2020
11 02 – L’irrefrenabile ilarità del Kalimmudda
Quando
nacque, così tutto nero, parve subito chiaro che fosse un segno di sventura
futura.
Un
segno mandato da chissà quali dei, per marchiare indelebilmente il pollaio
morente.
Per
esorcizzare la iattura, la mamma lo chiamò Kalimero, buon giorno di intenzioni,
a sperarne manifestazioni.
Kalimero
era figlio di Kalispera, e con il suo buonasera coprivano la giornata tutta
intera.
Quando
andavano in giro, una bianca. l’altro nero, sembravano opposti come bene e male
ed erano di frequente oggetto di ostracismo, spesso degenerante in bullismo,
perché forieri di pensieri funesti frequenti soprattutto nei disonesti.
Insomma,
la sventura del pollaio era proiettata sul povero pulcino e non sulla scala
sociale del pollaio stesso, che notoriamente è corta e piena di merda, ma che
lascia sovente spazio alle cime di casta, poco propense a condivider il pasto.
Così
Kalimero veniva deriso, oltraggiato, schernito e abbecchato, non avendo i polli
le dita, per la sua neritudine.
Dai
e dai l’effetto ripetizione e quello esposizione ebbero la meglio, fino a che
anche Kalispera fu convinta che il suo mero fosse in effetti funesto.
Un
po’ per scelta e un po’ per viltà, arrivò il giorno che il gran consiglio di
casta decise che Kalimero andava allontanato, convinti che le sventure
sarebbero sparite con il semplice suo sparire dalla vista.
Evidente
degenerazione avicola definita “struzzalità”, fatta di rimozione e negazione
delle evidenti proprie responsabilità.
Kalispera
cedette, e la vita di Kalimero si spezzò.
Fu
bandito dal pollaio, e diventò un fuorigregge, manco fosse stato una pecora.
Iniziò
a girovagare per il mondo vivendo di espedienti.
Essendo
maschio non poteva nemmeno ovoiare, ragion per cui doveva procurarsi il cibo
con vari stratagemmi, anche perché a cannibalare per mangiarsi le sue stesse
uova non ci si vedeva proprio, se non altro per questioni di erbivolezza.
Imparò
moti trucchi, visitò molti posti, incontrò molti altri, sempre facendo
attenzione agli umani torcicolli.
Insomma
si fece un bagaglio di vita che piano piano lo allontanò dal compiangevole “eh,
ma è una ingiustizia però. Solo perché sono piccolo e nero.”
Col
tempo si rese conto che si abituava a qualsiasi cosa e soprattutto che tutto
era relativo e che nun s’adda da’ retta che qualcuno, lassù, ce sta che nce
penza.
Si
scoprì fedele, intendendosi di fede, e avendo constatato la presenza divina,
sia nell’ordine naturale delle cose che in quello suo proprio, da pigarolo,
divenne ridarolo.
Ogni
volta che succedeva qualcosa, a lui o ad altri, mentre serpeggiava la
disperazione lui scoppiava in certe risate di gusto che nascendo pigolate
risuonavan piuttosto.
Da
piccolo e nerofunesto, iniziarono a prenderlo per matto.
E
lui ci rideva, sempre come se gli avessero affibbiato un titolo nobiliare.
A
furia di ridere di ogni cosa, iniziò a diventare famoso, che nessuno riusciva a
capire i suoi motivi e quindi la curiosità, invece che uccidere gatti, cresceva
un po’ ovunque.
Certo
matto doveva essere matto, ma non si era più nell’era dell’eugenetica avicola, per cui questa strana forma di schizofrenia aviaria suscitava anche un certo
fascino.
Da
principio nel mondo artistico, dove se ne percepì la potenza creativa, poi
lentamente anche altrove dove creativo voleva dire un volitivo valore.
E
Kalimero rideva.
E
in effetti ci provava gusto.
Tutto
gli passava sopra, ed ogni fremito di neurosfera gli si trasmetteva tra le
membra fino ad attraversarlo fin su, nella mente.
Nel
frattempo assemblava idee, pensieri e concetti, forse proprio perché libero da
preconcetti.
O
forse perché non aveva niente di meglio da fare.
E
ridendo di tutto, non riusciva proprio a capire l’insensatezza di tanti pollai,
pieni di caste sempre pigolanti e niente affascinanti.
Accumulò
canoscenza, spinto da un bisogno come d’essenza.
E
poi decise inconsapevole di iniziare a diffonderla.
Inconsapevole,
si, perché era come spinto da una forza “d’above” a cui non poteva opporsi.
Ma
sempre col riso sulle labbra di becco, seppur non cornuto.
Iniziò
a spaziare nelle teorizzazioni, dalle cose pratiche fino alle stelle.
Sentiva
che per ogni cosa tutto era già spiegato e a disposizione da cogliere, proprio
come un uovo pieno di informazione.
E
naturalmente ad ogni percepita corrispondeva una risata.
Andò
talmente avanti che non riusciva più smettere di ridere, in continuazione.
Finché
un giorno si illuminò e sentì la potenza di tutto quel riso attraversargli non
più solo la mente, ma girovagare per tutto l’universo.
La
sua era sempre stata una storia singolare, da single, ma d’improvviso si trovò
connesso con tutto.
E
da una forza che non era quella della luce, ma altra cosa.
Aveva
scoperto la forza dell’amore, quello universalmente pervasivo, e ne aveva
scoperta la natura di lieve gravità.
Insomma,
lo sentiva.
Anche
se era un pollo, con la spinta dell’amore lui poteva volare.
E
come lui tutti quanti.
E
volando volando ogni pollaio avrebbe percepito quella forza e si sarebbe
elevato oltre se stesso.
Cercava
un termine per tutto questo.
Gli
venne avioscendenza che non era male : una sorta di trascendenza avicola. E poi
era crasabile in un volatile avioscenza, anche con l’eventuale i.
E
ci aggiunse due meccanismi di fondo, uno che spingeva, la radiazione di energia,
e uno che raccoglieva, la gravità.
Per
rendere le cose più semplici le sintetizzò in intelletto e amore.
E
questa fu per lui la synfisica.
Opera
avicola in onnipresenza divina, sotto forma di fisica.
Si
rese conto che c’erano due potenti strumenti a disposizione., esistenti fin
dall’alba dei tempi.
I
rotori semantici per la neurosfera.
Intelletto.
I
centri di gravità per la mente.
Amore.
Scrisse
tutto quanto e si accinse ad iniziarne la divulgazione.
Si
ricordò addirittura di farsi una risata, già che aveva scoperto essere atto
d’amore molto più energetico del pianto di intellettuale dolore.
E
sempre spinto da queste due forze universali, si avviò per il mondo, con la sua
missione da compiere.
Voleva
diffondere il verbo, che poi era un cocco, ma per vedere il mondo in fondo ridere.
A
crepapelle.
Di
pollo.
Così
un giorno il messìa si palesò all’ingresso del pollaio che lo aveva ripudiato.
Ed
iniziò la sua predicazione.
Suscitò
un certo interesse, soprattutto perché cercava di fare ridere tutti, e spesso
tra trovate ed invenzioni ci riusciva.
I
polli iniziarono a seguirlo.
In
batteria.
Iniziarono
a sentire quella storia della potenza dell’amore.
Ma
soprattutto partendo dalle caste di lì più basse.
Kalimero,
ormai considerato una specie di messìa, portava unità in felicità, in quel
mondo così straziato di poco amore.
Fu
un bel casino, perché fu come se Dio si fosse palesato in tutte le sue forme di
divina rappresentazione. Tutte insieme.
Monoteiste,
pluriteiste, ateiste, solo teiste, a volte etichiste, e chiste e chille..
Alla
fine qualche matto la aveva percepita la potenza della synfisica, e aveva capito
che non c’era bisogno di macellarsi.
Bastava
non contrapporsi.
Ma
Kalimero subito si rese conto dell’arduo problema.
Lui
si metteva di impegno.
Proferiva
in continuazione il verbo del Syn, con anche alcune difficoltà che non tutti
avevano la y.
Forse
proprio per questo tutta questa rivelazione per alcuno era una maledizione, che
pensavano diventasse apocalisse o per lo meno apocalesse.
Ma
lui predicava e divulgava e procedeva nella sua missione di riconnessione di
opposizione, che ancora nutriva la speranza del
suo verbo gran possanza.
Lui
che aveva visto tutto doveva rendere tutti partecipi.
Alcuni
glielo avevano detto che il verbo non abbastava, ma egli non ci credeva.
E
così ripresero a dargli del matto, con la stessa m di mero ma dal senso molto
meno sincero.
Ma
lui rideva, e rideva e rideva
Finche’
arrivò la pestilenza.
E
tutto il pollaio iniziò a cercare il pollo espiatorio, perche’ la natura del
pollo in batteria e’ poco propensa alla condivisione, soprattutto quando in
demìa.
Come
da principio, la sventura del pollaio, che già da prima mica era messo tanto
bene, fu nuovamente proiettata sul povero Kalimero, che pure tanto si era prodigato per la diffusione di una certa
conoscenza che confermasse la sua natura non foriera di iattura.
Ma
malauguratamente aveva sempre predicato un impresagibile “frequentate
positivi”, intendendo soggetti dallo spirito illuminato.
Mentre
con la pestilenza la locuzione era assurta a quella che venne malintesa in
sierologica maledizione.
Così
KaliMero da messìa che fu, con tanto di M maiuscola, venne deriso, oltraggiato,
schernito e abbecchato, e infine nuovamente bandito dal pollaio.
Era
il colpevole della pestilenza, non foss’altro che per avere sfidato le alte
vette della canoscenza.
E
per tale ragione, da messìa si ritrovò declassato, sempre maiuscolo, ma a Matto.
L’ultima
cosa che disse prima di andarsene fu : “abbiate pazienza, un po’ di astinenza e
passerà la pestilenza”.
E
rise, e rise, e rise, già certo che nessuno lo avrebbe ascoltato.
Fu
una profezia mal giudicata, che con tutto quel riso tutti ritennero da matti.
Pazienza
e astinenza, proprio nessuno ce la fece, e così il semplice monito venne subito
scordato.
KaliMero
se ne andò dal pollaio e si fermò sotto una grande quercia di secolare memoria
anulare.
Si
ritirò in medighiera, la sua forma di meditazione e preghiera fatta col
pensiero fluente e non ristagnante.
A
inseguire canali dentro sè non banali.
E
solo sulla collina con la sua quercia, rideva e toccava e rideva. Sembrava lui
il padrone.
Insomma,
proprio come un uomo, proprio come un matto.
Finche’
dopo tanta fatica si acquattò e si addormentò, ma solo dopo un’immancabile
risata.
D’un
tratto si svegliò per le urla provenienti dal pollaio.
Dapprincipio
pensò che fosse la iattura, invece dopo un po’ percepì che si trattava di urla
di gioia, in mezzo a tante risate.
Ancora
non lo sapeva, ma aveva dormito dieci anni.
E
tanti ce ne mise a passare la pestilenza, senza la pazienza e l’astinenza.
Qualcuno
si ricordò della sua profezia e ritenne, che KaliMero fosse rimasto in
preghiera meditativa per tutto quel decennio. Che altrimenti non si capiva bene
cosa avesse fatto fermo immobile per tutto quel tempo.
E
tutti si volettero ricredere, attribuendogli incredibili capacità divinatorie,
ed infine un evidente stato di illuminazione tale da avergli donato la libertà
dal desiderio perfino di muoversi da sotto l’albero per così tanto tempo.
Diventò
per tutti il Kalimmudda.
Kali
perche’ kalòs.
Emme
perche’ un po’ matto un po’ messia, eppur nato mero.
E
udda ….perche’ il pollaio era in Sarddegna, e dentro non c’era manco una b.
Tutti
lo seguivano, credendolo di tutto quel nome un po’.
E
in effetti parlava come un oracolo.
E
spesso non si capiva il senso.
Tutti
pregni di credenza nel buonsenso si trovavano il nonsenso e scordavano il
consenso.
Un
giorno uno gli chiese : “ma adesso che sei il Kalimmudda cosa fai ?”
Sei
un pensatore?
No.
Sei
uno scrittore?
No.
Sei
un insegnante?
No.
Sei
un dotto?
No.
Sei
un saggio?
No.
E
allora ?
Kalimmudda
lo guarda e fa : “io sono misura”.
Eh
? E che vuol dire ?
“Io
computo la revoluzione perenne”.
Ah,
beh!
“Io
cerco l’altra via”
Oh.
Adesso si che è tutto chiaro.
….ma
scusa…, quale altra via?
Kalimmudda
pensò : “ancora lungo e impervio si palesa il cammino”.
Ma
in realtà non parlava del suo.
Gli
scappò una risata.
Alcuni
capirono che quella sorta di sardonica parabola era piuttosto un’iperbole, e
non poterono non riconoscerne una certa grandezza.
E
poi quel linguaggio tra l’aulico e il criptico, spesso ritmico ma a volte
rimico, ove non comico, conferiva al pulcino una certa autorevolezza da bambino, il cui solo
sguardo di meraviglia era capace di rendere giustizia alle mirabilie del mondo.
Continuarono
così a vederlo illuminato.
Ma
lui rideva sempre.
Ci
vuole del talento per invecchiare senza diventare adulti, pensava.
Ma
tutta quell’ilarità suscitava quantomeno perplessità alle orecchie di ogni
santità che assisteva al qua qua qua.
Nemmanco
la pestilenza aveva portato la scienza della canoscenza.
Tutta
richiusa in proprietà privata, canonizzata dalla bisogna di sopravvivenza.
Kalimero
pensava : nun gliela famo, da sardonico romanesco.
Eppure
ci sono le scritture.
E
pure le mie, prodromiche preparatorie e pure propedeutiche, quando non
pedagogiche.
Rotori
semantici.
Neurosfera.
Centri
di gravità per la mente .
Intelletto.
Amore.
Possibile
che ancora non capiscano?
La
via l’aveva indicata.
Io
non servo più, l’io non serve più.
So died the me, than came the
we.
Eppure,
nonostante la divina lezione, ancora tutti erano intrisi di sé.
Ahò,
sempre in sardonico romanesco, ma che siete de coccio?
Iniziarono
i tempi delle agorìe con gran timore di alcune etnie e persino categorie..
Tutti
a parlare per vedere di conciliare, ciò che era già synfatto.
Ma
cervelli troppo antichi non erano ancora abbastanza prescienti.
E
del succo del syntutto, cogliean soltanto qualcuno suo frutto.
Finchè
un giorno Kalimmudda si stufò e si alzo in volo sena sapere come, perche’ non
aveva di certo delle ali da aquila, e senza sapere che era per merito della
forza dell’amore del suo centro di gravità per la mente, si proiettò nel suo
rotore semantico.
E
a tutti gli astanti che lo imploravano di rivelare il grande segreto disse solo:
“io non servo più, l’io non serve più”.
E
scoppiò a ridere.
Fu
allora che un gurone, un po’ guru un po’ santone” pieno si saccenza di
conoscenza gli chiese :
ma
perche’ ridi sempre?
Cosa
e’ che tu sai che noi no?
Cosa
e’ la vita secondo te?
Sei
davvero matto?
Kalimmudda
panpregò, nel dubbio plurale.
Signori,
datemi il senso del ridicolo. Concedetemi la grazia di comprendere uno scherzo
affinché conosca nella vita un poco di gioia e possa farne parte anche ad
altri.
E
pensò a tutte le volte che aveva riso scherzando coi suoi pensieri, certamente
con un qualche bruscolo di follìa.
E
rispose.
La
vita e’ uno scherzo di fiume.
E
nel mentre pensò panteistico che in effetti a volte lo e‘ di pessimo gusto. Ma
altre proprio no, a crepapelle.
Il
gurone lo guardò interdetto e gli disse: “ma come tutto qua il tuo segreto
della canoscenza. La vita e’ uno scherzo? E di fiume?”
Kalimmudda
lo guardò, ma stavolta sghignazzando, e disse: “perche’, non e’ uno scherzo?”
La synfisica
Civiltà di intelletto diffuso in amore perfuso
Un rotore semantico per la neurosfera
Un centro di gravità per la mente
E una grande risata