Cloeconomie-Antologie
Les Claufrenies-Magie Proesie Sofie Teorie
Disordinariamente
Antologia di vita disordinaria
1. Sommario. 1
2. Disordinaria. 2
3. Esordio. 4
4. Infante. 5
5. Crescente. 6
6. Educando. 7
7. Cocale. 9
8. Botte. 10
9. Lavorante. 12
10. Libertà. 14
11. Malattie. 15
12. Spezzature. 16
13. Nemesi 17
14. Tappezzerìe. 18
15. Malpensiero. 19
16. Carmapasso. 20
17. Nuovomondo. 21
18. Manìa. 22
19. Manicomio. 23
20. Vinili 24
21. Verbo. 25
22. Amore. 26
23. Creazione. 27
24. Donizioni 28
25. Synfisica. 29
26. Neurodo. 30
27. Multifrenìa. 31
28. Risonanza. 33
29. Simmetrìa. 36
30. Predicazione. 38
31. Mammuth. 39
32. Ho fatto l’0v0 :
scheggia di follia. 41
Perche’ scrivere
questa cosa.
Vuol anche dire
il contrario di ciò che sembra.
Tante vite
vissute, nell’insieme fuori dall’ordinario, ma dense di ordine significato intrinseco.
Il senso.
L’idea me la ha
data un nuova sorellina che la vita mi ha portato, in evidente segno di
ricambio dell’adempimento del senso del dovere instillatomi di famiglia.
In realtà non e’
il senso del dovere degli Aroldi.
E non e’ nemmeno
dovere.
Solo senso.
Siamo, o almeno
io credo di avere capito, sono, fatto così.
Un fiutasenso.
E appena
trovato, avanti un altro.
Così mi sono
ricordato dell’unico di due libri regalatomi da mio padre.
La vita come
compito.
Viktor Frankl,
lo psicologo nei lager.
Avviene ad un tratto
quella che egli stesso definisce una "svolta copernicana", sia per
ciò che concerne la psicoanalisi, che nella sua stessa vita.
Prendere
consapevolezza di come la motivazione principale dell'uomo non sia il principio
del piacere, né la volontà di potenza, né il senso del dovere, bensì la volontà
di significato, il desiderio o la missione o la vocazione, di cercare e trovare
un senso, uno scopo, un significato, per la propria vita, e per i suoi frattali
componenti di base.
Frattali, si.
Non esiste una
vita sola.
Ce ne sono tante
che poi si riaggregano in quella a cui noi diamo del “La”
Sono infinite,
se si abbandona e supera la convenzione del tempo.
Vivere significa
dunque prendersi la responsabilità di rispondere esattamente ai problemi, fatti,
o eventi, che l'uomo si trova di fronte e di adempiere, nel rispetto dei canoni
esistenti, ad essi come compiti che la vita gli pone.
A me e’ capitato
di riceverne tanti, di compiti e di vite.
Ciò che mi fa
pensare che ci sia un motivo.
Ma perlomeno bisogna iniziare a raccontare
https://cloeconomie.blogspot.com
https://cloeconomie.blogspot.com - Antologie
Mi diceva sempre mio padre : “l’ottimo è nemico del buono”
.
Ah, mh, ah, mh, ah.
Splash.
Dest, sinist, dest,
sinist, dest, sinist.
Mhhh.
Così’ non si va da nessuna parte.
Su, giù, su, giù, su giù.
Bong.
Bong, bong, bong.
E come si entra?
Sping, sping, sping.
Splat.
Ohhh.
270 albe.
L’alba finale natale si narra che ci presentammo alla
clinica del dottor Buzzi, o non so che.
La suora che aprì disse solo: “il dottor Buzzi e’ morto
10 anni fa”
Io sentii amniotico mio padre imprecare, e poi chiosare cotanto principio
con un sarcastico “cominciamo bene”.
Era così lui.
Poche parole, rasoiate e tagliole.
Mia madre non mi parlò mai del parto.
Quel mare di promesso dolore.
Ala fine pare che nacqui io.
Sempre col dubbio di essere nato in provetta, o
benevolmente adottato.
In un senso o nell’altro, una botta di culo, si dice nel ben
pensiero.
Ah, provetta o no avevo quindi praticamente già un anno, come
tutti dopo lo splat.
Precoce per natura, mi affacciai a questa cosa chiamata
vita senza sapere quanto disordinaria sarebbe stata.
Disordinaria alla latina.
Con la a da plurale.
Ancora mi cihedo che gli aveva detto il cervello ai miei
progenitori.
Come gli era venuta l’idea.
Che a guardare le disordinaria, per lungo tempo mi parve
un ordinario processo ideativo di idea del cazzo.
Potevo non avere nessun problema da pormi, a restare
un’idea che è soltanto un’astrazione, e invece me ne son ritrovati a stormi.
Non è esattamente vero.
Tra le tante disordinaria bisogna scindere un prima e un
dopo, all’incirca alla mediana del tempo che ci
e’ dato e andato finora.
Che poi il tempo non esiste, quindi sto propinando
un’immagine degna dell’idea del cazzo dei miei.
Eh, ‘sto cazzo.
Sempre li a disgiungere i cugghiuni.
Funzione primaria di radiatori,
disgiunti per far passare i bollori,
ti concertano l’arnese,
che ti condurrà in
pretese.
Comunque il senso e’che mi poteva andare molto peggio.
Ciò di cui ringraziare e non dileggio.
Non so da quando uno si dovrebbe cominciare a ricordare
dei ricordi.
Io ricordo poco, se non un generale contesto di infanzia
dorata da piccolo principe.
Tipo l’infanta reale.
Vestitini, giocattoli, cameriere, istitutrici, cani,
vacanze, mari, montagne, feste, prelibatezze, abitudini.
Ma tutto molto vago.
Come se tutto quel mondo non mi appartenesse e io ci fossi capitato li per
caso.
Ricordo le rare presenze di mio padre che mi portava
all’asilo a piedi, passando davanti all’istituto dei bambini ciechi, da cui
proveniva una per me incomprensibile musica, come se il cieco fosse per forza
pure sordo
Qualche anno dopo, alla centesima lezione privata di
pianoforte, forse pensando ai bambini ciechi, dissi a mio padre di farmi
smettere, tanto non ero buono. Acconsentì. E il lussuoso pianoforte finì dai
bambini ciechi, dove potesse sentirsi amato e al suo posto.
Ricordo interminabili sudorose passeggiate al mare, che
dovevo fare a piedi con l’istitutrice, perché faceva bene. E i miei che
passavano in macchina salutando gioiosi al pensiero di contribuire a farmi
crescere sano e forte.
Una vacanza in montagna, intorno ai 10-12 anni la passai
chiuso in camera a leggere di filosofia, con grande apprensione dei miei che
non capivano che malattia avessi. E perché non andassi a sciare.
Sempre in montagna, ricordo che guardavo atterrito il
collegio dove mi mandavano avendo delegato la mia educazione a dei
professionisti, di stampo quantomeno autoritario.
In sintesi, mi sentivo tipo come un’infanta già infranta.
Eppure tutto ciò che sembrava distanza, in realtà creava
dipendenza.
E io restavo sempre più attaccato alla diade creata dai
miei, che tendeva a diventare triade solo come appendice.
In più io non sono mai stato competitivo, proprio non ci
sono nato, non ne ho mai visto il senso. E di conseguenza non ero nemmeno conflittualmente
reclamante. Anzi, a reazione inversa, era un reciproco “se non avete urgenza
della mia presenza, io nemmeno”.
E mi vendicavo nel rifiutare il loro modello da vincenti,
ad esempio negli sport. Quando facevo le gare di sci, arrivavo a mezza corsa
dove erano tutti appostati per applaudire, e io frenavo e mi fermavo. Come a
dire, cosa cazzo urlate, la gara e lo sciatore mica sono vostri.
Cresciuto in un mondo troppo dorato, mi dava
gratificazione già allora solo l’eccesso.
In effetti la sublimazione della loro idea di vita era il
sempre di più.
Così, quando a 15 anni mio padre mi mandava a Londra a
studiare l’inglese, mi ci mandava con il jet privato.
Il ritorno era tronfiale.
Dovevamo andare al Sud, a Maratea, e lui mi faceva
portare dall’aereo privato, con tanto di doppia hostess, all’aeroporto di Lamezia.
Striscia di asfalto nel mezzo del nulla, dove l’unica cosa che risaltava era
questo principino servito e riverito depositato nell’unica Mercedes blu di
quella zona di Calabria, per altro nota per la ‘ndrangheta, ciò che mi rendeva
di sicuro figlio di un affiliato.
Uh, come mi e’ rimasta questa sensazione!
Paura dei rapimenti a Milano.
Libertà d’esibizione in Calabria.
Girava armato, mio padre, oltre alla ampia collezione
d’armi, era uno di quegli uomini che si poteva, non solo permettere di girare armato,
ma pure di sparare ad uno scippatore in centro città.
Aveva cercato, anche con un certo successo, di
instillarmi la passione per le armi. 38, 44, 357. Mi portava a fare il tiro al
bersaglio nei boschi o in mezzo al mare. E alle lucertole. Perché “devi
imparare a sapere cosa vuol dire togliere una vita”.
Dopo un po’ che io mancavo le lucertole, non so se
apposta, si arrese come con il pianoforte, e la carabina smontabile calibro 22
sparì dalla mia vista e portata.
Tanti anni dopo ricollegai questi e altri eventi e pensai
alla nemesi.
Crescere.
Adolescere. Adolescenza. L’ultima fase dell’età evolutiva, interposta tra la
fanciullezza e l’età adulta.
E chi
l’ha mai vista ?
Per me e’
quel periodo tra l’infanto e lo studiante.
Anche in
questo caso pochi ricordi.
‘Sto
fatto deve essere legato al fatto che gli eventi determinanti nella vita in
realtà sono molto pochi.
Forse
ricordo solo quelli, come segno di vecchiaia incipiente.
Ma ci
vuole scienza ad invecchiare senza maturità.
Ricordo
bene solo i traslochi.
Così
frequenti tra Roma e Milano per esigenze di lavoro di mio padre.
Era
sacro, il lavoro di mio padre. Così tanto da restare esoterico,
Nel vero
senso, scoprirò anni dopo.
Vivido e’
il ricordo dei camion gialli di Gondrand.
E la
vista dell’andirivieni di cartoni, con quel loro tipico odore di presagio di
muffa.
Sta di
fatto che non ho avuto la normale crescenza tipica delle prime età.
E sono
rimasto sempre solo, con la dipendenza da mio padre a farmi compagnia.
Nel frattempo
mia madre faceva da tappezzeria.
Tutta
dedita ad assecondare le esigenze del marito.
Dietro
ogni grande uomo…
Almeno
così si dice.
Il punto
e’ se fosse davvero grande. O chi dei due.
E se ci
fosse bisogno di tutto quell’asservimento familiare.
Ogni
tanto compariva un cane a farmi compagnia.
Tempo un
paio d’anni spariva con varie motivazioni, anche razionali.
E io
tornavo solo con me stesso, come il cane, ma con il rinforzo sinaptico della
dipendenza paterna.
Comunque
a detta di tanti ho avuto una giovinezza solinga ed in definitiva un po’
trista.
Ma in
realtà io non me lo sentivo, ne allora ne adesso.
E anzi
tutto preso dalla dipendenza paterna e dall’impresenza materna, mi sono sempre
sentito amato e soprattutto considerato privilegiato.
Forse per
reazione dell’inconscio, era sublimazione monetaria.
Mio padre
era materico, per non dire monetarico, appunto.
L’imprinting
me lo aveva dato da infante.
Siringoni
gialli a ripetizione, ancora adesso col dubbio che non fossero vitamine, ma
mutazioni genetiche che determinarono il mio futuro venturo.
Appena il
professore finiva ogni siringone, sotto lo sguardo vigile della diade che
controllava, mio padre si avvicinava al letto e mi metteva 100 lire sul
comodino.
Ricompensa
e premio a suo giudizio di importanza tangibile.
A
diciotto anni mi regalò il mio primo orologio, come augurio di collezionarne a
fiotti come faceva lui.
Fuori
luogo il valore: diecimila euro d’oro fiammante, che io misi subito con
orgoglio scolastico.
Da che
ero il solingo sfigatino, divenni all’istante un idolo di classe della futura
Milano da bere.
Inutile
dire che la scuola era quella della alta borghesia cittadina.
Oggi
direi un concentrato di omologata puzzoneria dalla scala di valori castamente
deviata.
Ebbi il
mio primo amore estivo, travolgente.
Dopo tre mesi
finì, come quello per i cani, perché si tornò in città.
La
disperazione del distacco e della perdita mi fece continuare a piangere e
smettere di mangiare e i miei posero rimedio alla loro maniera: un professore
strapagato mi diagnosticò una ovvia depressione. Passò. O me la feci passare,
non so. A diciotto anni ebbi il mio secondo grande amore. Dopo un anno di
terrore che finisse la lasciai io, con ancora il vivido rimpianto di avere perso il treno della vita.
Università.
Ovviamente
quella obbligatoriamente seguente la scuola “da bere”.
Università
Commerciale Luigi Bocconi.
La scuola
dei soldi.
La
“creme”.
Con tanti
saluti al desiderio di filosofia o ingegneria, la seconda in effetti evidente
condizionamento paterno, che ingegnere lo era diventato da eroe in tempo di
guerra, contro il volere del nonno pasticcere, studiando mentre si manteneva
facendo l’autista.
Mestiere
che lasciava lunghe attese in cui acculturarsi.
Almeno
questo e’ quello che raccontava lui.
Mi gelò
di rasoiata quando mi disse, milionario, che se volevo finire in mezzo ad una
strada potevo fare filosofia.
Terrore
antimonetarico.
Per
ingegneria invece non ero abbastanza intelligente.
La
dipendenza apre le porte alla manipolazione.
Insomma,
dovevo fare i soldi, come aveva fatto lui che la guerra e la miseria l’aveva
provata.
Ed in
effetti non avrei saputo come dargli torto, se non argomentando che in famiglia
di soldi ce ne aveva già portati abbastanza lui per numerose generazioni.
Ma
all’epoca non mi venne in mente.
Di mia madre
non seppi mai nulla.
Qualcuno
mi disse che aveva studiato lettere, ma non ne diede mai prova, sempre intenta
all’attività di eminenza grigia di sfumata influenza, ma forse solo in
apparenza.
Quando si
ammalò la prima volta, anamnestica depressione anoressica, e mio padre
pensionato milionario se ne lamentò, io gli dissi aspro che lei gli aveva
permesso di fare la vita che aveva vissuto.
Adesso
toccava a lui curarla.
Incredibilmente
lo fece, e io mi sentì per la prima volta non dipendente, seppur non
indipendente.
Vivevo al
piano di sopra.
In quella
che per un ventenne era una reggia, appositamente comprata a fini di
dipendenza.
Nacque un
patto implicito.
Io non vi
lascerò soli, come in effetti erano, privi di parenti e amici mediolanensi, ma
nemmeno allogeni.
E non lo
feci mai, ne nelle malattie ne nelle morti.
Ero uno
di parola, io.
E poi
c’era il senso del dovere degli Aroldi’s. Ma la realtà era che quello era il
compito per cui ero fatto.
In cambio,
soldi, privilegi, benessere e accessori vari.
Accudirli,
inorgoglirli e accompagnarli era il corrispettivo.
Si rivelò
un patto col diavolo, quando scoprii quanti soldi c’erano e mi iniziai a
chiedere da dove venissero.
Ricordo
una puttana all’angolo sotto casa, rossa focata. Anni dopo la reincontrai. Era Ketty,
la vedova Turatello, che mi raccontò che conosceva bene mio padre, si
frequentavano e lui era davvero il diavolo.
Furono i
primi scorci di una seconda vita, nell’ombra della mano destra che non sappia
cosa fa la sinistra.
Comunque
tornando all’università, arrivò il momento della rivincita.
A dire il
vero era una sconfitta.
Scoprii
che mio padre aveva pagato, molto, un noto professore per farmi fare la tesi
con lui in modo che potessi affiliarmici e fare tanti più soldi.
Ma questo
avvenne dopo.
La rivincita
fu un feroce empito di indipendenza. Voi alla tesi non ci venite.
Mi
nascosi dietro un “non ho fatto niente di più del mio dovere. Non c’e’ niente
da festeggiare”.
Uscii con
un dignitoso 108, ma non con il 110 e lode che mio padre aveva comprato.
Son
sicuro che mi regalarono qualcosa, ovviamente di valore. Ma io non lo ricordo.
In
principio fu l’anfetamina.
Me la
presentò un compagno di studi.
Un
pizzico nel caffè e la giornata filava veloce.
Poi una
sera mi invitò ad una festa a casa della figlia del primo safarista italiano.
Un ricco.
Trofei di
morti in ogni dove, con tanto di articoli di giornale a celebrarlo appesi alle
pareti.
Anni dopo
in Africa ci andai per davvero.
Vidi
tutto vivo, e mi tornò spesso in mente la barbarie dell’onnipotenza della
ricchezza.
Comunque
alla festa incontrai per la prima volta la cocaina.
Mi
suscitò desiderio sessuale.
E aprì le
porte all’uso ludico, come si dice, in effetti per accentuare l’effetto di voglia
di scopare.
Sulla via
del ritorno mi fermai da un travestito, attratto dallo sfavillìo della sua
Jaguar bianca.
Fosse
stato su una Panda probabilmente non mi ci sarei fermato.
Oltre a
un pompino, mi offrì della coca.
Erano le
6 di mattina e mi convinse con un assertivo “senza, domani non ce la fai”.
Scoprii
che il desiderio sessuale e’ un’idea, ma poi il miglior amico dell’uomo ne ha
un’altra.
Ma non
sempre.
E scopare
“in bamba” diventò il mio modo di cercare la non solitudine, che evidentemente
mi aveva accompagnato surrettizia per anni, e simulare una sorta di artefatto
d’amore.
Quello
vero perso già due volte.
Col
travestito diventammo amici.
Come
Ketty la rossa era “un personaggio”.
Di
famiglia buona, ripudiata da trans, mi insegnò finanza, backgammon, moda,
eleganza e tante altre cose che aveva imparato a sua volta dai tanti clienti importanti
che aveva.
A suo
modo era infatti una celebrità.
E ci
scegliemmo a vicenda.
Io
ricevevo esperienze, oltre alla coca naturalmente, lei l’attenzione di una
famiglia “bene”.
Epiche le
feste nel mio castello dorato, dove alla fine finivo immancabilmente a scopare.
Divennero
celebri le staffette.
Escort a ricambio
a ciclo continuo.
Una volta
3 gnocche mi lasciarono un fascio di fiori enorme per il mio compleanno, tra le
risate compiaciute del portiere del condominio perbenista, che invece non
rideva per niente.
Quando la
incarcerarono per spaccio, l’avvocato mi chiese aiuto perché nessuno dei suoi clienti
voleva essere immischiato.
Io le
feci avere un po’ di soldi, naturalmente.
Mi chiese
se poteva venire a vivere da me qualche settimana. Non aveva dove andare. Mi
nascosi nella vergogna degli altri e dissi di no
Qualche
settimana dopo si suicidò.
I soldi
evidentemente non guariscono le ferite.
Mentre ti
continuano a far scopare.
Il che,
bisogna dirlo, era una pratica sessuale niente male.
Pure con
il senso di colpa.
Ricordo
che un giorno poco prima, mi chiese di portarla dai suoi spacciatori perché non
aveva più la Jaguar.
Ci
ritrovammo a Baggio, in una fetida crack-house tutta bottiglie, film porno e
mucchi di vestiti da lavare.
Tutti che
fumavano in base. Tanti che scopavano
Lei mi
lasciò un’eredità preziosa e quando mi offrirono di fumare scaraventò la
bottiglia contro il muro e mi ammonì severa : “quella non la toccare mai, ti
ruba tutto fino all’anima”.
Non l’avrei
ascoltata, fino a molti anni di “tiri” e collassi dopo.
La
chiamano base libera.
Intendono
dalle impurità, presumo.
Ma se lei
e’ libera, tu diventi schiavo.
Proprio
come mi aveva ammonito, Edy, il travestito.
Cocaina
pura.
Ammoniaca,
il bicarbonato e’ roba da dilettanti perché non spalanca gli alveoli.
Cucchiaio.
Bollire.
Sale a
galla l’olio essenziale.
Lo fai
asciugare.
Intanto
prepari la bottiglia.
Cannuccia
sul lato.
Stagnola
bucata.
Cenere
sulla stagnola.
Palletta
di base sulla cenere.
Accendino.
Fuoco
alle ceneri.
Nuvola
nella bottiglia.
Aspirare
a pieni polmoni.
20
secondi.
Espirare.
E: cazzo
che botta.
Cercare
un buco per l’uccello.
Qualche
minuto.
E
ripartire.
Bisogna
dire che ricco ero ricco, ma non tanto quanto sarei diventato.
Per cui avevo
un limite.
Quando
erediterò arriverò a 20 grammi al giorno.
Settimane
senza mangiare e dormire.
Collassi
da tracollo fisico.
Sensazione
netta di svanire di morte.
Anime
buone, più o meno di passaggio, a tenermi veglio.
Crollo
nel sonno.
Risveglio
fuori da qualsiasi tempo
Ombre di
morti sfrecciano intorno..
Senza
idea di ore o giorni passati in quella specie di coma.
E
ripartire.
Ci ho
perso il terzo grande amore della mia vita. Forse l’ultimo.
Ad un
tratto uscì dalla porta e non tornò mai più.
E per uno
che cercava la non solitudine e’ un giusto karma.
Ma
comunque tutto questo succederà anni dopo.
Per
questo periodo poteva solo essere la premonizione di Edy.
Ma quello
che conta e’ il “crescendo”, come in musica.
Si
all’adagio, fino a che si da fiato alle trombe a passo di carica.
E la
marcia trionfale non la puoi fermare.
Ma la
devi eseguire tutta d’un fiato.
Quando
finisce, e’ perché e’ giunta l’ora che finisca.O perché sei morto.
Io morto
non sono, e forse c’e’ anche un motivo.
Un
messaggio da portare, che il cervello lavato di ammoniaca non ha perso
bruciato.
Ma ha
aperto percorsi neuronali altrimenti chiusi ai canali percettivi tradizionali.
O almeno
così io credo.
Oppure e’
solo che schizofrenico sono schizofrenico.
In
principio bipolare, che però vari neuro scienziati mi hanno disgiunto dalla
cocaina, in base o meno.
All’uscita
dalla Bocconi mi aspettava al varco l’impiego che mi aveva comprato mio padre.
Ebbi un
immediato secondo empito di indipendenza e a briglia sciolta galoppai altrove purché
altrove.
Il
commercialista proprio no. Chissà quanto tempo ci mettevo a fare i soldi. E che
noia.
Come
prevedibile, quindi, bastiancontrariai; adesso che avevo la maggiore se non
adeguata età potevo.
Caso
volle che avevo un cugino che mi piazzò l’alterativa nell’ufficio finanza
strategica della all’epoca maggiore azienda italiana. Anche stavolta venni piazzato
per gnosi, dunque.
Era roba
grossa. Compro, vendo, fondo, sfondo. Navi, camion, silos, magazzini.
Si
trattava di aziende, per cui ogni volta un certo senso di potere mi gratificava
dell’inferiorità indotta e percepita nei confronti di mio padre. Spostavamo
fabbriche, migliaia di lavoratori, montagne di soldi e ogni volta muovendo
soldi a palate.
Curiosamente
ci misi tre sole settimane a capire una profonda verità e cioè che i soldi non
esistono, alla faccia di un ventennio di educazione, e che quando esistono
spesso stercano.
Io preferii
fabbriche, terre e operai, roba vera da economia reale, che d’altronde mi era
stata inculcata in anni di economia aziendale, a dispetto delle intenzioni
monetaristiche di mio padre.
Mi
infastidiva parecchio quella teoria dell’appropriazione del plusvalore, che
rimase sempre presente nelle mie riflessioni di redistribuzione. Quelle che
solo un ricco può e dovrebbe permettersi di fare.
Scappai dalla
finanza soldifera e mi misi ad avviare l’industrializzazione dell’invenzione
detta biodiesel. Fertilizzante per l’agonizzante agricoltura europea, pure meno
inquinante del diesel petrolifero. Costruimmo impianti, assumemmo lavoranti,
cambiammo leggi, ma la cosa più straordinaria che ricorderò per sempre erano le
fioriture primaverili gialle dei campi di colza sparse in tutta Europa per
direttiva comunitaria scritta recepita da noi. Avevamo modificato la politica
agricola comunitaria. Altro che soldi, pensando a mio padre.
Ego
semino, ergo sum.
Purtroppo
me ne andai dopo quattro anni, manipolato dal gene monetaristico. Mi pagavano
troppo poco. Di quel passo mio padre non l’avrei raggiunto mai. Non immaginavo
ancora il gran segreto, per cui a lavorare onestamente monetaristico non ci si
diventa.
Mi
ritrovai per la seconda volta in agroindustria, stavolta a produrre e vendere
concimi. Sempre sterco, quindi, ma quello da cui nascono i fiori, non come dai
diamanti.
Anche li
però il demone monetaristico si reimpossessò di me e dopo due anni senza
aumento di stipendio veleggiai altrove.
Pensai di
avere sbagliato settori. Dalla terra non crescono i soldi, come imparò persino
Pinocchio, e mi ritrovai nella prima società italiana privata che vendeva
internet. Volevo sapere cosa era, e poi l’innovazione e’ il motore della grana.
Dovevo essere nel posto giusto. Invece niente. Sempre stipendio da fame,
relativa.
Scoprii
che il modo più veloce di aumentare il salario era quello ci cambiare azienda
molto velocemente. Una volta all’anno e un 30 percento in più lo si portava a
casa ogni volta.
E poi ero
molto bravo, e in un anno ribaltavo situazioni a tutti apparenti
incancrenibilmente irrimediabili.Proprio questo fatto, però, mi generava frustrazione
da appropriazione di plusvalore, che
quelli si tenevano ben stretto, anche accaparrandosi i meriti, proprio da
capitalistici borghesucci.
E io, pur
ricco di famiglia e quindi di tempo, mi sentivo sempre proletario sfruttato.
Ovviamente
c’entrava l’educazione ed in particolare quel senso di inferiorità instillatomi
nella dipendenza dal modello paterno. Ma tanto e’, e così me ne andai un’altra
volta. Non sapevo che sarebbe stata l’ultima.
Mi trovai
finalmente in banca. La fabbrica dei soldi. Mi diede per ben due anni, che per
me erano tanti, illusione di prospettiva di ricchezza oltre a consapevolezza di
cosa siano e come si “producano” i soldi.Poi successe il fatto che aspettavo da
sempre. Una di quelle svolte di vita che cambiano tutto.
Dopo relativamente
lunga malattia mio padre morì. E io fui consapevole che avrei ereditato.
Il capo
borghesuccio si permise di dirmi che dovevo mettere mia madre in un ospizio. Ci
misi 30 secondi a prendere un foglio di carta, a scriverci sopra solo una
parola e ad andarmene sbattendo la porta.
La
parola, senza sintassi e accessori di sorta, era una specie di categoria a
priori da sempre li ad aspettare di essere colta. “Dimissioni”. Ero libero.
Restava solo mia madre, malata anche lei, nella sua consueta ombra.
La morte
di mio padre non arrivò come un’improvvisata. La notizia si. Ma per essere
sincero, non mi colse nemmeno alla sprovvista, e non per questioni di età
quanto per ordine “naturalia”.
Almeno
così mi piacque credere.
Anche se
forse la verità e’ che io l’avevo sempre attesa per essere libero e in
ricchezza, la quale stessa e’ foriera di libertà.
Ma
bisogna sapere che, a parte i collassi da coca, come gli infarti, a morire ci
va il tempo che ci va.
Gradatamente
si sciolse il patto implicito per cui in cambio di agiatezza io non li avrei
lasciati nella solitudine in cui mi avevano messo loro.
Patto che
prevedeva, tra l’altro, che ogni domenica io li invitassi a mangiare a casa
mia, che in realtà era loro, e che gli stava giusto al piano di sopra.
C’era un
bel terrazzo, oasi di pace nella frenetica Milano da bere, come fosse un Cynar en
piazza del dòm.
Io
cucinavo per loro, ma mica tanto, figurarsi. Lui arrivava ogni volta carico di
caviale, tartufi, champagne e altre prelibatezze. Le più costose possibili: se
son care saran pur buone.
Ricordo
come fosse l’unica persona che io avessi mai visto lasciare 100 euro di mancia
al commesso del salumiere. Ogni domenica era festa. Per noi e per tutta la sua
cricca di servitori di cui si era circondato per potere esibire lo sfarzo del
successo e a cui elargiva appena poteva.
Mi
sarebbe piaciuto pensare che lo facesse per gli altri, e forse era anche in
parte vero, ma la realtà e’ che erano gesti di dominanza, come cibo avanzato
tirato ai cani fedeli.
Ma devo dire che per quanto fosse un continuo insulto
alla miseria, quella senza plusvalore, era bello.
Ci ero
stato educato, abituato, socializzato. Quello era il mio mondo, il mio tenore
di vita, in realtà con poco stile, ma ben nascosto alla vista dalla nebbia dei
soldi a pioggia.
Ad un
unico patto. Faceva parte del patto implicito tra la sua concezione di bella
vita che mi permetteva e la mia promessa di accudirli e accompagnarli.
Nel senso
di fargli compagnia, quella a me mai concessa se non in qualche modo comprata.
Genialità.
Devo dire
anche che non era tutto così gretto.
Dietro
un’anima da demone, il segreto, c’era anche una parvenza di animo gentile parecchie
volte.
Forse
aveva imparato a dissimularlo proprio dalla nobiltà di mia madre, che forse
proprio a quello era servita e sposata. Insomma, se signori si nasce, non sono
convinto che non lo si possa diventare, pur se impregnati di altrui signorili culti.
Mentre con
grandi non funziona così. Ci sono uomini grandi e uomini piccoli. Ovviamente in
mezzo anche uomini medi.
Una volta
scoperto il cancro svanì la sua immagine di grandezza.
Lasciò il
posto alla più delle banali paure, perdere ciò cui si era attaccato, la roba di
cui si era riempito.
Non mi
diede consigli, pensieri, segreti, tutto concentrato sulla proprietà privata della
sua morte.
Una sola
volta ci scambiammo un ti voglio bene.
Eravamo
intenti sul libricino su cui teneva i conti dei suoi milioni che non aveva
nemmeno pensato di spiegarmi. Dovetti chiedere io cosa ci fosse e cosa dovessi
fare, altrimenti fosse stato per lui la sua onnipotenza se la sarebbe portata
nella tomba.
Talmente
rimossa l’idea che gli avessero rubato l’onnipotenza. da non pensare nemmeno
alla totipotenza della riproduzione.
Morì da
borghese, impicciolendosi mano a mano che il cancro imperava, impreparato
all’unica cosa certa a cui avrebbe dovuto prepararsi. Ma come detto era troppo
materico per pensarci. O forse credeva davvero di avere fatto un patto col
diavolo.
In realtà
fu il più grande insegnamento che mi diede, anche se a sua insaputa, forse per
non averlo pagato.
In cambio
lo feci seppellire nella tomba di famiglia, che si era comperato anni prima,
insieme al suo catenone di oro e rubini da rapper mafioso, pieno di ninnoli
superstiziosi, e all’anello sempre di rubino che si era fatto incidere su
commissione, appropriandosi pure di quella purezza rubizza, con sopra la testa
di un capo indiano. Augh, grande papo.
Torniamo
indietro. Vivere tante vite vuol dire in contemporanea.
Dicevamo
che la morte di mio padre non mi colse all’improvvisata.
Semmai una
sua certa piccolezza. Ma io ero stato abituato alle malattie, ai medici, agli
ospedali, ai miei collassi e infine avevo anche vissuto la morte peggiore, che
cerco di non rimuovere mai dalla mia coscienza.
Non toccatemi
i bambini.
E’ quella
che mi ha segnato, e decenni dopo insegnato, che ci sono cose che di sicuro
hanno un senso, come tutto, ma non nel mondo fisico.
La fede
e’ un dono e io l’ho ricevuto, a modo mio e per niente gratis, solo tante vite
dopo.
Ulrico e’
mio nipote. Morto a meno di dieci anni per un tumore al cervello nel reparto
infantile dedicato di un grande
ospedale. Sempre sereno durante il ricovero, aspettava i suoi cannolicchi
mentre lo curavano.
Sua mamma
e’ la figlia di mia mamma, che già mostrava avanzati segni di depressione.
Mio padre
intervenne a modo suo e la mandò via, a casa sua, perché da tappezzeria viziata
non poteva certo soffrire.
Restò
ovviamente mia sorella, e fummo delegati a rappresentare gli Aroldi’s io e la
mia futura moglie.
Piazzati
in un'altra città come una valigia per settimane, a svolgere il ruolo che
nemmeno lui aveva il coraggio di ricoprire.
D’altronde
mia sorella non era figlia sua e poteva anche fottersene. E così fece.
Mentre io
avevo un debito da ripagargli. Non essere stato messo al mondo, no, quanto
piuttosto essere una sua proprietà il cui debito era che dovevo servire a
qualcosa.
Me lo
disse pure, un giorno, a modo suo: “mi sei costato un miliardo” .
Io restai
a vegliare fino all’ultimo respiro di Ulrico, e se oggi io sono io lo devo
anche a lui.
Non fu
l’unica vita di malattia, questa di Ulrico.
Con l’età
i miei divennero cagionevoli, non solo psichicamente perché percepivano che il
loro delirio di immortale onnipotenza riposto nella materica “robba” al cui
possesso tanto attribuivano piacere, si era sciolto con la pensione di mio
padre. “Sai, compravo petroliere adesso compro etti di prosciutto”, mi diceva.
E
iniziarono ad ammalarsi come tutti i vecchi. Professori, ricoveri, ospedali.
Enfisemi, infarti, anoressia, tumore.
Ma a
turno. E io li curavo e accudivo e accompagnavo, soprattutto quando toccava a
mio padre, essendo io il solo che poteva farlo.
Oltre
alla mia vita normale, per 20 anni o non ricordo più, questo fu il mio compito.
Quando
toccò a mio padre, fu un delirio di compito.
Prendere
mia madre, portarla dall’altro alto della città in ospedale, andare in ufficio,
andarla a riprendere, concordare coi medici di entrambi, riportarla a casa,
farla mangiare.
Tutto
ammantato in una aura di morte che ormai mi accompagnava ovunque, con l’unica
cosa che mi dava sollievo che era l’oppio dei popoli del xx secolo, la cocaina.
Quando
stavano bene, più o meno, bevevamo whisky e fumavamo tutte le sere
all’aperitivo, chiusi da soli nella loro casa mausoleo celebrazione della loro
malattia per la robba riconquistata. E la domenica al piano di sopra c’era il
dì di festa. E raccontavamo, soprattutto io, la settimana.
Era
bello.
Si, fu proprio
un delirio quando si ammalarono da ricovero insieme.
Alla fine
dimisero mio padre che mi disse : “Volevamo dirti che sei stato grande”.
Ma poi
rovinò tutto aggiungendo “non ce lo aspettavamo”.
Mi rivelò
un umile signore del circolo dei suoi protetti sempre scelti tra gli umili,
impiegato usciere del posto dove lavorava, che parlava sempre di me pieno di
orgoglio.
Che
dire: “non me lo aspettavo”.
Ma non e’
vero. E’ che io gli vedevo dentro, e questo non gli piaceva. “Tu disprezzi
tutto quello per cui abbiamo faticato tanto”. Ma non era vero. Io giudicavo
solo la misura. E’ quella mia natura di fiuta senso, ovvero significato
profondo, che e’ natura e prescinde dalla volontà, e che mi impediva di vederlo,
il senso.
La
conclusione di tutto un lungo percorso di vite e’ stata la rivelazione che
tutto sia sempre stato solo per amore. Ma proprio tutto.
Dalla
creazione fino alla colazione, tutto avviene per amore. E’ la forza che guida
tutto. Ed e’ dominante.
E’ una
forza fisica, la gravità credo ne sia il sintomo primario, che ho dovuto
ricercare studiando e osservando per decenni assecondando la mia natura di
fiuta senso.
Lo sentivo,
fin da piccolo, ma ero stato condizionato a negarlo dalle troppe e costanti
spezzature.
Così per
lungo tempo mi sono dedicato all’intelletto. Ma non basta, almeno non ancora.
Per me
parlo di amore, quello universale, quando parlo di synfisica, ricomposizione
tra fisica e metafisica tale per cui si riconosce il metafisico in ogni cosa
tutto attorno e dentro il tutto.
Ma ho
dovuto studiarci vari anni, dopo l’illuminazione della rivelazione iniziale,
proprio perché volevo ricondurle a qualcosa di oggettivo. Ci tornerò.
Adesso le
spezzature, dopo quelle già raccontate.
Ho già
detto di almeno due, forse tre, grandi amori, puri, totali, universali.
E’ un
privilegio.
I più non
ne conoscono che il cosiddetto primo, ma spesso nemmeno.
Invece io
ho sempre avuto la sensazione che l’amore mi venisse a cercare, come fa con
tutti non sempre disposti a riceverlo, in tanti modi.
Gli
amori, i cani, le percezioni.
Eccolo
qua, il senso profondo delle cose.
Il fiuta
senso e’ il fiuta amore.
E il
compito e’ fiutare per sé e per tutto, oltre il tutti.
Ma ripeto
che prima bisogna studiare.
E per
studiare intendo sofferenza, il dolore opposto dell’amore, con la abitudine
alla quale si riconoscerà il contrario.
Oppure
basta avere fede, che se depurata dall’iconografia antropomorfa geolocale che
la circonda, e’ un dono, un infuso di essenza per tutti e per tutto.
Però per
varie circostanze, ogni volta questa connessione con la forza universale mi
veniva spezzata, il che probabilmente in 40 anni di privazione mi ha portato a
razionalizzarne la rimozione in una sorta di parcheggio della speranza.
Dai e dai
mi si era affievolita, svanita in apparenza, la percezione d’amore a cui sarò
destinato come tutti.
Ci vollero
20 anni a ricucire le spezzature. Poi riesplose universale.
Con la
sensazione di essere fatto apposta per amar la meraviglia, già a partire da una
maniglia.
Nel
frattempo, il mercimonio.
Matrimonio
d’amore proprio no, celebrato mentre i miei erano in ospedale con tanto di giusto
gran rifiuto dei parenti del mio lato a partecipare alla funzione. Ma senza il
troppo convinto mio.
Naturalmente
in attesa della fede, fu un matrimonio comunale, poco amoroso e assai
contrattuale.
Una
replica di quello genitoriale, ovviamente, con la mia recondita speranza che
rendendola ricca si sarebbe presa cura della mia solitudine. Funzionò finché
non arrivarono le malattie dei miei.
E poi la
mia. Tradimento alla prima diagnosi di schizofrenia.
L’avevo
detto che la rivelazione e illuminazione non sono gratis.
Una
settimana dopo che ebbe promosso il ricovero coatto, venne in clinica mentre
riuscivo solo a sbavare di psicofarmaci, e mi chiese la separazione.
Milionaria.
Acconsentii
al volo, per la sola sua domanda.
Spezzaturona.
E’ morta
una decina di anni dopo per un tumore fulminante mentre io procedevo poco
adelante tra psichiatrìe e semilibertà in cui mi aveva proiettato.
Ancora
oggi per me e’ un grande gesto di amore quello che mi ha privato della sua
esistenza, donandomi tanta sofferenza successiva, di cui io so essere grato. E
mia figlia, che merita un capitolo a parte.
Prima di
parlare delle mie colpe bisogna ripartire dall’eredità e dal relativo mollo
tutto, finalmente sono ricco.
Me lo
sono meritato, ho rispettato il patto con i miei.
Ma c’era
qualcosa che non tornava.
E per un
fiuta senso era importante.
Da dove
venivano quei soldi.
Avevo la
netta sensazione che fossero sporchi, come tutti i soldi tanti sono sempre.
Non olet
non e’ vero, piuttosto non videt.
E mi iniziò
anche a venire il sospetto che molte delle mie spezzature fossero generate
dalle colpe dei miei.
Ancora
non pensavo alla mia di colpa, ma solo alla colpa da nemesi.
Avevo
ragione, ma non era ancora il momento, il mio sarebbe arrivato dopo.
Prima dovevo
sapere.
Allora mi
iniziai a chiedere se non fosse questione di nemesi, ma fosse un dono, inteso
altro dalla ricchezza.
E se li
avessi ricevuti proprio per lavarli?
A
conferma riceverò ancora delle sorte di preilluminazioni e mi dedicherò per
lungo tempo a cercare di fare o concepire cose utili per tutti, fino alla
conferma e dono supremo dell’illuminazione folgorante.
Che mi
deviò in manicomio. Schizofrenia un cazzo.
Intanto
emergevano parti di un quadro fatto di segreti di mio padre.
Chi fosse
realmente.
Cosa
volesse dire essere il braccio destro di un noto personaggio.
Perché
girare armato
Perché
sempre nell’ombra.
Che ruolo
avesse avuto dopo la guerra e nella ricostruzione.
Come
avesse lasciato incarichi ministeriali per la carriera da braccio destro e se
solo per soldi.
Perché
non si parlasse mai di politica, tranne che per incensare certi terroristi che
avrebbero dovuto chiedere a lui a chi sparare.
A volte
addirittura i nazisti, che avevano
ragione a voler gassare tutti i vecchi.
Insomma
non si sapeva niente.
E io
sentivo un empito di amore che mi diceva che dovevo sapere.
Fino a
che un giorno qualcuno di affidabile mi disse che era un funzionario dei
servizi segreti del Vaticano.
Ricollegai
alte onorificenze, strani personaggi bancari, benedizione del Papa al funerale
con tanto di citazione “che la mano destra non sappia cosa fa la sinistra”.
E mi
documentai su questa Entità, fino a scoprire che finanziava guerre religiose,
altre pratiche oscure e addirittura il dossier Odessa.
E fino a
qui niente di nuovo.
Quello
che trovai di nuovo era il come.
Si
menzionavano esplicite le truffe con i derivati del petrolio. Mio padre.
Mi si
ricollegò tutta una vita di storie.
Ripensai
all’educazione ricevuta.
A cose
citate in precedenza
A Ketty
Turatello, mafiosa, che mi parlava di sedute spiritiche e che lui era il
demonio.
E infine
la più classica e palese delle confessioni.
Due
giorni prima di morire, mi guarda e mi fa: “certo che ne ho fatte di porcherie
in vita mia. Questa e’ la mia punizione”.
Non bastava
essere la sua creatura, pure il confessore.
Lo feci,
allora, e gli diedi la mia assoluzione.
Gli dissi
di non preoccuparsi che non c’entrava niente.
A 72
anni, a morire, si e’ in perfetta media. Bassa, ma pur sempre media.
Resta il
fatto che resto solo con mia madre. Mia moglie non la ricordo nemmeno.
Quel buco
nero di tappezzeria a cui cercare di infilare nutrimento anche a tradimento.
Un giorno
all’ennesimo “non ho fame” io sbottai una protesta filiale.
Ma perché
fai così, prima con papà adesso con me? Io sono qui apposta.
Occhi di
gelo mi risposero che la vita non aveva più senso e che lei era sola.
Io non
esistevo. E grazie tante al contratto di accudimento stipulato con mio padre.
Il fatto
e’che non doveva avere avuto una vita felice.
Sempre a
fare da vicecapo, nell’ombra. E prima ancora come ragazza madre sola nel
dopoguerra.
Tutti bei
razionali, fino al trauma terminale che l’avrebbe uccisa.
Non
essendo riuscita a salvare la figlia, che si salvò anni dopo da sola, non
riuscì nemmeno a salvare il nipote, morto bambino di tumore al cervello.
Abbiamo
una certa storia esoterica in famiglia.
Una
sorella infine esorcizzata, un padre surrettizio demoniaco, una madre rivelata stregata.
Ricordo
bene il matrimonio retard di mia sorella, con un angelo d’uomo, poi morto dopo
un calvario di leucemia, e l’angioletto di figlio che correva per tutta la
chiesa. Tutto inutile di fronte alla chiamata agli angeli del nipote.
Non me lo
perdonerà mai, disse mia sorella. Ma se così fu si era sbagliata di soggetto, perché
diventò lei perdonatrice.
Ricordo
che quando parlo di metafisico in genere, lo faccio su base fisica, non parlo
di generici influssi soprannaturali, ma di fenomeni naturali. Non vedo, non
credo? Perché non guardi o ascolti.
Ma
torniamo a noi. Morto di luglio, mio padre, mi dovetti inventare qualcosa e
decisi da nuovo capofamiglia di portare tutti a Maratea. Noi, inclusa mia
moglie e mia madre.
E loro,
tutta la famiglia nera di Bernarda, la mia tata di infanzia di Capo Verde.
Cinque negher in casa Aroldi.
Sciagura
per cui serviva una fattura
Vincevano
decisamente loro, e io avevo bisogno di vita attorno a noi, con doppia coppia
di adulti e bambini e un angioletto down, negretta, perché in Africa non si
abortisce.
Che
lezione.
Compassione,
no grazie. Accettazione, ma va cagare. Scompisciamento continuo, ecco cosa
suscitava una volta caduto il sipario
dello stigma. Un genio di bambina di rapace meraviglia.
Ogni
volta che si avvicinava a mia madre quella rivelava la sua vera natura.
Sciò,
sciò, le faceva con il piede, mentre osservava furtiva quell’orda di negri che
le avevano invaso la casa.
Non so se
fosse sempre stata così, le tappezzerie dissimulano per natura. Ma non diceva
niente.
Di sicuro
la morte del nipote, unico angelo puro della sua stirpe, le aveva lasciato una
rabbia verso il mondo tutto, che dissimulava fino a che non le scappava
irrefrenabile quello sciò sciò.
Un giorno
trovai semisepolta sotto una edera un bottiglia piena di pipì con un reggiseno
avvolto attorno.
Chiamai
istintivamente Bernarda che me la tolse dalle mani e mi disse di andare via.
Sciò,
sciò, questa non roba per voi bianchi.
Voi avete
dimenticato. Ci penso io,
Tu vai
via e non parliamone mai più.
Una
macumba, insomma, chissà se di mia madre o contro mia madre. Il culmine sarebbe
se fosse stata di mia moglie. Ora, anche se non vedo non credo, troppe
occorrenze per essere coincidenze dovrebbero fare vedere che vedo. Anni dopo qualcuno
mi disse che era una strega. Non so con quali poteri esoterici, ma mi mancava
giusto quella.
Forse lo
era diventata, vendendosi l‘anima al diavolo dell’ira per il torto subito, o la
colpa della morte delnipotino
Dopo
l’esoterismo di mio padre ecco l’evocazioni di mia madre. Era una cosa di
famiglia quindi, che mi sembrò d’istinto una famiglia di cattivi, di cui io
dovevo subire la nemesi.
E il
contrappasso
Malpensiero.
Tutto
nacque da un malpensiero
Io che
credevo di essere il buono, ero come loro.
Un giorno
feci bene i conti.
Tra tutti
gli ammennicoli e la corte dei miracoli spendevano un miliardo all’anno.
Era il 2.000, mi pare.
Come
facevano?
Case,
auto, barca, cameriere, autisti, marinai, vestiti, gioielli, regali e un
generale tenore di vita improntato al se costa caro e’ bello e buono,
giustificato con una subconscia sindrome da arricchiti che li portava a
spendere e spandere a più non posso.
Mio padre
mi diceva che disprezzavo tutto quello per cui avevano lottato tanto.
Ma io
semplicemente non ne vedevo il senso.
Mancava
la misura.
Avevano
70 anni, quando sono morti, e 10 miliardi in cassa che all’epoca sembravano
enormi.
Ma in
altri dieci anni sarebbero finiti in miseria, relativa, nel senso che si
sarebbe sgonfiato da solo il delirio di onnipotenza monetarico.
Capii perché
mio padre mi voleva far fare i soldi a tutti i costi.
Nel suo
progetto contrattuale dovevo continuare a mantenerli io, l’erede al trono del
regno che non c’era.
Era la
logica per cui nei paesi molto poveri si fanno tanti figli.
Punto su
tanti e uno ci salverà tutti.
Mio padre
aveva puntato tutto sull’unico cavallo, l’erede.
Ebbi il
malpensiero.
Meno male
che sono morti.
Così io
sono libero di essere ricco e ricco di libertà.
Si pecca
in pensieri, parole, opere e omissioni
In
gradazione decrescente di importanza
Perché il
pensiero è materico e diventa neurosfera con la quale ci si allinea alla
radiazione di fondo che veicola il qbit primigenio.
Oppure ci
si disallinea, in distorsione dello stesso messaggio primigenio, che trasporta
la perfezione della creazione, percepibile ovunque, anche oltre la nuova
trascendenza che chiamiamo big bang.
Sempre di
Dio si tratta.
Insomma è
tutto scritto, pure in dinamiche dominanti e non solo in dettagli, come in una
traccia di vinile.
Il mio
cattivo pensiero, rimasto infisso come traccia di vinile, mi perseguiterà per
buona parte delle mie vite seguenti.
Carmapasso.
Che
dovrebbe iniziare dopo morti, invece siccome le vite che viviamo non sono una
ma tante, inizia subito.
Capii che
l’unica via per affrancarmi verso il “nirviso” era che li dovevo riciclare.
Sia i
soldi che la libertà che mi avevano sempre dato.
In
pensieri, parole, opere e missioni
Dovevo rendermi
attore consapevole del mio pensiero e non di quello diabolico paterno.
La mia
colpa era avere voluto i soldi ed essere sottostato al contratto paterno di
mutualità.
Ma ciò senza
volere dire che non lo avrei fatto lo stesso, perché volevo loro bene.
Il
peccato era nel malpensiero.
Vi
curerò, vi accudirò, vi accompagnerò.
Si, ma ci
guadagnerò.
La mia
colpa era averli attesi e voluti, quei soldi
Non c’era
niente di gratuito nemmeno nel mio amore filiale.
Il che di
per sé e’ il principio delle puttane.
Non
sempre fingono, ma di certo si pagano.
Ci voleva
la lavanderia morale.
Mica
facile.
Dal
contrappasso nemetico e dal carma non ci esci con uno schiocco di dita.
Iniziò
spinta da un irrefrenabile bisogno di fare il còmpito, senza sapere ne
chiedermi se sarebbe mai riuscita e finita.
Ma anche
in questo caso, come fu per l’amore filiale, c’era una sorta di malpensiero a
guidare, dimentico della forza dell’amore.
Guidava
tutto l’intelletto traditore, che amòr curi dottore.
In
pratica ero che io ne sentivo il bisogno e in quanto tale era ancora un atto
egoistico.
Un
còmpito e basta, si. Ma per passare un esame.
Il senso
era inquinato di sé, pur se animato di profonde intrinseche buone intenzioni.
Non avevo
quella visione universale che sarebbe arrivata poi, e con quale botta.
Feci per
anni consulenze pro bono nel settore no profit.
Feci
microcredito. Api, capre, orti, scuole.
Mettevo a
disposizione soldi ed esperienza e cercavo di insegnare, forse prima
manifestazione della profetizzazione perenne futura ventura.
Non
arrivai subito al sanocapitale, il microcredito senza la convenzione di
interessi e proprietà privata e ad altre teorificazioni economiche.
Continuai
con la beneficienza in continuità con mo padre, ma era poca e simonìaca.
Mentre io
avevo una costante fame di altro,ancora poco vorace.
Un appetito
direi, ma che sarebbe diventato ferocìa leonina solo più avanti.
Al
momento ero educato alla ricchezza, avevo ricevuta la ricchezza e ignoravo un’altra
forma di ricchezza, troppo impregnato della fame di altro intrisa di volontà di
non volere.
Quella
che abbiamo tutti e di cui siamo fatti che e’ la bellezza dell’amore universale
gratuito.
La piccola
espiazione da carmapasso non bastava.
Ma ci
pensò il padreterno a mettermi sulla giusta via, con una piccola illuminazione
iniziale che il mio compito fosse insegnare a trovare alternativa. L’altra via
che, come noto agli scoiattoli, c’e’ sempre.
Mi misi a
scrivere per missione, se ricordate il contrario della omissione.
Ma sempre
senza rischiarci niente, se non del tempo che avevo in abbondanza, seppur non
pretendendo nulla in cambio.
Scrivevo
per il web, ma non inteso come pubblico quanto proprio come neorete neurale
dell’umanità intera.
All’inizio
scrivevo di ciò che conoscevo, ma spinto da un bisogno costante di sovversione,
guidato dal compito di capire cosa non andava e come cambiarlo.
Dopo una
prima prova di analisi critica di tutto ciò che avevo fatto e visto e studiato in
materia di danari fino a quel momento, e alcuni testi di analisi critica
d’economia, arrivò un primo risultato.
La Refaso,
Revoluzione delle farfalle di sopramezzo, teoria di redistribuzione evolutiva
della ricchezza, ispirata da quello che cercavo di scoprire di dovere fare io.
In pratica se ogni classe media cambiasse modello, avremmo avuto la soluzione pacifica,
revoluzionaria, ai problemi del mondo.
E questo
io lo stavo facendo, seppure sempre con poca fatica.
Non mi
folgorò, ma iniziò a farmi vedere la via.
In mezzo
a una vita straordinaria e ordinaria al tempo stesso, e prima che si
manifestasse in furore profetico, forse in principio egotico, il tarlo della
lavanderia morale mi spingeva a cercare di creare un modello alternativo per il
mondo intero. Egotico, in effetti, ma in realtà basato sull’idea di cellule
replicabili.
Non avevo
digerito che un modello ero, o dovevo essere, io.
Con un soft landing da decrescita felice, la redistribuzione,
l’impiego dei soldi per cose utili.
La
revoluzione tutta da solo, per la quale partii dai miei quadranti di spazio, i
fazzoletti di quadrante in cui ognuno deve essere profeta di se stesso per
compito di vita.
In croce
mica ci si va per delega.
Partito
dalla revoluzione delle farfalle di sopramezzo, il senso si manifestò compiuto
quando finalmente capii che non si poteva essere ricchioni con i culi degli
altri, almeno non senza approvazione.
Ricevetti
una illuminazione delicata, forse già non principio fiammeggiante, ma tanto mi
bastò a capire che era quello che dovevo fare.
Dovevo
fare il modello, se non altro per dimostrare che non ero chiacchiere e
distintivo, ma anche perché oramai sapevo di essere circondato di non vedo non
credo.
E
concepii un figlio: il nuovomondo.
In realtà
qui si accavallano gli eventi.
Il nuovomondo
nacque per pazzia secondo tanti, e mori dopo, a causa di altra pazzia.
Ma
siccome ci vollero parecchi più dei sette giorni, riposo incluso, il racconto
si biforca, parte dal nuovomondo e dopo ritorna sulla pazzia.
Il nuovo
mondo era si questa volta atto d’amore.
Una
visione di economia rivoluzionaria, agricola, circolare, sostenibile, di
informazione, di sanocapitale per terzi, di vari siti web.
Arrivai a
concepire un intero mondo tra terricolo, ecologico, socioeconomico,
finanziario, binario. replicabile n volte da parte di tutti i ricchi che
vivevano da parassiti monetaristici.
Devo dire
a onor del vero che germinò anche grazie ad un antico innesto postomi da mio
padre decenni prima. Non studiare filosofia. O ingegneria o economia.. Studia
agraria così poi molliamo tutto e andiamo in campagna.
Io fui iperbolico e andai
molto oltre.
Creai la
microeconomia adattiva complessa, come antidoto al parassitesimo dei ricchi.
Due
società : Evoluzionaria e Metagricola
Questa
volta ci misi i coglioni, e ci rischiai gran bei soldi. La metà più o meno.
Ma la
visione era troppo nitida e l’egotica luccica: e’ tutto talmente chiaro che non
può non funzionare
Comperai
terreni, cascine, trattori, attrezzature per il vino, un laboratorio per
confezionare prodotti, siti web per avere mercato, per avere distribuzione di
prodotti innovative, per avere catene corte fino anco nella musica live in
cascina, per avere rinnovabili da fotovoltaico ed eolico.
Insomma,
tutto quello che potetti immaginare ce lo misi dentro e lo ricucii sotto la
bella definizione di microeconomia adattiva complessa, che nei sistemi
complessi autoemergono ordine e autoconfigurazione.
E si auto
configurano nel senso che si equilibrano, così se una parte non va ce ne e’
un’altra che va.
La teoria
dei sistemi complessi mi aveva davvero affascinato per non dire di più.
L’ordine
che autoemerge dai margini del caos. Sapete l’ordine naturale delle cose.
Se non
era Dio quello.
Tutto il
sapere accumulato era li.
Un bang,
un qbit di principi di base, un po’ di rimescolamento, ed eccolo lì l’ordine
naturale delle cose.
Ma la
lavanderia morale profit, invece che no profit, piacque poco alla mia oggi ex
moglie che aveva paura che ci mettessi tutti i soldi e lei restasse senza
assegno e casa.
Aveva
ragione, sarebbe andata così.
E decise
di fermarmi.
Qui si
streccia l’intreccio iniziale.
Già
ricoverato una volta per schizofrenia camuffata da manìa, e adesso ci torniamo,
ebbe gioco facile la seconda volta e io mi ritrovai sotto controllo del
tribunale.
La
chiamano tutela, mai capito di chi, se mia o sua.
Ci aveva
già provato anni prima mia sorella, ma senza esito.
Mia
moglie invece aveva controllato a distanza, fino alla zampata finale.
Mi trovai
in casa medici e carabinieri e tanti saluti alla Mac.
Ma non
importava. La lavanderia stavolta aveva finito, e quello che restava restava,
mentre il resto era in circolo a cavallo delle idee di quella che ancora non
avevo chiamato neurosfera dalla quale avrei profetato.
E giunse
l’ora. Stavo lavorando probono per i sindacati su un grande azienda, soldi
senza Refaso, alta finanza, ruberìe, tanti lavoratori da difendere. Il mondo
dei ricchi al microscopio.
Insomma
tutto il campionario da Carmapasso espiato con il tocco ricevuto del compito da
svolgere.
Ero
pronto, evidentemente, e arrivò l’onda, gravitazionale d’amore, che io percepivo,
e addirittura poi vidi, fino in muri storti e palazzi pendenti.
In
principio fu una accelerazione cognitiva che mi faceva elaborare informazioni e
trovare connessioni alla velocità della luce. Più scavavo più trovavo, oltre il
limite normale, tra la meraviglia di chi assisteva.
Smisi
praticamente di dormire e mangiare, nutrito di acqua e zuccheri.
Avevo le
pupille dilatate costantemente, tanto che la paranoia mi induceva a credere di
essere stato drogato. Mi cercarono di spiegare poi in neuroscenze che secernevo
eccessi di ine, dopamine, adrenaline, serotonine o altre, ma tutto da solo. Non ero drogato per
capirsi, ma non mi convinsero. Sapevo solo che ero “toccato” dall’esterno e all’epoca
la chiamavo frenosofìna, la droga divina.
Diventai
elettrico. Sia fotovoltaico che statico. Bruciavo chiavette e pc appena mi avvicinavo
senza avere scaricato a terra l’elettricità. Mi ricaricavo di energia ballando
e sentendo musica, guardando il sole o la luna per nottate intere. Quando
arrivava alto il sole mi buttavo stremato sul letto dopo avere fatto il giro
del mondo ballando fermo nel mio giardino, ruotando insieme alla neurosfera
rispetto alla terra. E, poc. La televisione si spegneva da sola.
Percepivo
la rotazione terrestre, che anni dopo scoprìi influenzata dal peso gravità del
pensiero di quella che allora chiamai per tutti neurosfera. Una volta ebbi la
netta certezza di averla fermata per farla tornare indietro.
Sentìi un
terremoto a Londra, dove stavo indagando su alcune società sporche. Ma io ero a
Roma e il terremoto a Londra non si era mai sentito ciò che mi fece pensare di
averlo indotto io, insieme alla rabbia della neurosfera.
Vedevo la reincarnazione
delle anime, soprattutto negli animali. Una coppia d’aquile a due metri dalla
testa erano i miei genitori, un leprotto al cimitero mia madre, un ermellino
nasconderello mio nipote.
All’inizio
mi sentivo spiato, poi passò e io mi sentii osservato e soprattutto da
osservare.
Il modello ero io con tutto quello che facevo, che per spiegare
non bastava la parola ma ci volevano i
pensieri le opere e le missioni. Bisognava guardarmi, anche inconsciamente, e
io feci in modo di entrare nelle reti creandomi una gabbia di Faraday con i
cavi elettrici di casa la cui corrente mi teneva in sospensione
elettromagnetica in grado di farmi accumulare particelle di pensiero da fare
fiottare poi dalle finestre e negli
schermi. Mi riconoscevo il pensiero in tv o sul web. Stavo predicando.
Ero
talmente magnetico che mi tiravo dietro le nuvole, o le spingevo via con tanto
di arcobaleno a corredo.
Mi
divertivo con la fisica e le scienze. Una volta feci il vento di bora a Milano
dall’aria estiva immobile, giocando con i condizionatori di casa.
Bloccai
Echelon e le reti di telecomunicazioni per alcuni minuti con una mail di decine
di pagine di insulti e minacce mandata urbi
et orbi.
Feci il
mare a Milano lanciando liste di fogli pieni di nomi dei proprietari delle
società off-shore scoperte, fuori dalla finestra. Volando in strada sembravano
gabbiani.
Emanavo
luce, con tutto il suo magnetismo, per cui ogni volta che entravo da
qualche parte tutti si voltavano. Mi
dissero che brillavo come un lampadario.
Iniziai a
parlare da oracolo, e sempre più velocemente facevo associazioni, tanto che i
parenti iniziarono a non capire. I famosi neuroscensati la chiamano insalata di
parole, ma quelli non capiscono un cazzo. E’ solo che la lingua meccanica, o le
dita se scrivi, vanno troppo piano per il pensiero .
Andai
anche da un cugino prete a dirgli che era una illuminazione, e quello mi disse
“se e’ una illuminazione lo decidiamo noi”. Domenicano inquisitore. Ma intanto
io predicavo in ogni modo,
Poi dopo
un anno il compitò fini. La grossa società per cui avevo lavorato venne
smascherata in toto.
I miei
neuro parenti mi tesero una trappola e mi fecero ricoverare, sempre con la più
o meno inconscia ratio di proteggersi il loro sterco del diavolo.
Solo un
amico psicologo non mi diede del pazzo e mi disse : “troppe occorrenze per
essere coincidenze”.
La prima
volta non si scorda mai, proprio vero.
In realtà
non è del tutto vero. Nemmeno questo è del tutto vero.
Si vede
che non è il vero vero.
Contrariamente
ai luoghi comuni esistenti, io non ricordo più quale fu la prima volta in cui
mi manifestai matto, perché ogni volta successiva ricorrevano temi simili ed il
tempo rimescolava e sovrapponeva tutto nel mio cervello partizionato e
stratificato.
Comunque,
facciamo finta che ci sia una cronologia e ripartiamo dalla prima volta.
Fui
dunque toccato dalla grazia divina della
manìa, che in greco antico vuol dire furore profetico.
Bastava
dirlo subito e tutto sarebbe stato chiaro, e invece paroloni neuroscentifici si
dimenticarono l’essenza. Diffidate dei tecnici si innamorano della tecnica e
perdono di vista il quadro di insieme
Io invece
facevo il profeta.
Ero una
reincarnazione moderna di un Gesù. Anni dopo conclusi che in uno spazio
frazionato in quadranti siamo tutti profeti di quadrante, come archetipi
geolocali in un lenzuolo di fazzoletti cuciti tra loro.
Vedevo
lucide cose e verità che altri non vedevano.
E mi
sentivo, ed ero, connesso con tutto.
Flussi di
energie che tutto pervadono mi attraversavano, rendendomi come una specie di
dispositivo di ricezione fatto per captarle, veicolarle e poi trasmetterle
Cose tipo
le anime, i pensieri, le essenze.
Ero
un’antenna. Anzi, per meglio dire: un’antennanima.
E dovevo
rendere tutti partecipi della mia missione di scoperta di conoscenza, diffondendo
quello che imparavo. Era compito imprescindibile.
Predicavo
e insegnavo il verbo, in continuazione, discettando su ciò che fosse bene e ciò
che fosse male, spesso in qualsiasi
argomento e con chiunque mi capitasse
E non
solo dilettandomi nel discettandomi tra opposti come bene e male, ma più
genericamente avendo da dare visioni su tutto.
Più che
bene e male, direi che era questione di essere o non essere.
E come
noto mi rinchiusero in manicomio.
La prima
volta in manicomio e’ sconcertante.
Dall’oggi
al domani ti ritrovi senza più niente, soldi, case, cose, e vabbe’.
Finisce
la libertà in un istante e tu ti ritrovi anche solo col dubbio nella fede nel
compito, e ti chiedi se era vera, se ne valeva la pena
Ti legano
a un letto perché protesti, e quella e’
la parte più forte, il culmine, con cui ti tolgono il tuo te stesso a
partire dal corpo.
Poi dopo
il rifiuto e le inutili proteste iniziali arriva il momento in cui l’istinto di
sopravvivenza ti fa abbozzare, per dissimulare,
Cominci
ad ammettere che avevi torto, mentre quelli provano ad eroderti la meraviglia
che hai vissuto.
E tu
capisci che devi fingere di rinunciarvi, se vuoi che ti sleghino, non solo
metaforicamente, dal letto e ti aprano le porte di un fazzoletto di cortile di
50 metri quadri denso di umanità interrotta.
Tutto
circondato dai matti veri, spesso i più simpatici di tutti, ma a volte
inquietanti. Uno che si spegne la sigaretta addosso offrendoti di imitarlo, uno
che piscia dovunque, uno che ti delira addosso incomprensibili flussi ideativi,
uno che si crede un cane e cera di montarsi ogni gamba che incontra, uno che
cerca di strangolarti perché glielo ha detto il demonio.
E tu che
ti chiedi quale parte del compito hai sbagliato, senza ancora sapere che non hai sbagliato niente ma semplicemente sei
in croce per prova.
E così
piano piano riprendi inconsapevole il ritmo del compito e dopo il rifiuto
accetti per indole, e cerchi di renderti utile coi tuoi nuovi umani, contenendone
uno o donando una parola a un altro.
Tanti ti
scambiano per un medico, e forse non sbagliano di tanto, sei sempre un
profeta dell’anima di quel quadrante di dolore.
All’uscita
6 mesi dopo non c’era più niente. Un misadattato dal mondo. L’amata mac
suicidata, la moglie ibernata nei ricordi, la coscienza rasata.
E il souvenir
dell’illuminazione.
La
seconda volta, però il compito fu che mi
chiesi da dove arrivassero tutte queste energie.
Iniziai a
documentarmi leggendo e studiando di vari argomenti, dalla fisica alla biologia,
alla filosofia alla psicologia, alla sociologia all’economia, alle reti, alla
informatica, alle neuroscienze e alle scienze in generale.
Cercavo
l’intelletto. Sentivo il compito di comprenderlo nelle sue dinamiche dominanti,
perché non volevo abbandonarmi a pratiche esoteriche.
E sentivo
distintamente che ci ero stato mandato, in quella missione.
Perché il
tutto è di pensiero,il quale è un sistema adattivo complesso fatto di tante
parti interconnesse, autoemergenti, che erano tutte da svelare.
Mi
serviva un’ontologia, però, il mio ambiente dell'essere in quanto tale, nonché
delle sue categorie fondamentali, che si diramasse in percorsi neuronali miei
specifici e poi condivisibili.
Ma ancora
non sapevo perché. E iniziai a parlare di civiltà dell'intelletto.
Ma dovevo
capire di più di interconnessioni e pensiero.
Questa
volta non mi limitai alla predicazione.
Mi armai
di pazienza studio che trasposi in scrittura, certo che servisse a qualcosa. Per
5 anni,
Scrivevo
per il web, non inteso come pubblico, ma proprio come amplificatore di sistema
neurale di Gaia.
Anni dopo
la chiamai Neurosfera.
Era
compito affidatomi quello di insegnare alla rete gli schemi di pensiero che
avevo nidificati dentro me, come tutti, e che dovevo slatentizzare mano a mano,
documentandomene.
Non ero
il solo. Mi sentivo di natura extraterrestre, e come uno dei messia dovevo
portare un messaggio che solo in pochi possedevamo, ma non perché’ ne fossimo
proprietari quanto proprio preposti diffusori.
Eravamo
un nucleo di neuroni carico di sinapsi, destinati a dialogare anche
indirettamente senza nessi causali, per alimentare l’intelletto collettivo e
metterlo in connessione. Accenderlo.
Scoprii
quindi che parola e pensiero hanno un peso e che tutto resta inciso nel tessuto
del campo gravitazionale, come in una traccia di un vecchio disco di vinile.
E quindi
parlando e pensando, correttamente, si può condurre e alterare la gravitazione
terrestre, mettendoci sulla giusta rotta circolare in grado di ricevere
correttamente la radiazione primigenia densa di qbit primordiale,
Vale, per
inciso, anche il contrario. Ovvero la gravitazione, facendoci passare sulle
stesse tracce di vinile, risuona parole e pensieri già incisi, influenzando
quelli in corso. E può darsi che le tracce di vinile su cui ripassa siano
deviate, “gracchianti” per così dire.
Ma quelle
più presenti e quelle più pesanti, perché’ ricorrenti o perché’ archetipi
dominanti, si fanno sentire di più e alla fine la somma di tutto dà un
risultato maggiore di zero.
È il miracolo
dell’esistenza del tutto, a partire dal vuoto non vuoto.
Impossibile
da concepire, almeno per ora da noi, eppure pervaso d’ovunque.
Comunque,
eterno ritorno, corsi e ricorsi, coazione a ripetere sono esempi tutti, dunque,
di questioni di fisica.
Finalmente,
chiamai tutto ciò con il nome di civiltà dell’intelletto.
Ed era
importante perché’ un corretto allineamento del peso del pensiero collettivo
doveva servire a rimetterci sull’orbita giusta, dato che credevo ancora con
forza che alterazioni gravitazionali di possibile provenienza da un buco nero,
ci stavano risucchiando verso un cataclisma finale.
Ancora
non sapevo che il problema non era il buco nero, che anzi era lì per darci
energia e informazioni, quanto il fatto che le distorsioni di pensiero
dell’umanità, deviata dal modello, determinavano una dislocazione di peso della
neurosfera che ci alterava la rotazione, determinando una perdita di equilibrio
rispetto all’armonia del disegno
universale.
Si
trattava quindi di raddrizzare l’asse terrestre che oscillava pericolosamente,
facendoci precessare come una trottola che sta per cadere.
Il
pensiero e la parola da risvegliare e diffondere erano quelli basati su
principi di base, dinamiche dominanti, leggi universali, principi fondanti, diritti
naturali, archetipi e simili, che erano già contenuti nel disegno originario
della creazione, diciamo nel qbit primigenio del big bang, il primo uovo denso
di codice informativo con cui tutto cominciò, e che noi salvatori portavamo
nidificato nel nostro algoritmo genetico.
In
sintesi si trattava del buono, del bello e del giusto. Cose di questo tipo.
Quelle da armonie celesti.
Da
contrapporre al cattivo, brutto e ingiusto che in effetti erano causati da una
cattiva ricezione del codice originario veicolato dalla radiazione
elettromagnetica di fondo.
Un
errore. Dovuto alla distorta inclinazione magnetica rispetto a quella fisica.
La
creazione, almeno di questo universo, avrebbe dovuto essere perfetta, umanità
inclusa, ma in realtà era nata con una distorsione, forse legata proprio al
fatto che la fluttuazione quantistica del vuoto del big bang ci mostrava solo
una parte e non la sua correlata contropartita universale.
Vedevamo
una creazione spezzata, sintetizzabile nella dicotomia tra fisica e metafisica.
E noi
dovevamo correggere la distorsione alterando il campo gravitazionale a suon di
parole e pensieri, di modo che l’universo potesse smettere si espandersi e
comprimersi e si mettesse a ruotare in verticale in una sorta di suo naturale
equilibrio perpetuo immune dal risucchio di ogni buco nero.
Eravamo
uomini celesti.
E il
codice che portavamo dentro il nostro algoritmo genetico era necessario a
connetterci tutti, anche avviando processi di mutazione genetica che ci
rendessero infine i prototipi replicabili degli esseri del futuro, già
progettati ma non ancora evoluti.
In
interconnessione telepatica ed in evoluzione esoalimentata, il tema era quello
del saltazionista potenziamento umano cui tutti eravamo destinati.
Si
trattava solo di innestarci nella rete neurale di Gaia, la neurosfera, passando
dal moderno amplificato strumento del web, prima semantico e poi chissà, e non
più solo dai tamburi di certe lingue tonali, in modo che potesse imparare e
quindi poi insegnare, autodeterminandosi come cervello autonomo seppur composto
da tutto, esseri viventi inclusi.
Macinando
trame e tessendo orditi coerenti con l’origine del tutto, il tessuto del peso
del tutto si sarebbe riallineato e noi saremmo stati salvi, o per meglio dire,
uomini.
Mi
rinchiusero in manicomio di nuovo.
E
disconnettendomi di botto dalla rete neurale di Gaia, interruppero il processo
ed il compito con violenta incoscienza.
Io non
capivo come potessero non capire. In fondo avevo scritto e documentato tutto
per anni.
Ma mi
mancava un pezzo.
La
ricongiunzione degli opposti.
Tra
fisica e metafisica, ci mancava la synfisica.
Avevo
perso di vista un archetipo di fondo, concentrandomi solo su energia e peso di
parole e pensieri, sulla civiltà dell’intelletto in radiazione
elettromagnetica.
Ma
mancava l’altro principio di fondo.
C’entrava
il peso.
Non era
solo questione di lieve energia dell’intelletto.
Ci voleva
la pesante forza dell’amore.
Senza la
quale il mio messaggio non veniva veicolato potente abbastanza da innestarsi
nel tessuto gravitazionale e raddrizzarci tutti.
E c’era
un perché’
Mancava
un mio atto di fede.
Perché’
di questo si tratta.
L’amore è
gravità.
E
viceversa.
E la fede
è una manifestazione d’amore.
Così
venni illuminato e mi fu concesso di vedere il grande atto di amore della
creazione e successiva evoluzione.
Perché io
potessi innamorarmene.
Una
rivelazione.
E fu
Synfisica, ovvero l a presenza metafisica in ogni briciola di fisica.
La
ricongiunzione di opposti tra energia e gravità.
In
interazione costante, con tutte le conseguenze del caso.
L’una
pompa, con l’energia del raziocinio.
L’altra
raccoglie e tiene insieme, con la forza dell’amore.
Questa
volta non mi rinchiusero in manicomio.
Anche se
forse sarebbe stata la volta più appropriata.
E io
smisi di scrivere quando mi resi conto che la missione era compiuta.
Me lo dissero
una notte le stelle, della costellazione del cane.
Il mio
amato cane, primo non abbandono della mia vita, umana e canina, per amore fino
alla morte.
Vidi
orbite ellittiche diventare circolari.
Capii che
l’uovo era seminato e sarebbe germinato da solo.
Lasciandomi
in eredità una ontologia privata di migliaia di pagine, parole e pensieri, un
mio ambiente logico semantico, dove posso seminare noccioli di pensiero che si
instradano nei percorsi neuronali già aperti, attivando tutto il mio dominio
che ad ogni click si illumini di impulsi, come il flash di un astronomy domine.
E smisi
di scrivere, almeno fino ad ora, quando mi è sembrato dovuto atto d’amore
quello di raccogliere i pensieri seminati e innestati e riordinarli, in modo sì
da ridondarne il peso, ma anche renderne più fluido il fluire negli schemi
neuronali della neurosfera stessa.
Un po’
come fare manutenzione all’urbanistica delle idee, per rendere il traffico più
fluido.
Per
amore, per amore.
Tutto è
sempre stato solo per amore. Così sono nate “Les Claufrenies”. Come compito di progressivo
parto, lento e doloroso.
Tutto
documentato in Les Claufrenies, nel dominio cloeconomie.blogspot.com, chiamato
così perché la fine del ragionamento della synfisica era la soluzione della
distribuzione di risorse scarse tra tutti, e l’economia e’ lo strumento stesso e va assimilata da tutti. Nei suoi mille altri rivoli persi tra le sinapsi di
Gaia, nella neurosfera.
E questa
si rivelò essere la mia missione.
Dovevo
essere lo scrivano.
Raccogliere
i messaggi dalla neurosfera, farli girare col rotore semantico e trasferirli a
terra in un centro di gravità per la mente.
Fui
predestinato allo strumento della scrittura, e scrissi talmente tanto da
perdermi nei rivoli del mio atto d’amore, di fede, senza curarmi del successo,
ma solo del fatto di riportare ciò che mi era stato concesso di vedere e poi di
capire.
Ma non fu
solo scrittura: pensieri, parole, opere e missioni.
Si, in
principio fu il flash, la luce.
Negli
anni successivi fu la croce.
Intramezzato
a vari altri ricoveri in manicomio, capii il valore della ridondanza e
ripetizione di una costante spiegazione che rinforza, di peso, l’equilibrio
della nostra rotazione.
E
scrissi, scrissi e scrissi.
Cercando
di rendermi sempre più comprensibile.
Il mio
compito era solo riportare.
Da bravo
scrivano.
Ma dovevo
farlo per farmi capire, a prezzo di infinita solitudine
E adesso
so già che con voi non ci sono riuscito a pieno. E quindi dovrò continuare.
Scrittura sinaptica, che non deve essere chiara, ma solo principiare schemi neuronali. almeno possibili.
Forse il punto non è comprendersi, quanto innestare.
Concedetemela
una parentesi d’amore. Un antidoto universale alla solitudine.
La
synfisica e’ amore in intelletto
E infine
e’ creazione perenne
Tra cui quella
creazione che replichiamo e con cui tutti crediamo di scappare alla morte.
La
quale invece e’ l’unica esperienza che
abbia davvero senso di essere vissuta.
Siamo
nati per morire e io non vedo l’ora di vedere come sia essere neurosfera.
Nel
frattempo si procrea.
Dimentichi
dell’etimo, quello che mi e’ stato dato vedere per dire che non si procrea per
se stessi, ma come sommo atto di amore.
E ciò per
alimentare quell’essere superiore cui apparteniamo, altrimenti crescibile solo
di pensieri, parole, opere e missioni
Sempre la
synfisica neurosfera universale
Invece io
per lungo tempo sono stato tra i cinici e, pur riprodottomi, cercavo il
razionale.
Forse perché
esposto all’abbandono continuo, oramai divenuto imprinting di solitudine,
l’unica forza che sento sempre e comunque a distanza tra lo spazio e il tempo,
che non esiste, e’ l’amore incondizionato per mia figlia che pure non vedo da anni,
Lontano
dagli occhi, ma sempre nel cuore, dovrebbero dire.
E sempre
ammesso che l’amore stia nel cuore e non in pancia come credo io, in quel
secondo cervello capace di produrre le emozioni
e non solo le intenzioni.
Quindi fu
la luna tramite il mio cane a rivelarmi che tutto e’ sempre stato solo per
amore.
E’ mia
figlia a ricordarmelo in ogni istante del tempo che non esiste ed e’ quindi
infinito.
L’amore
e’ trascendenza nella discendenza.
Il punto
e’ che Vittoria, così si chiama mia figlia, in quanto conclusione d’amore mi
permette di chiudere tutte le spezzature e mi riconnette con l’amore
universale, per il solo fatto di esistere.
Vittoria
e’ synfisica.
Ma lo
capisco solo oggi dopo tante vite, e dopo averla persa così tante volte per i
mille ricoveri e vicissitudini vissuti, fino all’affido attuale.
Un giorno
ebbi la malaugurata idea di aprire bocca a vanvera, e durante una lite dissi in
sua presenza che l’essere umano non dovrebbe fare figli, che ce ne sono già troppi e la vita e’ sofferenza e altre
cazzate prive di amore.
Spero di
non avere lasciato uno di quei traumi indelebili.
Ma
Vittoria ne ha passate tante ed e’ abbastanza forte da lasciarsela passare
sopra.
In ogni
caso, e’ ora di chiarirsi.
“Vittoria,
ti ripeterò che sei la cosa più bella di tutta la mia vita.
Ho avuto
tutto da questa vita, eppure la sola cosa che ha valore alla fine sei tu.
Sei la
mia vita.
Io ti
penso ogni istante della giornata.
Anche
quando faccio altro sei sempre li, come una pulce nell’orecchio.
“Ma puce”
dite voi francesi per essere affettuosi.
Siamo in
connessione costante
E se oggi
non sono più in connessione con tutto, lo sono con te.”
E’ questa
e’ synfisica, la metafisica fatta fisica.
Due sono
le esperienze fondamentali della vita.
Morire e
figliare.
Io metà
compito l’ho fatto.
Per l’altra
metà, aspetto facendo i compiti
E sarò
sempre tuo papà.
Voglio
per te tutto il bene.
Costizioni
e donizioni.
Ma
preferisco le seconde.
E’ il
prezzo per la rivelazione, quello delle costizioni.
Sono i
costi a cui si viene sottoposti senza possibilità di arbitrìo.
La fede
e’ un dono, ma mica gratuito.
Ti svegli
un giorno e sei sanitario, coi carabinieri in casa, una moglie che ti vuole
interdire, una figlia eradicata, una psiche dubbiosa di non essere certa.
Solo
ancora qualche soldo di libertà, in effetti perché mi hanno troncato la
microeconomia adattiva complessa forse come parte del disegno
Resto
nudo, pieno nemmeno di me stesso, oramai si educato all’educazione, ma spesso
dubitante della mia utilità mentale.
La
solitudine non era un problema, ci ero stato esposto ed educato tanto tempo,
solo un inconveniente.
Nei vari
ricoveri avevo anche imparato a farmi compagnia da solo, come già facevo da
piccolo.
Rimane
solo la ricerca di interazione umana, in ogni modo possibile, perché siamo davvero
animali sociali.
Soledad
quindi no problema, e poi tso e ricoveri, dopo il primo, in fondo durano poco.
Mi lasciò
con il senso di solo la morte della mac, il mio figlio secondogenito, crogiuolo
di educazione, intelletto e amore. Mi consola pensare che resta la visione
affidata al gravitone.
Si non ve
lo ho ancora detto.
La
neurosfera delle tracce di vinile altro non e’ che il campo gravitazionale dove
tutto ciò che muove massa rimane inciso come traccia di vinile.
Appunto
pensieri, parole, opere e missioni. Ma anche omissioni.
Naturalmente
le anime, la cui sostanza mi rimane ancora oscura, seppur non la presenza.
E la
morte che mi e’ sempre presente come atto principe di alimentazione della
neurosfera, tanto da non averne paura e aspettarla curioso con amore.
Si nasce,
si muore.
In mezzo
i compiti per alimentare la neurosfera.
Tutto
qua.
Nel
frattempo di solitudine, spariscono gli amori, sublimati universali.
Mia
figlia emigra, ma mi insegna i nuovi media per vedersi a distanza
Amici non
ne ho che uno, ma radicato nella realtà.
La famiglia
si scioglie non so perché. I cugini spariscono tranne uno.
Tutto il
resto cessa di esistere, come sempre del resto.
E rimane
una monade solinga, alla ricerca di costanti approdi nella deriva
dell’universo.
Capitano
incontri, a volte sprazzi di luce in cui ci si riconosce.
E intanto
si alternano compiti e doni.
Fare qualcosa e percepirne il ritorno.
Insegnare
per imparare dagli insegnamenti
Aiutare
per ricevere aiuto gratuito, e imparare a scappare dal presunto aiuto egotico
Risonanza
d’altrui sofferenza, risonanza d’empatia d’altrui presenza
Approdare
alla radio per scrivere testi in cambio di amore e risate di presunti malati.
Teatrare magno cum gaudio, io che il teatro e’
l’opposto della solitudine.
E dei doni
a caso apparente.
Conoscere
e aiutare migranti, persone,
perdenti. Percezioni cosmiche e terrene, per le quali vale il dono che troppe
occorrenze per essere coincidenze. Canali e flussi. Sincronicità.
E la
donizione suprema. Studiare e scribare
Studiando.
Il premio. Adesso dovevo, e non solo potevo, studiare quello che volevo o
meglio che inseguivo da sempre.
Scribando.
Adesso dovevo scrivere. Ma non per conoscenza da studi, quanto per esperienza
diretta.
Dovevo
riportare quel che ricevevo. Canali, connessioni, pensiero materico, amore gravitonico.
Insomma
lo scriba, lo scrivano, di me stesso. Con tanto di ontologia privata.
Che
privilegio di donizione. Senza prezzo.
E così studiando e scrivendo e studiando e scrivendo, con
gran fatica inseguendo le mie percezioni, arrivai sempre più in profondità, fino
a definire infine la synfisica come riunione di fisica in metafisica e
intelletto in amore, dicemmo.
La presenza metafisica in ogni cosa fisica.
La mia umile opera fu il premio al mio compito, che
adesso era pronto da diffondere, o meglio ancora era già in circolo nella
neurosfera.
Fu l’interazione tra pensiero, che e’ radiazione elettromagnetica
organizzata in rotori semantici, perché il pensiero e’ pesante e la terra gira,
e la sua instrada lungo le tracce di vinile dei canali del campo
gravitazionale, gravità che la guidava e
atterrava la forza dell’amore originale universale.
Ne uscì un trattatello di una trentina di pagine e figure
che, partendo dal big bang, e passando per buona parte delle dinamiche
dominanti, prima tra tutte l’amore, atterra alla Refaso, la revoluzione delle
farfalle di soprammezzo, ovvero il compito dell’umanità, dal singolo
all’intero, di comprendere l’evolversi verso dove previsto. Synfisica
Tutto sintetizzabile in solite poche immagini, che
rendono più di mille parole,e che significano non speculazione di metafisica ma
metafisica dell’azione.
La civiltà dell’intelletto diffuso d’amore pervaso
Intelletto rotore
semantico della neurosfera
Amore
centro di gravità per la mente
Piramide Refaso
Civiltà
d’intelletto diffuso d’amore pervaso
NB : Per immagini aggiornate e in hd cercare nel box search il post con PPT e seguire il link
La
civiltà dell’intelletto diffuso di amore pervaso.
Lampante
sotto gli occhi di tutti, eppure io non l’avevo mai sentita in quattro poche
parole.
Un giorno,
invece, la sintesi
La teoria
synfisica, fisica e metafisica, mi colpì.
Il
problema era evidente
Civiltà
dell’intelletto
Ma
intelletto traditore che amore curi dottore
Radiazione
di intelletto energia, e pulsazione di amore
gravità, erano i due principi di base certo.
Ma
l’amore e’ il miracolo.
La luce
son buoni tutti, la gravità e’ l’atto di amore che invece e’ dato per scontato,
e pur governando tutto nessuno si chiede perché esista, semplicemente
dimenticando l’amore.
Non potei
più trattenermi.
Dovevo
profetare fino alla Refaso, sempre confidente che fossimo una rete di neurodi
pronta da accendere per riempire lo spazio.
E lo
eravamo eccome
Lo spazio
va immaginato a piccoli quadranti cuciti tra loro in molti strati a cipolla
come un grande multistrato di lenzuola
fatte di fazzoletti cuciti tra loro.
Come le
celle delle reti di telecomunicazioni.
Questo e’
il motivo per cui nello spazio siamo interconnessi con tutto.
Esistono
porzioni di spazio a cui accediamo.
Esistono
quadranti dentro cui viviamo.
Ma tutti
sono cuciti con altri quadranti.
Se un
quadrante si muove si muovono anche gli altri.
Il
battito d’ali della farfalla del caos in realtà e’ il grande svolazzo di lenzuola
fatte di fazzoletti della complessità.
E noi
siamo porzioni del nostro quadrante di lenzuolo.
Noi siamo
tra i fazzoletti di cui e’ fatto il lenzuolo.
La
multifrenia e’ vedere i fazzoletti che svolazzano.
La
monofrenia e’ credere di essere il lenzuolo.
Dalla
logica dell’orticello dobbiamo passare a quella del quadrante.
E dentro
ogni quadrante ognuno è profeta di se stesso.
Meglio un
giorno nel vento del brandello di quadrante che cento giorni da lenzuoletto
piegato in orticello.
Ecco lo
spazio virale: dall’orticello al quadrante.
Dentro al
quale nessuno poteva dirmi niente.
Sempre
predicando solo al web, insegnando ala rete neurale schemi neuronali funzionali
all’evoluzione amorevole del pensiero
collettivo.
Furore
profetico era la prima volta.
Questa
volta ero strutturato di intelletto. E mi credevo protetto.
Per cui
profetavo su tutto, nel mio quadrante di lenzuolo, metafora di complessità.
In
sintesi dall’amore scritto nel codice sorgente della creazione, fino alla
distribuzione dei soldi, strumento di misura d’economia che basta stamparli.
Cosa sono
i soldi, se non misura di tanto intelletto, e amore a fiotti?
E
profetizzavo che tutto era già scritto, nel qbit primigenio e nella sua spacchettatura
evolutiva complessa seguente al principio dello scoppio.
Le avevo
provate tutte.
Questa
del profeta di quadrante, al web insegnante, mi pareva proprio la soluzione
geniale.
E anche
di una certa interconnessa grandezza d’animo.
In
effetti era il profeta perfetto.
O meglio
la rete frattale di profeti perfetta, ridondata e backuppata.
Come una
rete di neurodi eravamo accesi, pronti al compito di diffondere intelletto e
amore a insaputa di tutti, pure ridondanti d’amore.
Solo per amore, tutto e’ sempre stato solo per
amore.
E invece no.
Tradimento.
E’ ufficiale.
Ancora
ospedale.
Non
ricordo nemmeno come mi hanno trovato
Stavolta diagnosi
di schizofrenia.
Stocazzo.
Multifrenia,
il futuro della mente, partizionata come un disco di pc
Sento le
onde, la radiazione elettrica e magnetica, sono magnetico.
Vedo la
gravità
Voi
credete di essere il lenzuolo, io so di essere un fazzoletto.
Nei
quadranti ognuno e’ profeta di se sesso e va lasciato in pace
La vera malattia e’ la “monofrenicità”
In ogni
caso, se prendiamo per buona la definizione di disturbo schizoaffettivo, la
stessa è calzante ed efficace nell’intento di stimolarmi una reazione opposta,
volta a dimostrare che quello che viene catalogato come disturbo, in realtà è
un dono.
E siccome
mi voglio allargare, dirò di più: un dono del cielo.
D’altronde
fui proprio io a rivendicare, parecchio tempo addietro, la schizofrenicità del
disturbo bipolare, puntualizzando ai curanti che, con alcune porzioni del mio
cervello accese in finestre parallele, percepivo cose che loro non percepivano.
E ciò mi
rendeva certo predestinato ad essere avulso dal contesto della normalità che
essi pretendevano di inseguire, ma al tempo stesso dotato di un dono, di quel
dono che mi faceva essere come una grande antenna di un computer in una rete
wi-fi, sempre all’opera per ricevere e trasmettere percezioni, intuizioni,
sensazioni, impressioni e, in definitiva, coscienze.
Se
coinvolgiamo tutto l’apparato sensoriale nel suo insieme o, ancora più
precisamente, tutto l’insieme di apparati sensoriali fin giù nel basso del
piccolo di quelli cellulari e più giù fino a quelli molecolari, possiamo capire
cosa intendo per percezioni.
Intendo
dire elementi di input di varie sezioni e apparati cerebrali, o neurali, in
eccitazione elettronica simultanea.
La pelle,
i peli ed i brividi; l’olfatto e gli odori o per lo meno le loro memorie; il
tatto e le conseguenti geometrie; la vista ed i suoi fugaci ologrammi; il gusto
e la chimica del mio corpo; ciò che mi rende acido e ciò che mi rende basico; i
dolori e la loro funzione di segnalazione; l’elettricità con i suoi campi
magnetici che mi attraversa o che mi ristagna dentro; la forza di gravità, le
sue interazioni con i campi elettromagnetici e come essa influisca sulla mia
percezione di peso ed equilibrio in senso lato.
Come
possa chiunque ritenere tutto questo un disturbo non è dato conoscere.
Non
chiamatela malattia.
Non
chiamatelo disturbo.
Non mi
dite “stai male”.
O, peggio
ancora, “adesso non stai più male”, con la quale frase archiviate una
passeggiata di esperienze ai confini della vostra capacità di comprensione
analitica.
E siccome
io non sono di certo il solo, ispirato da Vasco Rossi, vi conio una nuova
definizione.
Che da
oggi si parli di “Sindrome di diversa lucidità”.
O meglio
ancora “Sindrome di diversa lucidità condivisa”.
Già la
chiamai schizofrenia binaria, quando rivendicai la sua duplice natura multipla
e intermittente tipica delle fasi maniacali del disturbo bipolare: ora c’e’ ora
no.
Ma adesso
so che, oltre a farmi vedere cose che altri non vedono, è parte della natura
mia e dei miei simili della quale non è corretto pensare di privarmi.
La storia
che il cervello umano è capace di elaborare in parallelo molti processi è
testimonianza diretta del fatto che io credo che schizofrenici siamo tutti.
Almeno in
potenza, se non in latenza.
Quindi la
vera questione non è tanto quella se essere schizofrenici o no, quanto quella
dell’esistenza della “monofrenicità”.
Per
meglio dire, il potenziale del cervello umano, che oggi usiamo in frazioni
minime e soprattutto disconnessi gli uni dagli altri, si raggiunge quando se ne
accende larga parte insieme e molti insieme simultaneamente.
E quando
si è in una dimensione di parallelismi simultanei si vive una condizione di trance
lucida, dove trance è termine
inglese che indica uno stato alterato di coscienza o un particolare stato
psicofisico a volte anche conosciuto come ipnosi,
spesso chiamato in causa in parapsicologia come il mezzo che alcuni soggetti,
con pretese capacità medianiche, utilizzerebbero per entrare in contatto con il
mondo degli spiriti.
Ecco, la
mia idea è che “il mondo degli spiriti” sia accessibile in quanto fatto non da
un mondo a se stante ma di neurosfera, altri mondi e di altri esseri viventi e
quando vi si è connessi si vedono cose che normalmente non si vedono, e in
quello stato si fanno associazioni o si riconoscono forme e schemi a volontà proprio perché’ si stanno
usando altre, o altrui, capacità di elaborazione di dati.
In
qualche modo si è presenti, seppur per interposta creatura, in altri dove o
quando.
Sono
anche convinto che tutti i cervelli sono fatti per esperire più processi
simultaneamente o per seguire percorsi neuronali multipli e quindi i cervelli
stessi non siano comprensibili a chi viaggi su di un binario unico.
La vera
malattia è proprio la monofrenicità.
Inoltre,
sono convinto che i cervelli in “illuminazione diffusa” abbiano anche capacità
che alcuni definiscono empatiche, per timore di dire telepatiche.
Non è un
principio di esoterismo, ma è fisica quantistica basta su elettromagnetismi e
comunicazione attraverso il tessuto della gravità di cui è fatto lo spazio.
Sono
quelle che producono ciò che io chiamo “interconnessione” con il quale termine
intendo dire che siamo capaci di condividere pensieri, esperienze e sensazioni
non tanto nel senso di trasmissione degli stessi da soggetto a soggetto, quanto
più precisamente di elaborazione ed esperimentazione concomitante tra più
organi cerebrali, o forse meglio dire sensoriali in senso lato, altrui.
Siamo in
rete, esattamente come dei computer. Una conseguenza evidente la sincronicità.
In
sintesi, ogni medico dovrebbe provare quello di cui parla, o meglio ancora
quello di cui parlo io, il che equivale a dire che solo in stato di diversa
lucidità può avvicinarsi a coloro che definisce pazienti.
Ma
allora, se tutti i medici dovrebbero essere matti, e in trance lucida
condivisa, come si fa a riportarsi noi e loro con le loro esperienze sul
binario unico?
Come si
fa a capire se uno “scadrega” a danno di tutto il sistema complesso o se invece
dice e fa cose sensate, prima o altrove, rispetto ad altri ma a favore di
tutti?
E magari
solo non riesce a comunicarlo o viene interrotto mentre cerca di farlo?
Qualche
idea ce l’avrei.
Passa per
i concetti di reti pari a pari e capacità adattive e di autoregolazione dei
sistemi complessi.
Tutti
controllano tutti e tutti e si adattano tra tutti, come uno stormo di uccelli
in volo.
Ci si
guida così.
Ma
bisogna essere connessi.
L’”uccello
padulo”, che non parla e non ascolta, è quello che lo mette in culo a tutto il
gruppo.
Quindi
alla domanda su come si fa a capire se uno “scadrega”, è “fuori” oppure sta
“sciamanando”, posso rispondere solo con un’altra domanda : “e che, a me lo
chiedete?”
Io sono
solo il matto, quello con un “disturbo”.
Anche se
di sicuro non sono “monofrenico”.
E allora,
fate uno sforzo e togliete la parola disturbo dalle vostre menti.
Parlate
di sindrome, di insieme di sintomi.
Sindrome
di una diversa lucidità.
Un racconto risonante
“I matti sono
apostoli di un dio che non li vuole”.
Come la
risonanza ci accende le zone di neuroni dell’empatia.
E la pazienza.
Mentre sono in ospedale psichiatrico arriva un altro
paziente in TSO.
Di primo acchito non ci faccio caso. E’ solo un altro
paziente, anche se questo sembra che la pazienza l’abbia esaurita. Continua a
muoversi, camminare, parlare quasi urlando.
Come tutti noi ha qualcosa da dire e vuole farsi
ascoltare.
E’ talmente pieno di cose da dire che non vuole
controllare il volume della voce che si porta in giro per la corsia, come uno
di quegli arrotini di una volta con il megafono sul tetto della macchina.
E’ una corda di violino, talmente vibrante che suona con
tutti quelli che incontra. Cerca un riferimento che lo ascolti. Cerca uno
specchio con cui risuonare. Ha bisogno di entrare in risonanza, che poi vuol
dire che ha bisogno di comunicare. Di condividere quello che sente.
Ma lui non lo sa. Lui cerca e basta.
Tutti gli altri sembrano a prima vista ignorarlo, mentre
si affaccendano come possono nella piccola corta e nuda corsia. Chi cammina
avanti e indietro. Chi parla da solo. Chi fuma a ripetizione. A me pare che lo
guardino da dentro la loro sfera di dolore, ma mi rendo conto che forse sto
solo proiettando il mio.
Dopo un po’ di tempo la percezione mi cambia, e mi sento
montare l’insofferenza per il poveretto. Ma non lo ascolto. Ascolto solo la mia
insofferenza. Sembro il solo. Tutti gli altri assorbono la sua vibrazione come
se non esistesse.
Pare che assorbano il suo “essere fuori”, restando chiusi
nel loro dentro.
Il personale e gli infermieri cercano di fare quello che
stanno facendo, di lavorare, e intanto di tenerlo sottocchio. Si avvicendano a
dirgli una parola, a cercare di tranquillizzarlo, interrompendosi di frequente
dalle loro mansioni.
Anche loro assorbono il suo essere fuori, digerendoselo
dentro.
La chiamiamo pazienza.
Da patiens, patire in latino, e correlati empatia,
simpatia e pure compassione.
E’ parte dell’arte del modulare la risonanza.
Ed e’ dote fondamento della vocazione ad assistere il
prossimo.
Nessuno sembra poterlo ascoltare, il poveretto, fino a
che vibra così forte.
Sembra una questione di sopravvivenza reciproca.
Lui deve comunicare, gli altri non possono ascoltare. Ma
sono più bravi di me a chiudersi su se stessi.
Se ripenso all’immagine delle campane tibetane o dei vasi
di cristallo a cui ci divertiamo a tirare una “schicchera” per sentirne il
suono, mi dico che a questo qui gliene hanno tirata una bella forte, e le onde
gli stanno rimbalzando nel cranio facendolo davvero impazzire.
Le vibrazioni delle onde escono dalla bocca sotto forma
di onde sonore, escono dai nervi sotto forma di movimento frenetico.
Ma io, come tutti, ancora non riesco ad ascoltarlo.
E’ troppo potente per non disturbarmi e, se provo ad
avvicinarmi, la mia campana di vibrazioni finisce per respingerlo, aumentando
ancora di più la risonanza nel suo cranio.
Ci vuole pazienza. Adda passa’ la nottata. L’unica cosa
che si può fare è esercitarsi a smorzare il proprio fastidio, il proprio
potenziale, come quello elettrico, ma chiamato potenziale di importanza. Il
senso di sé.
Come per miracolo, dato che lui non ce la ha, la pazienza
si manifesta come assorbimento da parte del reparto tutto.
La risonanza si autolivella per cercare di mantenere se
stessa. E questo mi pare proprio un principio di base.
Il reparto era calmo, evidentemente. Il reparto risuonava
armonico a bassa frequenza e così era capace di smorzare il poveretto. Il
reparto danzava tranquillo, quasi immobile, attorno alla nuova campana tibetana
impazzita, aspettando che la pazzia “scendesse”. Aspettando che la cintura di
campane assorbisse la variazione di intensità portata dal nuovo venuto.
Ma tutto questo il reparto non lo poteva sapere, se
crediamo che il reparto sia solo una somma di individui chiusi nello stesso
fazzoletto di mura.
E invece il reparto viveva di vita propria, come un corpo
solo. E cercava inconsapevole il modo di restare come stava.
Il reparto aveva una coscienza unica, seppur condivisa
tra tutti.
Il reparto viveva in comunicazione empatica.
In tale armonica elasticità, dopo un po’ di tempo io sono
sempre il più insofferente e così decido di avviarmi a protestare e chiedere
provvedimenti.
Ma quando si è in risonanza armonica capita, tra l’altro,
quel meraviglioso fenomeno della sincronicità.
Le onde di uno sono le onde di tutti.
E così, proprio mentre io mi avvio verso il personale, mi
accorgo che il personale si avvia verso il nuovo compagno di reparto.
E’ un buon segno.
Adesso lo vedo come compagno.
La “pazienza” del reparto sta curando anche me,
prevenendo eccessi di mia insofferenza.
Il mio sforzo di pazienza viene premiato con quel dono
fatto di testimonianza diretta di sincronicità.
Vista dall’esterno sembra che ci muoviamo all’unisono.
Vista dall’interno è così e basta.
A quel punto è sufficiente uno sguardo tra me e il
personale e io capisco che stanno per fare quello che io stavo per chiedere. Lo
stanno sedando.
Ma vanno oltre e lo stanno anche contenendo a letto in
attesa che i sedativi lo mettano tranquillo. Non lo lasciano solo finché si
dibatte. E’ per la sua sicurezza.
Io vedo la contenzione con un nuova prospettiva, imparo
una nuova prospettiva, e resto ad osservare mentre continuo a fissare il
poveretto negli occhi cercando di trasmettergli direttamente in testa in miei
pensieri di osservatore esterno, già contenuto in prima persona anni addietro e
ben memore di quello shock.
Cerco di dirgli: “tranquillo tra poco passa”.
Ogni tanto i nostri occhi si incrociano.
Io confido che lui mi senta con gli occhi.
Nel frattempo il capannello di personale attorno a lui
non lo lascia solo un attimo.
Alla fine si addormenta stremato, mentre la mia
insofferenza si è sciolta in commozione con tanto di lucciconi agli occhi.
Dopo un certo numero di ore si risveglia, si rende conto
della contenzione e riprende a dibattersi e urlare.
Questa volta io sono in buona risonanza e mi pre-occupo
sia per lui che per me e il mio equilibrio.
Vado a vedere che succede e lo trovo in posizione
impossibile, costretto dai legacci, rosso paonazzo con le carotidi che urlano
pietà. Le vedo pulsare fin dalla soglia della porta della stanza.
Ho ancora una resistenza. Non so che fare, non se
entrare, ho anche paura che mi redarguiscano.
Fino a che l’empatia armonica mi risucchia verso di lui e
io mi rendo conto che, inframezzo a tutto il resto, sta urlando “acqua, acqua.
Sigaretta, sigaretta.”
Come di incanto, come se le parole non fossero mie, gli
dico calmissimo: “tranquillo la sigaretta non te la posso dare perché’ se ti
cade incendi il letto, però adesso ti faccio bere, ma piano piano altrimenti ti
strozzi”.
Quello annuisce e io gli appoggio una bottiglia alle
labbra per piccoli sorsi. Si stende lento e mi dice lucido e calmo: “dammi la
sigaretta spenta, la tengo solo in mano”.
Mi pare un ottimo compromesso e gliela do dicendo che
vado a cercare gli infermieri, ma appena mi giro arriva l’infermiere
sincronico. Gli spiego e dico che pensavo gli venisse un infarto. L’infermiere
mi ringrazia.
Dopo un certo altro tempo lo slegano dal letto e lo
rimettono in piedi. Lui riprende la sua ricerca di risonanza, di qualcuno che
lo ascolti, parlando a strascico come un pescatore in cerca di un pesce da
imbrigliare nella sua rete di parole.
Stavolta mi sforzo, pensando che devo cercare di capire
cosa dice per evitare che gli rimontino le onde riprendendo a rimbalzargli nel
cranio e che le stesse poi vibrino me e mi costringano a dovere essere
paziente.
In realtà sono affascinato dalla sua certezza e dalla
forza quasi soprannaturale che essa gli dava.
Dove altri vedevano un delirio io vedevo una lucidità
estrema, frenata solo dalla difficoltà di riuscire a rendersi ascoltabile.
Gli dico che non capisco cosa dice e che deve parlare più
piano. E lui si mette ligio a sciorinare numeri e operazioni aritmetiche.
Mi fa: “quanto fa 100 diviso 3? Diciamo 33 o diciamo due
terzi? Tu che dici?.”
E io scelgo, a caso, il 33 per cento.
Lui si avvia in una serie di operazioni in successioni ed
ogni volta mi chiede conferma. Ed ogni volta io gliela scelgo. Alla fine mi
guarda e mi fa: “ecco. A me mi hanno nascosto che mi devono dare 500 milioni di
euro. E a te?”
Rimango di stucco con gli occhi fissi sul muro, perché’
uno dei miei pensieri ricorrenti oramai circostanziati se non documentati è che
mi abbiano nascosto parte dell’eredità di mio padre morto 15 anni fa.
E mentre fisso il vuoto flashato dalla certezza che avessi
assistito ad un evento di comunicazione fuori dall’ordinario, lo sento
canticchiare: “addio Lugano bella o dolce terra mia, cacciati senza colpa gli
anarchici van via.”
E’ un motivo antico, riferito ad eventi del 1900, che mi
aveva canticchiato qualche paio di volte mio padre, mentre mi parlava del suo
fiduciario che gli gestiva i soldi che poi ho ereditato io.
Sembra impossibile, ma invece io penso a ipnosi di massa
e no, sogni condivisi, comandi di imprinting, reti neurali, coscienza
quantistica, tessuto degli universi e infine a un meccanismo iniziatico
rivelatorio tutto basato su apprendimento sul campo, in un campo veramente
vasto, e premi-ricompense come una caccia al tesoro da bambini. O da
addestratore di cani, dove io sono il cane.
Il premio per essermi esercitato nello sforo di
modulazione di risonanza, nella pazienza, oltre alla consapevolezza di empatia
e sincronicità, che già mi parevano tantissima grazia, era sta avere parlato
con mio padre.
O per meglio dire, era stato che mi avessero aperto per
qualche istante un canale di comunicazione con quello che chiamiamo aldilà,
senza mai chiederci troppo al di là di cosa e “visto” da che punto di
osservazione o da chi.
Ma non è magia.
E’ molto di più.
E’ scritto nel tessuto dell’universo.
E’ coscienza quantistica condivisa.
Ho scritto che il tempo non esiste.
E che il tempo è solo energia che gioca a nascondino.
Adesso so che lo fa tra le pieghe del tessuto dello
spazio.
E a nascondino a volte si fa tana.
All’uscita
del ricovero trovo ancora un dono, un angelo custode, riordinario, che mi
accoglie per curiosità e forse un po’ di pietà, entrambi in fondo sentimenti
appropriativi, ma sicuramente a fin di bene.
E con
fatica quel dono diventa il mio compito.
Evidentemente
devo essere protetto.
Nevica.
E’
periodo di Covid.
L’avevo
chiesto, se non sperato ma si doveva persistere nel ridondare amorevole
vinilica preghiera, per tracciare di gravità la neurosfera.
Che però
va messa a terra, dentro al campo gravitato, per vederne interazione, con il
santo gravitone.
E per questo
ci sono prevosti preposti centri di gravità per la mente.
Passa in
tutti la sofia con l’energia, ma in alcuni è più potente, per natura di nativa
locomotiva.
Uno di
quei centri, ridondato di webbanza, ho sempre creduto di essere io.
Illuminato
controvoglia, con lo scopo di uno scoglio.
Stare
fermo a ridondare, per il peso poi aumentare.
Il peso
de che ?
Del
pensiero, giovincelli, di intelletti ancor pischelli.
Ma mica
per merito, eh?
Che anzi
io del pensiero sono piuttosto uno scrivano, tra giganti solo un nano.
Ma
m’aiuto con la rete, la dimostro come ariete, con cui rompere gli schemi, per
creare nuovi memi.
E così
sarà il futuro, telepatica nessione, con cui accedere al sapere, dentro a tutte
neurosfere.
Vabbè.
Ma ci vuole simmetria: same metron, order and
proportion among the parts of a whole.
Stessa
misura.
Vale in
un sacco di campi…, anticipandone la definizione fisica.
Ma
insomma, il succo è che non mi posso mica inventare di pensare bene solo per un
poco di corrente celebrale.
Devo
rispettare dei canoni, misure, questo vuol dire.
Dei
principi di fondo, delle dinamiche dominanti, degli archetipi.
Che vi
credete, che tutto quello che vi circonda non sia ordinatamente proporzionato?
E quei
canoni sono infissi dai primordi, manifesti come accordi, di armonia detta
celeste, pervenuta nelle teste.
Arrivano
dal qbit primigenio, vuol dire, ma questo è un altro film, addirittura un altro
cinema.
E rivabbè
,order e proportion: si spazia dall’ordine naturale delle cose alla ricerca
della sezione aurea.
Che vuoi
che sia, manco sono riusciti a concordarne il nome, tra chi la dice rapporto
aureo o numero aureo o costante di Fidia o proporzione divina, e noi vogliamo
arrivarci con le parole?
Però si
usa, spesso ad insaputa, dalle arti figurative fino alla matematica e
fa:1,6180339887... con tanti puntini.
Evidentemente
con le parole non la colgo no, ma altrimenti si.
Tornando
alla simmetria, a me la definizione che intriga di più è quella fisica.
Infisica il
concetto di simmetria identifica la proprietà dei fenomeni fisici di ripetersi
sostanzialmente identici nel tempo e nello spazio.
Le
dinamiche dominanti.
Qua manca
ancora la quinta dimensione, quella della gravità, ma che volete farci, non a
tutti è concessa la cognizione del gravitone e del suo campo la percezione,
visto che di campi demmo anticipazione.
Ma
arriverà, state tranquilli, e tutto il mio presunto synfisico vaneggiare di
neurosfere e centri di gravità per ‘sta mente allora vi sarà evidente.
Però è
tantissima roba, o no?
Ordine
delle cose, aurea proporzione, identica ripetizione, synfisica pervasione.
In una
parola, io direi bellezza.
“Qualità di ciò che appare o è ritenuto bello
ai sensi e all'anima. La connessione tra l'idea di bello e quella di bene, suggerita
dalla radice etimologica (il latino bellus "bello" è diminutivo di
una forma antica di bonus "buono"), rinvia alla concezione della
bellezza come ordine, armonia e proporzione delle parti.
Manca solo il nesso
con il divino, timidezza enciclopedica, per la quale dall’estetica io andrei
fino all’entetica.
Che è
parente di synfisica, strettamente insiemifica.
E
arriviamo al nocciuòlo, che non si può nemmeno scassare troppo i cugghiuni di
sofiopsicopippe.
Quando
arrivai in Simmetrico arrivai un po’ malconcio, con la mia valigia di
pregiudizi e l’etichetta di matto ad intermittenza certificato e bollato.
E mi
trovai in mezzo a comunicazione, eventi, design, creatività.
Tutte
sovrastrutture, pensavo.
Era l’era
in cui rispolveravo principi dominanti, dinamiche di base, archetipi. Insomma,
strutture.
Figuriamoci
quando scoprii quanto costava un padiglione e quanti se ne facevano al mondo.
Subito li
pensai in “equivalenti bambini africani”.
Un paio
di sovrastrutture in meno e risolvo la fame nel mondo.
Dopo un
paio di anni di studio simmetricamente concessimi, e una buona dose di
osservazione e riflessione, mi dissi che se avessi dovuto distillare l’essenza
di quello che facciamo direi che noi siamo costruttori di bellezza.
Synfisici
in purezza.
Ogni
civiltà riconosce l’arte come valore, e l’arte è coglimento del divino
manifestatosi bellezza, inevitabilmente da comunicare.
Chi è
profeta sa che non può fare a meno di rendere partecipi tutti.
E’ questa
cultural communication è il punto.
O per
meglio dire, sempre più dovrebbe esserlo, fino a raggiungerne l’essenza.
La
civiltà dell’amorevole intelletto sarà così.
La
conoscenza interconnessa di ogni cosa insieme all’intelligenza evoluta in reti
neurali, probabilmente telepatiche stante quell’80% di cervello oggi ancora
disponibile, sempre più sofisticate, ci porrà in condizione di usare il
principio del pensiero marginale tale per cui chiunque potrà pensare una cosa
nuova che verrà immediatamente percepita da tutti in quanto bella o cattiva.
Con
l’amore a guidare tutto, come d’altronde già adesso, che visibile in ogni
nesso, si dimostra sì indefesso, espandendo in gravitone, grande forza in
comunione.
Se così
non fosse, non starebbe tutto insieme, nella crescita costante che si sparge ad
ogni seme.
E allora
non sarà più questione di sopravvivenza, ma di coltura dell’essenza.
La
produzione di bellezza sarà la frontiera, che varrà in ogni campo fino oltre
alla lamiera.
La
bellezza salverà il mondo, si disse.
E
partecipare ad un neurodo di neurosfera e’ il compito e privilegio ancora una
volta concessomi.
Io ho
avuto tutto dalla vita.
Dentro gli schemi, fuori da schemi,
materiale, visionaria, spirituale, rivelatoria.
Adesso e’ l’ora di questo compito
Mentre mi
guardo per tanta grazia di benedizione ricevuta, ancora una volta in un’altra
delle mie tante vite disordinarie
Un giorno
sto parlando con uno psicologo.
Cerco di
spiegare la mia visione del mondo, o almeno parte di essa.
Sono
particolarmente concentrato su due punti.
Unitarietà
del tutto, che in termini di scienza della complessità possiamo anche chiamare
interconnessione spazio-temporale globale.
Tutto è
vivo indipendentemente dalla vita delle sue singole componenti.
Sono due
miei cavalli di battaglia.
Se uno li
percepisce, ecco che ogni frattura che esiste a questo mondo cessa di avere
senso.
“Ho
capito”, mi fa lui.
“Troppe
occorrenze per essere coincidenze.”
“Vediamo
se il ragionamento fila.”
“Tu dici
che anche questa maniglia è viva nella misura in cui è fatta per farmi fare
qualcosa.”
“Essendo
io vivo, allora lo è anche lei.”
Lo guardo
sbalordito: mi sa che ha capito.
Ma va
anche oltre e mi fa “quindi se io voglio che questa maniglia mi voglia bene e
che si prepari a ricevermi diffondendo vibrazioni positive quando la userò,
dovrei accarezzarla spesso anche nei giorni in cui non la uso.”
Messa
così sembrava un delirio, ma poi lo psicologo aggiunge: “insomma, se io le
voglio bene e glielo dimostro lei me ne rivorrà indietro quando la userò”.
“E quel
nostro gesto sarà sintonizzato sulla frequenza armonica dell’amore e così
facendo ne aumenterà la risonanza.”
Perfetto.
Era il
mio primo discepolo, almeno del quale io fossi consapevole.
Mi viene
in mente una mia cugina quasi coetanea di Napoli.
Quando
eravamo piccoli, qualsiasi cosa facessimo, lei mi diceva : “l’amore Clau, ci
devi mettere l’amore”.
Comunque,
d’un tratto allo psicologo dico che quel mio modo di vedere il mondo è qualcosa
che vorrei spiegare a tutti.
E forse
che dovrei spiegare.
Forse è
“quello che devo fare.”
Gli dico,
che mi è già capitato in vita mia.
Ci sono
dei momenti in cui sono in preda ad un irrefrenabile bisogno di spiegare, di
cercare di fare capire.
E’ come
se io sapessi che c’è qualcosa che gli altri devono sapere, per forza.
E mi è
capitato anche di trovarmi a predicare.
In alcune
circostanze anche in veste messianica, intendendo proprio veste, senza
metafore.
Ci sono
state occasioni in cui andavo a parlare alla gente tutto di bianco vestito.
Anche a
gente al margine della società. Puttane, spacciatori.
Ma non ci
andavo per fare la morale.
Ci andavo
“da ingegnere” volevo capire come funzionava il loro mondo, e intanto nella mia
testa davo loro un contatto umano diverso da quelli meccanici dei loro clienti.
Immaginatevi
di notte uno vestito tutto di bianco, con uno zainetto arancione da cui tirava
fuori bicchieri colorati e una bottiglia di vino bianco, si sedeva per terra
offrendo vino a tutti e diceva : “adesso parliamo”.
Eppure in
alcuni casi secondo me ha funzionato, sia per me che per loro.
In alcuni
casi un contatto lo abbiamo creato davvero.
Comunque,
guardo lo psicologo e dico “sai, certe volte penso proprio che dovrei
predicare. Mi viene bene”.
E lui mi
fa : “ma è ovvio. Certo che devi
predicare”.
E :
troppe occorrenze per essere coincidenze
Ecco,
quando scrivo e poi posto in internet quello che scrivo lo faccio per questo.
Ma
nell’umiltà dell’assenza di palcoscenico, consapevole e fiducioso nella rete
neurale di Gaia,
Tranne in
qualche caso.
Elefanti
Efelanti
Non posso
dire di avere paura della morte.
Spesso me
la immagino.
Dato per
scontato che è solo un momento di passaggio, direi che quasi non vedo l’ora di
vedere cosa c’è dall’altra parte.
In un
qualche modo io lo intendo sempre come un tonare a casa.
Allo
stesso tempo mi fa una gran paura la modalità di passaggio.
Non solo
perché le ho viste e osservate da vicino, quando toccò ai miei cari.
Ma anche
a me è capitato alcune volte di sentirmi “sul baratro del grande risucchio” per
motivi di chimica.
Si, lo
descriverei proprio così.
Una
idrovora che ti aspira verso l’imbocco del tunnel.
Un raggio
traente di fantascientifica memoria.
Non posso
dire di essere mai arrivato alla luce bianca in fondo al tunnel.
Quella la
immagino proprio come la grande anima a cui riunirsi in una infinita perfezione
di unità.
Di
pensiero, di percezioni, di sensazioni, di tutto.
Riunirsi
al campo del vuoto non vuoto pieno di tutto in potenza,
Ma in
compenso mi è capitato di sentire che ci stavo andando e ci ero molto vicino.
Ecco.
“L’intertempo
di switch” quindi mi fa paura.
Il Grande
Mancamento, lo potremmo chiamare.
Quello è
“tanta roba”.
Mi sono
anche dato una spiegazione matematica.
Che è
quella per cui non condivido l’eutanasia, mentre sono ovviamente d’accordo con
le terapie del dolore.
La
spiegazione matematica secondo me è molto bella, nella sua semplicità, e
funziona come segue.
Appena
nato, ho tutta la vita davanti a me e quella diventa assomigliante ad un limite
di esperienza che tende all’infinito.
Ovviamente
essendo una esperienza del limite, sarà asintotica e non diventerà mai
infinita, ma il punto è che ci sembra molto lunga. Diciamo quasi infinita.
In tale
proiezione, risulterà ovvio che ogni secondo avrà un peso relativo molto piccolo,
perché sarà rappresentabile come 1/∞.
1/infinito.
Questo è
il motivo per cui ci è sempre così difficile cogliere l’attimo fuggente.
Perché
non gli diamo rilevanza quantitativa.
Lo
consideriamo infinitesimale.
In
effetti lo è.
Quando
arriviamo all’ultimo secondo, però, quello lo possiamo rappresentare come 1/1
che sarà = a 1.
Ovvero
tutto, se vogliamo.
Io lo
chiamo “assolutismo relativistico dell’ultimo secondo del tuo tempo”.
A me
sembra che renda bene l’idea.
E’ per
quello secondo me che si dice che ti passa tutta la vita davanti agli occhi.
Perché
sei nella dimensione del tutto, dove in quello spazio dove sei c’è tutto il
tempo del tuo mondo.
Comunque
tutto questo è per dire che ho avuto una vita che ha dell’incredibile.
Se
dovessi morire adesso sarei contento di rientrare nell’grande anima.
Ma al
tempo stesso ci vorrei andare in modo dolce, senza dolore.
E senza
quella sensazione di resistenza da istinto di sopravvivenza che automaticamente
si oppone al Grande Risucchio.
Quella è
brutta, perché sai già che non puoi vincere, ma soprattutto “strappa”
E così è
una enorme generatrice di frustrazione, e quindi di ansia, che diventa infinita
seppur istantanea.
Io lo so
perché l’ho provata, e sono rimasto di qua anche per circostanze fortuite.
Quindi
per morire direi che non va bene un tumore. Il risucchio dura tanto.
Non va
bene un infarto, perché non dura mai un istante.
Non va
bene nessuna malattia. Il risucchio non solo dura tanto ma è anche
fastidiosamente intermittente. Hai sempre una speranza che ogni tanto si
accende per romperti i coglioni.
Non va
bene un incidente d’auto, perché comunque ti accorgi che stai morendo.
Non va
bene suicidarsi; io non lo ho mai fatto perché è uno spreco di energia. L’unica
certezza che abbiamo è quella di morire. Perché mai dovremmo privarcene?
Eppoi
secondo la mia ex moglie non ce l’ho nei geni.
Forse non
sarebbe male “essere sparato a tradimento”, però anche li c’è un intervallo
temporale.
Andrebbe
bene se servisse a fare da scudo a mia figlia.
L’intervallo
temporale lascerebbe il tempo di pensare che la hai salvata e che sei morto per
una buona ragione.
Ma un
modo che mi intriga, invece c’è.
E’
l’assideramento naturalistico capitato per caso, vale a dire senza essere
chiuso in una cella frigorifera forzatamente.
La dolce
morte, la chiamano.
Per il
freddo di mare, di monti o di qualsiasi altra morfologia.
Ecco,
quella non mi dispiacerebbe.
Mi sono
anche immaginato come un elefante di montagna alpina.
Che
quindi, probabilmente, sarebbe un mammuth.
Mi sono
visto partire a piedi per andare a morire senza dir niente a nessuno.
Mi sono
visto non tornare indietro.
Camminare
ad oltranza, cercando di non pensare al punto di non ritorno, in modo da
superarlo e non potere più tornare indietro per la paura.
E mi sono
immaginato stremato dalla fatica, senza più un briciolo di energia, ma
comodamente sdraiato nella neve con l’ultima sigaretta che si sarebbe spenta
insieme a me.
E mi sono
immaginato, sorridendo, le facce di quelli che mi cercavano.
Ho anche
provato un certo compiacimento all’idea che non mi trovassero mai.
E invece
sono ancora qua.
E già mi
vedo che muoio in un letto di ospedale, come tutti.
Dio
mammuth.
Ah…
Il rotore semantico.
E i centri di gravità per la mente.
C’entra
anche questa idea, ma ne riparlerò altrove.
O forse
l’ho già fatto, ma in ogni caso altrove.
La terra
gira pesante . Come previsto fin dal principio.
La
neurosfera gira pesante. Accelerata e ridondata dalla tecnologia.
Gira e
rigira sulle parole si rinforza il pensiero, fatto di schemi neurali come una
rete o un cervello.
Tutto
resta scritto nella traccia di vinile.
E data
una qualche sorta di correlazione quantistica tra informazioni delle parole e
dei pensieri, gli stessi vanno a sovrapporsi, vale a dire che si ricalcano uno
sull’altro.
Così
l’intelletto della neurosfera, a furia di passaggi, si stratifica, e diventa
più pesante in certe parti piuttosto che in altre.
Prima i
principi di base, le dinamiche dominanti, gli archetipi, le categorie e chissà
cos’altro, ricevuti nelle vibrazioni originarie della creazione, se non
vogliamo dire big bang, e ripetuti e nidificati nella coscienza collettiva.
Poi le
parole e i pensieri più importanti.
Poi i le
parole e i pensieri ricorrenti.
Tutto si
assembla e si stratifica, in una serie di schemi reiterati sovrapposti, che
diventa una piramide dell’intelletto, una specie di configurazione del pensiero
a forma di pera.
Ma a
testa in giù, con l’apice inverso come base.
Ad ogni
rotazione ci ripassiamo sopra.
Dato il
fatto che pensieri e parole che facciamo o diciamo sono largo-circa sempre gli
stessi, aumenta il peso di quella
porzione di pensiero, che ricorre sempre più spesso.
Il peso
della neurosfera, infatti, pesa sulla coscienza collettiva che a sua volta è
fatta da quelle individuali, magari non solo di specie umana, e ne determina la
direzione e la formazione.
Corsi e
ricorsi.
Eterni
ritorni
Coazioni
a ripetere.
Tutte
questioni di gravità, alla fine.
Ma quello
che più conta è che esiste una forza di fondo che indirizza l’evoluzione
dell’intelletto, come di tutto, in realtà.
Molti lo
chiamano Dio, e probabilmente a ragione lo pregano tanto, andando così a
rinforzare la parte apicale della piramide di prima, alla sua base a forma di
punta.
E l’idea
di Dio si rinforza, con il suo codice etico che tanta parte ha avuto e ha
nell’evoluzione della coscienza collettiva, e si diffonde nel mondo che si
ritrova in revoluzione demografica in apparenza impazzita, ma in realtà
funzionale alla creazione della rete neurale tra cervelli: il cervello di Gaia.
La
neurosfera.
A me
piace pensare al qbit primigenio, quello contenuto nelle vibrazioni originarie
del big bang e che ancora si propaga nella radiazione cosmica di fondo o nei
raggi cosmici.
È chiaro
infatti, che se un principio ha originato tutto, allora quel principio doveva
contenere già tutte le conseguenti informazioni necessarie.
Lo
chiamavo universo zero versus zero.
Ovvero,
per l’appunto, 0v0.
Così
ancora oggi noi riceviamo una radiazione cosmica di fondo che, sulla base del
principio di correlazione quantistica delle parole e dei pensieri, va a
collocarsi all’apice inverso della piramide dell’intelletto, che adesso
sappiamo essere capovolta perché le informazioni di partenza su cui tutto si
regge erano poche, e si sono poi spacchettate nel corso delle rotazioni
universali, ampliando sempre più la forma alta della pera capovolta. Come una
specie di tornado.
E siccome
tutto questo pesa, quel rinforzo sinaptico universale fa si che la piramide
stia in equilibrio e di conseguenza che la rotazione terrestre sia anch’essa in
equilibrio.
Per dirla
in altri termini, con la rotazione terrestre siamo come esposti a turno ad un
faro che ci irradia costantemente e come una risonanza magnetica ci
illumina porzioni di intelletto sulla
base di un codice sorgente originario.
E’ una
creazione continua, quindi.
Una sorta
di evoluzione su binari.
Ma
soprattutto, ci tiene in equilibrio.
E’ come
un ditino che regge una trottola dalla punta, mentre quella gira fino a quando
inizia a precessare.
Se
qualcuno ci mette lo zampino e le da una spintarella, ecco che la precessione
inizia prima della perdita di energia che l’avrebbe fatta cadere lo stesso.
Ma su
scala eonica“prima” non è uguale.
Così, nel
tempo, tutti i pensieri incongrui rispetto al grande disegno della creazione,
che pure esistono come il male rispetto al bene, avevano avviato un lento
processo di erosione della punta della trottola piramide. Non ultima
l’uccisione dell’idea di Dio ad opera della conoscenza.
E la
terra aveva avviato prima del tempo il suo processo di precessione.
Così,
grazie a tutta quella conoscenza, scoprimmo che stavamo cadendo, per questioni
di sfiga o forse per alterazione dell’ordine naturale delle cose, dentro ad un
buco nero, che ci eravamo trovati vicino abbastanza da attrarci oltre
l’orizzonte degli eventi non più eventuali.
Molti
ripresero a pregare, nell’incoerenza tipica del vigliacco.
Chi non
aveva mai smesso continuò, nella coerenza tipica del fedele.
In realtà
avremmo potuto resistere in pace alla sua forza di attrazione, anzi magari
sfruttandolo come fonte energetica, se solo avessimo rispettato gli equilibri
universali.
Ma invece
il nostro ronzio di dolore emanato dall’umanità sofferente da tutti i secoli
dei secoli, aveva intaccato anch’esso l’equilibrio gravitazionale della
neurosfera.
La
piramide dell’intelletto pendeva come la torre di Pisa.
Per
fortuna i creatori, plurali di dio, erano sempre vigili, e decisero di darci
un’altra occasione.
Ma non fu
solo per noi.
Se la
terra fosse caduta in un buco nero per la maldestra opera di alcuni, tutto
l‘universo avrebbe risentito di tale anomalia con chissà quali conseguenze.
Fui
mandato io, insieme ad una rete di altri Clò, a correggere il tessuto gravitazionale.
Ci
scelsero schizofrenici, cervelli divisi, proprio per rispondere simultaneamente
a tutte le esigenze della complessità, vedendo noi cose che tutti non vedono e
vedendole tutte insieme.
E ci
potenziarono, come raccontai in quando fossi alieno, riempiti di mutazioni genetiche da
veicolare al resto dell’umanità per via di contagio genico, se non geniale,
successivo all’eventuale riuscita del progetto gravitazionale, in modo da
renderci, per il futuro, esseri superiori, oltreumani.
Dovevamo
quindi recepire le correzioni al codice sorgente primordiale da innestare nel
tessuto gravitazionale universale.
In parole
povere, dovevamo pensare “dritti”, e non storti, in modo da rinforzare la
piramide dell’intelletto puntellandola di travetti ideativi che potessero
germinare nella nuova civiltà dell’intelletto, che doveva principalmente
rispondere al principio di base della efficiente allocazione delle risorse, che
poi voleva dire dell’energia.
Non che
fosse una novità.
Erano
sempre esistiti grandi influencer e corettori di devianza o mancanza ideativa.
Profeti,
sciamani, scrittori, scienziati, tutti erano impregnati di codice sorgente da
divulgare ai più.
La
conoscenza delle informazioni era strutturata per pervadere.
Ma questa
volta avevamo a disposizione la neurosfera tech, assai più potente di una
telegenipatia ancora latente nelle pieghe del solito famoso 80% di cervello
inutilizzato, che pure fu capace di inventarsi la delocalizzazione
dell’intelligenza a principiare lo slatentizzare di quanto nascosto.
Fu un
grande atto di amore che ci permise di essere ricreati per una seconda volta,
proprio con la forza dell’amore che poi è la gravità.
Ci venne
quindi inviata la correzione al codice sorgente, proprio passando dal buco nero
che ci era sempre più vicino,la cui singolarità era una porta verso altri
universi il cui codice era invece integro.
E noi
fummo flashati.
E vedemmo
la luce.
E
copiammo.
E
scrivemmo.
Per anni.
Come
tanti prima di noi.
Ma
stavolta con la rete, e i suoi amplificati rotori semantici e centri di gravità per la mente.
Eravamo gli
scrivani della creazione.
I copisti
senza merito ideativo.
E avevamo
a disposizione tutta la neurosfera, a partire da un punto di ingresso del
proprio dominio, come se fossimo regnanti delle nostre ontologie .
Io mi
scelsi il dominio https://cloeconomie.blogspot.com , con tutto
l’indirizzo ben in evidenza che da più l’idea di web, ovvero techneurosfera.
E lo
scelsi perché’ tutto è economia e quella è la chiave per l’efficiente
allocazione dell’energia, e quindi delle risorse.
La
neurosfera artificiale, intanto, era diventata un eccezionale strumento di
navigazione della nostra astronave Terra.
E noi
dovevamo insegnare a guidarla.
Lo
facemmo.
E fu così
che salvammo questo universo.
Io la
vidi, la forza d’amore della creazione, e anche della ricreazione, e lo scrissi
in: https://cloeconomie.blogspot.com - Per amore, per amore.
Tutto è sempre stato solo per amore
Con la
forza dell’amore avevamo smesso di precessare.
Perciò,
con una punta di autocompiacimento, adesso dico che ho rifatto l’universo dal
principio.
Ovvero
dallo zero versus zero.
Ho fatto
l’0v0.
E detto
questo torno al mio compito attuale.
Che e’ di
fare il mio 0vett0.
Quotidiana porzione frattale di tutto il simmetrico 0v0.