domenica 24 agosto 2014

2014 08 24 – Imperialismi, imperi e insiemistica imperiale



Dopo l’Italia avevo in mente di passare alla struttura economica dell’Europa, poi ho deciso di passare direttamente alla scala superiore.
Sono anche stato indotto dalle recenti dichiarazioni Ansa - Foley paga anche imperialismo USA.
Evento sul quale non si può ne si deve dire o fare nulla, se non condannarlo categoricamente.
Tenendo presente che le questioni geopolitiche sono davvero complicate e non possono essere trattate come argomenti da bar.
Dichiarazioni quindi inopportune, per due motivi.
Il primo è sempre il solito: si trasmette energia a chi proprio quella sta cercando. E bastava osservare attentamente il video per capire che il boia voleva proprio quello.
Pare proprio di avere a che fare con un esperto di comunicazione, che ha architettato il dramma a sua utilità.
Da un lato un uomo in nero, colore di morte. Senza viso, simbolo di inafferrabilità. In piedi, immagine di dominanza.
Dall’altro un uomo in arancione, colore di Guantanamo dice il dichiarante, ma anche di pace orientale, rasato per fare risaltare a pieno solo i lineamenti di un viso, senza accessori. Per rappresentare tutta l’umanità, pallida, occidentale. In ginocchio, immagine di sudditanza.
Chi ha rilasciato la dichiarazione di cui sopra, ha fatto esattamente quello che il terrorista voleva.
Gli ha dato risonanza. Sempre parlando in termini di psichiatria quantica.
Rendendosi inconsapevolmente complice.
Il punto però è un altro.
E’ ovvio che l’imperialismo USA abbia giocato il suo ruolo.
La definizione che da Wikipedia di impero è bella e appropriata: Impero è un concetto complesso che ha connessioni con la storia, la politica, l’economia, il diritto, la linguistica; ma anche la logica e la mitologia avrebbero da dire la loro parte. In realtà, più che un concetto, “impero” è un sistema semantico (cioè un sistema di significati).
E gli USA sono un impero.
Ed è naturale che per il solo fatto di esistere possono attirare come una calamita anche nefandezze camuffate da spirito libertario. E’ naturale proprio perchè sono un punto di riferimento.
Ma queste nefandezze vanno riconosciute per quello che sono: una distorsione manipolatoria a proprio uso e consumo.
Io non sono un amante dell’imperialismo, ma al tempo stesso cerco di ricordare che la realtà è più complessa, articolata, di quello che si vede in superficie. Ed è stratificata.
Così io ricordo bene, anche se la liberazione non l’ho vissuta, che gli USA ci hanno liberato. Come i Russi, del resto. Anche essi impero. Era 70 anni fa, non 700.
E so che c’è qualcuno che pensa che fosse per il mercato. Per mettere in piedi il piano Marshall, ad esempio.
Ma credete davvero che si possano mandare a morire milioni di soldati con il deliberato scopo di vendere qualche hamburger ?
Dietro c’è sempre un insieme di motivi. Tra questi io continuo a credere comunque anche all’ideale di libertà, che non è solo un modo di dire. Ci vuole meno cinismo per vivere.
E questo è un esempio di “cambio di livello” nel sistema semantico di cui sopra. Si passa ad uno strato più elevato.
Ma ci si può spostare nelle configurazioni di realtà anche in orizzontale.
Non solo verso ideali più elevati, ma anche utilitaristici, il che non vuol dire renderli esclusivi.
Ad esempio le guerre in Iraq furono fatte per la libertà degli Iraqeni ? Forse una componente di difesa di quel popolo c’era davvero. Di sicuro c’era in molti soldati. Ma sicuramente una ragione dominante era il petrolio. E quindi, che si fa? Si grida al diavolo Americano?
Io penso che si dovrebbe invece ricordare che buona parte di questo mondo attuale è stato creato in larga parte a immagine e somiglianza proprio degli USA.
E con tutte le sue storture e devianze e violenze, e’ un mondo di cui dobbiamo essere grati. E’ ancora il migliore che sia mai esistito.
Certo, al tempo stesso sono gli stessi suoi inventori che perpetrano anche ingiustizie e violenze.
Ma il problema sono proprio queste ultime. Da condannare per me non sono gli USA, quindi, ma solo le violenze e diseguaglianze che ancora alimentano.
Tornando al petrolio, si deve poi ricordare che tutto questo mondo è fondato sul petrolio.
Che volenti o nolenti funziona ancora così.
E che il petrolio è al risorsa strategica planetaria che permette a tutti di andare in giro in macchina. O in larga parte di accendere le luci.
Così facendo si capirebbe che c’è anche un altro modo di vedere le cose.
Possibile che non venga in mente che se il terrorista che ha decapitato Foley fosse il libero padrone del suo petrolio nazionale, ci potrebbe mettere in ginocchio con poche mosse o qualche click di computer ?
La difesa della primaria fonte di energia planetaria è un fatto di interesse globale. E’ davvero ipocrita fare finta che non sia così.
Certo, è naturale obiettare che il terrorista è tale perché oppresso e affamato. E questo è evidente.
Ma il dato di fatto è che la situazione è questa. E il problema è nutrirlo, non legittimarlo.
Certo, gli USA si arricchiscono anche con il petrolio.
E a volte fanno più danni che benefici.
Ma questa situazione è quella che bisogna evolvere. E’ un equilibrio che va spostato. Non travolto.
Troppo facile (e davvero deprecabile) quindi gridare “americani cattivi ve lo siete meritato”.
Soprattutto se a farlo è qualcuno seduto su una poltrona in parlamento.

Imperialismi, imperi e insiemistica imperiale
In ogni caso, è bene ricordare che gli Usa, oramai, non sono più l’unico impero esistente.
C’è la Cina certamente. Cosa c’è di più imperialista di produrre qualsiasi cosa a 1 cinquantesimo di quanto eravamo abituati, per imporci i bisogni e drenarsi la nostra moneta ?
Ma c’è la Russia, che con il gas darà dimostrazione di imperialismo molto presto, secondo me.
C’è l’India, che è un innesto di impero inglese in un altro territorio.
E così via. Chi si senta infastidito dalla presenza di un impero, farà bene ad abituarsi, quindi.
Insomma, ricordiamoci di essere noi stessi italiani, una colonia.
E che sugli altrui imperi, noi italiani da sempre ci campiamo.
E arriviamo così al nocciolo della questione.
Tempo fa una persona informata sui fatti mi ha parlato di “imperialismo solidale” degli USA.
Non sono sicuro che non fosse un modo di deviarmi l’attenzione. C’è gente che ancora si diverte così.
La tesi era che gli USA, avendo una bilancia commerciale da sempre negativa, alimentano le altre economie mondiali costituendo di fatto un mercato di sbocco. Gli USA sono domanda.
E questo è noto da sempre. Non a caso si dice che se la locomotiva USA non viaggia, dietro non viaggia nessuno.
Dati alla mano, è innegabilmente vero. Si parla di circa 400 miliardi di dollari/anno di bilancia commerciale negativa (300 miliardi in euro).
Al tempo stesso non si deve però nemmeno eccedere in desiderio di protagonismo.
300 miliardi su un PIL mondiale di 55.000 miliardi non sono evidentemente la sola determinante principale.
Di seguito ho quindi riprodotto i dati principali a livello mondiale delle principali economie imperiali.
La tabella riporta innanzitutto i principali dati dei primi 8 “imperi economici” del pianeta (dati Fmi).
Sembra una provocazione, ma se ci si ferma ai primi 8 Paesi, cioè all’India, si osserverà che sono proprio storicamente tutte realtà “imperiali”. Un motivo ci sarà.
Dal 9° al 18° paese, i Paesi sono stati inseriti per arrivare a  una somma prossima al totale generale. 87% del PIL mondiale (Colonna O e P) e 97% del debito netto (Colonna Q e R).
In testa ci sono i 28 paesi UE, ordinati per PIL decrescente. I primi 5 paesi totalizzano euro 8 mila miliardi di PIL su 10 totali, e quasi 6 su 7 di debito netto.
Il raggruppamento di questi 28 paesi per me ha del miracoloso.




Per questo lo considero come un tutt’uno.
E’ il primo impero autoproclamato della storia dell’uomo.
E con una differenza sostanziale: è nato e si proclama “non violento”.
Ed economicamente parlando è secondo soltanto agli USA.
In coda invece sono riportate le tabelle comprendenti tutti i 190 paesi.
Anche se dovrebbe essere storia nota, val la pena di puntualizzare alcuni punti.
Tenendo presente il titolo, con il quale volevo proprio dire che immagino un prossimo futuro con alcuni macroblocchi, connessi tra loro (o sovrapposti, come si dice in insiemistica) da aree di sovrapposizione.
La bilancia dei pagamenti è una di queste.

Pil – Colonna A
I primi 5 imperi totalizzano 35.000 miliardi su 55 di PIL. Il 65% del Pil mondiale, per 2,3 miliardi di persone.
I primi 10 Paesi, totalizzano 43.000 miliardi di PIL. Il 78% del Pil mondiale, per 3,9 miliardi di persone.
La concentrazione eccessiva di ricchezza è un fatto noto.
Al tempo stesso 4 miliardi di persone si trovano in zone del mondo che offrono possibilità di sopravvivenza. Naturalmente va considerata a parte la Cina, ma il dato totale rimane.
Ed è proprio questo che ci deve ricordare che questo mondo è il migliore mai esistito.

L’esclusivo club dei debitori – Colonna B, C, E, F
Una cosa è una certezza assoluta.
Il debito è un problema di pochi intimi. Ed è un problema di pochi intimi ricchi. I poveri di debiti non ne hanno.
In termini di debito al netto di asset liquidi e riserve in genere questi 5 imperi totalizzano il 93% del debito.
Se si scende fino all’11° paese, il debito netto è pari al 99%. Sono 4 miliardi di persone.
Ciò vuol dire che almeno 3 miliardi sono i poveri, che di debito non ne hanno.

Debito lordo e debito netto – Colonna D
E’ interessante notare come ci sia una grande differenza tra la nozione di debito lordo e debito netto.
Tutti fanno riferimento alla prima. Ma  a livello mondiale ci sono 17.593 miliardi di differenza, dati da “value of gold, debt securities, loans, insurance, pension and other account receivable items”.
Per l’Italia ad esempio, si tratta di 335 miliardi su 2.034 totali.
E’ noto come i grandi detentori di riserve siano proprio i grandi ricchi: USA (2.900 mld), Cina (1.500 mld), Giappone (3.900 mld), India (900 mld), Canada (684 miliardi).
Ma L’Europa è la seconda al mondo, con 2.700 miliardi di euro.

Entrate e uscite governative – Colonna H, I, L
Il netto, colonna L, rappresenta una sorta di avanzo di bilancio.
Si vede quello italiano, pari a 10 miliardi. I dati Fmi sono leggermente diversi da quelli usati per l’analisi Italia, ma danno comunque l’idea perché sono omogenei per tutti.
E’interessante vedere come si comportano gli imperi.
Gli USA ad esempio, hanno un disavanzo annuale di 700 miliardi di euro (colonna L). E’ anche questo, oltre al saldo BOP (Balance of payment) che li ha portati al livello di debito lordo dell’104 %. 13.000 miliardi.
Ma fortunatamente ci sono riserve per 2.900 miliardi, che riportano il debito netto all’ 81%.
Secondo me è certo, però, che la politica monetaria espansiva USA non potrà andare avanti all’infinito.
Il secondo in classifica è il Giappone, con 195 miliardi di disavanzo. Il Giappone è una anomalia, ed è anche un modello su cui poggia la teoria del lasciare crescere il debito europeo.
Il debito lordo Giapponese è pari al 243%. 8.800 miliardi rispetto a 3.600 di PIL.
Bisogna però sempre tenere presenti le riserve. Al netto di 4.900 miliardi di riserve il dato percentuale diventa il 134%.
Quindi non è vero che il Giappone resiste con un debito stratosferico.
Il dato netto è dello stesso ordine di grandezza di quello italiano, ed infine degli altri imperi.

Investimenti
A livello globale, tutti gli imperi investono.
Il totale mondiale è 13.900 miliardi.
La colonna N riporta i dettagli per paese.

Consumi calcolati
Il dato è calcolato sottraendo al PIL, gli investimenti e la Bilancia dei Pagamenti
Quella dei consumi, a livello macroeconomico, è la grandezza principale.
Il mondo consuma per 40.000 miliardi, di cui 8.800 l’Europa, 9.700 gli USA e così via (Colonna “blank”).
E’ su questa scala, che le politiche economiche classiche hanno senso, secondo me.
E’ su questa scala che spostare domanda e offerta può avere effetti.
Mentre sulla scala italiana tutto rimane marginale.

BOP e insiemistica imperiale (dati in USD)


E’ a livello di BOP, che si può vedere bene l’interconnessione tra imperi o almeno aree di influenza.
In realtà ci vogliono i dati di dettaglio tra singoli paesi, ma già con il totale qualche idea ce la si può fare.
E comunque per questo parlo di insiemistica.
Il mondo può essere visto come una sommatoria di tanti singoli insiemi, i quali hanno delle aree (delle superfici) di sovrapposizione.
Il saldo netto totale della BOP mondiale dovrebbe essere pari a zero.
C’è chi compra e c’è chi vende, ma alla fine del “giro economia” tutto si dovrebbe nettare.
In effetti nei dati FMI non è esattamente così, ed il totale di colonna P è pari a 400 miliardi, che però sul commercio totale mondiale possono essere considerati un arrotondamento.
La tabella riporta solo 50 dei 190 e più paesi FMI. Quelli nascosti sono tutti a Bop vicina allo zero.
E’ interessante scorrere la tabella, che è stata ordinata in ordine decrescente di Bop 2013 (Colonna P).

Chi vende
La prima nazione esportatrice è la Germania. Ne abbiamo già parlato.
Segue la Cina, della quale è interessante notare la crescita dal 2.000. Anche se già nota.
3°, 6°, 8°, 9° sono paesi esportatori di petrolio, tutti in forte espansione.
Il Giappone (13 °) ha sofferto molto la crisi. Da oltre 200 miliardi di Bop, crolla a 34.
14° la Russia, che secondo me ha immense plusvalenze latenti.
L’Italia è al 18° posto. Ne abbiamo già parlato. Abbiamo una Bop tendenzialmente in pareggio ogni anno, ma poi la somma di tutte le colonne da un -332 miliardi. Evidentemente il pareggio “tendenziale”, sul lungo periodo non basta, perché è mediamente sempre un pochino sotto lo zero. Tanti niente ammazzarono il ciuccio. Quei -332 miliardi avremmo potuto investirli.

Chi compra
Sono tutti i paesi a segno -.
In larga parte gli acquisti saranno acquisti di energia.
Balza agli occhi che gli USA sono proprio i maggiori clienti del mondo.





giovedì 21 agosto 2014

2014 08 21 - Le pensioni. Dalla welfare review alla dignità minima.



Mi hanno suggerito di prestare attenzione anche alla questione pensioni. In effetti finora non lo avevo fatto.
E mi rendo conto che ho sbagliato.
Perché di nuovo vedo un principio di casino. Mi hanno segnalato due articoli che riporto in coda integralmente.
Ben fatti, documentati e tecnici. Si capisce la questione.
Ma io devo sempre mettere il naso un po’ più in la.
E vorrei precisare alcuni fatti specifici, rispetto a quelli evidenziati negli articoli.
A rinforzo le solite tabelle.

Miopia strategica
La prima tabella è semplicemente un riepilogo, per avere chiari in mente gli ordini di grandezza e i numeri.

In generale, sul tema di possibili tassazioni aggiuntive sulle pensioni, mi pare purtroppo di riscontrare la solita mancanza di strategia.
Si naviga a vista, e quando servono soldi la leva è sempre la stessa : giocare sulla cosa più facile.
Le tasse. Che siano sul lavoro o sulle pensioni poco importa. Basta che qualcuno paghi.
Oggi uno, domani un altro.
Tanto nel tempo tutto si dimentica.
Basta giocare a “rotazione frazionata”. Piccoli importi un po’ di qua un po’ di la. E’ una scienza, sapete. La insegnano nelle università.
Potremmo ribattezzarla “scienza delle finanze nano(a)nale”. Perchè più che una scienza a me sembra proprio una pratica degna delle famose 120 giornate.
Il punto comunque è proprio che la riscossione è facile facile.
Delegata ai sostituti di imposta, basta schiacciare un “click” e subito parte la raffica.
Passa la stessa differenza che passa tra pescare a traina o a strascico.
O andare a caccia (pratica davvero neandertaliana) col fucile di precisione o con quello a pallettoni: con il secondo non devo nemmeno sapere mirare.
E’ istantanea e becca tutti.

Dignità e progressività
Il vero nocciolo, secondo me è però un altro.


Osservando i dati, che ho raggruppato in soli 3 scaglioni, vedo 15 milioni di pensioni di importo fino a 1.000 euro/mese.
Ma la media tra importo totale e numerodi pensioni, per quella classe, è pari 504 euro lordi al mese.
Vergognoso chiamarle pensioni.
Sono una mancia. Offensiva di qualsiasi dignità.
Non sarebbe meglio, o doveroso, fare riferimento alla sacrosanta progressività e i 7 miliardi di ipotetica maggiore Irpef (anche calcolati a fondo tabella) destinarli a quei 15 milioni di pensioni troppo basse ?
Su 91 miliardi di lordo, fa il 7%. Che su 504 euro mese sono 35 euro al mese lordi.
Probabilmente si penserà che 35 euro sono intangibili, ma chi lo pensa perché non prova per un mese a vivere con 500 euro lordi? Anzi dovrebbero inserirlo nei training degli iscritti ai partiti.
Si vedrà che quando arriva il 23 del mese, quei 35 euro servono eccome.
Vi assicuro che è una guerra. Io ci provo da alcuni mesi, e anche se sono pure sceso sotto i 1.000 euro (netti), per me è solo un esercizio. Senza contare che ho la casa pagata perché di proprietà.
Però almeno mi sono reso conto del problema.
Ho osservato le vecchiette al supermercato.
Per imparare cosa si deve fare operativamente per “starci dentro”.
Come quando si rinuncia a mangiare non solo la carne, ma addirittura il formaggio.
E si ritorna all’economia di guerra. Verze e patate.
E 15 milioni sono tanti. E’ un esercito di poveri. Che dovrebbe fare pensare tutti quanti.
Pertanto, la vera questione non è se tassare di più le pensioni più alte per spendersi gli introiti.
La questione è se tassarle per aiutare i più poveri.
Se poi volessimo esagerare, e quelle pensioni sopra i 2.000 euro le volessimo tassare un pochino di più, potremmo arrivare a 10 miliardi di maggiori entrate, pari addirittura a 60 euro al mese per ciascuno dei 15 milioni di poveri.
Di seguito ho riportato il dettaglio della terza classe calcolata nella mia tabella precedente (colonne C, G, O, S).
Balza all’occhio che ci sono 665.000 pensioni sopra i 3.000 euro mese. Manco a farlo apposta 110.000 in Lazio e 128.000 in Lombardia.
E queste 665.000 costano 35 miliardi, per una media di 53.000 euro anno/anno.
Per questo ho fatto un esercizio teorico, nel riquadretto in basso, per vedere con un 12% medio di Irpef in più, cosa si portava a casa.
Senza contare che queste pensioni elevate nasconderanno molto probabilmente personaggi anche dotati di società offshore o altre forme di risparmio occulto.
Ne ho conosciuti alcuni personalmente.


Ultima considerazione.
Forse è irrilevante, ma il numero di pensioni sul totale abitanti per regione è molto variabile.
Si guardino le colonne I e L della seconda delle 3 tabelle di questo scritto
Va da un minimo del 33% ad un massimo del 48%.
Difficile non pensare che in questa forbice ci possano essere anche pensioni indebite.
Non credo che esista tanta varianza demografica, ma naturalmente è una considerazione da prendere con beneficio di inventario.




Pensioni, la tentazione dei tagli
I no della Consulta e i conti sbagliati
I dubbi sulla possibilità di ricalcoli. La metà dell’Irpef pesa su meno di 2 milioni di pensionati con assegni oltre 30mila euro: un contributo li penalizzerebbe due volte
di Alberto Brambilla (Docente Università Cattolica Milano Coordinatore Cts itinerari
Ci risiamo con il contributo di solidarietà sulle pensioni, solo che essendo in tempo di crisi siamo passati da quelle «d’oro» (sulle quali è in corso un prelievo) a non meglio identificate «pensioni alte»; essendo poi in clima di giochi europei si è evocata «l’asticella».
E così, nonostante tale contributo sia stato dichiarato anti- costituzionale, per la terza volta ci si ritenta; nel contempo la povera Inps ha prima mandato qualche centinaio di migliaia di lettere in cui comunicava ai pensionati (allora d’oro) che avrebbe applicato un prelievo di solidarietà (in pratica una tassa non prevista dagli schemi pensionistici vigenti) per ramazzare qualche euro, poi altrettante lettere per dire che avrebbe restituito il maltolto; subito dopo altrettante lettere per dire che ne avrebbe applicato uno nuovo.
Per il momento a guadagnare sono state solo le Poste. Su questo tema occorre buon senso e conoscenza della materia che la gran parte di coloro che oggi avanzano proposte, non sembra padroneggiare a pieno. Demagogia perché affrontare lo spinoso tema di chi non versa contributi e delle troppe pensioni a carico dello Stato è impopolare mentre prelevare a chi ha crea molti consensi. (GUARDA il grafico sul prelievo delle pensioni)

Prestazioni e categorie
Andiamo con ordine rispetto alle dichiarazioni fatte da esponenti di governo o vicini ad esso:
a) si è detto che tale contributo graverà solo sulle pensioni «retributive»; forse non si sa che oggi oltre il 98% delle pensioni sono retributive e quindi il balzello graverà su quasi tutte.
b) il contributo di solidarietà verrebbe applicato sulla differenza tra una pensione calcolata con il metodo contributivo e quella in pagamento che utilizza il più generoso metodo retributivo; purtroppo tale calcolo è a volte impossibile (soprattutto per le contribuzioni ante 1980 e per le categorie agricole e autonomi) e di difficile realizzazione per il semplice fatto che per molte categorie mancano estratti conti contributivi corretti come per i dipendenti pubblici, che peraltro hanno le prestazioni di gran lunga più generose.
c) E anche qualora si incaricasse l’Inps di fare questi calcoli su 23.431.000 prestazioni in pagamento riferite ai 16.561.600 pensionati (ogni pensionato in media prende 1,39 pensioni) si scoprirebbe che non solo il metodo retributivo ma l’intero sistema pensionistico è per gran parte assistenziale.

Metodo e promesse
Tutte le pensioni, chi più chi meno hanno importi superiori a quelli che deriverebbero dal calcolo dei contributi effettivamente versati a causa del metodo di calcolo retributivo (di Brodoliniana memoria) che incentivava a evadere i contributi tanto contavano solo gli ultimi 1 (per i pubblici) 5 o 10 anni; per tutte queste pensioni al di sotto di un importo variabile a secondo della categoria, c’è un contributo della Gias (Gestione interventi assistenziali a carico della fiscalità generale)-
Ben 4.733.031 prestazioni sono di natura assistenziale di cui 3.726.783 integrate al minimo e le altre con maggiorazioni sociali;
a queste vanno aggiunte oltre un milione di pensioni e assegni sociali e pensioni di guerra.
Trascurando i quasi 2 milioni di assegni di accompagnamento (che sarebbe utile verificare) su 16,561 milioni di pensionati quasi 6 milioni (il 36%) hanno pensioni integrate o con maggiorazioni sociali il che significa che in 65 anni di vita non sono riusciti a versare almeno 15 annualità complete di contributi (e quindi non hanno pagato neppure le tasse) e ciò in virtù del metodo retributivo e delle promesse dei vari governi.

Modello assistenziale e Irpef
La riprova la ritroviamo nei bilanci previdenziali:
su 274 miliardi di spesa pensionistica per il 2012, la quota a carico dello Stato e quindi di tutti noi è pari a 83,6 miliardi (oltre il 30%);
vale poi la pena di osservare che 8.602.164 prestazioni pensionistiche di natura assistenziale (integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, assegni e pensioni sociali, pensioni di invalidità e di guerra, (in totale il 52% dei pensionati) sono esentati dal pagamento dell’Irpef mentre è plausibile stimare che circa il 50% dell’Irpef totale sulle pensioni (46 miliardi) pesi su meno di 2 milioni di pensionati con importi medi superiori a 30.000 euro lordi l’anno, proprio quelli sopra «l’asticella» che così verrebbero penalizzati due volte.
Fare riferimento all’articolo 38 della Costituzione è fuorviante in un Paese dove tra pensioni assistenziali e maggiorazioni sociali e invalidità civili la metà dei pensionati è assistita dallo Stato come se il nostro Paese fosse uscito da una guerra o da una catastrofe; la regola del 2% per ogni anno lavorato vale per redditi o stipendi entro i 45.000 euro lordi; sopra questi importi i coefficienti di calcolo utilizzati per determinare la pensione scendono a 1,5 - fino a 0,9; per una retribuzione di 100.000 euro lordi ( 51.000 euro netti) su un periodo di 40 anni il famoso 80% si riduce a poco più del 53% e questo, soprattutto per le alte professionalità. Chi insiste sui cosiddetti pensionati d’oro conosce questa regola?

La Cassazione e l’indicizzazione
Eventuali proposte tendenti a bloccare l’indicizzazione delle pensioni oltre un certo importo sono già state definite illegittime dalla Cassazione poiché, come dovrebbero sapere i proponenti, producono effetti per l’intero periodo di fruizione della pensione (se oggi deindicizzo una pensione da 90.000 euro lordi con inflazione al 2% provoco una riduzione nell’anno di 1.800 euro; se il pensionato percepirà la pensione per 15 anni il danno complessivo sarà di 1.800 x 15 anni cioè 27.000 euro più indicizzazione).

Giovani e debito
La soluzione più equa sarebbe l’applicazione di un contributo di solidarietà su tutte le pensioni retributive che cresce in modo proporzionale all’entità della prestazione; esempio fino a 700 euro al mese lordi 0,5% cioè 3,5 euro al mese ( tre caffè ) e poi in progressione fino a un 8%; per poi accelerare sulle pensioni tipo Banca d’Italia, fondi speciali e vitalizi di consiglieri regionali e parlamentari ancor più generosi del metodo retributivo.
Così facendo non si violano i principi di equità impositiva rendendo costituzionale la norma e si risarcisce la generazione giovane sottoposta al contributivo puro per colpa di sindacati e politici che fecero salvi tutti quelli che nel 1995 avevano più di 18 anni di contributi.
Considerando i 228 miliardi netti di prestazioni in pagamento si può pensare di reperire oltre 6 miliardi che però se vogliamo bene ai giovani, devono andare a riduzione del debito pubblico.
Se la misura fosse prevista per 5 anni e finalizzata alla riduzione del debito pubblico, tutti noi saremmo ben lieti di partecipare al risanamento del Paese e a favore delle giovani generazioni a cui, per inciso, lo Stato ha già previsto l’eliminazione di qualsiasi integrazione al minimo o maggiorazione sociale e per giunta non l’ha comunicato ai diretti interessati.

Il nodo della previdenza? L’evasione. Ecco i numeri. 18 agosto 2014 - 10:11
Il sistema costa oltre 83 miliardi ed è in disavanzo di oltre 20. Le erogazioni che fanno deragliare i conti. I trattamenti assistiti dallo Stato sono oltre 8,5 milioni, spesso frutto di attività «sommerse». Un intervento teso a far emergere il sommerso secondo alcuni calcoli porterebbe ad incassare nuovi contributi per oltre 16 miliardi l’anno
Nell’aumento dell’abnorme debito pubblico e nella continua crescita della spesa pubblica a livello centrale, un posto primario spetta alla spesa per il welfare pensionistico-assistenziale. Tanto più che la fotografia scattata dal Comitato tecnico scientifico di Itinerari previdenziali nel Rapporto 2014 sul «Bilancio del sistema previdenziale italiano», recentemente presentato al Governo, mette in evidenza anche un altro punto dolente del nostro Paese: la grande, capillare e diffusa evasione contributiva e fiscale che aggrava i bilanci pubblici.
Gli squilibri della previdenza
Iniziamo con il quadro contabile. Nel 2012 (l’ultimo anno disponibile) la spesa pensionistica complessiva (al netto della quota Gias, la Gestione degli interventi assistenziali pari a 31,766 miliardi di euro) ha raggiunto l’importo di 211 miliardi e 103 milioni, con un incremento del 3,3%, sull’anno precedente e del 6,2% sul 2010.
L’ammontare delle entrate contributive dalla produzione e dai trasferimenti Gias e Gpt (Gestione prestazioni temporanee) per coperture figurative, sgravi e agevolazioni contributive (al netto dell’apporto dello Stato alle Gestioni dei dipendenti pubblici, fissato per il 2012 in 10,5 miliardi) ha raggiunto l’importo di 190 miliardi e 404 milioni, in lieve crescita (+1,3%) rispetto al 2011, e con un incremento del 2,5% sul 2010. A differenza della spesa, la crescita delle entrate contributive, nonostante l’apporto delle gestioni assistenziali, è stata inferiore all’inflazione di periodo.
Il saldo tra entrate e uscite è negativo e il disavanzo complessivo di gestione ha raggiunto nel 2011 quota 16 miliardi e 328 milioni (con un incremento del 25,8% rispetto al disavanzo di 12,968 miliardi del 2010) e nel 2012 un disavanzo di 20 miliardi e 700 milioni (+26,8% circa rispetto al 2011).
Occorre qui evidenziare che in assenza dei rilevanti attivi dei saldi della Gestione lavoratori parasubordinati (+6,466 miliardi nel 2O11 e +7,083 miliardi nel 2012) e delle Gestioni delle casse dei liberi professionisti (+3,096 miliardi nel 2011 e +3,182 miliardi nel 2012) il disavanzo complessivo di sistema tra entrate e uscite sarebbe notevolmente peggiorato passando, per il 2011. da 16,33 a 25,89 miliardi e, per il 2012. da 20,7 a 30,97 miliardi.

Chi crea il deficit
Tra le principali gestioni che concorrono maggiormente alla formazione del deficit, al primo posto è la gestione dei dipendenti pubblici (ex Inpdap) che, al netto delle entrate corrispondenti alla contribuzione aggiuntiva a carico dello Stato (10,5 miliardi), ha evidenziato nel 2012, un disavanzo pari a 23,76 miliardi (19,858 nel 2011). Segue quella delle Ferrovie dello Stato che presenta per il 2O12 un disavanzo di 4,17 miliardi evidenziando l’effetto dirompente dei prepensionamenti (53.600 attivi e 232.000 pensionati): è come se ogni italiano, bambini compresi, oltre al costo del biglietto dovesse pagare un canone fisso di 70 euro. Infine la gestione dei lavoratori autonomi dell’agricoltura in totale costa circa 6 miliardi l’anno.

E come si paga il conto
Uno sguardo alla spesa a carico della fiscalità generale. Nel 2012, oltre ai citati 20,7 miliardi di disavanzo gestionale, per far fronte alle prestazioni in pagamento lo Stato ha trasferito all’Inps 31,766 miliardi per la Gias, più altri 10,306 miliardi di quota Gias sulle entrate, più 19,873 miliardi per le prestazioni di invalidità civile, per le pensioni e gli assegni sociali e per le pensioni di guerra a cui si deve sommare quasi un miliardo di arretrati. In totale la spesa a carico della fiscalità generale e quindi di tutti noi (almeno di quella metà scarsa di italiani che paga le tasse) è pari a 83,6 miliardi, equivalente al 5,44% del Prodotto interno lordo.

Il peso dell’assistenza
Il dato più eclatante e che spiega i pesanti numeri di bilancio lo troviamo nel numero delle prestazioni di natura assistenziale. Considerato che nel 2012 il numero di prestazioni in pagamento è pari a 23.431.000 e che invece il numero dei pensionati è di 16.561.600 (per cui ogni pensionato percepisce 1,4 prestazioni), i soggetti assistiti totalmente dallo Stato (per invalidità civile, pensioni e assegni sociali e pensioni di guerra) sono 3.869.133. Quelli parzialmente assistiti dallo Stato — ossia quanti percepiscono le integrazioni al minimo e le varie maggiorazioni sociali e la cosiddetta quattordicesima (sono persone che giunte a 65 anni di età hanno contribuzioni insufficienti che nemmeno arrivano al minimo) — sono 4.733.031. Nel complesso quindi le pensioni assistite sono in totale 8.602.164 per il 2012 (circa il 52% dei pensionati).

I conti del sommerso
In questi ultimi numeri sta il punto principale del problema: il sommerso di massa. Infatti se incrociamo i dati Irpef forniti dall’Agenzia delle Entrate per il 2012 risulta che la metà dei 41 milioni di contribuenti dichiara il 15% dell’Irpef totale (i primi 13,5 milioni non dichiarano quasi nulla). Poiché gli abitanti sono 60 milioni, il rapporto contribuenti/abitanti è pari a 1,463, vale a dire che la metà dei dichiaranti vale circa la metà della popolazione. Ora poiché è impensabile che la metà della popolazione italiana viva senza redditi o quasi (altrimenti saremmo in pieno Terzo mondo) è più probabile che ci sia una quantità di lavoro sommerso enorme che solo una seria politica di «contrasto di interessi» che da anni viene suggerita ai vari governi (5 in 8 anni) potrebbe risolvere. Per inciso la proposta porterebbe 1.500 euro l’anno ad ogni famiglia (ben più degli 80 al mese) e oltre 16 miliardi l’anno di nuovi contributi sociali. Il premier Matteo Renzi è svelto e forse è l’unico che può imporre alla burocrazia di Stato questo salto di qualità che peraltro migliorerebbe la crescita del Pil, l’occupazione, e ridurrebbe gli inesatti numeri sulla povertà relativa.
Autore: Alberto Brambilla, Coordinatore CTS Itinerari previdenziali e Docente Università Cattolica Milano – Corriere della Sera