi si fa con i cambi: svalutazioni e rivalutazioni (ndr).
Poco per volta si fa strada la regola secondo cui le autorità monetarie possono emettere moneta fino ad un valore massimo pari ad alcune volte il valore dell'oro detenuto. L'argento perde importanza come metallo monetario e diventa un bene rifugio per i privati.
Le autorità monetarie possono così regolare la quantità di moneta in funzione dei propri obiettivi di politica monetaria, mentre le riserve di metalli preziosi servono a regolare i saldi nella bilancia dei pagamenti.
Tale sistema, noto come sistema aureo (o tallone aureo o gold standard), viene adottato in un congresso internazionale nel 1867 da tutte le principali economie occidentali.
Tale sistema ha il vantaggio di rendere più flessibile la creazione di moneta e tuttavia ha il limite che, in presenza di un Paese con una bilancia dei pagamenti costantemente in deficit, devono essere presi provvedimenti per evitare che si esauriscano le riserve di tale Paese.
Il ricorso alla svalutazione è la risposta, che però si ripercuote anche sul valore delle altre monete, provocando situazioni di instabilità che si diffondono rapidamente dall'economia in difficoltà alle economie ad essa collegate.
Tuttavia, gradualmente alcune monete diventano riferimento per le altre. Le banche centrali di molte Nazioni, cioè, operano in modo da mantenere un cambio stabile con la valuta di riferimento.
In particolare si forma un'area della sterlina, che si estende su cinque continenti.
Altre monete forti, quali il marco, il dollaro e lo yen, rimangono estranee all'area della sterlina e creano proprie aree monetarie, di più ridotte dimensioni.
Infine, varie nazioni dell'Europa sudoccidentale si allacciano al franco francese e danno vita alla maggiore area indipendente dalla sterlina: l'Unione monetaria latina, composta da Francia, Italia, Spagna, Belgio, Svizzera, Grecia, cui si aggiunsero molti altri paesi.
Bretton Woods
La sequenza di svalutazioni prodottesi per fronteggiare la crisi del 1929 mette in crisi il sistema aureo e le aree monetarie che esso aveva creato.
La soluzione che viene escogitata durante la Conferenza di Bretton Woods del 1944 durante la fase di creazione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, consiste nel prevedere finanziamenti da parte dei paesi in surplus (primo fra tutti, gli USA) a favore dei paesi in deficit.
Le riserve in oro delle singole banche centrali perdono il ruolo di primo piano giocato fino a quel momento e lasciano spazio al dollaro, come moneta alla base del sistema monetario internazionale.
Pertanto le riserve delle banche centrali saranno da allora in poi costituite soprattutto da riserve valutarie (prevalentemente in dollari) nonché da titoli di stato esteri.
A sua volta, però, il dollaro rimane convertibile in oro e la Federal Reserve conserva buona parte delle riserve auree mondiali nel "forziere-fortezza" di Fort Knox, nel Kentucky.
L'abbandono di ogni legame con l'oro
Anche il sistema di Bretton Woods non regge alla prova del mercato e di una economia che diventa sempre più complessa e nella quale operano interessi sempre più consistenti.
La fine della convertibilità del dollaro in oro viene decretata dal presidente statunitense Nixon quando appare chiaro che il sistema è troppo oneroso per gli USA.
Si passa così nel 1971 ad un sistema di cambi flessibili: i deficit non generano più flussi di oro o di altri beni a favore del paese in surplus, ma danno luogo a svalutazioni delle monete.
Teoricamente qualunque metallo può essere riserva o materiale di conio della moneta.
Quando la moneta inizia a essere stampata su carta o su un supporto metallico che non ha un valore (se fuso e rivenduto) pari a quello nominale, quantità dello stesso materiale vengono accumulate a riserva.
Il passaggio alle riserve si ha quando l'oro o il metallo di conio non è disponibile in quantità sufficienti per le monete che si vogliono emettere.
Da questo punto in poi la moneta ebbe ancor più briglia sciolte (ndr).

In sintesi estrema le possiamo riassumere come segue. Se ben ricordo.
I monetaristi
La moneta crea la domanda. Se ho i soldi voglio comprare. E per conseguenza se io stato voglio “creare benessere” “stampo” un sacco di moneta (che se ricordate, è un debito) e il sistema se la spenderà.
Finchè continuo a stamparne ogni anno di più tutto funziona (salvo il fatto che la moneta è osmotica: tende ad attaccarsi dove c’è altra moneta). “Cresce” l’economia, fondamentalmente perché ci sono più soldi da spendere e fare girare.
Addirittura per i monetaristi uno Stato non può fallire finché può continuare a stampare soldi e qualcuno se li prende. Mi pare di ricordare che esiste solo un limite dato dalla piena occupazione e produzione.
Questo a me evoca un’altra categoria. Quella dello Stato o sistema pusher.
I keynesiani
Per loro in principio la moneta quasi non contava nulla.
La teoria è che è la domanda aggregata che produce la necessità di moneta.
Alla quale lo stato farà fronte con gli strumenti di politica monetaria.
Mi piace di più. Perché è più reale.
Anche se neppure questa risolve il problema della lievitazione del sistema finanziario, che dipende dal paragrafo seguente.

In tutte le economie il moltiplicatore monetario ha un valore superiore a 1, il che vuol dire che l'offerta di moneta è maggiore della base monetaria o, in altri termini, che l'offerta di moneta, oltre che dalla base monetaria, creata dalla banca centrale, è costituita dalla cosiddetta moneta bancaria, creata dalle banche raccogliendo depositi e concedendo prestiti o acquistando titoli (prestiti e titoli che, nel loro complesso, costituiscono il credito bancario).
L'effetto moltiplicativo trova la sua spiegazione nel processo circolare che si innesca tra banche e loro clienti.
Questi ultimi depositano la liquidità in eccesso, rispetto a quella che desiderano detenere, presso le banche, le quali, a loro volta, la ridistribuiscono al pubblico sotto forma di prestiti o acquisto di titoli;
Il pubblico, però, trattiene solo una parte della liquidità così ricevuta, depositando nuovamente il resto presso le banche, sicché il processo continua a ripetersi, creando ad ogni passaggio nuovi depositi che, andandosi a sommare a quelli già esistenti, aumentano l'offerta complessiva di moneta.
Va notato che la nuova moneta non viene creata dalla singola banca, che si limita a raccogliere depositi ed a concedere prestiti o acquistare titoli, ma dal sistema bancario nel suo complesso.
Il tutto può essere illustrato con un semplice esempio numerico:
1.    poniamo che il pubblico riceva moneta per 1.000 euro, ne trattenga il 10% e depositi il resto presso le banche
2.    queste avranno, quindi, 900 euro di depositi in più, dei quali una parte, poniamo il 20%, terranno come riserva e il resto, 720 euro, impiegheranno concedendo prestiti;
3.    il pubblico, ricevuti questi 720 euro, ne tratterrà il 10% e depositerà il resto presso le banche, che vedranno quindi i loro depositi aumentare di ulteriori 648 euro, i quali, andandosi a sommare ai precedenti 720 euro, porteranno l'aumento complessivo a 1.368 euro,
4.    che sommato ai 1.000 euro di incremento iniziale della base monetaria determina un aumento complessivo della quantità di moneta pari a 2.368 euro;
5.    ciò vuol dire che, dopo questi cicli, 1.000 euro di incremento della base monetaria hanno già generato un aumento più che doppio dell'offerta di moneta.
Poiché il processo si può ripetere più volte, ad ogni ciclo successivo si avrà un ulteriore aumento dei depositi e, quindi, dell'offerta di moneta (seppur via via decrescente).
E’ questo il motivo per cui il sistema (ad esempio il Sistema-Italia) vale 14.000 miliardi rispetto a 2.000 di debito o 1.500 di PIL.

A prescindere dalle preferenze personali credo che risulti chiaro a tutti quale sia lo spirito che ci ha portato dove siamo oggi.
Comunque questa è una situazione da cui non si esce con qualche piccolo aggiustamento.
Siamo arrivati al punto in cui ci si deve inventare una nuova Bretton Woods, che sia sensata e duratura.
Secondo me si deve invertire il paradigma monetarista.
La domanda da porsi, quindi, è : “quanta moneta serve per fare girare una economia?”
Ovviamente se adotto un approccio “demand-driven” la risposta è che ogni volta che un soggetto vuole comprare 1 euro di qualcosa, gli serve 1 euro per pagare.
E se la banca centrale potesse stamparglielo istantaneamente on demand avremmo trovato la chiave per seppellire definitivamente il Dio danaro di oggi.
E con lui, seppelliremmo anche l’approccio di “moneta dal lato dell’offerta” .
Avremmo messo un primo piede nel regno della Domanda : quello dove si compra una cosa perché serve e non perché me la “offrono”.
Tutto qua.
Vicini alla civiltà dell’intelletto.
Un limite a questo ragionamento in passato è sempre stato quello della velocità di circolazione della moneta http://it.wikipedia.org/Velocità di circolazione della moneta
La velocità di circolazione della moneta è la frequenza media con cui un'unità di moneta è spesa in uno specifico periodo di tempo. Tale concetto mette in relazione:
  1. le dimensioni dell'attività economica con
  2. una data offerta di moneta.
E’ una delle variabili che determinano l'inflazione.
Se, per esempio, in un'economia molto piccola, in cui ci sono solo 50 euro in tutto, un contadino (dotazione iniziale: 10 euro) e un meccanico (dotazione iniziale: 40 euro) acquistano, nel corso di un anno, merci e servizi l'uno dall'altro nelle tre seguenti transazioni:
          il meccanico compra grano dal contadino per 40 euro;
          il contadino spende 50 euro per far riparare il trattore dal meccanico;
          il meccanico acquista un gatto dal contadino per 10 euro;
allora 100 euro hanno cambiato mano nel corso dell'anno, sebbene ci siano solamente 50 euro in questo piccolo sistema economico.
Questo livello di 100 euro è possibile poiché ciascun euro è stato speso in media due volte nell'anno; ciò equivale a dire che la velocità della moneta è stata pari a  2/anno
Cosa è che cambia, oggi secondo me ?
Cambia che c’è internet che viaggia alla velocità della luce.
E’ per questo che parlo di relativismo monetario : alla velocità della luce 1 euro diventa ubiquo.
E l’esempio della microeconomia di cui sopra può replicarsi n volte fino ad una dimensione globale, senza che la moneta debba realmente circolare e quindi senza creare l’inflazione che deriverebbe dal fatto di avere una domanda ripetuta tante volte, ma in realtà fondata sempre sulla base monetaria di partenza.
Il dato di fatto è che la questione della velocità di circolazione della moneta non esiste più.
Ogni euro è potenzialmente qui e altrove.
Alcune configurazioni esistono già, ma sono frazionate e mantenute di nicchia.
Ad esempio, se A, ha bisogno di 1 euro in prestito, ci sarà un B istantaneamente connesso che potrà prestarglielo. Ricordate il social lending ?
Ne parliamo più avanti, ma sintetizzando: se viaggia alla velocità della luce, l’informazione che A ha soldi da prestare è disponibile live, ed ecco che crolla l’esigenza delle partite di giro dei debiti e crediti reiterati viste nei paragrafi sulla struttura del sistema finanziario e sul moltiplicatore monetario.
Non è più necessario che A depositi i soldi in banca e poi chi vuole un prestito (B) vada nella stessa banca che lo finanzi.
A può prestare i soldi a B direttamente, saltando i passaggi e quindi evitando la moltiplicazione monetaria.
Ma non solo: anche per le transazioni ordinarie, quelle di acquisto e vendita per capirsi e non solo quelle “finanziarie”, i passaggi sarebbero istantanei e la moneta in circolo potrebbe essere di pari valore di quello dell’economia reale.

Si deve immaginare che al centro del nuovo sistema ci sia una o più  “centrali di compensazione” specifiche, che “nettino” i saldi tra più piattaforme, ognuna delle quali rappresenti uno strumento per una tipologia di transazione reale.
O qualcosa del genere.
Di seguito ho ipotizzato e identificato 4 di queste piattaforme reali che idealmente coprono buona parte dell’insieme della attività economiche e finanziarie di base necessarie.
Il concetto di fondo è che la centrale compensa ogni euro in dare con ogni euro in avere, e in sintesi può arrivare a definire una sorta di valore istantaneo dell’intero sistema : il suo controvalore di cassa.
La centrale di compensazione potrebbe funzionare sugli stessi principi e circuiti di quelle attuali:
La compensazione (in inglese clearing) è un meccanismo che permette alle banche e alle istituzioni finanziarie membri di una camera di compensazione di regolare tra loro i rapporti di dare e avere generati da transazioni finanziarie effettuate sui mercati o di scambio di assegni o denaro tra banche.
Una transazione si realizza mediante l'acquisto di una parte e la vendita di una controparte generando un debitore e un creditore.
La compensazione si realizza aggregando tutte le posizioni di acquisto e di vendita avvenute su un prodotto o titolo detenuto da ciascuna delle due parti e calcolando il saldo netto che ogni parte deve dare o prendere, cercando di minimizzare lo scambio finale di denaro o beni.
Una volta lo scambio avveniva fisicamente in una stanza o camera convenuta: la camera di compensazione.
Oggi il tutto avviene in modalità informatica. Lo scambio comunque non avviene direttamente tra le due parti ma tramite l'ente che gestisce la camera e quindi si pone a garanzia della transazione, assumendosi il rischio di insolvenza.
Per la massa di capitali movimentati annualmente, le principali stanze di compensazione sono Clearstream ed Euroclear (e la loro controllata SWIFT – ricordate le dichiarazioni della Russia di cui al breviario di guerra ? ), società di diritto privato (non di natura bancaria), con sede legale nel Lussemburgo.
A queste si aggiunge per le transazioni in medio-oriente la Asian Clearing Union, nata nel 1974 a Teheran.
Meccanismo della compensazione
Di seguito un esempio semplificato di compensazione su di un bonifico: La banca A deve trasferire x € dal conto di Alice al conto di Bob presso la banca B attraverso la camera di compensazione C.
1.    A contatta C e gli chiede di trasferire x € verso il conto di Bob presso B.
2.    C contatta B per sapere se la transazione è possibile, dopo aver verificato la disponibilità sul conto in A.
3.    C addebita x € sul conto di A e accredita x € sul conto di B e conferma ad A e B la realizzata transazione.
4.    A addebita x € sul conto di Alice.
5.    B accredita x € sul conto di Bob.
Quindi la camera di compensazione si comporta come una meta-banca degli organismi finanziari.
Per i titoli finanziari il meccanismo è identico, avendo i titoli al posto del denaro.
Di seguito si vedrà perché serve questa breve sintesi sulle centrali di compensazione attuali.

Mi piace chiamarlo così: tra cyber-baratto e cerbiatto. Di per sé immagine di innocenza e non più di demone.
Il principio è molto semplice.
E’ moneta dal basso.
Come ho detto in precedenza ogni volta che un soggetto vuole comprare 1 euro di qualcosa, gli serve 1 euro per pagare e la banca centrale lo può “stampare” istantaneamente on demand.
Ovvero li ha già messi a disposizione, nell’ipotesi di cui al paragrafo “Dotazione iniziale”.
Ma  sintetizzando, entrerà in circolo solo la moneta indispensabile.
Bisogna fare attenzione : non è uno strumento di pagamento on-line quello che ho in mente.
Non è Pay-pal, che alla fine si traduce in un flusso verso e dai circuiti interbancari delle carte di credito. http://it.wikipedia.org/wiki/PayPal.  Pay-Pal potrebbe essere solo un veicolo anche per Cybratto.
E’ piuttosto una sorta di moneta universale, che nasce nelle attività reali e si riassume in centrale di compensazione in base all’incrocio tra:
  1. Domanda di beni e servizi
  2. Offerta di beni e servizi
  3. Domanda di capitale
  4. Offerta di capitale
In tale modo si determina una sorta di valore dell’economia globale (o di quella locale pilota)  costantemente aggiornato e quindi un  valore unitario di una moneta globale riportato su base del singolo individuo.
Il quale valore unitario nascerebbe dal valore globale dell’economia / 7 miliardi di persone.
Sono sicuro che qualcuno ci ha già pensato, di monete alternative o cyber o elettroniche ce ne sono davvero un sacco. Centinaia, forse migliaia
Ma secondo me, di seguito c’è qualche accessorio in più. E se invece non fosse una novità ed esistesse già, tanto meglio.
Penso infatti ad un nuovo innesto: la cyberpartitadoppia unipersonale.
Qualcosa del tipo che ogni soggetto, persona fisica, giuridica o stato venga “valutato” live e on-line in base al suo stato patrimoniale e conto economico, i quali sono a loro volta riassumibili nella cassa finale, che in un mondo senza crediti e debiti sarà di valore pari al patrimonio netto.
In questo modo ciascuno diventa, quindi, una componente di base della massa monetaria collettiva.
Per capirci qualcosa bisogna iniziare con le cose semplici.
Immaginate 4 categorie di base tipiche di transazioni reali finanziarie, più una quinta transazione che è la dotazione iniziale.
  1. Vendere beni, servizi o  lavoro e conseguente incasso
  2. Acquistare beni, servizi o lavoro e conseguente pagamento
  3. Prendere a prestito soldi per investimenti (quindi non indebitarsi per i consumi)
  4. Raccogliere soldi per investimenti, cioè per acquisto di beni durevoli ad utilità pluriennale
  5. Creare una dotazione iniziale di moneta
La transazione 5 la lasciamo per dopo, al paragrafo dotazione iniziale
Devo osservare che negli ultimi tempi non ho seguito a pieno il settore web, per cui mi sarò sicuramente perso delle evoluzioni importanti, ma lo scopo di questo scritto è trarre e offrire spunti.
Di tecnici molto più esperti di me è pieno.
Qui di seguito immagino l’utilizzo delle seguenti piattaforme già esistenti o no, per i 4 punti di cui sopra. Ma potrebbero essere altre.
E’ l’incrocio di tutte e 4 su di un'unica piattaforma compensativa (si veda quanto già al punto “compensazione) che consente di dare una buona approssimazione di un intero sistema finanziario e monetario.
  1. Modello Offerta. Ebay: la conosciamo tutti. EBay è una piattaforma web (marketplace), di fatto molto simile ad un sito di e-commerce, che offre ai propri utenti la possibilità di vendere e comprare oggetti sia nuovi sia usati, in qualsiasi momento, da qualunque postazione Internet e con diverse modalità, incluse le vendite a prezzo fisso e a prezzo dinamico, comunemente definite come "aste online". http://it.wikipedia.org/wiki/EBay
  2. Modello Domanda. Aipei : la avevo immaginata io nel 2010. Aipei era l’italianizzato di IPay. Non so se nel frattempo è stata copiata. Di sicuro so che se cerco Ipay sul web spuntano un sacco di link. Comunque era una marketplace dove si offrivano soldi per acquisti: “ho 1 euro, chi mi vende 2 o + kg di pasta?”. In qualche modo assomigliava a quei siti che offrono il confronto tra polizze assicurative, con la differenza che non era monosettore e che si concludeva la transazione con l’acquisto on line. Si immagini più in dettaglio: “ho 50 euro e voglio fare la spesa di una settimana per 3 persone : chi mi da più cibo?"
  3. Modello Prestiti. Social-lending: Questa forma di prestito è riconducibile ai prestiti personali non finalizzati, una delle tipologie più utilizzate di credito al consumo che, in quanto tali, non prevedono garanzie a protezione del prestatore contro il rischio di default. Con il social lending, chi presta denaro e chi lo riceve mediamente percepisce o paga una quota di interessi più favorevole rispetto a quella proposta dalle istituzioni finanziarie tradizionali. Ciò è possibile perché i costi di intermediazione sono ridotti, in quanto il prestatore e il richiedente (il contraente del prestito) vengono messi in relazione diretta e le aziende intermediarie, operando su web con servizi altamente automatizzati, hanno costi ridotti. http://it.wikipedia.org/wiki/Social_lending
  4. Modello Investimenti. Crowdfunding Il crowdfunding (dall'inglese crowd, folla e funding, finanziamento) o finanziamento collettivo in italiano, è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni. È una pratica di micro-finanziamento dal basso che mobilita persone e risorse. Il termine trae la propria origine dal crowdsourcing, processo di sviluppo collettivo di un prodotto. Il crowdfunding si può riferire a iniziative di qualsiasi genere, dall'aiuto in occasione di tragedie umanitarie al sostegno all'arte e ai beni culturali, al giornalismo partecipativo, fino all'imprenditoria innovativa e alla ricerca scientifica. Il crowdfunding è spesso utilizzato per promuovere l'innovazione e il cambiamento sociale, abbattendo le barriere tradizionali dell'investimento finanziario. Negli ultimi anni, sempre più spesso è stato invocato come una sorta di panacea per tutti i mali e un'ancora di salvezza per le economie colpite dalla crisi finanziaria.[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Crowdfunding

Il punto è che se incrocio Ebay con Aipei ottengo il mercato dei beni perfetto: capace di matchare la Domanda di beni imponendo un prezzo massimo dal lato compratore (quindi sarebbe una domanda non inflazionista, o inflazionista quanto sostenibile) con l’offerta al prezzo massimo ricavabile da parte dell’Offerta tra i vari componenti della Domanda aggregata.
Ogni volta che si chiude una transazione, si generano un dare e un avere dei due soggetti, che vanno ad aggiornare i relativi Cyber-bilanci uni personali.
Alcuni problemi potrebbero essere:
  1. le capacità fisiche di calcolo, data l’aggregazione di molti soggetti
  2. il costante aggiustamento del prezzo del bene in oggetto.
  3. la localizzazione geografica efficiente, o più semplicemente: dove c’è domanda e dove c’è offerta e quel prezzo sub.1 fino a dove è valido ?

Social lending e crowd funding invece sono abbastanza auto esplicativi.
Servirebbero per i punti 3 e 4 : prestiti e investimenti.
E sarebbero particolarmente indicati per operazioni di microcredito o microequity, proprio per il piccolo taglio delle operazioni di questi ultimi.
Forse sarebbe impensabile finanziare la TAV a botte di pochi euro per volta. Almeno per ora.
O forse sarebbe impossibile proprio perchè “il mercato” si accorgerebbe di una eventuale intrinseca inutilità ?
Io personalmente anni fa mi ero molto appassionato alla storia di Zopa, talmente geniale che in Italia la chiusero.

Sulla 5a transazione bisogna osservare che se si vuole convertire l’attuale sistema finanziario in maniera veloce, non si può immaginare di aspettare anni per avere la dotazione iniziale nata dal basso.
In particolare, quanto tempo ci vorrebbe perché un risparmiatore che guadagni 1.000 euro al mese, accumuli abbastanza capitale (risparmio) per potere finanziare 25.000 euro di macchinari di un artigiano ?
Ecco  che allora bisogna immaginare una dotazione iniziale.
In questo modo il sistema funzionerebbe a pieno regime da subito.
Un esempio di cyber monetazione piuttosto noto è Bitcoin . Al paragrafo seguente si trova un riassunto.
Ma Bitcoin è comunque una moneta dal lato offerta, almeno per quanto risulta dal paragrafo seguente (vedere mining). Anche se è comunque una bella invenzione,
Un ‘opzione per me suggestiva è quella di dedicare una bella fetta della patrimoniale offshore ad una vera bit monetazione di sistema parallela.
Banca d’Italia potrebbe dedicare 1.000 miliardi di riserva equivalente recuperata off-shore (e già certificata a fair-value come si diceva in precedenza) da mettere a disposizione di un nuovo mercato monetario italiano.

Prima di proseguire ecco alcune considerazioni sul caso Bitcoin. Servono a rendersi conto dell’argomento.
A differenza della maggior parte delle valute tradizionali, Bitcoin non fa uso di un ente centrale: esso utilizza un database distribuito tra i nodi della rete che tengono traccia delle transazioni, e sfrutta la crittografia per gestire gli aspetti funzionali come la generazione di nuova moneta e l'attribuzione di proprietà dei bitcoin.
La rete Bitcoin consente il possesso ed il trasferimento anonimo delle monete; i dati necessari ad utilizzare i propri bitcoin possono essere salvati su uno o più personal computer sotto forma di "portafoglio" digitale, o mantenuti presso terze parti che svolgono funzioni simili ad una banca.
In ogni caso, i bitcoin possono essere trasferiti attraverso Internet verso chiunque abbia un "indirizzo bitcoin".
La struttura peer-to-peer della rete Bitcoin e la mancanza di un ente centrale rende impossibile per qualunque autorità, governativa o meno, di bloccare la rete, sequestrare bitcoin ai legittimi possessori o di svalutarla creando nuova moneta.
In Bitcoin la quantità di valuta in circolazione è limitata a priori, inoltre è perfettamente prevedibile e quindi conosciuta da tutti i suoi utilizzatori in anticipo[18]
L'inflazione da valuta in circolazione non può quindi essere utilizzata da un ente centrale per ridistribuire la ricchezza tra gli utenti.
Il numero totale di bitcoin tende asintoticamente al limite di 21 milioni. La disponibilità di nuove monete cresce come una serie geometrica ogni 4 anni; nel 2013 è stata generata metà delle possibili monete e per il 2017 saranno i tre quarti
La rete Bitcoin crea e distribuisce in maniera completamente casuale un certo ammontare di monete all'incirca sei volte l'ora ai client che prendono parte alla rete in modo attivo, ovvero che contribuiscono tramite la propria potenza di calcolo alla gestione e alla sicurezza della rete stessa.
L'attività di generazione di bitcoin viene spesso definita come "mining", un termine analogo al gold mining (estrazione di oro).[18]
La probabilità che un certo utente riceva la ricompensa in monete dipende dalla potenza computazionale che aggiunge alla rete relativamente al potere computazionale totale della rete.[30]
Inizialmente il client stesso si occupava di svolgere i calcoli necessari all'estrazione dei Bitcoin, sfruttando la sola CPU.

Tornando a riprendere dalla fine del paragrafo “Dotazione iniziale”, osservo quanto segue.
1.000 miliardi sono 16.666 euro a testa, che potrebbero essere messi a disposizione di ogni italiano gratuitamente (circa 50.000 a famiglia).
Ognuno diventerebbe quindi una piccola banca, in qualche modo un “libero battitore di moneta”, perché starà comunque a lui decidere se prestare oppure no o a chi.
Ma potrà anche decidere se spendersi o no la dotazione iniziale, nel qual caso i soldi arriveranno prima o poi a qualcuno che invece li risparmia fino a che non sa cosa farsene del risparmi e allora li presta a qualcun’altro.
Ma secondo me è improbabile che tutti “corrano ai consumi” dopo un biblico “crashcrunch” e relativa rivoluzione.
Diamo per scontato che il livello di consapevolezza sia cresciuto e tanti, se non tutti, vorranno impiegare la dotazione in maniera utile e redditizia.
Tenerla in conto Cybratto, infatti, non sarà efficiente perché non esisteranno tassi di interesse, e quindi i 16,666 non renderanno nulla.
A quel punto interverrebbe il circuito Cybratto che sarebbe quindi già capace di aggregare prestatori e investitori su importi tangibili.
Mentre il lato “cyber mercato fisico” funzionerebbe già comunque per i piccoli importi.

Nel paragrafo “Cybratto” ho ipotizzato e identificato 4 piattaforme reali che idealmente coprono buona parte dell’insieme della attività economiche e finanziarie di base.
In mezzo a queste, c’è la centrale di compensazione.
In ogni istante la piattaforma di compensazione saprà dirmi :
  1. dove e per che beni c’è domanda inevasa.
  2. Dove e per che beni c’è offerta invenduta.
  3. Dove ci sono saldi di cassa (risparmio) a disposizione per prestiti.
  4. Dove ci sono richieste di finanziamento e per che investimenti.
Risulterà chiaro, che in questo sistema elettronico non c’è bisogno della centrale di compensazione che conosciamo oggi, perché ogni transazione è pagata on-line e quindi non lascia dietro di sè’ ne crediti ne debiti.
La centrale, invece, deve rendere possibile il “match”:
  1. tra domanda e offerta di beni e servizi.
  2. tra domanda e offerta di prestiti e investimenti.
In pratica, deve svolgere la funzione di allocazione delle risorse (moneta) il più efficientemente possibile.
E deve “controllare” le transazioni evase e quelle inevase sulle singole piattaforme.
La sintesi di questo lavoro, sarà quella di nettare ogni Dare e Avere e creare una istantanea fotografia del sistema, di cosa eventualmente “aggiustare” ed infine di dove sta “il grano”.
Sarà una costante fotografia, si.
Ma questa volta, la fotografia non ruberà l’anima.
Sarà l’anima.

Per potere essere “affidatari” dei 16.666 bisogna solo dare l’ok a farsi fare il bilancio da caricare nella “centrale di compensazione partita doppia”.
E qua interverrà il legislatore: “te li devi prendere, non puoi dire di no”.
Sarà da valutare se inserire anche gli immobili in questi bilanci uni personali. In ogni caso sono già censiti nei vari  Catasti  per cui sono già visibili.
Io penso che vadano considerati, anche se non sono vera ricchezza liquida, e ciò per un motivo semplice.
Nel tempo, Cybratto contabilizzerà un accumulo del risparmio ed è verosimile che chi lo accumula voglia anche comperarsi una casa, non solo finanziare imprese.
A quel punto se io travaso moneta dal conto “cassa” al conto “case”, quest’ultimo non  può essere “fuori sistema” altrimenti provoco un crollo immediato, una svalutazione, della mia Cybermoneta.
Il singolo bilancio viene poi risucchiato nel consolidato di sistema istantaneamente, e in questo modo viene regolarmente monitorato dalla centrale di cui sopra.
E’ forse utile provare  a seguire qualche schema contabile di base, per riassumere un minimo la logica di base.
Sono a fine scritto, ultima pagina. Alla dotazione iniziale del soggetto A di 16.666 seguono alcune  transazioni di base. Altri soggetti servono a rendere più verosimili le casistiche.
Mi rendo conto che sono estremamente banali, ma credo che proprio per questo rendano l’idea.
Sono anche dati approssimativi.
Non tengono conto delle reali proporzioni tra singolo e mercati.
Il “giro moneta” è ipotizzato solo una volta per ogni transazione, mentre a regime, dopo la prima immissione di cassa, questa continuerà a girare avanti e indietro, assestando il sistema su di un dato valore.
Ma comunque alcuni punti si possono notare.
Il bilancio iniziale è quello di un soggetto “uni personale”
Ogni passaggio ha un dare e un avere di cassa : totale 110.
Ma se invece seguo l’andamento della colonna stock progressivo, non supera mai i 16,66, tranne che alla fine ma perché le ultime transazioni fanno un salto di scala dimensionale (18). Quando si chiudono si torna a 16,66.
Ciò vorrebbe dire che il sistema non è mai in eccesso o in fabbisogno di cassa (moneta) più di questo importo, che poi è quello di partenza. 
Tutto molto approssimativamente, naturalmente.
Se considero poi la velocità di circolazione e la parcellizzazione degli importi, posso dire con ragionevole certezza che in qualsiasi istante ci sarà qualcuno (o un insieme di alcuni) che potrà accrescere o avere bisogno (utilizzare) di quel saldo.
Tutto ciò può avvenire anche usando sistemi tipo Pay Pal, che potrebbe fornire la piattaforma di pagamenti su cui fare viaggiare le transazioni. Ma è solo parte di tutto il disegno. Perché Pay-Pal non crea moneta. Ha sempre un movimento finale verso o dai circuiti delle carte di credito. Quindi è moneta elettronica  tradizionale, strettamente legata a quella tradizionale.
Nel nostro caso, no. L’unità di conto sarà basata sulla  riserva uni personale (quella dei 16.666 euro a testa), che in realtà, dietro, ha una riserva reale parcheggiata in banca centrale.
Ma questa non resterà “tal quale”. Cioè non resterà la riserva originaria di 16.666 euro, bensì sarà la stessa aggiustata dei progressivi movimenti contabili uni personali.
La somma di queste “isole di base monetaria personali”, sarebbe praticamente la rappresentazione istantanea di quanto vale il sistema.
Provate a immaginare visivamente: un cruscotto aggiornato on-line in cui vedo i miei 16.666 euro in moto costante oscillante intorno alla media o alla mediana di 16.666. Basandosi sempre su un rapporto tra valore totale del sistema e numero di soggetti componenti il sistema.
Come quando si osserva l’utilizzo della CPU, tanto per capirsi.
La moneta della civiltà dell’intelletto era lo psicoquanto.
Qua ci siamo molto vicini : un sistema monetario costituito da tante uni-sinapsi contabili in costante reciproco flusso di andata e ritorno di bitmoneta.

In transizione quindi, la moneta attuale, l’Euro, potrebbe continuare  ad esistere ma su due circuiti.
  1. Il Neuro, su piattaforma Cybratto, con i suoi 1.000 miliardi di “socio-moneta” garantiti da 1.000 miliardi di riserve ex off-shore già a fair value.
  2. Il Nanoeuro, con quello che resta del PIL e del settore finanziario da 14.400 miliardi. Per questo lo chiamo Nanoeuro. Vuol dire Euro a valori post “crash crunch”.
Nel tempo, avverrà un travaso sempre maggiore da 2 a 1.
Considerando però che i 1.000 miliardi di moneta Cybratto potrebbero anche essere sufficienti da soli a far girare un PIL, che se si ricorda il breviario di guerra, era già sceso a 1.000 miliardi pari a 2/3 del valore pre-“crashcrunch”

Tutto ciò potrebbe anche sembrare un delirio.
Ma non credo che lo sia. Al massimo una visione.
Molte cose sono solo spunti o accenni.
Sicuramente molte cose sono da approfondire o correggere.
Probabilmente mancano alcuni nessi logici e  anche contabili.
Ma secondo me un mondo senza finanza e senza soldi attuali è già possibile.
Basta focalizzarsi su web ed elettronica.
E secondo me qualcuno ci ha già pensato.
Que viva el Cybratto.

1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25

Tabella esemplificativa


Dare
Avere


Cassa D
Cassa A
Netto
Progressivo
A bilancio iniziale cassa ex off-shore
Cassa
17



16,7

16,7
16,7
A bilancio iniziale debito (teorico) vs Stato o patrimonio netto


17
Debito




16,7









16,7
A lavora e matura stipendio da B


2
Ricavi




16,7
A incassa stipendio da B
Cassa
2



2

2
18,7
B paga stipendio a A


2
Cassa


-2
-2
16,7
B prende i soldi dal PN (utile)
Costo = <utili
2






16,7









16,7
C compra cibo da D
Costo
5






16,7
C paga cibo  a D


5
Cassa


-5
-5
11,7
C vende cibo ad E


3
Ricavi




11,7
C incassa cibo da E
Cassa
3



3

3
14,7









14,7
A compra cibo da  C
Costo
2






14,7
A paga cibo  a C


2
Cassa


-2
-2
12,7
C vende cibo ad A


2
Ricavi




12,7
C incassa cibo da A
Cassa
2



2

2
14,7









14,7
Mercato C compra cibo da mercato D
Costo
5






14,7
Mercato C paga cibo  a mercato D


5
Cassa


-5
-5
9,7
Mercato C vende cibo a mercato E


7
Ricavi




9,7
Mercato C incassa cibo da mercato E
Cassa
7



7

7
16,7









16,7
Mercato C Deposita in banca F gli utili
Banca
2






16,7
Mercato C Deposita in banca F gli utili


2
Cassa


-2
-2
14,7
Banca F incassa
Cassa
2



2

2
16,7
Banca F ha debito


2
Debiti per dep.



16,7









16,7
Banca F  presta a B - prestito
Cred. x prest.
18






16,7
Banca F  presta a B - pagamento


18
Cassa


-18
-18
-1,3
B riceve cassa
Cassa
18



18

18
16,7
B ha un debito


18
Debito




16,7
Banca F incassa interessi - ricavo


3
Ricavi




16,7
Banca F incassa interessi
Cassa
3



3

3
19,7
B Paga interessi - cassa


3
Cassa


-3
-3
16,7
B paga interessi - costo
Costo
3






16,7









16,7
Società B incassa prestito
Cassa
18



18

18
34,7
Società B ha un debito


18
Debito




34,7
Società B compra macchinari
Impianti
18






34,7
Società B paga macchinari


18
Cassa


-18
-18
16,7









16,7
TOTALE - post dotazione iniziale

110
110


55
-55



venerdì 26 settembre 2014

2014 09 25 - Rassegna Stampa di guerra




. 1


1          2014 09 19 Shale gas, il miraggio sta già svanendo



I blog de IlFattoQuotidiano.it Fabio Scacciavillani Chief Economist Fondo d'investimenti dell'Oman
Shale gas, il miraggio sta già svanendo di Fabio Scacciavillani | 25 settembre 2014

Il successo dell’estrazione di petrolio e gas da giacimenti non convenzionali, in particolare le formazioni di scisti (in inglese shale), è uno dei rari raggi di luce negli anni bui di Grande Recessione. L’impatto è stato impressionante. Da quattro anni gli Usa sono il maggior produttore di gas al mondo e da inizio 2014, con l’equivalente di 11 milioni di barili di petrolio al giorno, sono in testa alla produzione globale di idrocarburi. Il prezzo del gas naturale negli Usa, che a giugno del 2008 aveva superato i 12 dollari per milione di Btu (British thermal units, l’unità di misura più diffusa per il prezzo del gas), piombò a meno di 3 dollari a settembre 2009 e poi fino a un minimo di 2 dollari nell’aprile del 2012. Oggi il prezzo si aggira intorno ai 4 dollari per mBtu. Gli Usa un tempo rassegnati a massicce importazioni di gas liquefatto dal Qatar ora pianificano di esportare verso l’Europa (dove il gas vale 10 dollari per mBtu) e il ricco mercato asiatico (in Giappone il prezzo è circa 15 dollari) e addirittura verso il Medio Oriente.

In taluni settori manifatturieri, inclusi quelli che avevano trasferito le fabbriche in Asia o Messico, ora i costi energetici contenuti (e l’inflazione salariale nei Paesi emergenti) rendono gli Stati Uniti una localizzazione competitiva. L’ottimismo generato da questa manna energetica ha indotto a prevedere che gli Usa possano raggiungere l’autosufficienza energetica nel 2020. Tale epocale inversione non ha sconquassato solo l’economia, ma ha anche accentuato l’istinto isolazionista dell’America profonda e di Barack Obama. Il presidente infatti ha trascurato Libia, Siria, Iraq e teatri di guerra che un tempo avrebbero acceso l’allarme rosso alla Casa Bianca e si è ridestato lentamente dal torpore geopolitico solo di fronte agli sgozzamenti. Sull’approvvigionamento energetico classe politica, Pentagono, società petrolifere e Wall Street (che ha riversato cascate di dollari su progetti targati shale) dopo decenni di patemi e tensioni sono convinti di potersi rilassare.

Tuttavia da questo altare di certezze si odono mandibole di tarli in piena attività: i successi iniziali sono stati inopinatamente proiettati nel futuro per attirare capitali e gonfiare l’ennesima bolla. Una serie di studi del Bureau of Economic Geology (BEG) all’Università del Texas – una tra le più autorevoli think tank in campo energetico – ha rielaborato le previsioni iniziali sulla produzione di shale gas alla luce dei dati fin qui rilevati nei maggiori giacimenti. Tali studi condotti da geologi, economisti e ingegneri forniscono un’analisi, disaggregata per singolo pozzo, fino al 2030 sulla base di diversi scenari di prezzo (che determinano la convenienza economica dell’estrazione). Emerge che, in contrasto con le iniziali proiezioni, la produzione nel bacino texano di Barnett (il più vecchio) segue un declino esponenziale: la produzione raggiunge un picco nei primi mesi di attività, per poi crollare, invece di stabilizzarsi.
Per compensare il rapido declino dei primi pozzi (più promettenti e meno costosi) si deve trivellare più intensamente e con tecnologie più sofisticate e i costi si impennano. Piani di investimento e aspettative di profitti rischiano di trasformarsi in perdite per azionisti e finanziatori incauti.

Da altri grandi giacimenti di shale gas sfruttati da minor tempo, come Haynesville e Marcellus, si temono analoghi dispiaceri. Oltre al gas, anche i dati dai pozzi di petrolio da scisti di Eagle Ford in Texas, elaborati da Arthur Berman indicano un preoccupante declino. La Shell ha iscritto a bilancio perdite per 2, 1 miliardi di dollari dall’investimento in Eagle Ford. Un altro colosso mondiale delle materie prime, BHP Hilton, che aveva scommesso 20 miliardi di dollari sugli idrocarburi da scisti ha annunciato di voler vendere metà dei suoi bacini. Una doccia gelida è anche arrivata dall’Energy Information Administration (EIA) del governo Usa che ha tagliato del 96 per cento (da 13, 7 miliardi di barili ad appena 600 milioni) le stime di petrolio estraibili dal bacino Monterey lungo circa 2500 chilometri in California e considerato (ormai erroneamente) il più grande degli States con due terzi delle riserve petrolifere non convenzionali. Insieme alle stime sono evaporati 2,8 milioni di posti di lavoro attesi entro il 2020, oltre a 24, 6 miliardi di dollari introiti fiscali e un 14 per cento di aumento del Pil californiano.

L’epopea dei combustibili fossili oscilla da due secoli tra presagi di esaurimento imminente ed esaltazione da scoperte di giacimenti giganteschi. Lo shale gas ha alimentato aspettative mirabolanti probabilmente destinate ad ridimensionarsi. Il miraggio dello shale aveva colpito dalla Polonia al Regno Unito, dall’Argentina alla Cina. Ma al di fuori del Nord America al momento non si registrano successi di rilievo. In Polonia si sono accumulate perdite e dispute tra governo società petrolifere, mentre Oltremanica il governo sembra scettico. In Italia – dove comunque non si segnalano sostanziali giacimenti non convenzionali e la Strategia Energetica Nazionale esclude espressamente estrazioni da scisti – la Commissione Ambiente della Camera ha approvato da pochi giorni un emendamento che proibisce il fracking, cioè la tecnologia per estrarre lo shale gas.

Il Fatto Quotidiano, 17 settembre 2014


2          22/09/2014 Capital Economics: "Italia verso il default, esca subito dall'Euro"


Da mesi il quotidiano inglese 'The Telegraph' spinge sul tasto della prossima fine dell'Euro, o dell'uscita dalla moneta unica come ultima spiaggia per i Paesi della periferia continentale schiacciati dalla crisi dei debiti sovrani.
L'ultimo affondo sulle colonne del Telegraph è a firma di Roger Bootle, amministratore delegato di Capital Economics e vincitore del Premio Wolfson economics del 2012. Secondo Bootle l'Italia corre verso un default inevitabile sul debito pubblico, e solo l'abbandono della moneta unica può evitarlo.

IL CONFRONTO CON IL REGNO UNITO - Bootle ricorda i fasti dell’economia italiana allorchè negli anni Settanta superò per pil l’economia del Regno Unito, un evento definito dalla stampa “il sorpasso”. Sebbene quel benessere fu perseguito con alti tassi d’inflazione e nonostante una politica caotica. La situazione fu però ribaltata nel 1995, quando il Regno Unito tornò a superare l’Italia. Da allora, spiega, il divario tra le due economie si è ampliato in favore di Londra. D’altronde, dal 1999 ad oggi, ossia da quando l’Italia ha adottato l’euro, il suo pil è cresciuto mediamente dello 0,3% all’anno, ossia è rimasto fermo. Oggi, è del 9% al di sotto del picco raggiunto nel 2007, unico paese del G7 insieme al Giappone a non avere superato ancora la crisi finanziaria esplosa nel 2008.
DEBITO PUBBLICO E MONETA UNICA - Le ragioni di questo disastro non stanno solamente nell’euro. "L’Italia - spiega Bootle - non ha fatto le riforme per rilanciare la sua competitività e ha subito più delle altre economie la concorrenza dei mercati emergenti. A differenza della Germania, infatti, produce essenzialmente beni di largo consumo a basso contenuto di tecnologia. Tuttavia, la moneta unica ha la responsabilità di aver impedito un riequilibrio, in quanto non ha permesso le variazioni del cambio necessarie per giungere agli aggiustamenti con gli altri paesi". Il manager sottolinea inoltre che l’Italia non ha tanto un problema di deficit, pari al 3% del pil, ma di debito pubblico, oltre il 130% del pil. Nonostante ciò, paga i rendimenti a 10 anni sui suoi bond sovrani solamente al 2,4%. La classica situazione, aggiunge, di "quiete prima della tempesta".
LA TRAPPOLA DEL DEBITO - Secondo Bootle, dunque, l’Italia si troverebbe in una vera e propria “trappola del debito”. Non cresce e ciò fa lievitare di continuo il rapporto tra debito e pil. Ma per crescere non sarà sufficiente il solo varo delle riforme tanto attese e mai attuate; finchè il Belpaese rimarrà nella moneta unica, non potrà riprendersi del tutto. E se è vero che è poco esposto verso l’estero (le passività finanziarie sono più alte delle attività verso l’estero del 30% del pil), ciò non esclude che gli elevati risparmi italiani smettano a un certo punto di finanziare la montagna del debito, quando ci sarà la percezione diffusa che prima o poi possa scattare il default.
Bootle sottolinea inoltre come una ristrutturazione del debito pubblico italiano avrebbe conseguenze molto gravi sul sistema finanziario globale, dato che abbiamo il terzo più grande mercato di bond al mondo dopo USA e Giappone, generando una grave crisi bancaria visto che gli istituti sono colmi del nostro debito sovrano. E non ci sarebbe dunque alcuna vera alternativa all’uscita dell’Italia dall’euro. Si chiede Bootle: quanto altro tempo ancora dovrà essere sprecato prima che i politici italiani si rendano conto che bisogna rinunciare alla moneta unica?

3          2014 09 23 La Germania si sta sbriciolando, altro che "modello"



Der Spiegel: un paese che non ha fatto investimenti, non sta crescendo, e dove il livello di benessere sta scendendo per la maggior parte dei cittadini.
di WSI
Pubblicato il 23 settembre 2014| Ora 14:37 Commentato: 32 volte

FRANCOFORTE (WSI) - A dispetto della sua luccicante facciata, l'economia tedesca si sta sbriciolando al proprio interno. Così, quantomeno, la pensa Marcel Fratzscher. Con le infrastrutture del paese che diventano obsolete e le aziende che preferiscono investire all'estero, il consulente del governo sostiene che la prosperità della Germania sta vacillando.

Quando Fratzscher, capo del German Institute for Economic Research, tiene una conferenza, gli piace porre una domanda al pubblico: "Di che paese stiamo parlando?" Dopodiché inizia a descrivere un paese che ha avuto meno crescita rispetto alla media dei paesi dell'eurozona fin dall'inizio del nuovo millennio, dove la produttività è cresciuta solo di poco, e dove due lavoratori su tre guadagnano oggi meno di quanto guadagnavano nel 2000.

Di solito Fratzscher non deve attendere molto prima che le persone inizino ad alzare la mano. "Portogallo" afferma qualcuno. "Italia" dice un altro. "Francia" esclama un terzo. L'economista lascia che il pubblico continui a cercare la risposta giusta finché, con sorriso trionfante, annuncia la risposta. Il paese che stiamo cercando, quello con dei risultati economici così deboli, è la Germania.

Forse ci vuole qualcuno che abbia la preparazione di Fratzscher per essere così aspramente critico verso il proprio paese. L'economista di Bonn ha lavorato come consigliere del governo a Jakarta nella metà degli anni '90, durante la crisi finanziaria asiatica. Ha condotto ricerche presso il rinomato Peterson Institute a Washington quando esplose la bolla di internet, e ha scritto analisi per la Banca Centrale Europea nel periodo più cupo della crisi dell'euro. Ha sempre osservato gli sviluppi della Germania "con un certo distacco", dice lui stesso.

Fratzscher guida il German Institute for Economic Research (DIW) da oltre un anno, ed è evidente che questa ritrovata vicinanza gli ha aguzzato la vista sulle contraddizioni della quarta maggiore potenza economica del mondo. L'industria tedesca vende automobili di alta qualità e macchinari in tutto il mondo, ma quando l'intonaco comincia a scrostarsi dai muri di una scuola elementare sono i genitori a dover raccogliere il denaro per pagare l'imbianchino.

Le aziende e le famiglie posseggono attività e beni per migliaia di miliardi, ma metà dei ponti autostradali hanno urgente bisogno di riparazioni. La Germania ottiene più benefici dall'Europa rispetto alla maggior parte degli altri paesi, eppure i suoi cittadini hanno l'impressione che Bruxelles si approfitti di loro.

La Grande Illusione
Fratzscher la chiama "Die Deutschland Illusion" ("L'Illusione Tedesca"), che è il titolo del suo nuovo libro che sarà presentato venerdì dal ministro tedesco all'economia, Sigmar Gabriel. Lo scorso anno Fratzscher ha chiesto al suo staff del DIW, uno dei più importanti think tank del paese, di occuparsi delle fondamenta dell'economia tedesca. Fratzscher ha condensato i risultati in un crudo resoconto sulle grandi illusioni dell'economia del paese.

I tedeschi vedono il proprio paese come un motore di occupazione e un modello per le riforme per tutta l'Europa, dice Fratzscher, e tuttavia la Germania si è a malapena risollevata dalla recessione causata dalla crisi finanziaria. La Germania secondo Fratzscher sembra un gigante quando è vista da lontano, ma diventa sempre più piccola quanto più ci si avvicina. Il paese sta percorrendo "un sentiero in discesa", scrive il presidente del DIW, e sta vivendo "delle proprie riserve".

Gli stessi buoni dati sul mercato del lavoro nascondono in realtà la più pericolosa debolezza della Germania. Difficilmente un qualsiasi altro paese industrializzato potrebbe essere così negligente e avaro rispetto al proprio futuro. Mentre all'inizio degli anni '90 il governo e l'economia investivano il 25 percento del prodotto totale per costruire nuove strade, linee telefoniche, edifici universitari e fabbriche, nel 2013 questo numero è sceso ad appena il 19,7%, (Italia 18% - 50% costruzioni)  secondo i recenti dati forniti dall'Ufficio Statistico Federale.

Questa non è una banalità statistica. Il futuro del paese e la vita quotidiana dei suoi cittadini dipendono da come ciascun euro viene usato oggi. Se un euro viene speso subito non sarà utile per il futuro. Può anche essere risparmiato per dei consumi futuri. O può essere investito in aziende, istruzione o infrastrutture, in modo da diventare la base per la prosperità futura, il progresso tecnico e altri posti di lavoro.

Il problema della Germania è che il denaro viene ora utilizzato essenzialmente per i primi due scopi. Secondo i calcoli del DIW, la caduta degli investimenti tra il 1999 e il 2012 ammonta a circa il 3% del PIL, ed è il più grande "divario degli investimenti" di tutta l'Europa. Se uno guarda solo agli anni tra il 2010 e il 2012 il divario è del 3,7%, ancora più grande. Solo per mantenere un livello accettabile di crescita, il governo e le imprese dovrebbero spendere 103 miliardi di euro in più ogni anno rispetto a quanto stanno facendo oggi.

Preoccupazioni crescenti
Questo è il punto chiave della diagnosi di Fratzscher — e adesso l'onere di trovare la terapia ricade su di lui. Da quando il ministro all'economia Gabriel lo ha nominato commissario agli investimenti alla fine dello scorso mese, si è trovato al centro del dibatto sulla riforma della spesa, dibattito potenzialmente tanto importante quanto lo fu quello sull'Agenda 2010 di riforme del mercato del lavoro e del sistema di welfare.

La recente flessione dell'economia rende il problema ancora più urgente. Ora che l'industria ha visto un declino nel volume degli ordini e ha ridimensionato la produzione, il governo deve decidere se contrastare tale declino con un programma di investimenti.

Ciò che recentemente non era altro che una possibilità teorica potrebbe presto diventare un punto critico fondamentale per la coalizione di governo della cancelliera Angela Merkel. Mentre la Merkel e il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble restano determinati nell'aderire al proprio progetto di presentare un bilancio federale in pareggio per il prossimo anno, Fratzschern sostiene che bisogna prepararsi per lo scenario peggiore. "Se la crisi si aggrava ancora," ha detto in una conversazione con lo SPIEGEL, "sarà necessaria una maggiore spesa per stimolare l'economia".

Se ciò avverrà, il libro di Fratzscher potrebbe offrire un modello su come procedere. Nel suo studio, il presidente del DIW elenca meticolosamente i maggiori problemi di investimento per la Germania, dalle aziende alle reti di trasporti, dall'istruzione al piano di transizione energetica — il passaggio del governo federale dall'energia nucleare verso l'energia rinnovabile. Dati a sostegno delle sue teorie vengono da ogni angolo del paese.

Svanisce la lealtà verso la Germania
Rainer Hundsdörfer sta per compiere quella che è forse la decisione più difficile della sua vita professionale. La sua azienda ha in programma di investire 50 milioni di euro a breve, ma egli è incerto se valga ancora la pena di spendere questi soldi nella propria patria.

Hundsdörfer è l'amministratore delegato dell'impresa Ebm-Pabst. I ventilatori industriali prodotti dalla sua azienda a Mulfingen, una città nel sud della Germania, sono installati nei sistemi di refrigerazione dei supermercati, nei condizionatori d'aria degli alberghi e nei server informatici di tutto il mondo. I mercati esteri contano già per oltre il 70 percento delle vendite della sua azienda.

Ebm-Pabst fabbrica già da tempo alcuni dei suoi prodotti in India e in Cina, ma fino ad ora il suo obiettivo quando investiva in paesi stranieri era semplicemente quello di trovarsi più vicino ai suoi clienti. L'azienda era rimasta fieramente leale alla Franconia, la sua regione d'origine in Germania. Ma questa lealtà potrebbe svanire alla prossima decisione sugli investimenti. "Sarebbe la prima volta che scegliamo contro il sito di produzione in Germania," dice Hundsdörfer.

L'azienda vuole espandere l'impianto di Mulfingen e costruire un nuovo centro logistico. Questo creerebbe centinaia di posti di lavoro, ma ciò che manca è "un'infrastruttura stradale decente per rendere proficuo il nostro investimento," dice Hundsdörfer. I suoi camion sono costretti a usare la Hollenbacher Steige, una strada che si sta sbriciolando e che ha urgente necessità di essere riasfaltata. Spesso i camion che arrivano dalla direzione opposta non riescono a passare trovandosi uno di fronte all'altro su una strada così stretta.

Il progetto di costruzione stradale costerebbe 3,48 milioni di euro, ma lo Stato e il governo locale esitano da anni a mandare avanti la cosa, per via dei costi. Secondo Hundsdörfer i conti semplicemente non tornano. "Paghiamo più tasse noi in un solo anno di quello che costerebbe rifare la strada." Ora Hundsdörfer sta prendendo in considerazione l'impensabile: perché non costruire il centro logistico all'estero. Hundsdörfer non si troverebbe da solo, nel fare questa scelta.

La diminuzione degli investimenti industriali
L'economia tedesca evita da anni gli investimenti. Le aziende hanno quasi 500 miliardi di euro messi da parte in risparmi, secondo le stime del presidente del DIW, e tuttavia la proporzione di investimenti nell'economia privata della Germania è caduta da poco meno del 21 percento nel 2000 a poco più del 17 percento nel 2013.

Molti economisti concludono che le aziende sono preoccupate non solo per le strade che si sbriciolano, ma anche per la mancanza di lavoratori qualificati, le condizioni dell'eurozona, e i crescenti costi dell'energia. E questa paura, a sua volta, sta ostacolando i progetti per il futuro della Germania.

Le conseguenze sono drammatiche. Quando si calcola l'aggiustamento per l'inflazione, si trova che molte aziende hanno effettivamente ridotto le loro spese per macchinari e computer nel corso degli ultimi decenni, secondo i dati dell'Ufficio Statistico Federale. Questo è vero specialmente per l'industria chimica, ma anche le infrastrutture industriali stanno crollando, per esempio, nei settori dell'ingegneria meccanica e dell'elettronica.

Ma le aziende non hanno smesso del tutto di investire — semplicemente non stanno più investendo in Germania. La BMW, casa automobilistica bavarese, sta attualmente spendendo un miliardo di dollari per trasformare il suo impianto a Spartanburg, nella Carolina del Sud, nel suo più grande stabilimento a livello globale. La Daimler ora assembla la nuova classe C per il mercato americano nella città di Tuscaloosa, in Alabama. Dürr, il produttore di attrezzature per la verniciatura, ha ampliato i suoi edifici industriali a Shangai lo scorso anno, in modo che essi ora hanno raggiunto le stesse dimensioni di quelli della sua sede centrale a Bietigheim-Bissingen, vicino a Stoccarda.

Da quando il boom del fracking ha ridotto i costi dell'energia, gli Stati Uniti sono diventati in modo particolare il sito preferito per le aziende tedesche. In maggio, BASF CEO Kurt Bock ha annunciato un nuovo piano di investimenti da un miliardo di euro, il più grande nella storia dell'azienda, nella Costa del Golfo americano. Nello spiegare la decisione, la dirigenza ha fatto notare che il gas naturale negli Stati Uniti costa solo un terzo di ciò che costa in Germania. Il gigante tecnologico Siemens è andato anche oltre, annunciando che in futuro gestirà il suo intero business dagli uffici negli Stati Uniti.
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4          2014 09 25 Ucraina : I russi vogliono farci morire di freddo



Lo ha dichiarato il premier ucraino Yatseniuk. D'inverno Putin potrebbe usare il gas come arma di soggiogazione contro l'ex Repubblica sovietica.

Yatseniuk: "Russia vuole farci morire di freddo". D'inverno Putin potrebbe usare il gas come arma di soggiogazione contro l'ex Repubblica sovietica.

KIEV (WSI) - Quest'inverno la Russia potrebbe usare il gas naturale come un'arma di soggiogazione contro l'Ucraina.

"Ci vogliono far morire di freddo", ha dichiarato in un'intervista a Reuters a margine di una riunione dell'Assemblea Generale dell'Onu a New York il primo ministro dell'ex Repubblica sovietica, Arseny Yatseniuk.

"A parte l'offensiva militare, hanno un'altra carta nella manica, che è l'energia".

"L'obiettivo ultimo della Russia è di organizzare un altro conflitto energetico in Ucraina".

Il colosso russo del gas Gazprom può ridurre le forniture all'Ucraina come ha già fatto in giugno dopo che l'Ucraina non era riuscita a pagare in tempo.

La Commissione Europea sta lavorando a una soluzione pacifica al conflitto in corso tra Russia e Ucraina, ma per ora non sono stati fatti troppi passi in avanti.

A Berlino sono in corso negoziazioni con tutte le parti coinvolte. L'Ue sta fornendo gas all'Ucraina tramite la Slovacchia. Gli ultimi mesi di guerra tra ribelli filo russi e forze ucraine ha fatto più di 3 mila vittime.


5          2014 09 25 Obama come e peggio di Bush



Vincitore del premio Nobel per la Pace, bombardando la Siria per distruggere i militanti Isis, il presidente degli Stati Uniti compie gli stessi identici errori del predecessore repubblicano. Copertina di The Economist
L'ultimo numero di The Economist, in uscita venerdi', raffigura in copertina un Obama che riecheggia il Bush dell'attacco all'Irak.
L'ultimo numero di The Economist, in uscita venerdi', raffigura in copertina un Obama che riecheggia il Bush dell'attacco all'Irak.

NEW YORK (WSI) - Le ultime decisioni prese dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ovvero i bombardamenti a tappeto in Siria di postazioni dei militanti dell'Isis (lo stato islamico) hanno lasciato di stucco gli osservatori internazionali di politica estera.

Nessuno credeva che il vincitore del premio Nobel per la Pace, eletto alla Casa Bianca in base a una piattaforma che implicava la netta presa di distanze rispetto alle due guerre americane in Afghanistan e Iraq sferrate dal predecessore George W. Bush, 6 anni dopo si trovasse esattamente nella stessa identica posizione dove era il vituperato presidente repubblicano dieci anni prima. E Obama fu fautore e realizzatore - appena eletto - del ritiro di quasi tutte le truppe Usa di terra dalle zone di conflitto.
L'ultimo numero di The Economist, in uscita venerdi' (qui a fianco) raffigura in copertina il disagio di chi e' rimasto fortemente deluso dalla nuova veste guerrafondaia del Comandante in Capo Usa: "Mission relaunched - Missione rilanciata" strilla il titolo. Mentre il fotomontaggio raffigura un Obama in tuta da pilota di caccia militare, il tutto con riferimento al "Mission accomplished" (Missione compiuta), striscione che il 3 marzo 2003 campeggiava sulla portarei USS Abraham Lincoln dove George W. Bush atterro', arrivando come co-pilota di un caccia Navy S-3B Viking per celebrare in modo plateale la cacciata di Saddam Hussein e la conquista dell'Iraq.
Insomma gli Stati Uniti, secondo il settimanale inglese, ripetono sempre gli stessi errori. E il motivo non pare misterioso: la politica estera di Washington continua ad essere dettata dal potente e ricco complesso militar-industriale che fa capo al Pentagono, e non alla Casa Bianca.

Ecco l'articolo di The Economist
FOR more than three years, Barack Obama has been trying to avoid getting into a fight in Syria. But this week, with great tracts of the Middle East under the jihadist’s knife, he at last faced up to the inevitable.
On September 23rd America led air strikes in Syria against both the warriors of Islamic State (IS) and a little-known al-Qaeda cell, called the Khorasan group, which it claimed was about to attack the West. A president who has always seen his main mission as nation-building at home is now using military force in six countries—Syria, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Yemen and Somalia.

The Syrian operation is an essential counterpart to America’s attacks against IS in Iraq. Preventing the group from carving out a caliphate means, at the very least, ensuring that neither of these two countries affords it a haven (see article).

But more than the future of IS is at stake in the streets of Raqqa and Mosul. Mr Obama’s attempt to deal with the jihadists is also a test of America’s commitment to global security. It is a test that he has been failing until now.>>> continua qui http://www.economist.com/news/leaders/21620191-fight-against-islamic-state-will-help-define-americas-role-world-mission-relaunched


6          2014 09 25 Pirateria informatica: minaccia senza precedenti da nuova falla "Bash



Un nuovo bug mette a repentaglio la sicurezza dei computer Apple e di quelli dotati di Linux: hacker potranno spiarci. Più pericoloso di Heartbleed e Millenium Bug.
Un uomo digita dei comandi sulla sua tastiera a Varsavia, nel febbraio del 2013. Copyright @ Reuters/Kacper Pempel.

NEW YORK (WSI) - L'ultima falla informatica scoperta rischia di diventare più pericolosa per la sicurezza degli internauti e utenti di computer di Heartbleed e del Millenium Bug.

Il nuovo bug è stato scovato nel sistema operativo Linux, Bash potrebbe rappresentare una minaccia mai affrontata prima.

È l'allarme lanciato dagli addetti al lavoro nel campo della sicurezza informatica.

Con Bash gli hacker potranno assumere il controllo di un sistema operativo e spiarci.

Il team di sicurezza informatica del Dipartimento degli Interni Usa (US-CERT) ha lanciato un alert in cui si specifica come la vulnerabilità dei sistemi operativi doetati di Unix (Linux e OS X di Apple).

Al contrario di Heartbleed, che riguardava una falla Internet, Bash colpirebbe direttamente a livello di software i computer.

Heartbleed riguardava OpenSSL, una implementazione open source di SSL e TSL, i due protocolli che garantiscono la sicurezza delle comunicazioni e transazioni di gran parte di ciò che sta sul web.


7          2014 09 25 Derivati: 5 banche Usa sono esposte per $40 mila miliardi ciascuna



Stampa Invia Commenta (5) di: WSI | Pubblicato il 25 settembre 2014| Ora 09:00

Si fa fatica anche solo a immaginare una tale somma. Se qualcosa dovesse andare storto il sistema bancario dominato dalle "too big too fail" rischierebbe grosso.
L'AD di Goldman Sachs, Lloyd Blankfield. Ingrandisci la foto

NEW YORK (WSI) - È una somma talmente alta che si fa fatica ad immaginare. Stiamo parlando di 40 mila miliardi di dollari: è stata così misurata l'esposizione ai derivati delle cinque maggiori banche statunitensi. Ciascuna.

Prima se ne contavano quattro di istituti di credito "too big to fail", ora se ne è aggiunto un altro.

Basti pensare che l'enorme fardello del debito nazionale americano è pari a circa 17 mila e 700 miliardi di dollari.

Al contrario di azionario e Bond, i derivati non rappresentano investimenti in qualcosa di concreto. Possono essere molto complessi, come abbiamo visto per i mutui subprime cartolarizzati e rivenduti che sono stati all'origine della crisi finanziaria del 2007-2008.

La verità è che le attività di trading nel mercato dei derivati non si differenzia molto dalle scommesse sportive. È una forma di gioco d'azzardo legalizzato e le banche "too big to fail" hanno trasformato Wall Street nel più grande casinò della storia.

Se e quando la bolla dei derivati scoppierà, i danni che verranno recati all'economia mondiale sono incalcolabili.

Ma se le attività di trading sono così rischiose non solo per le banche ma per l'intero sistema finanziario ed economico, allora perché c'è qualcuno che ancora ci punta così tanto denaro? La risposta è semplice e si chiama avarizia.

Secondo i calcoli del New York Times, sebbene la crisi del 2008 abbia dimostrato chiaramente quanto pericolosi possano essere, le banche statunitensi hanno "circa 280 mila miliardi di dollari di derivati iscritti a bilancio" in totale. A soli cinque istituti farebbero capo ben 200 mila miliardi.



8          2014 09 25 Anche l’India è sbarcata su Marte- Festa per il satellite low cost



Anche l’India è sbarcata su Marte
Festa per il satellite low cost
La navicella Mangalyann è arrivata in orbita intorno al pianeta. Budget ridotto dell’operazione: 55 milioni di euro. Scambio di tweet con la sonda americana
di Alessandra Muglia
Momenti di gioia al centro spaziale (Epa) Momenti di gioia al centro spaziale (Epa)

Un lungo applauso ha scosso la sala di controllo del centro spaziale di Bangalore ieri poco prima delle 8 quando è giunta la notizia che la navicella indiana Mangalyaan era arrivata nell’orbita di Marte. Al primo tentativo, come nemmeno americani e russi sono riusciti a fare (finora è fallita oltre la metà delle missioni sul Pianeta rosso). Prima dei cinesi e dei giapponesi. E con un budget ridotto (55 milioni di euro), un decimo di quello impiegato dalla Nasa. Per questo la prima missione interplanetaria dell’India appare come un’impresa memorabile. «La storia è stata creata oggi - ha esultato il premier indiano Narendra Modi in gilet rosso mentre seguiva l’operazione con gli scienziati dell’Isro, l’agenzia nazionale per la ricerca spaziale - .Abbiamo osato raggiungere l’ignoto e abbiamo realizzato quasi l’impossibile».

Il successo ha messo a tacere le polemiche che avevano accompagnato il lancio della missione nel novembre scorso, quando era stata definita da più parti come «un’inutile e costosa ricerca di prestigio internazionale» in un Paese dove un terzo della popolazione è analfabeta e solo il 50% ha accesso ai servizi igienici.
A ricompattare il Subcontinente è l’orgoglio di una nazione entrata nel club esclusivo delle potenze andate sul Pianeta rosso (solo Usa, Russia ed Europa finora erano riuscite) ma con una spesa di gran lunga inferiore. C’è la soddisfazione di essere diventato il primo Paese asiatico a riuscire nell’impresa, battendo sul tempo le potenze rivali («l’India è riuscita dove Cina e Giappone hanno fallito» titolavano ieri alcuni media locali).

A galvanizzare gli indiani poi, più che gli obiettivi scientifici (la ricerca di metano o di altre indicazioni di una possibile vita biologica) sono i risvolti economici dell’operazione. L’India ha dimostrato che può svolgere missioni complesse a basso costo e diventare trampolino di lancio per satelliti: si candida così ad attirare investimenti stranieri, che danno speranza alla nuova generazione di tecnici e scienziati. «L’India va su Marte ed è al settimo cielo» titolava il Financial Times . L’entusiasmo si è riversato anche sui social network. E con un tweet è stata accolta Mangalayaan nell’orbita di Marte: «Namaste @Mars Orbiter» ha scritto la sonda americana Curiosity Rover che è da due anni sulla superficie del Pianeta rosso, facendo riferimento al popolare saluto indiano e congratulandosi con gli scienziati di Bangalore. E la navicella spaziale Mangalyaan, nel suo primo tweet, ha risposto: «Howdy @MarsCuriosity? Keep in touch. I’ll be around.» (Come va Mars Curiosity? Teniamoci in contatto. Sarò qui intorno»).
25 settembre 2014 | 09:27
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