2024 11 08 - La mia rivolta sociale
Non disturbare la mia pubblica quiete, oh.
E invece è arrivato il proclama.
Credevo fosse una lettera di intenti.
Invece apri il culo e stringi i denti.
C’è chi affoga nei prezzi del paniere.
E chi sogna camicie e bandiere nere.
Sul malessere si innesta qualche idea malsana.
Insalubre per chi non ha più lussovalore da comprare.
Insisto tutto preso in ipocrita giudizio.
Oramai anche certi lussi sono memorie.
Mentre il ciò gradevole scivola lontano giù nell’immaginario.
Ma io non piango, no.
Io sono profeta della rivoluzione, almeno della revoluzione.
Col culo degli altri mi proclamo ricchione.
Fino a questo giorno del giudizio.
Lo sciopero generale, senza metrò.
Eh, ma come faccio, io ci ho il cane.
Non mi sentono quelli per cui il cane è altra cosa, di acciaio.
Ma io quanto sono bravo e solidale.
Han ragione i sindacati, son concorde e approvo.
Ma io devo uscire il cane verso altre metropolitane.
Che finisca presto il disturbo che mi danno.
Finalmente giunge l’ora, devono aprire i cancelli.
Ma quelli non si aprono e io aspetto infastidito.
E’ per una buona causa, val la pena di aspettare.
Penso già un po’ meno sindacale.
Ciondolo con questo benedetto lusso cane.
La nottata adda passare, e così fu ripartenza.
Troppo pieni quei vagoni, porco cane sindacale.
E uno e due e tre me ne sto per andare nel mio disappunto di
classe non sindacale.
Quando appare uno spiraglio tra la folla di sudore.
Mi ci butto, mi ci fiondo stipato con il cane come alici in scatolame.
Mi arriva pure la famigliola cinese.
Il bambino vuole accarezzare il cane, ma io temo che lo morda nel
suo essere esemplare di migrante.
Invece il cane sta sereno nel buon esempio.
Mentre è a me che monta l’ansia.
Ho paura di non riuscire a scendere, perché ci ho sempre il cane
porco.
Paradosso insindacabile, mi soccorre il migrante oramai del
lusso dominante.
Tutti griffati, loro che possono e noi che non rivendichiamo più.
Mi fa pure spazio e mi legge la fermata.
Scendo prima del dovuto, esco, ringrazio per lo spazio e scappo dalla folla.
Il cane mi si è imborghesito, e io sono rammollito.
Sono atterrito per dovere fare ancora sforzo, mica fatica.
E arrivare a piedi.
Non sento più il compiaciuto privilegio.
Ci sentiamo, io e il cane, pendolari quotidiani sindacali.
Con la
nostra piccola avventura da raccontare.
La revoluzione a monodosi delle farfalle di soprammezzo muore
nel paniere della spesa.
Rimane la rivolta sociale.
Ma l’io paradigmatico è molle come fichi.
La rivoluzione non la possono fare i borghesi rammolliti decadenti.
Avanti popolo, che io sono in ritardo e non posso.
Ci ho l’affetto di lusso.
Ci ho il cane.
Kalimmudda ipsum dixit

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