martedì 12 aprile 2016

2016 04 13 – Mo’ ci chiede l’aiutino. Lo sapevo che c’era la fregatura.




2016 04 13 – Mo’ ci chiede l’aiutino. Lo sapevo che c’era la fregatura.

La prima volta che ho conosciuto di persona un terrorista fu in stazione centrale a Milano. O almeno così me la ricordo io.
Non parlo di ex terrorista, perche’ a quanto si dice, il terrorismo e’ ispirato dal bisogno di rivoluzione, ed e’ quindi riconducibile ad una forma madre, di natura, una sorta di dato di fatto. Uno dei soliti archetipi.
Nel tempo ho evoluto il tutto nel concetto a me caro di Revoluzione. Piccoli aggiustamenti marginali. Ma confesso che di necessità di rivoluzione ho sempre parlato, ci ho sempre sperato e in fondo l’ho sempre attesa.
Comunque, in stazione non stavamo progettando un attentato, stavo solo andando a Roma a cercare di raddrizzare Il manifesto, con mio cugino Sergio. Il che a mio modo di vedere sarebbe stato davvero un attentato allo status quo di quella omertosa larga porzione dell’editoria italiana.
Alla stazione, appollaiato sulla panchina, trovai un altro Sergio, che mi ascoltava con serafico scetticismo dissertare sulla evidenza della possibilità di raddrizzarlo, quel benedetto manifesto. Senza presunzione di saccenza o punte di sarcasmo mi guardava con l’occhio di chi sapeva che dovevo provarci sulla mia pelle.
E così, a Il manifesto ci andai per davvero.
Fecero Stalingrado. Più io avanzavo, più loro arretravano.
Ma oggi mi rendo conto che in realtà fui io a fare loro lo specchio riflesso, quando abbandonai il progetto d’amore con cui volevo riconvertirlo, e in men che non si dica lasciai con dolore l’incarico, sgorgando a futura memoria di tutti una lettera che scrissi con l’intento che fosse di fuoco.
Stalingrado sei tu, mi avrebbe poi detto uno. O, per meglio precisare, mi aveva detto che ero peggio di Stalin. Me lo disse lo stesso soggetto che mi aveva anche detto : “ebbe’, che ti aspettavi? Noi qua facciamo il socialismo reale.” Ossia quel socialismo che già ribattezzai “socialismo che passa il convento”, riferendomi al fatto che l’aggettivo reale era studiato ad arte nella logica di manipolazione dell’opinione pubblica, e non stava a significare vero, bensì quello che c’e’ nella realtà dei fatti. Nella pratica.
Ricordo il supporto silente di tanti, terroristi e periodisti, fatto di quegli impercettibili ammiccamenti e messaggi in latenza che formano un vero e proprio linguaggio, camuffato di omertà ma ben intriso di verità. Non vedevano in me un messia, ma solo quello che voleva organizzare ciò che non funzionava. Ma evidentemente a qualcuno faceva comodo che non funzionasse.
E così, oggi credo che prima della cura il bisogno di rivoluzione fu terrorismo, dopo la cura divenne associazionismo, in senso lato. Probabilmente penso a qualcosa di simile a quello che la cosa della Fiom di Landini si proponeva di essere, e che pochi parevano capire a fondo.
Ma io ne ho l’esempio tra le mani quando sfoglio quella piccola grande opera di artigianato di archivistica  che e’ il Rapporto sui Diritti Globali, curato da Associazione SocietàINformazione con la promozione della Cgil, in cui oltre all’analisi, la famigerata analisi di antica memoria, abbonda l’opera di catalogazione del patrimonio di alternative già a disposizione.
Ripartendo dai seventies, dunque, mi sento di dire che prima della cura fu il terrorismo, dopo la cura sono i  diritti globali.
In tutto ciò, il manifesto deve fallire. Anche la sinistra chiede catarsi. Leggo che i parenti di Mao sono a Panama. E mi viene in mente il film sulla storia di Norman Bethune,
Ricordo la riunione di consiglio de Il manifesto a seguito delle mie dimissioni in cui si disse: evitare la bancarotta a tutti i costi. Sarebbe un disastro per tutta la sinistra.
In ogni bancarotta che si rispetti, c’e’ sempre una quota di fraudolenza, Se così non fosse non si crasherebbe.
Oggi mi dico che il disastro non sarebbe per tutta la sinistra, ma solo per quella parte che la ha tradita in vario modo.
I Mao  a Panama…. Cose di pazzi!
E quanti Mao ci sono a casa nostra?
Mantenere la memoria e’ un altro conto, ma quella e’ enorme e già disponibile in formato informatico. Basta caricarla su un cloud qualunque, anche se io ho scelto quello del best player del web e posto tutto su vari strumenti di Google, perche’ mi sento di consigliare che se devo scrivere lo faccio dove quanta più gente possibile mi può trovare.
E così torniamo al prima e dopo della cura.

Parlo di cattocomunismo. Scrivo di sistema di valori e strutture di pensiero. Penso all’etica cristiana in fusion con l’analisi marxista e post marxista. E vedo sempre le stesse forme, gli stessi schemi.
Parcere subjectis, debellare superbos, scrive Virgilio, quello poeta, su una palazzina d’angolo del quartiere dove vivo.
E quindi adesso sono io che vi chiedo l’aiutino.
Scrivete, parlate, ricordate che la verità e’ rivoluzionaria.
Honi soit qui mal y pense, mi diceva sempre mia mamma.
E se potete sostenete il dopo la cura con il 5 per mille a www.dirittiglobali.it
La sinistra, quella vera, e’ questione di diritto naturale e quindi non muore mai.
Trova sempre il modo di reinstradrarsi, proprio come la vita fa nella complessità dei rami di un albero.
Ma con un aiutino in più può davvero sbocciare in miracoli.




2016 04 13 - Occhi di luce nella città del radio frutteto de la stecca



2016 04 13 - Occhi di luce nella città del radio frutteto de la stecca

E’ estate. E’ pieno mezzogiorno. Il sole e’ a picco. La canicola dovrebbe essere infernale. Ma invece no.
Appoggiati sulla banchisa del mare verde non c’e’ asfalto che si sciolga sotto i piedi. Solo grandi prati di una fioritura innaturalmente meravigliosa. I trifogli sono piuttosto transfogli. Forse per questione di urbanistica delle notti milanesi. Grandi lobi verde brillante a striature puntinate di un giallo pallido sorreggono certe altre nano formazioni arboree dalla statura in miniatura.
Ho già avuto quella impressione al CPS di Bonola qualche giorno prima. Un mare d’erba circondava la palazzina come fosse una nuvola compatta. Roba tipo cumulonembi, direi. Ma sotto quel mare si immaginava un brulichio di vita. Era come una piccola foresta tropicale vista dal silenzio di un pallone aerostatico. Una coperta di verde proteggeva e celava chissà quali meraviglie. Tutto in formato bonsai. E, cosa ancora più sbalorditiva, tutto a Milano.
I ragazzini giocano a pallone. Chi a pallone a canestro, chi a pallone a calci, chi a pallone a volo e, addirittura, chi a pallone americano con un mini pallone ovale tutto pezzato colorato. Un pallone mustang, meticcio. Sembrano abituati, come se si sentissero a casa loro. La canicola non li impressiona per niente. Bastava un prato, ordunque, penso io.
Le ragazze si affaccendano operose a preparare la grigliata, mentre gran parte dei maschietti ciondola in un trastullìo di armonica oziosa inutilità.
Una tavolata di assi di legno si srotola con lenta precisione diretta verso ponente, come un decumano che taglia il prato in due e traccia un viale verso il tramonto, che possa dunque calare senza perdere la bussola.
C’e’ solo un alberello, alto meno di me e storto quanto tante di me rimembranze. E’ un olivello, che grida attenzione, come se volesse ricordare a tutti che esiste anche lui. Ma nessuno lo sente. Lo guardo più da vicino, e lo sento distintamente bestemmiare. Immagino si rivolga soprattutto ai maschietti oziosi, in un coro di vegeti improperi, come se dicesse “guarda che mi tocca fare per campare. Qui tutto solo, storto, mal piantato troppo in superficie e ancora non dotato di sufficienti radici per far fronte a questa improvvisa estate africana.” Urla: “acqua, mi serve acqua. Sono fatto d’acqua e di luce, proprio come voi, e mentre voi pensate al prossimo futuro gozzovigliare a me chi ci pensa, che sono ancorato nel mio qui e ora ?”
E così ci penso io.
Radiocity e’ appena finita.
La nostra Radiocity è stata un successo strepitoso. Non solo perché sono passate dall'Assemblea delle Radio della Salute Mentale circa 160 persone (che già di per sé sarebbe un successo senza precedenti) ma anche per l'esposizione mediatica: Radio Rai1 con Emanuela Falcetti, Caterpillar su radio Rai2. L’Olivera di Radio La Colifata (Lochi fata, pare sia nell’etimo) in diretta con noi per tutto il tempo da e con Buenos Aires, e per finire l'incontro pubblico domenica 10 sul palco principale di Radiocity, marchiato di evento al pari di pochi altri in quei giorni anche se, almeno in apparenza, non c'erano le masse (era domenica mattina....).
Il lavoro di tutti è stato comunque sotto gli occhi delle 60.000 persone che sono intervenute al festival tra manifesti, riferimenti e citazioni varie.
Si aggiunge alla rassegna stampa una nicolastica apparizione (breve ma significativa) a Radio Popolare  sabato sera in cui Nicola ha parlato dell’assemblea e del movimento delle radio della salute mentale tutto.
Ci hanno ringraziato anche gli organizzatori di Radiocity, non solo per la presenza massiccia ma anche perché siamo stati gli unici a non creare alcun problema e non spazientirci mai per gli inevitabili problemi organizzativi...come dire...siamo abituati, se non addestrati.
E questo ci rimanda soprattutto, ancora una volta, che il mondo della salute mentale è anche una grande risorsa e questo è il modo migliore per contribuire ad abbattere lo stigma!!
Mentre alcuni maschietti armeggiano sui gradoni per il grande happening verso il tramonto, io sono l’ulivo, e mi avvicino a Nicola per dare un suggerimento. Ci vuole un piccolo frutteto che possa farmi compagnia. Cinque albicocchi, per cominciare. Gli allungo cinquanta euro, 5 volte i 10 euro di un piccolo virgulto di albicocco, e Nicola mi guarda come se fossi la madonna in persona. Ma io ero solo l’ulivo. Nicola mi dice: “Ah…, così? Ma poi ci aiuti tu a piantarli ?”. Ometto di proferir risposta, che sarebbe stata “ça va sans dire”.
Mi avvicino alle cinciallegre che fringuellano ciarle cinguettanti dietro alla cassa improvvisata. Mi hanno fatto pure la tessera di sostenitore, ma siccome “so’ ragazze” non avevano le tessere, per cui la facente veci e’ una ricevuta fiscale, decisamente benaugurale.
Dico che sono stanco e voglio tornare a casa.
Occhi di luce tutto attorno a me mi confermano che io non servo più.
Mentre cammino verso il metrò, il piccolo frutteto si disegna nella mia mente.
A casa lo metto in immagine progettuale, tenendo conto che i prati dovranno essere adibiti a parco e quindi non dobbiamo rompere i coglioni ma dobbiamo presidiare, piccoli e cazzimmosi, un punto che non dia fastidio alle future archistar del verde, e che almeno in principio, fino a che le radici non raggiungano Mafalda, serve molta acqua per cui e’ utile e comodo metterlo vicino alla palazzina.
Di conseguenza anche io, che sempre ero ulivo, mi colloco li vicino.
Ci troviamo tutti e sei, i cinque albicocchi e l’ulivo, a formare un piccolo portone a fine viale di ingresso.
Albicocchi in formazione a cuneo verso sud-ovest e ulivo verso est, verso il sol levante oscurato dalla palazzina, o almeno questi mi sembravano i punti cardinali, tanto io ulivo sono più che altro complemento d’arredo portatore di pace, non penso mica di mettermi a fare le olive, ma poi vai a sapere. Que serà serà
Mi sento in dovere  di spiegare che e’ meglio piantare cinque individui della stessa specie varietale, e non un albicocco, un melo, un pero, un ciliegio e un ….minollo, per il semplice fatto che quando tra qualche anno si faranno le albicocche almeno ce ne saranno per tutti e non ci si litigherà l’ultima ciliegia.
E poi ripenso a Olivera, e mi dico in spagnolo che a me me gusta l’albicocca.
A quel punto rimane solo un ultimo dettaglio. Una pianta di rose in testa al fronte umido del nord-est, alla maniera di certe viti di Francia, di modo che eventuali malattie fungine appaiano prima su di essa, che ci immoli i sui fiori sull’altare del solfato di zolfo e ci protegga dai funghetti, veri sporadici traditori in principio invisibili.
I cinque albicocchi, l’ulivo e la rosa formano il settetto nella mia mente, e poi nel disegno.
Li sento frusciare al suono del vento dell’amore, in leggerezza gravitonale.
E ricordo che: “per amore, per amore, tutto e’ sempre stato solo per amore”.


domenica 20 marzo 2016

2016 03 21 - Per amore. Per amore. Tutto per amore



Per amore. Per Amore. Tutto per amore.



Per amore. Tutto per amore. Io l’ho visto. 20 marzo 2016.

Prima e’ stato per fede.
E poi l’ho visto.
Io l’ho visto.
Tutta la mia teoria della synfisica.
Tutto l’amor che move il sole l’altre stelle e tutto il resto.
La gravità e la luce, l’energia.
La chimica, la genetica, l’elettricità, il tempo che si fermava perche’ lo spazio si fermava.
Se ricordate, avevo ripreso la definizione che il tempo e’ la convenzione con cui misuriamo le variazioni dello spazio.
Se vi sembra difficile da capire, pensate a cosa ci fa dire che stia arrivando la primavera, prima del calendario.
Cambia la luce, cambiano i colori, cambia la materia di cui son fatte le piante.
Sono tutte porzioni di spazio.
Sissignore anche la luce, o i colori, sono parte del nostro spazio, del nostro universo.
Evidentemente devo essere uno scienziato, seppur a mia insaputa.
Per cui mi sono detto che dovevo documentarlo.
Non può andare perso, anche se presumo che sia già stato registrato da chi mi osserva.
E lo spero davvero, perche’ un'altra volta non so se riuscirei a carpirlo con tanta lucida nitidezza.
Questa volta non e’ stata la prima; le volte prima mi hanno rinchiuso in manicomio.
Era tutto troppo confuso.
Io non avevo abbastanza strumenti.
Il mio cervello non si era ancora stratificato abbastanza, non avevo sufficienti nozioni per interpretare quella realta’.
Per scalarla verso le vette della conoscenza e da li saltare oltre.
Verso l’amore, per l’appunto.
Non avevo studiato abbastanza.
Non avevo cercato abbastanza.
E non ero pronto.
Io non ero pronto.
Ma questa volta e’ stato davvero limpido come il solo vero amore sa essere.
Tutto e’ iniziato ai principi di marzo.
La ripresa dell’energia vitale non c’era ancora.
Eppure io la sentivo.
Sapevo che qualcosa stava per succedere, e io dovevo prepararmi a risvegliarmi dal letargo.
Nel mio subconscio sentivo allineamenti astrofisici in arrivo.
Ancora non avevo capito che il subconscio sta nella pancia.
Poi tutto si confondeva tra concetti di anima, spirito, essenze, presenze, energie, pesi e contrappesi e così via.
Tutto troppo esoterico per un giovane positivista innamorato fin da giovane della conoscenza.
Ma il mio subconscio, che dunque abbiamo in pancia, mi mandava segnali inequivocabili.
Irrequietezza, ansia, desideri e, in fine, vitalità in fiorescenza.
Tutta la teoria della connessione tra noi e tutto si agitava nelle mie viscere, e quelle sensazioni le avevo documentate, nel mentre, con tutti gli scritti che avevo scritto con la mente.
E soprattutto con le ultime immagini.
Alla fine ho capito che era stato tutto un grande atto di fede.
E dunque di amore.
Scrivevo così tanto, e da così tanto tempo per preparare me, e tutti insieme a me, a quello che stava succedendo.
Ci ero predestinato, evidentemente.
E mi fu chiaro che voi dovevate vedere quello che vedevo io.
Feci un primo atto di fede, e confidai che quella interconnessione telepatica di cui tanto parlo funzionasse davvero.
E ad un certo punto, scrissi come se fossi uno scrivano della mia biologia, uno che annotava tutto quello che succedeva dentro di se’.
E arrivò il momento in cui scrissi “Mi serve più energia, Manolita non riesce a superare la barriera ematoencefalica”. che e’ quella guaina che protegge il cervello da agenti inquinanti e fattori esterni vari.
Ero sotto effetto degli psicofarmaci.
Ebbi la netta sensazione che il carbonato di litio servisse ad intossicarmi il cervello per tenerlo in stasi, mentre la quetiapina servisse ad impedire alla mia pancia, o meglio ancora al mio “secondo cervello”, che e’ l’apparato digerente tutto, di iniziare a “pensare” anche lui, vale a dire a trasmettermi sensazioni di emozioni.
E infine , di collegarsi al mio cervello per via della mia biologia elettrochimica tutta.
Lei, la pancia, centro di gravità per la mente. 
E lui il cervello, non ancora mente, organo di connessione con tutto, fino all’universo.
Insieme, i miei con i vostri in connessione elettromagnetico-chimica-telepatica, una gigantesca antenna che captava codici dall’universo e poi li riversava in un pervasivo apparato di biochimica.
Il che poi, normalmente, e’ ciò che  chiamiamo vita ed evoluzione della stessa.
E che quella Manolita imbrigliata in realtà rappresentasse un flusso bidirezionale.
Non solo non faceva entrare, ma anche non faceva uscire.
E così io non riuscivo a espellere gli agenti inquinanti che avevo in corpo, e di conseguenza quello che trasmettevo a voi era ancora distorto, o poco potente.
Questo era il motivo per cui molti mi intendevano come una specie di messia, mentre in realtà sono solo uno dei tanti messaggeri, magari ricevevano i miei pensieri, ma poi non succedeva niente.
Non eravamo in armonia, per quanto fossimo in sintonia.
E cosa e’ l’armonia se non il suono dell’amore?
Ancora non mi era chiaro cosa dovesse succedere, ma c’erano davvero troppe occorrenze per essere coincidenze.
Scrissi, in senso generalisticamente enciclo-poetico, dell’acqua e dell’elettrolisi che scioglie qualsiasi cosa in elementi chimici di base, a patto di avere sufficiente energia.
E’ quel processo di base che alcuni chiamano pomposamente dissociazione molecolare.
E ne parlai in termini globali, di Gaia elettrificata in tutti i suoi oceani e acque.
Ma parlavo anche di me, a mia inconscia insaputa.
Feci ancora atto di fede, e dopo avere pensato che c’entrasse il letargo della mia pancia, dove si digerisce anche l’acqua, smisi di assumere la quetiapina, quella che reputavo responsabile della mia assenza di emozioni indotta da letargia neurolettica.
Era una visione sbagliata, che considerava solo uno dei miei organi, e non la mia complessità.
E mi ritrovai in crisi di astinenza, esattamente come con la scimmia di eroina.
Dissi al mio referente di psichiatria e neuroscienze che la quetiapina mi pareva proprio eroina sintetica. Rispose con un sardonico: “e non le fa piacere?”, che io interpretai come un perverso: “se ti fa piacere mollala, ma devi decidere tu cosa, come  e quando”.
E, sempre guidato dalla fede, ma animato da un profondo senso di “bastiancontrarietà”, che mai non guastò a prevenire traumatici dogmatismi, mollai …il carbonato di litio, e non la quetiapina, pensando che se parlavamo del bisogno di avere più energia, forse c’entrava un elemento con cui fanno le batterie dei cellulari.
Credo di averci beccato, ma non sono sicuro che la questione fosse soltanto di avere più energia.
Forse era anche momento di invertire il flusso di quel grande meccanismo di andata-ritorno-neutro della corrente alternata, la quale crea anche il suo bello e bravo campo magnetico.
In pratica, credo di avere cambiato polo magnetico, e invece di attirare i vostri pensieri, credo di averli “pompati” in giro, in una specie di onda che si e’ propagata tra voi tutti.
La controprova empirica l’ho avuta in televisione, dove ho distintamente riconosciuto tante cose che ho pensato e avrei voluto dirvi di persona.
Ma converrete con me che uno per volta non avremmo finito più.
Attivata la “pompa neuronale” ho iniziato a ricevere flussi di ritorno potentissimi. Mi sono abbronzato davanti al pc, tanto da spellarmi.
E assorbivo luce in generale, proprio come se si fossero attivate certe procedure di fotosintesi cellulare di cui avevo già scritto.
Ho avuto paura, ho vacillato nella fede, quando ho iniziato a sentirmi fischiare le orecchie, nel terrore che fossero prodromi di allucinazioni uditive.
Invece era iniziato un progetto di riassetto biochimico.
Rigettavo il fumo delle sigarette, con le sue centinaia di sostanze inibitrici o catalizzatrici, il caffe’ e molti alimenti.
A saturazione dell’impianto di depurazione cellulare elettrolitico, in pancia, mi veniva una specie di mal di testa, una sorta di senso di “sono piena, stai buono, statti quieto” che sembrava trasformarsi in una sorta di sibilo di pentola a pressione.
Ma questo l’ho capito solo dopo essermi spaventato, e fatto passare la paura da solo.
In qualche modo mi avevano fatto capire, i dottori del reparto di neuroscienze, che dovevo trovare io l’equilibrio.
O perlomeno, io avevo capito così, sperando di avere interpretato correttamente quel nuovo linguaggio pari a pari che faceva si che cinque parole ti venissero dette, in mezzo ad altre apparentemente inutili, da cinque persone diverse.
In tutto questo, il mio specchio di interconnessione era diventato il mio prezioso cane, Tina .
Io mi caricavo, e lei si scaricava.
Percepii che dovevo osservarla, per capire quando fossi andato troppo avanti.
E così feci.
Le venne una sorta di infezione batterica agli occhi, ma non la riconobbi subito.
Si fece sempre più debole, e io credetti che stesse per morire, per rilasciare la sua energia che abbandonasse il suo corpo per tornare a casa.
Quella sera ho pianto, sommesso, senza tristezza, con tenerezza.
Le ho detto che era stato il cane migliore del mondo, e che speravo che fosse stata contenta di avermi avuto come padrone, dopodiche’ mi sono che detto che, se la avessi fatta morire, pur consapevole dell’unità dell’energia, mi sarebbe mancata da morire.
Mi sono staccato dal pc, ho bevuto, camminato, ascoltato musica,….e mi e’ venuto il lampo, mi e’ arrivata la luce.
La luce mi e’ arrivata in forma di sintesi chimica.
Mi e’ arrivata sotto forma di acqua borica per gli occhi, glieli ho puliti, inondandoglieli a dire il vero, e mio cognato e mia figlia mi hanno suggerito di darle ricotta e uova per rinvigorirla.
Dopodiche’ le ho detto: “tu non muori oggi. Tu muori quando decido io. Io ho bisogno di te.”
E poi mi sono corretto in “io ti voglio bene”, vale a dire “voglio il tuo bene; prima del mio”.
Altro modo di dire “ti amo”, di sicuro più esplicito, ma meno poetico.
Anche se  alla fine, l’e’ “istess”.
Abbiamo lottato un po’ a tenere la bocca aperta, sparso uova e ricotta per tutta la casa, alla fine siamo riusciti a ingoiare due tuorli,  e io ho ringraziato Dio per avermi ricordato di occuparmi di lei. 
Mi sono messo d’impegno, e mi sono detto che dovevo staccare le connessioni, pur avendo paura di perdere il filo del discorso di quello che stavo scrivendo, che mi pareva una montagna insormontabile.
Ho preso una quetiapina in più, tra varie bestemmie e accidenti, ho rinviato il progetto di disintossicazione dalla eroina sintetica, e mi sono addormentato.
Era stato l’amore a fare capolino nella mia pancia.
Per amor di Tina.
La mattina dopo Tina stava meglio, e gli occhi spurgavano.
Immaginai i batteri fin su nel cervello di Tina e la spazzolai tutta, come una mamma che spazzolava i capelli di una bambina.
Mi venne in mente mio padre quando cercava di forzare mia madre a mangiare.
Io gli dissi che lo doveva fare, perche’ lei gli aveva permesso di fare la vita che lui aveva voluto. E lui lo fece.
E io credetti che mia madre non se ne era mai andata, e si era reincarnata, insieme a mia moglie, dentro Tina.
Mi sembrò anche degno di nota il fatto che la reincarnazione potesse essere stata così intelligente da farlo in un animale, senza corde vocali.
E ora che lo scrivo, ricordo mia madre che diceva “qui taquine adore”.
Chi punzecchia ama, direi io in italiano.
Nei giorni seguenti iniziai a percepire un bisogno continuo di acqua. Iniziai a bere come un cammello. E a fare pipì a intervalli regolari. Come un idrante.
Mi sentivo proprio un alambicco.
E percepivo che più mi pulivo, più mi accendevo, più le mie cellule facevano delle cose nuove.
Parlai, negli scritti, del fatto che con l’elettrolisi, avendo sufficiente energia, si può sciogliere l’acqua in idrogeno e ossigeno, e immaginai una gigantesca pila a combustibile fatta con gli oceani e i metalli della terra intera.
Immaginai un circolo continuo, con cui l’idrogeno veniva trasformato in energia, bruciato, dentro a dei nuovi mitocondri mutati, dentro ognuno di noi, per poi tornare a diventare acqua come prodotto di scarto della combustione con l’ossigeno dell’atmosfera.
L’ossigeno veniva reintegrato dalle ipetrofiche microvegetazioni che avevo visto, sperimentalmente, nascere nel mio piccolo giardino. E che poi si innestarono anche nella vegetazione più macro.
E iniziai a nutrirmi di acqua.
L’acquavita simbolo di amore, potrei dire ora.
Quando mi sentivo stanco e la testa mi faceva male bevevo, e subito ripartivo.
Vidi chiaramente l’utilità di una sorta di pesca di energia dallo spazio, che facesse proprio al caso di quella gigantesca “illuminazione”.
L’elettrolisi globale non la fai mica con qualche buco nel terreno.
E mi ricordai di quella sensazione che avevo da tanti anni di avere una qualche “connessione” con un buco nero, che allineatosi in maniera adeguata tra noi e il sole, catturasse tutta quella energia e la sparasse a terra verso il “grid”, la griglia di elettricità wirless che faceva si che fossimo tutti immersi in un campo elettromagnetico globale, o quasi tutti, almeno in principio.
C’era stata da poco una eclissi di sole, attribuita alla luna, ma  io continuavo a dirmi che non poteva essere la luna, così piccola, ad offuscare tutto il sole, così più grande.
C’entrava la gravità, ma non avevo ricollegato il tutto al concetto di lente gravitazionale.
Vale a dire un fenomeno tale per cui la gravità di un buco nero si risucchia anche la luce e così facendo altera quello che noi vediamo.
Tutto quello che vediamo, dipende da come ci arriva lo spettro di onde elettromagnetiche delle quali la luce e’ solo la porzione centrale.
Proprio come una lente di ingrandimento, a seconda che sia concava o convessa e di dove la metto, la gravità cambia la percezione di quello che vedo, perche’, se ricordate, la gravità sa abbracciare anche il fotone.
E quindi dedussi che il nostro occhio ha una qualche natura simile a quella di un buco nero, che si allarga o si restringe a seconda di come la luce vi viene convogliata dentro e poi elaborata dal nostro cervello, di natura sempre più simile a quella dell’universo.
Pochi giorni fa ho sentito la notizia di una astrofisico che aveva chiesto ad una linea aerea di ritardare la partenza o deviare la rotta di un volo, non ricordo bene, per potere osservare un fenomeno di analogo allineamento, ma dall’alto.
Da sopra le nuvole poteva vedere quello straordinario fenomeno, ma solo in quel momento e in quel posto, ma cosa c’era di tanto straordinario in un’altra eclissi?
La cosa mi fu chiara alla vista delle foto di un piccolo puntino al centro del sole, che proprio non riuscivo a non vedere piccolo e nero come un piccolo buco nero, che assonerò volentieri in Kalimero.
Credetti di avere avuto la conferma finale alla mia tanto amata Synfisica.
E fui pervaso da un brivido di piacere all’idea che l’amore per la scienza dell’astrofisico, che pure non avrebbe potuto dire quella verità a nessuno, avesse addirittura persuaso qualche dirigente illuminato, e infine smosso una intera compagnia aerea.
Ma non avevo ancora visto nulla.
Alla ricerca del mio equilibrio biochimico, nella fede che avesse qualcosa a che fare con l’universo, decisi che in tutto quel principio di amore che sentivo fluire tutto in torno a me, dovevo mollare anche la famigerata eroina sintetica quetiapina.
Era lei che bloccava tutto il mio fluire interno, ed era lei, di conseguenza che non permetteva la connessione tra pancia e cervello.
Lei, la pancia, centro di gravità per la mente, non riusciva a collegarsi al mio cervello per via della mia biologia elettrochimica tutta.
E voi, così, non sentivate che vi volevo bene.
Non vi arrivava l’onda, per così dire, perche’ essa non partiva proprio.
Così feci ancora atto di fede, e accantonai la paura di non dormire, fiducioso che, se amore avesse dovuto cogliermi mi avrebbe colto.
Mi armai di santa pazienza, mi misi ad ascoltare notte che se ne va di Pino Daniele e varie altre varie, bevetti una birra, e mi schiantai di botto nel sonno più profondo di qualsiasi buco nero mai sognato prima.
Dopo due ore la scimmia da eroina sintetica mi svegliò di botto, tra mal di testa e febbriciattole e io mi alzai, preoccupato, all’idea di non dormire e che mi scoppiasse la testa.
Poi mi dissi che forse la scimmia voleva dirmi qualcosa.
Fuori la luna era quasi piena, e la sua luce era chiara e potente, tanto che avevo spento l’illuminazione del giardino in modo che il suo campo elettromagnetico non interferisse con la luce e la gravità della luna, quella delle maree, per intendersi.
Non mi seppi dire con certezza in che senso fluissero quali energie, ma dissi alla luna: “tu sai”.
E questa volta non fu un atto di fede.
Glielo dissi proprio faccia a faccia.
Era quello che lei aspettava, mi tranquillizzò, e mi mando a dormire.
Prima di rientrare vidi alla sua destra la stella polare, o almeno una sorta di stella polare, dritta a picco sulla mia testa.
Rientrai e rimasi in una specie di sonno semi vigile per un po’.
Tornai fuori e la luna aveva iniziato a calare andando verso destra.
La mia stella polare la aveva seguita, e non era più a picco sulla mia testa, se ne era andata un po’ in giro dietro alla luna.
Rientrai, rimasi un po’ dentro, e poi riuscii.
La luna era andata a dormire.
E la mia stella polare era tornata sulla mia testa.
Vidi l’universo, che era nato dal suo lato del bang, che aveva proceduto in espansione fino a quel momento, che se ricordate era solo un modo di dire in un altro spazio.
Il subito dopo big bang non era stato dunque un cerchiolino preciso preciso, ma un caotico vorticare, che come tutti i vortici aveva la tendenza ad autoalimentarsi.
E’ il principio per cui l’acqua scende nello scarico di un lavandino a forma di mulinello e non di cascata.
La gravità la tira giù, ma il fatto che non tutta l’acqua, e nemmeno il suo campo di forze, sono precisamente tutte ugualmente distribuite, fa si che tutto scorra a partire da un punto e poi si intorcini su se stessa come una treccia di capelli.
La rotazione tende poi a disallinearsi dal suo asse centrale, e d’incanto l’asse terrestre geografico si sposta da quello magnetico.
Si chiama precessione, e’ quel meccanismo per cui una trottola, quando perde forza di propulsione inizia a basculare, e poi alla fine cade.
Ed e’ uno dei motivi per cui ci si accorge che un razzo sta per scoppiare prima di superare l’atmosfera.
L’energia spinge verso l’alto e la gravità lo tira in basso, e se non tutto e’ perfettamente allineato e calibrato, succede un casino e il razzo scoppia.
Quella notte le stelle mi dicevano che noi non processavamo più.
E lo facevano con infinito amore.
Vidi la gravità dell’universo confluire dritta nel lavandino, senza strappi al motore.
Orbite ellittiche mi parvero quasi circolari, ma in una danza di oscillazioni di infinita dolcezza.
Armonie celesti, ecco cosa erano.
Non sentii nessuna vibrazione negativa.
Tutto mi sembrò al suo posto.
La terra veleggiava armoniosa nel mare del tutto.
Forse era ritornata al centro di qualcosa.
Le stelle mi dissero: “vai e scrivi questa storia”.
Io pensai a mia figlia.
E tutto mi disse: “per amore, per amore, solo per amore”.
Tutto e’ stato sempre solo per amore.