lunedì 17 maggio 2021

2021 05 17 - La montagna dell’io non serve più. New deal

 

2021 05 17 - La montagna dell’io non serve più.

So died the me. Then came the we.

L’ermellino è un piccolo predatore carnivoro di montagna, normalmente associato a simboli nobiliari, assai probabilmente a sua insaputa. https://it.wikipedia.org/wiki/Mustela_erminea

Dicesi nasconderello, una particolare attitudine comportamentale riscontrata in questi animali montani, che piccolini e bellini chiamiamo ermellini, i quali pare che sogliano rimbalzare tra i molteplici ingressi dei tunnel della loro tana, facendo capolino per brevi momenti un po’ qua un po’ la.

Gli ermellini sono animaletti nervosetti e frementi e vibranti, e chissà altri anti quanti, che si muovono a rapidi scatti della loro testolina periscopica guardinga che oscilla freneticamente da un lato all’altro, determinando in chi osserva la percezione di un effettivo tunnel scandito proprio dalle uscite dai lati del tunnel stesso e altresì detto effetto tunnel.

Ma l’ermellino non lo fa per divertimento.

La sua è una capocchia perimetrista in dimensioni quattro, fatta o evoluta apposta per scandire il perimetro della destra e della sinistra e del sopra e pure del sotto.

Dal primo lato scandisce la presenza di nemici di fanteria, a livello del terreno. Dal lato opposto sembra trasferire l’informazione a suoi compari di specie, anche se in realtà è solo. Dall’alto scandisce la presenza di nemici di aviazione. E in basso scandisce la presenza dei suoi pasti.

Gli ermellini sono anche animaletti tanalinghi, molto legati al loro covo di nicchia, con il quale stabiliscono un legame affettivo duraturo tanto quanto. Hanno quindi una natura circoscritta ad un ambiente dai contorni ben definiti dal quale si spostano poco, tranne che per cacciare, e nel quale sono alla costante ricerca di contatti, visivi o altrimenti sensoriali.

Essendo piccoli e vulnerabili, seppur anche vulneratori, la natura li ha infatti dotati di apparti di ricezione particolarmente sviluppati. Sono animali molto recettori che percepiscono suoni, vibrazioni, movimenti, immagini e forme, in ogni momento senza soluzione di continuità a prescindere dalla loro volontà.

Percepiscono un refolo d’aria prima ancora che arrivi; sentono rumori prima ancora che suonino, anche a frequenze per noi impensabili; hanno un campo visivo esteso a grandangolare dalle frenetiche rotazioni della testolina,  che permette di vedere tutto attorno al punto di osservazione.

E riconoscono forme, intendendo con ciò soprattutto che riconoscono schemi con cui avvengono dei fatti o delle occorrenze. Come d’altronde facciamo noi, le aquile, le marmotte e tutti i personaggi in cerca di un autorevole fonte di formazione di questa nostra favola.

Il loro principale nemico dall’alto sono i grandi rapaci, l’aquila in primo luogo. L’ermellino la riconosce quando è lontanissima in alto nel cielo non tanto perché’ la vede nei suoi contorni, ma piuttosto perché’ il suo cervellino di ermellino computa una sequenza logica che ricalca uno schema già noto: cielo azzuro + puntino nero non azzurro + ermellino bianco inerme sul prato = questa la conosco: è un’aquila per la quale io sono una polpetta.

Potete immaginare anche uno schema più veloce e più semplice. L’aquila scende in picchiata e punta l’ermellino il quale, mentre corre all’impazzata verso la sua tana con la capocchia rivolta all’indietro, scandisce la direzione dell’aquila e disegna la traiettoria dove essa planerà. Inizia a contare, cinque, quattro, tre due, uno…a destra! E l’aquila lo manca. Il ciclo ricomincia in un reciproco meccanismo di calcolo e ricalcolo dello schema che si sta reiterando.

Quindi l’ermellino sopravvive se sa riconoscere una serie di informazioni che compongono uno schema, una forma. E l’aquila mangia se sa fare altrettanto. Di certo emerge una altro schema: quando un puntino nero nel cielo incontra un puntino bianco sul prato, tra i due, l’ermellino è quello che se la fa addosso.

Forse a causa della loro relativa tanicità, o forse per la natura di predatore carnivoro, l’ermellino non è un animale particolarmente sociale ragione per la quale non vive in grandi agglomerati o colonie popolate di ermellinei compari.

Sono animali dalla vita solinga, nel corso della quale si stagliano sovente sulla loro cengia che li sostenga come una lusinga tenendoli circoscritti senza copia, non in coppia, ragion per cui è improbabile vederli mentre ballano la milongadelle altezze dai verdi prati.

Un giorno l’ermellino che c’e’ in noi, mentre cammina ramingo ma guardingo pensando un m’astengo, io non appartengo al tipo casalingo ma sogno un tango o almeno un fandango con esemplare fiammingo o vichingo o nibelungo anche se così io non dico che rimpiango ma rimango dove mi intrattengo con poco marengo, incontra una marmotta, la quale anch’essa albergava in noi stessi.

La marmotta https://it.wikipedia.org/wiki/Marmotaè un erbivoro paffuto, non un carnivoro, al contrario dell’ermellino molto sociale, che vive in colonie di tunnel scavati nel terreno.

E’ davvero molto sociale, tanto che ha due sue particolarità rilevanti ai fini della sopravvivenza, e della nostra storia.

1.      Pattugliamento sociale visivo da parte di sentinelle

2.      Termoregolazione sociale per aumentare la probabilità di superare l’inverno.

Sul primo tema, osserviamo che quando si avvicina un predatore, la regola è fuggire. Come per l’ermellino.

Ma la marmotta paffuta e un po’ impacciata non è schizzatina e veloce come l’ermellino, per cui per scappare in fretta, le marmotte hanno escogitato un sistema molto efficace.

E’ un sistema di classe, e non di supremazia del singolo.

Non c’e’ un nobiliare re ermellino che scappa nella sua tana più veloce possibile lasciando indietro tutti gli altri. E questo già spiega perché’ la marmotta ci piaccia subito di pancia.

La prima marmotta che fiuta il pericolo dà l'allarme e in pochi secondi tutto il gruppo si rifugia nella tana.

La tecnica è semplice. La "sentinella", si  perché’ il gruppo elegge delle sentinelle il che già solo ci sembra “tanta roba”,  si alza ritta sulle zampe posteriori, nella posizione a candela, spalanca la bocca ed emette un grido simile a un fischio, provocato dall'espulsione di aria attraverso le corde vocali, che secondo gli studiosi è un vero linguaggio.

Non tutti possono fare la sentinella : bisogna avere sensi aguzzi e prontezza di riflesso, e così pur essendo la loro società una società di pari a pari, la categoria della sentinella è tenuta in particolare considerazione.

La Gran Maestra Sentinella, prima tra pari ma venerata per la sua veneranda età e conseguente conoscenza che molti chiamano cultura, controlla che tutte le esperienze fatte vengano tra tutti condivise in modo da diffondere questo fattore di sopravvivenza : la cultura, appunto.

Fioriscono racconti e leggende che vengono fischiati ogni sera alla luce della luna, quando c’e’. E ricordàti nella memoria di bisbiglii a bassa voce, o sotto la voce, quando la luna non c’e’.

E questi servono a istruire, ma soprattutto ad affascinare, le giovani ermellotte aspiranti sentinelle.

Va inoltre precisato che le sentinelle devono essere giovani, perché’ più resistenti alla fatica dell’immobile vigilanza e anche perché’ più reattive nei loro giovani sensidai principi incorrotti. Ma come tutti i giovani, sono un po’ stuferelle. Ragione per cui molto si prodiga la Gran Maestra Sentinella per tenere viva l’attenzione all’apprendimento delle giovani pulzelle, con continue invenzioni e trovate codificate nelle tonalità e intensità dei fischi che emette.

“Fischia, che l’aquila ti passa” è il motto delle giovani ermellotte.

Inoltre, e’stato evidenziato come la socialità della marmotta sia un elemento determinante per la sopravvivenza anche in un altro senso.

Alcuni dati dimostrano che i cuccioli hanno più possibilità di farcela quando vanno in letargo con i genitori e con i fratelli maggiori. Quando invece nella tana mancano il padre e la madre oppure è scomparso un genitore, nel 70% dei casi la prole non supererà i rigori della stagione fredda.

Quella della marmotta è, quindi, una termoregolazione sociale: più si è, più possibilità ci sono di sopravvivere, soprattutto per i piccoli, che hanno dimensioni che non permettono loro di accumulare un sufficiente strato di grasso prima dell'arrivo del freddo e, per questo motivo, hanno bisogno di essere scaldati dagli adulti. Questi ultimi, infatti, presentano una maggiore perdita di peso corporeo quando all'interno della tana ci sono i nuovi nati dell'anno.

Le marmotte più scienziate chiamano tutto ciò con la pomposa definizione di efficiente utilizzo delle energie, o risorse, e relativa condivisione delle stesse. Ma quando lo fanno, vengono spesso derise per il loro tecnicismo di casta dalle giovani sentinelle, quasi che queste ultime agissero anche come sentinelle delle idee distorte spesso gergalmente definite dal volgo ermellotto come fenomeni di ideativa di idee del cazzo.

Un giorno particolarmente fausto, come già dicemmo che si erano incontrati, per la strana alchimia dell’amore, un ermellino e una marmotta si innamorarono, e convolarono a nozze, transgenerali ma speciali, in un empito di transversale fratellanza alpestre che speriamo arrivi presto oltre il loro contesto fino oltre Mestre in ogni ambito non solo campestre affinche’ ministre assortite e illustri prevosti celebrino giostre non più sinistre di mescolanza in fratellanza tra ogni terrestre, e oltre.

Nascono così 5 piccoli ibridini.

Sono i primi 5 trans della razza del futuro della montagna.

Sono le prime 5 ermellotte, che desiniamo femmine in onore del genere femminile medesimo, anche se più propriamente dovremmo chiamarle “ermellottrans”.

Va anche notato che sempre per la grande alchimia della forza dell’amore, che alcuni conoscevano già, le ermellottine delle prima pentade non sono nate sterili come certi muli.

E così le ermellotte crescono e si riproducono, in molti modi, e siccome la grande alchimia dell’amore le ha dotate di  “due palle ed un uovo cosi”, letteralmente intendendoli portatori di geni, nell’arco di poche generazioni di mamme portatrici, vale a dire mammifere e non portatori, la montagna è piena di ermellotte.

Ermellini e marmotte sono del tutto scomparsi, fusi nella nuova razza trans, oggettivamente superiore.

Le ermellotte, infatti e naturalmente, assommano caratteristiche genetiche dei due ceppi originari le quali si sono assemblate in ulteriori combinazioni, come è normale che capiti ai sistemi adattivi complessi come quelli dei geni. A volte, purtoppo, anche a quelli dei cretini.

Possono andare in letargo, ma se hanno da fare anche no, e restano al lavoro.

Sono erbivore o roditrici e nel rispetto dell’equilibrio dell’ecosistema hanno stabilito per legge di vietare l’allevamento di animali a fini cibatori. A dar loro da mangiare ci pensa il dopo inverno, che da loro funziona in quel modo in generale e non da generale.

Sono grandi e paffute, ma ermellineamente muscolate in modo da risultare veloci e agili.

Cambiano la pelliccia, ma solo la propria, in modo da potersi mimetizzare sia in inverno che in estate, come facevano gli ermellini.

Vivono in grandi colonie, perché’ l’ermellino si era stufato di stare da solo. E la marmotta, che è gentile di indole, forse proprio perché’ erbivora, lo ha accolto volentieri nei suoi tunnel che sono più comodi e spaziosi e dove  c’e’ posto per tutti.

Come è strana la natura: chi vive in grandi assembramenti nutrendosi di ciò che viene rinnovabilmente offerto dalla terra è sempre disponibile ad accogliere qualcun altro. Chi vive nel suo castello dorato, l’intruso se lo mangia.

Ma l’ermellino nella sua ibridazione si è erbivorizzato, e  beneficia così anche dell’energia termica delle marmotte, smettendo di fottersi dal freddo tutto solo nel suo buchetto da reuccio.

In cambio l’ermellino conferisce alcune sue caratteristiche determinanti per lo sviluppo successivo, della storia e della colonia.

Con queste, le ermellotte hanno soprattutto assemblato un sistema di difesa passiva ultra sofisticato, che anche in aggiunta alla mimetizzabilita’ della pelliccia bicolore, le ha rese specie dominante nel panorama di quei costoni di montagna dove regnano oramai indisturbate.

Assommando la capoccetta periscopio a “pop-up” dell’ermellino e la sua particolare ricettività sensoriale, tipica del predatore solingo, con il sistema di comunicazione in interconnessione tramite l’utilizzo di sentinelle fischianti della marmotta, intere colonie si difendono egregiamente in particolare dalle aquile la cui vita è diventata molto più dura.

La particolare caratteristica ereditata dall’ermellino, testimoniata dal tipico “pop-uppare schizzato”, e ritorno, dall’imboccatura della loro tana,li rende in effetti animali che, se ci mettiamo al posto dell’aquila, possiamo definire binari. Ora ci sono e ora no. Ma tutto molto, molto velocemente, come in una metafora di processione che incede al passo di carica della sua ultima generazione.

Al tempo stesso la “fischianza” già tipica della marmotta, li rende animali in interconnessione attivabili a comando: basta la prima sentinella che dia il fischio, e tutte le ermellotte corrono ai loro posti di combattimento, seppure passivo. Vale a dire che si rendono privative del loro essere mangiabili, andando a nascondersi.

In tal senso sono animali non violenti, di probabile reincarnata genetica gandhiana memoria. Onore al merito, deve essere questo il motivo per cui conferirono a Gandhi medesimo l’appellativo, e già non titolo inesistente nella società di normali pari a pari, di Grande Ermellotta, pur con gran sollazzo del mahatma stesso che aveva sempre sognato di vivere al fresco di montagna.

L’ermellotta è binaria anche nel vello non solo nel pop-up della capoccia. Il che potrebbe forse sembrare fenomeno direttamente correlato al bisogno di pendolare nervosamente e continuamente fra gli estremi della tana che ne determini una pervasiva alternanza nell’altalenanza di ogni cosa che fanno.

Essendosi adattati a vivere in un ambiente che dire ostile sarebbe eufemistico, senza voler essere blasfemo seppur forse epifanico, in primo luogo per la presenza di grandi volatili predatori, aquiloni nel cielo i quali epifani lo sono per natura, le ermellotte quando c’e’ neve sono bianche e quando c’e’ prato, direte voi, sono verdi.

Ecco un errore nella vostra capacità di programmazione genetica, o forse non siete mai stati in certe zone di alta montagna dove quando c’e’ prato il prato c’e’ solo a chiazze, piccole eruzioni verdi tra terra e rocce sparse qua e la. E visto da lontano è spesso più marroncino che verde.

Quindi, quando c’e’ prato le ermellotte sono marroni, perfettamente adattate alla distribuzione della loro probabilità di sopravvivenza.

In un particolare momento dell’anno come pure nel suo reciproco, nel momento in cui si sciolgono le nevi e le chiazze di prato sono ancora solo un’idea nei grandi cicli della vita, l’ermellino diventa pezzato come un cavallo mustang, il cavallo meticcio degli indiani del west, che derivato dagli incroci degli antichi cavalli spagnoli, divenne il re della prateria un po’ marrone e un po’ bianco lui mismo. Ma lui a proposito.

L’ermellotta sta facendo la muta, la quale come noto non è un meccanismo on-off, ma piuttosto un processo di flusso graduale. Quindi l’ermellotta  può apparire pezzata, appunto.

Più precisamente, non tutti gli ermellini sono perfettamente sincroni rispetto al grande ciclo della vita, ragion per cui può darsi che cambino colore al momento sbagliato.

In tale caso vengono, giustamente, detti asincroni.

Per momento sbagliato intendiamo sbagliato rispetto a vari distinti fattori.

Troppo tardi rispetto alle nevi che si sciolgono, il che li lascia nudi nel loro bianco sulle chiazze di prato e di terra e di rocce.

Troppo presto, anche per effetto del clima che rende brusco e discontinuo il passaggio da inverno a primavera, per cui diventano marroni quando c’e’ ancora il bianco della neve sul quale spiccano come polpette.

Oppure con momento sbagliato intendiamo sbagliato perché’ asincroni un po’stonatelli rispetto al dovere evitare le rotte  delle abitudini delle aquile, che cacciano di preferenza in certi orari ed in certe larghe tracce dalle traiettorie tipicamente circolari, che sarebbero quindi teoricamente e praticamente riconoscibili. Il che rende questa ermellotta asincrona una sorta di minus habens della sua specie.

O più semplicemente ancora, il momento in cui muta è sbagliato perché’ nell’ordine naturale delle cose così deve essere, e ciò che è sbagliato per qualcuno a volte non lo è per qualcun altro.

Ecco, tutto questo per dire che l’asincronia di quell’ermellotta non è una colpa ma è un dato di fatto.

Come è un dato di fatto sociale, che finche’ si scherza uno può essere asincrono quanto gli pare, ma quando c’e’ da fare qualcosa di importante l’asincronia diventa fastidiosa e dannosa in particolare perché’ determina grandi sprechi di energia volti a cercare di tenere a tempo il soggetto.

E’ quindi pure un dato di fatto che la colonia di ermellotte, per un qualche riflesso condizionato, o in, scappa al sibilo del segnale di allarme, lasciando il povero asincrono a crogiolarsi nella sua ignoranza.

L’ermellotta pezzata, o in senso reale o in senso metaforico in quanto alternanza di comportamenti distonici rispetto alla partita a scacchi tra i ritmi della terra, del disgelo o delle prime nevi, a quel punto non si può salvare.

E anzi, deve essere sacrificata con il duplice obiettivo di rinforzare la genetica della colonia, in questo caso per selezione naturale, e al tempo stesso nutrire la specie delle aquile la quale può così continuare a svolgere il suo ruolo di selettore genetico.

E ora trasliamo il racconto su di un altro piano di realtà o punto di vista. Iniziamo a raccontare la nostra vicenda dal punto di vista di un’aquila un po’ speciale, che ha la particolare prerogativa di essere astigmatica.

Noterete subito che citiamo con reverenza il termine astigmatico, che normalmente viene inteso come una tara. E’ perché’ siamo su un altro piano di realtà.

La nostra aquila, se da lontano ci vede come un’aquila, e se riesce addirittura a fissare il sole, da vicino non ci vede un acca. Non distingue tra ermellotta ed ermellotta, ne le interessano granche’ i dettagli della sua preda, una volta che si è lanciata in picchiata al subconscio grido di “bianca o maròn, purche’ me magni il polpettòn””.

L’unica cosa che la attiva è l’asincronia.

In tal senso l’aquila non nutre pregiudizio nei riguardi di tutto ciò che la sfama, non ha stigma.

E ha sviluppato l’abilità del riconoscerlo in una forma univoca, che è proprio l’asincronia.

 

Una mattina l’aquila, la nostra aquila paradigmatica, si svegliò di buon’ora e decise di fare una volatina interlocutoria per sgranchirsi le penne al primo schiarore di tutte le idee. In fondo alla valle vide un uomo solitario che arrancava per la salita, incurvato sotto il suo zaino arancione.

L’aquila avvertì una strana vibrazione nella aurale sua terra di mezzo e capì che doveva andare più vicino.

Presagendo qualcosa di insolito e degno di nota, se non armonìa, svegliò anche sua figlia che, di malumore, la seguì.

Con sorpresa le aquile captarono i pensieri dell’umano che stava salendo nella speranza di incontrare il suonatore di montagne, noto per le sue rivelazioni in quota. Doveva chiedergli dove trovare una certa Renata. Pareva fosse questione di vita o di morte.

Le aquile conoscevano bene il suonatore di montagne perché’ le dilettava spesso con una musica contornata da suoni che, seppure non ascoltabili dall’orecchio umano, echeggiavano per tutta la vallata.

E così volteggiarono fin quasi sulla testa dell’uomo per fargli sapere che lo potevano aiutare.

L’uomo le percepì d’improvviso come ombre nella luce del sole e iniziò a pensare a che cosa somigliasse quella montagna.

All’improvviso le aquile pensarono a qualcosa che in qualche mondo lontano doveva essere attinente, e l’uomo capì che una di loro era Renata.

Alzò lo sguardo e si chiese, però, chi delle due fosse Renata.

Madre e figlia sembravano gemelle come un ritornello.

Il lui aveva un urgente e imprescindibile bisogno di parlarle, alla Renata, perché’ aveva avuto una visione di una montagna, che molto assomigliava a quella gemella su cui erano adesso, in cui appariva questa che doveva essere la sciamana, di nome Renata.

L’aquila pensò : “io mi chiamo Renata ma non sono una sciamana. Sono solo un’aquila.”

E l’uomo pensò : “ecco, adesso ho capito. Questa montagna ha tanto la forma di una porzione di cervello”.

Ed in effetti quella lunga prateria contorta di rocce grigiastre inframmezzate solo a tratti da piccoli lampi di neve, terra e prato, aveva un non so che di cervellesco, se non cervellotico. Erano tutti i buchi da cui spuntavano le teste delle ermellotte in intermittenza, e pure in sequenza ruotandosi nell’autoemergenza, che sembravano tanti neuroni, generatori di sinapsi quando i loro sguardi si incrociavano.

D’improvviso un fischio si levò nell’aria e centinaia di testoline prima invisibili si girarono nella stessa direzione all’unisona sincronia attivata dal fischio, per poi capriolare immediatamente dentro al loro buco e scomparire alla vista. Un’ermellotta recettore aveva ricevuto uno stimolo visivo e aveva prontamente dato un allarme sonoro che come un comando di imprinting aveva generato un comportamento di massa che possiamo definire, empiricamente se non  scientificamente, un “fuggi-fuggi generale”.

L’uomo restò sbalordito, ma non fece in tempo a sbalordirsi che vide l’aquila partire in picchiata alla volta di quello che per l’occhio dell’uomo era un mare di nulla.

Più l’aquila accelerava, più l’uomo si concentrava per capire dove stesse puntando, finche’ l’uomo notò un neurone asincrono. Un ‘ermellotta pezzata stava beata immobile al sole, del tutto ignara della rapace sua prossima fine di vita.

L’uomo allora capì.

Se la montagna è un cervello pieno di neuroni in ebollizione in piccole eruzioni fuori dalle tane, allora il neurone asincrono è un neurone malato che tutto chiuso su se stesso non dialoga con gli altri, o dialoga male con un altro asincrono, e genera malsane interruzioni ideative, come strade senza uscita, che normalmente riconosciamo anche come idee del cazzo. Nello specifico una idea di privilegio o supremazia potrebbe ben rappresentare il concetto e, con un piccolo esercizio di proiezione nei panni dell’ermellotta, apparirà a tutti evidente con chiarezza che starsene spaparanzati al solo in certe occasioni è davvero un’idea del cazzo.

Ecco allora che l’aquila, che deve necessariamente essere un aquila astigmatica perché’ il cibo è cibo senza distinzione di colore, svolge la sua funzione di inibitore e, senza pregiudizio alcuno, impedisce all’ermellotta stonata, o meglio asincronizzata, di riprodursi indiscriminata.

L’uomo restò ancora più sbalordito quando capì che l’aquila era stata effettivamente sciamana, ma in uno sciamanesimo di prassi, seppur non di maniera, evidenziato nella verità di quei metodi di sopravvivenza montana usati da tante vite.

Anche se non ne conosceva ancora il nome, l’uomo era quindi quasi certo che l’aquila fosse davvero Renata.

Mentre l’aquila si divorava la preda, l’uomo si accinse a tornare verso casa oramai certo di una verità.

Se voglio evitare la proliferazione delle idee del cazzo, meglio stroncarle sul nascere con due principali opzioni metodologiche di base:  l’asporto o l’incapsulo.

S’immaginò come in una partita di backgammon. Ma solo perché’ non sapeva giocare a scacchi. “E’ questo il campo dove anche le aquile giocano a backgammon”, si disse.

E’ tutta una questione di bianchi e di neri, che nel nostro specifico si camuffano di marrone. Quando l’aquila vede un neurone asincrono, di colore solitario e opposto a quello che dovrebbe avere, ella sa implicita che è la sua missione quella di asportarlo sul nascere per poi scioglierlo dentro alla sua pancia. Se lo mangia, proprio come si dice di una pedina di backgammon.

E questo era l’asporto. L’altra tecnica fondamentale è l’incapsulo, riconducibile invece al gioco degli scacchi, che però non conosciamo a sufficienza per poterne disquisire.

Ma possiamo associare l’idea, la nostra, al concetto di: “circondiamola!”o “svergognamola!”. Intendendo con ciò l’idea altra, quella del cazzo.

L’aquila allora ribalta un tressessanta e in un gioco di quadriglia diventa sentinella come l’ermellotta.

E’ la sentinella dei pensieri alla quale la sua pancia fischia quel comando: “blocca quella sinapsi, spegni quel diodo…che se magna!”

Questo è il gran  segreto della forma, non in quanto condizione fisica ma in quanto schema ricorrente, ma bisogna scendere nell’essenza e non fermarsi alla forma in superficie perché’ di formalismi non ci si nutre.

L’aquila, già in un principio di pesantezza digestiva, pensò: “se a questo tipo qua tutto questo gli sembra un cervello ecco perché’ a me sembrava un computer. Ecco perché’ continuavo a pensare alle ermellotte “binarie”. Certo, mi farebbe comodo se qualcuno mi spiegasse cosa cazzo è un computer. Ma non sulla digestione.”

Intanto in un dove altro ma non nel quando, un neurologista, studioso della logistica di vagoni di neuroscensazioni, dislocava forme di container ricolmi di pensieri nel porto a forma di canale, dove s’erano approdati a riposare, e li spostava continuamente perché’ aveva finalmente capito che il grande gioco dei pensieri, anche se lo potessi fare, non lo devi mai fermare. Se lo fai tutto diventa asincrono, e allora : “occhio all’a qui la”. Se lo avesse fatto, inoltre, sarebbe rimasto disoccupato clochard come un farmaco retard, scaduto in quella grande marina di depot.

E quindi, i pensieri, meglio farli girare in un continuo andirivieni tra banchina e banchina che tracciasse traiettorie traccianti, forme, schemi,utili prima o poi o li o altrove.

Anche se non sapeva bene a cosa servisse il tutto. E nemmeno cosa volesse dire.

Vide una luce. Era la luce del sole dentro all’occhio di Renata che disse a lorpensieri : “ma se la montagna va al cervello e il cervello per voi è un computer, allora la montagna è nella testa e la testa è il mio computer.”

Brutte neuroscensazioni attraversarono il neurologista che si disse: “meglio fare qualche esercizio quiorante e spostare qualche container un po’ qua e un po’ la. O da lì a là e bla bla”.

“Anche se a prima vista sembra solo una svista utile quanto un antennista animista un poco affarista ma non altruista”.

 

La lunga chiosa epilogica

Un giorno, all’alba della fine del tempo di quel tempo, la Gran Maestra Ermellotta e l’aquila Renata sono sedute e appollaiate sulla cengia più alta della montagna ermellotta.

La Gran Maestra Ermellotta si chiama così perché’ è la Prima Veneranda Saggia Maestra Sentinella.

L’aquila si chiama Renata, perché’ si narra che fosse la reincarnazione di se stessa, anima eterna in corpo di uccello mortale.

Quello era il primo inverno che con il disgelo non aveva visto nemmeno un ermellotta asincrona.

Dopo anni e anni di accurata, seppur implicita, selezione, la malattia dell’asincronicità era stata sconfitta.

L’evento fu festeggiato per giorni e giorni da tutti gli abitanti della oramai smisurata colonia.

Le ermellotte, se ricordate, sono interconnesse e quando una di loro soffre, soffrono anche le altre.

Anche se alcuni ermellotti scienziati ritengono che la sofferenza del singolo venga ridistribuita in piccole dosi tra tutti gli altri, come con l’energia e le risorse in genere, rimane il fatto che una tristezza di un singolo diventa, anche giustamente, tristezza di tutti.

Fortunatamente per loro vale anche all’inverso, con l’allegria.

Quindi la fine dell’era del “sacrificio dell’asincrono”, profetizzata dalle visioni di tanti sogni rivelatisi in ordine sparso nella colonia sin dalla notte dei tempi e poi tramandata di generazione in generazione, era un evento da tanto atteso da tutti, che aspettavano di non dovere più soffrire per quel pari tra i pari, seppur forse un po’ meno alla pari.

L’animo nobile della Gran Maestra non pote’ non pensare alla povera aquila Renata.

“Come farà a mangiare ? Come riuscirà a vivere ?”

E perciò l’aveva invitata a quell’appuntamento galante con tanto di magnificenza di vista dall’alto sul loro mondo intero.

Non aveva pensato che fosse un rischio, sia perché’ i suoi peli a metà di ermellino non percepivano vibrazioni negative e sia perché’ il suo animo nobile era anche per natura gentile, e l’animo puro va sempre ascoltato e assecondato.

L’aquila Renata si stagliava immobile nel cielo, visibile da qualsiasi punto delle vallate circostanti.

E la Gran Maestra che le stava acquattata di fianco, disse : “E adesso” ?

“L’adesso non è più con fessone circonflesso”.

L’aquila capì d’essere stata eccessiva, nel suo opposto d’iperbolico divenuto estremistadi sintesi.

“Non c’e’ nessun adesso”. “La metamorfosi è terminata. L’ermellotta è un essere perfetta”.

“E io non ho più fame. Mi nutrirò di aria, di acqua e di luce, come fanno le piante nella loro perfezione di alchimisti naturali”.

“Da ora in avanti io non sono più aquila più di quanto tu non sia più marmotta o ermellino. Questa era la mia ultima reincarnazione. Il mio compito era fare in modo che l’ermellotta regnasse indisturbata e pacifica su questa porzione di creato”.

“Questo è quel regno dei peli che vi cantate, o meglio fischiate, fin dalla notte dei tempi.”

E mentre mormorava queste ultime parole si alzò per il suo ultimo, maestoso, volo a cavallo di un raggio di luce imbrigliato nel suo occhio a qui li no, generando infinti versi persi al vento di tutti i pensieri.

“L’Io non serve più. Io non servo più” furono le sue ultime parole, mentre la sua figura rimpiccioliva sempre di più fino a trasformarsi in un ultimo impercettibile battito d’ali di una farfalla che si sciolse nel tutto.

La Gran Maestra si rammaricò. Pensò tra se e se che non aveva fatto in tempo a fare una ultima domanda all’aquila.

Era curiosa fino da piccola, nel suo desiderio di conoscenza geneticamente e sanamente asservito alla sopravvivenza, di sapere quanti asincroni che aveva mangiato fossero maschi e quante femmine.

Si avviò cionderellando verso casa, fino a che ad un tratto sentì una voce sussurarle : “maschi, maschi, che ti aspettavi? Era il gene d’ermellino, maschio nel nome e nei fatti, che faceva bordellino. Voi marmotte andavate già abbastanza bene come prima”.

La Gran Maestra si girò, ma non c’era nessuno.

Un filo d’erba le sorrise danzando con i suoi simili alle onde del vento.

Ma lei non lo vide.

Un aquila dall’impianto visivo qui e li no, vista detta asvista, all’altro capo dello stesso intorcinato filo da seguire per districarsi in quel magma di versi che alcuni ritennero universi in un empito di istinto di appropriazione indebita multiversale, pensò: “ beh, non è che tutte le femmine rifulgano splendore di intelletto. Mi sa che c’entra la normale della distribuzione del cretinismo, che a quanto pare è assolutamente democratica oltre che astigmatica”. “Proprio come me.”

Appena compiuta la giravolta in quel pensiero, tutte le ermellotte della montagna sentirono un brivido percorrere le loro pellicce, con il ciocche’ chi vibrò di piacere e chi di vergogna all’idea che avevano o non avevano mai riconosciuto l’aquila per quello che era.

La Gran Maestra, assorta nelle nuvole dei pensieri, non si accorse di nulla.

Mentre tornava verso la tana, vide invece un uomo in lontananza con un zaino arancione che arrancava pesantemente e dolorosamente in discesa, come prima in salita, e senza sapere perché’ si disse tra se e se: “ah questi maschi, proprio vero che stanno sempre a fare le prime donne. Dove si crede di andare quello li che si vede da qui che non ce la fa più” .

L’uomo scendeva per la montagna pieno di ammirazione per quello che la colonia di ermellotte gli aveva insegnato.

D’un tratto si chiese : “ma queste ermellotte saranno maschie, femmine o cosa? Come si riprodurranno? Non saranno mica trans?”

L’uomo non conosceva la leggenda del Primo Inammoramento, quello da cui nacquero i primi 5 ibridini, ragione per la quale non avvertì la profonda verità della sua preguntiva riflessione.

In lontananza un’ermellotta sentinella non pote’ trattenere le risate che di, e da, norma fuoriescono in forma di fischiettate intermittenti e si mise a ridere, nel vedere tutto quello stridere nell’incedere del mondo, al pensiero di “certo che siam tutti trams”, noto motivetto zuvolante fin dai tempi delle prime melodie allora ancora non mutate in sincronie.

L’aquila da dentro il suo filo d’erba pensò : che gabbia di matti.

E finalmente tutto tacque in un fragoroso silenzio di pensieri di alte vette montane.

In quel mentre uno scoiattolo che cercava in ogni filo d’erba l’altra via per stabilire un nesso permanente per la mente tra finzione e realtà, sorvegliava furtivo di sottecchi un neuroscensato, orgoglioso della scoperta che la montagna computava nella testa di qualcuno, bevendo calvados in sua ignara compagnia.

“Diffida dei tecnici”, pensava. “Si innamorano della tecnica e perdono di vista l’insieme del tutto”.

Il filo d’erba gli rispose stigmatico: “Si, è così”.

Si guardarono senza bisogno di sguardi e mormorarono all’unisono del silenzio: “tutto nacque da un battito d’ali di una farfalla, perso in quello stesso vuoto dove io cesso il mio adesso.

“Nell’adesso che non c’e’ più tu sarai nella chiarezza.”

“Non cercare la coscienza, troverai solo errori nell’ammasso d’energia.”

“Respira la coscienza nel fremito del vento di tutti i pensieri, e volerai tra i battiti delle sue ali.”

E conclusero, parafrasando un certo raro tutti in coro :

“anche in montagna la vita è un grande fiume”.

“Mo’ si”.



2021 05 17 - La meraviglia del bambino rapace - New deal

2021 05 17 - La meraviglia del bambino rapace

 

Questo è, in estrema sintesi, la Revoluzione Perenne.

La costante ricerca e riconoscimento di possibili alternative per fare meglio qualcosa che già si fa o che non si fa ancora.

E’ quindi Evoluzione a tutti gli effetti.

Frazionata in miriadi di componenti di base e sottodinamiche dominanti.

E ciò perché riguarda tutte le componenti di ogni  sistema adattivo complesso di base a sua volta costituente ulteriori più grandi sistemi adattivi complessi, i quali infine comporranno il Tutto.

Ognuna di esse cercherà, calcolerà, l’utilità di ogni “Altra via” che progressivamente le si manifesti o di cui abbia bisogno.

L’Evoluzione, infatti, è sempre al lavoro.

Sempre alla ricerca, in ultima istanza, di una migliore allocazione di energia.

La Revoluzione Perenne è consustanziale ad ogni singola componente parte del  tutto.

Se il mondo che conosciamo oggi è il migliore mai esistito, lo dobbiamo a “miliardi alla miliardi” di singole parti infinitesimali, piccole o grandi, che ci hanno lavorato, calcolando cosa fare nel miglior modo possibile.

Non esiste nessun singolo evento risolutivo.

Men che meno l’uomo è risolutivo.

Esiste solo il calcolo.

Esiste solo l’avanzamento.

Esiste solo l’ evoluzione, o forse meglio, il cambiamento.

Di ogni sua componente e delle interconnessioni con il tutto.

Esiste solo la dinamica dominante principe, che è appunto la Revoluzione Perenne.

 

La regola della Revoluzione Perenne

Diciamo che questa è una filosofia di vita.

O almeno, parte di una filosofia di vita.

L'arte della guerra è roba da bambini in confronto a quello che ci serve oggi.

“Quando ti muovi sii rapido come il vento, maestoso come la foresta, avido come il fuoco, incrollabile come la montagna.”

Caro Sun Tzu, sono precetti buoni nel 5° secolo avanti Cristo.

Oggi è diverso.

Quella di oggi è una guerra perenne, fatta di mille piccoli gesti quotidiani.

Si deve combattere al supermercato, al lavoro, in macchina, l’indifferenza, la cattiveria, e così via.

Qua ci vuole un upgrade, e che sia pure utile a qualcosa.

Ed allora ecco il mio upgrade.

 

Lo sguardo del rapace

Se seguirete il precetto, otterrete “lo sguardo del rapace”.

Allenato a riconoscere ogni minimo segno di pace.

E’ una citazione.

E funziona bene.

Per sopravvivere nella guerra quotidiana abbiamo bisogno di ricevere messaggi dal profondo dell’anima del mondo, che poi è l’inconscio, e il conscio, collettivo che verosimilmente sono quelli che io chiamo neurosfera.

Vogliamo i messaggi di pace, appunto, che ci servono per potere raccogliere le forze e perseverare nella revoluzione perenne degli aggiustamenti marginali progressivi.

Abbiamo bisogno del premio.

E dacci oggi il nostro premio quotidiano.

Ma i messaggi di pace sono spesso fugaci e altrettanto spesso dissimulati.

L’anima del mondo è un po’ preziosetta.

Non è che sta sempre li a disposizione, come al supermercato.

E spunta a casaccio apparente, un po’ qua un po’la

Bisogna essere allenati a guardare da lontano, e molto velocemente, il mondo che ci sfreccia intorno., conoscendolo e riconoscendolo come sa fare un rapace.

Un’aquila astigmatica, ad esempio.

Il bello supremo, il grande bello, si presenta in cose o momenti anche in apparenza insignificanti.

Se impareremo a coglierlo sempre, ce ne nutriremo l’anima, e la vita ci scorrerà dentro più fluida, non solo più piena.

Il bello supremo, quello del tocco dell’anima del mondo, infatti ha una proprietà incredibile in cui è come il detersivo della lavapiatti al supermercato: 5 in uno

Ne basta una pillola e si neutralizzano vagonate di brutture.

Ma bisogna imparare a riconoscerlo.

Ad ammetterne quel brivido fugace.

Per farlo bisogna seguire il precetto.

La regola.

Lo so, sembrerà una regola quantitativamente meccanicistica.

Ma non è così, ed è fondata e provata..

 

Studia da ingegnere

Bisogna imparare a capire come funzionano le “cose”.

Tutte le cose, grandi o piccole, singole o complesse.

Tutto ha un suo ethos, un suo paradigma di comportamento.

Una macchina, una società, un mercato, una persona, un animale.

Come se fossimo ingegneri, dobbiamo chiederci continuamente come mai qualsiasi cosa sia come è.

Cosa è che la rende tale.

Solo così ne conosceremo l’anima, l’essenza.

E la riconosceremo sempre.

E solo così sapremo come fare a rispettarla lasciandola come è, o addirittura a migliorarla o a usarla a nostro favore.

O, infine a riconoscere ciò che anima non è.

I cosiddetti malfunzionamenti dell’essenza.

 

Conta da ragioniere

La matematica è un linguaggio.

In quanto tale descrive qualcosa e non è quel qualcosa, ma posso garantire che funziona.

E che a tutto si può assegnare una proprietà numerica.

Se si riesce a non confondere quella proprietà numerica con la cosa che sto contando, riuscirò ad attribuire a tale cosa il suo alterego quantitativo.

Il quale mi servirà a stabilire se la detta cosa sia grande o piccola.

Pensate a come può funzionare bene con le preoccupazioni, ad esempio.

Se le analizzo, e ne conto l’importanza, spesso mi accorgo che sono più fastidi che problemi.

 

Misura da controllore

Al tempo stesso tutte le “cose” sono correlate.

Il fatto di sapere che una preoccupazione sia grande o piccola mi serve se la metto nel contesto in cui si trova.

Avere un pugno di riso da mangiare, ha una diversa rilevanza a seconda che debba bastare per una giornata solo a me, oppure che sia la razione di cinque figli per una settimana.

Questa è l’arte del controller, che è quella con cui si assommano tutti i conti del ragioniere e tutte le conoscenze funzionali dell’ingegnere, per ottenere un “business plan” completo.

Vale anche per la vita di ognuno di noi.

I business plan non sono solo numerici e aziendali. E nemmeno solo previsionali.

Ce ne sono di funzionali.

Li facciamo continuamente, ma non ce ne rendiamo conto.

Se sappiamo come funzionano le cose che ci riguardano, se le abbiamo contate e se ci caliamo nel contesto in cui si trovano, ecco che possiamo misurare loro e infine anche la nostra vita e non solo.

 

Computa da calcolatore.

I funzionamenti, i conti e le misure sono calati in una realtà variabile, a volte anche molto velocemente.

A questo serve calcolare continuamente: si riaggiornano i risultati del business plan.

E infine si adegua la nostra vita creando visioni e previsioni sul futuro e controllandole in corsa.

Tutti siamo costantemente impegnati nella previsione del nostro futuro, ma prima ancora nella “visione”, o rappresentazione, dell’esistente. E spesso lo facciamo bene. Soprattutto se conosciamo i funzionamenti, i conti e le misure.

Ma non è ne veggenza ne preveggenza esoterica.

E’ computazione, è calcolo.

 

L’esempio empirico per San Tommaso

Pensate a dovere attraversare una strada trafficata.

Il semaforo è verde ma diventa subito rosso e voi decidete di volere attraversare lo stesso.

Il vostro ingegnere sa come funziona il traffico : da due direzioni opposte arrivano sciami di macchine.

Il vostro ragioniere sa quante macchine ci sono : le ha contate.

Il vostro ragioniere fa anche di più. Sa che le macchine vanno ad una certa velocità, la misura ad occhio.

E il vostro controller fa il vostro business plan : le macchine mi raggiungono in x secondi.

Quindi, il vostro calcolatore fa il suo lavoro e vi dice: devi attraversare in x -1 secondi.

Ad un tratto mentre state per attraversare, spunta una macchina in sorpasso.

Contate che va più veloce delle altre.

Allora rimisurate distanza e velocità e il risultato è che dovreste attraversare in x-5 secondi invece di x-1.

Computate, e capite che il business plan va riaggiornato.

Anzi lo riaggiornate mentre computate, perché il cervello umano è un dono straordinario, pieno pure di neuroni fatti apposta per contare.

Se attraversate alla vostra velocità, che conoscete perché la contate sempre, sarete investiti.

Computazione veloce, e risultato del business plan : venite schiacciati come una cotoletta.

Quindi ricalcolate e : non attraversate.

Ecco, avete appena predetto il futuro.

E lo avete anche cambiato.

Non siete morti di quella morte che sarebbe stata certa se non aveste seguito il “paradigma ingegnere, ragioniere, controllore, calcolatore”.

E tutto perché la regola vi aveva addestrato a riconoscere le cose con il fugace sguardo del rapace.

Immaginate ora di disporre di un cervellone, come si dice in gergo.

E di potere elaborare contemporaneamente una montagna di informazioni in input, ma anche di scenari di output, i quali ad esempio cambiano anche solo a seconda di come inserisco gli input, non solo a seconda di quali siano questi input.

Otterrete l’oracolo di Delfi

Il grande divinatore.

Ma, prima ancora, il grande conoscitore.

Oggi con qualche principio simile ci fanno le reti neurali.

Ma ne passerà di tempo prima che arrivino allo sguardo del rapace.

 

I lampi di pace

Tutto questo sproloquio è per ribadire il concetto iniziale .

Se vi allenate con il paradigma, arriverete ad un punto in cui padroneggerete molte cose come padroneggiate il funzionamento e la velocità del traffico.

Le riconoscerete “ad occhio”.

E a quel punto riconoscerete istintivamente anche singoli lampi che le attraversano.

Possiamo metterla in termini più semplici

Bisogna solo tenere il cervello sempre in funzione.

E allenato alla flessibilità, alla rimisurazione e alla rimodulazione, oltre che alla continua osservazione con ingenui occhi vergini di bambino.

Tanto i passaggi del paradigma li fa lui da solo.

E’ fatto apposta.

Tenendolo allenato, o meglio allertato a fare quel mestiere li, saprà riconoscere da solo “ogni minimo segno di pace”, come dicevamo all’inizio.

Ogni lampo di anima del mondo.

E tutto sarà più leggero.

Perché io posso garantire una cosa: quando l’occhio del rapace inizierà a funzionare, vi ritroverete frequentemente a sorridere sapendo che non siete soli.

E che l’anima del mondo, o Dio se preferite, non solo è sempre con voi.

Ma anche, che vi parla in mille modi.

 

Osserva da bambino

La regola non è finita.

Manca l’ultimo precetto.

Quello che forse con le rigide concrezioni neurali dell’età viene meno naturale.

Ma il più importante.

La meraviglia di bambino rende giustizia alle mirabilie del creato.

La bellezza in purezza.

Anche nelle cose reputate negative c’è spesso dell’incredibile.

Tra queste cose, incredibili e no, io ne ho riconosciute e descritte alcune.

Cercatene ovunque anche voi.

Vedrete che ne sarete ripagati.



 

 

domenica 16 maggio 2021

2021 05 17 – Il ponte del canaletto - New deal

 2021 05 17 – Il ponte del canaletto

Chissà che avevo in mente.

Un pittore.

Venezia.

Una roggia.

Un irrigatore.

E invece no.

Pensavo al ponte sullo stretto.

Noi ancora li a pensarci, terrorizzati che Scilla e Cariddi non paghino tangenti, e in Cina ti fanno questa grande opera da 55 kilometri.

Il Ponte Honk Kong Macao e non so più dove.

Bisogna averci i soldi, però.

Che bello il regime imperialista.

Son supremo, stampo crana e qualcheduno se la acchiappa.

Questo e’ costato pare 20 miliardi di euro, con tutte le isole e i tunnel per il traffico di superficie.

Se tanto mi da tanto per 3 kilometri di stretto mi serve un miliardo, se sono cinese.

E invece no.

Pare che siano 5, e speriamo sia capace di resistere ai terremoti forza 8 come quello cinese.

Più o meno i conti tornano.

L’archiponte di Genova e’ costato 200 milioni dicono.

Allora mi viene un’idea di rilancio e resilienza del rilancio.

Lo voglio anche io il ponte.

Ma su un altro stretto.

Quello di Sicilia.

140 kilometri per annetterci l’Africa del nord.

Pensa quanti migranti che ci faccio passare sopra senza che affoghino.

Di migranti ne voglio 30 milioni, così’ arriviamo a 90 anche senza figliare come conigli di draghetto.

E 90 girano molta più economia di 60.

Coi migranti ci ripopolo tutto il Sud italia, a partire dall’agricoltura.

Ne faccio un modello di Stato paese replicabile ovunque, con tutti gli aggettivi del nano piano di resilienza e recupero.

Ma mi servono 60 miliardi di euro per il ponte sul canale mica troppo stretto, il canaletto.

E poi un paio di migliaia di miliardi per far girare l’avviamento dell’economica dei 30 milioni di migranti, con le infrastrutture et cetera.

E dove li pesco duemila miliardi? 2060 per l’esattezza.

La Ue gioca alla superpotenza ma non si annetterà mai il Sud Italia. Vuole solo il Nord di draghetto.

Gli Usa hanno già le basi militari e le multinazionali, che gli frega delle spiagge ?.

Allora ecco la soluzione.

Come un metaforico ponte di Honk Kong, I bridge the gap, and jump to  China,

Ve lo do in concessione per 200 anni, il Sud.

Voi lo sistemate, ci fate i pummaroli, così non vi dovete mangiare le larve, ci mettete pure la mafia cinese così tiene tutti in riga, poi ci portate 100 milioni di turisti all’anno, e ci guadagniamo tutti.

Dove prendete i soldi ?

Ma ce lo hanno insegnato i banchieri che se stampo un neuro poi compro un pane.

Basta farli girare.

Pensate le risate la mattina che i salvini si trovano 30 milioni di negher terùn in miezo alli cuijùn.

Ecco l’incipit da dove veniva. 

Un po’ di grandezza, orsù.

Questo Canaletto qui si che e’ un’opera d’arte.

E ricordatevi che quando al nord si viveva ancora nelle caverne noi al Sud eravamo già ‘ricchioni.


 

2021 05 16 - La revoluzione della cazzimma - New deal

 2021 05 16 - La revoluzione della cazzimma

 Ecco cosa ci vuole.

La cazzimma

Altro che missili.

C’e’ un ‘arma più potente.

Da vero terrone intriso di fetente.

Oserei dire intriso di cazzimma.

Piove. Ancora un giorno. E dire che la stagione dovrebbe essere quella buona. Per il sole, intendo.

Ma siamo al Nord e una cosa è certa: non è qui che è nata la vita.

Se tutte le tracce portano in Africa, nel profondo Sud reale e simbolico del mondo in cui viviamo, un motivo ci sarà.

E non venitemi a dire che non è vero, che si trovano tracce di vita sepolte nei ghiacci, perenni o morituri, che questo e che quello.

Sono tutte ossa di poveri emigranti costretti a lasciare il loro mondo meridionale dal sistema economico preistorico nordista fondato sullo sfruttamento della mano d’opera per l’appropriazione del plusvalore.

Tutti al nord a produrre utensili ed armi di selce da rivendere al sud per alimentare le loro guerre intestine.

Sempre la stessa storia.

Ma l’ora è giunta. Della tanto agognata revoluzione.

Dopo millenni di surrettizia, capillare penetrazione del tessuto sociale ed economico del nord del mondo, dei continenti e dei paesi, tutto è pronto.

Attendono solo il segnale.

Sono i Sudici.

E quale è questo segnale? Ma è ovvio: è segreto, non si può divulgare, altrimenti che segnale segreto sarebbe?

In ogni caso allo scattare del segnale ecco ciò che succederà.

Uno straordinario sciopero generale di tutti i Sudici del mondo, che hanno accumulato risorse da riserva di capacità di sopravvivenza per millenni, ridurrà i Nordici sul lastrico dovuto al blocco di qualsiasi attività.

In sintesi il Sudicio sa cavarsela comunque, il Nordico senza la borsètta luiuitton va in depressione e non riesce più a combinare niente.

D’altronde si sa: i Sudici, oltre ad avere il brutto vizio di fare di tutto per sopravvivere, sono geneticamente predisposti alla voglia di non fare un cazzo. Per cui scioperare verrà loro naturale.

Ma il punto è che il blocco porterà i Nordici alla fame ed all’impotenza generale, in primo luogo da malnutrizione.

Già me li vedo tanti lumbàrd tutti avvolti dalle mosche con il pancino gonfio da malnutrizione.

Ma anche questo si sa: se ogni Nordico vive da parassita sul plusvalore creato dal lavoro e infine dall’esistenza dei Sudici, ciò vuol dire che lo stesso nordico ha messo in mano al Sudicio un’arma incredibile.

Eh si, perché per creare il plusvalore ci vuole in partenza il valore.

E quest’ultimo è Sudicio.

Sarà dunque una revoluzione non violenta, ma pur sempre “del taglione”.

I Sudici si impadroniranno dei Nord del mondo senza fatica, senza spargimento di sangue, senza incontrare resistenza, assumendo infine il controllo di infrastrutture, beni primari e media.

E naturalmente assumendo il controllo delle banche.

Già immagino gli striscioni “banca occupata, sportello espropriato, moneta requisita”.

E solo quando tutto ciò che è indispensabile sarà nelle loro mani, a questo punto ricominceranno a nutrirli; i Nordici ovviamente.

Perché senza nutrimento non lavorano.

Faranno quindi loro occupare le posizioni ed i ruoli millenariamente sudici, con incommensurabile nordica fatica data dalla desuetudine al lavoro o consuetudine al parassitesimo.

Ma a questo punto: colpo di genio!

Quello che solo un Sudicio con alle spalle millenni di genetica dell’ingegno da sopravvivenza può escogitare.

Le ricchezze accumulate dai Nordici sono ancora li a disposizione ed i Sudici proporranno lo scambio: “noi controlliamo il vostro territorio, ma considerato che fa schifo, siamo disposti a ricedervelo indietro”.

“Ad un prezzo ragionevole: l’annullamento del nostro debito più un bel fiftyfifty di quello che resta”.

“Perché siamo buoni.”

I Nordici non potranno rifiutare.

Già esausti per qualche settimana di lavoro, una volta svolto dai Sudici, che hanno dovuto svolgere dalla fine dello sciopero e soprattutto stravolti dalla spazzatura che nessuno porta più via e dal degrado che vedono progredire a macchia d’olio sul loro territorio, accettano.

Ed ecco che i Sudici, affrancati dal debito e finalmente dotati di quel minimo di capitale che varie distorsioni dei Nordici non avevano mai fatto pervenire fino a destinazione sono pronti a tornare al Sud al fine di restituire l’antico splendore alla vera madre di tutte le terre.

A questo punto si con il sudore, la fatica e l’onore. A questo punto ne vale la pena.

Fino a che una volta sistemato tutto come se fosse un giardino dell’Eden lo storico problema si ripresenta in tutta la sua ineluttabilità.

“Eh, e che cascpit’ di sole. Maronna mia che calore ca fa cà. E cumme facimm’ a faticà. “

“Nè guagliò. Ma tu t’o si scurdato?”

“Cosa?”

“Tutt’i danari c’amma avuto”

“Uè, Uè, Gesù ,Giuseppe, Sant’Anna e Maria, tieni raggione, ma a nuie ca n’ce ne futte ‘e faticà.

Cà nce sta ‘o sole, ‘o mare, ‘a pizza e pure ‘a sfogliatella.

Ma ‘o saje che nte dico: ‘nce jessero issi (i Nordici) a faticà, nuje campamm’e rendita ‘na bellezza”.

E fu così che la revoluzione meridionale finì a tarallucci e vino.

Per i Sudici.

Ma non per i Nordici, che privati delle loro principali fonti di reddito, del plusvalore, degli interessi sul debito dei paesi del Sud e della manodopera dei sudici, si trovarono a dovere affrontare tutti i giorni la fatica nelle loro fabbrichétte.

E senza neppure l’illusione di potere emigrare due settimane all’anno verso qualche posto caldo e assolato del Sud del mondo.

Perché dal Sud sono stati ovviamente banditi.

Ma tanto che differenza fa: al nord piove sempre e sempre una merda resta.

E quindi meglio non andare via, altrimenti come facciamo a ritornarci, in questo cesso di posto?

Così pensavano i Nordici mentre in torpedone, e non in avione, invece di andare alla Maldive venivano costretti a dieci giorni di vacanze forzate nelle colonie, ad esempio per la maggior parte di quelli italiani a Porto Marghera.

Mentre per i più meritori: tutti in colonia ligure già Fiat.

Tu sarai pure gruosso, ma noi siamo piccoli e cazzimmosi.

Con tanto di colonna sonora 24/7.

Tengo 'a cazzimma.

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