sabato 18 luglio 2020

2020 07 18 - La beltade della prossimitade


2020 07 18 - La beltade della prossimitade

Mi hanno detto che si doveva parlare di prossimità.
La prima reazione che ho avuto è stata prosaica.
Per l’esattezza un po’ volgare.
“Ma che, me stai a piglia’ p’o culo?”
Ma come?
Siamo nell’era della distanzietà.
E ne potrei parlare a sazietà.
E invece eccola qua.
Chi se l’aspettava, chi lo sa.
La prossimità.
Manco mi ricordavo cosa fosse.
Allora sono ricorso ad un mio solito trucco.
Sono andato a vedere sulla Treccani per vedere cosa fosse stata, in qualche lontana era andata.
Anche l’enciclopedia ha tradito la memoria, e mi ha parlato di rele’, dispositivi che agiscono automaticamente, in genere per effetti elettrici o elettromagnetici.
Ma dopo il primo stupore mi è venuto in mente qualche sbarluccichio, e mi sono ricordato dei negozi di prossimità, del medico di prossimità, della radio di prossimità.
Tutta roba antica, che mi ha indotto a ricordarmi della “prossimitade”, che per il vocabolario e’ “ant.” che presumo non sia un vezzeggiativo diminutivo di Antonio.
E quindi appena retrocesso all’arcaico ecco che mi e’ tornata in mente, forse solo per amor di rima,  la relativa beltade della perduta prossimitade.
Non parlo tanto di quella del supermercato, che certo se prossimo e’ più comodo.
Ho avuto un lampo e mi sono ricordato che la radice della prossimità e’ la stessa del prossimo, tuo, mio, suo, poco importa.
Basta che sia un prossimo di qualcuno, da amare come se fossi tu stesso, magari a cui porgere anche l’altra guancia, così, gratuitamente, solo per vedere l’effetto che fa.
Basta che ti stia vicino, ma così tanto da diventare il prossimo, che poi potrebbe essere anche il successivo.
In effetti in qualche modo Gesù doveva essere proprio un prossimatore seriale.
Certo, avvicinare avvicinava, ma con il verbo, con tutti i suoi predicati che dovevano per forza essere parenti delle predicazioni, ma alla fine parlava della similitudine dei tuoi simili.
Sarà che io non mi sento mica tanto simile ai miei simili, anche se vorrei tanto.
Invece sono schizofrenico, dicono, e il mio migliore prossimo,  il mio miglior amico immaginario, sono io.
Quindi faccio fatica a parlare di prossimità, perche’ quella che conosco meglio e’ quella con le mie di me proiezioni alternate, che però sempre immagini di me sono.
Insomma se devo pensare al prossimo mio, allora mi viene in mente uno specchio.
Quindi meglio dimenticarsi della vicinanza nel termine di prossimità e passare al significato successivo, che io, perso nelle spartizioni del mio cervello, non ho idea di quale sia.
Alla fine mi resta il contrario della distanzietà, che conosco oramai da decenni e con la quale mi trovo più a mio agio.
Con tanti saluti al coronavirus, che dal punto di vista della perduta prossimitade, mi ha fatto un baffo.
Che saudade.

domenica 12 luglio 2020

2020 07 12 - La semplicità della complicanza


2020 07 12 - La semplicità della complicanza

Già partiamo male.
Complicanza suona brutto.
E al suono io ci tengo. Anche se chissà perche’.
Non gratifica nemmeno con una rima, ma complicità non c’entrava un cazzo.
E poi mi sa che mi e’ uscito un ossimoro.
Vai a sapere, tra tutte quelle figure retoriche.
Al massimo farò una figura di merda.
Chissenefrega.
Ecco, direi che questa e’ la parola del giorno.
Che palle tutta questa complicanza.
La mascherina e’compl….complice. Ah no, vedi che complicità non funzionava. Riparto.
La mascherina e’ complicata.
La distanza e’ complicata
La burocrazia e’ complicata
L’economia e’ complicata.
Il Covid, poi, e’ complicaterrimo. Che suona più terrifico.
Tutto complicato.
Sembra un associazione a delinquere di complicanze. Tutte complici, così mi torna utile anche la complicità del principio.
Ma non e’ vero!
E’ tutto più semplice.
E’ tutto nell’ordine naturale delle cose.
Al massimo si muore. Anzi, soli senza neppure massimo.
D’altronde l’essenza e’ che si nasce, si cresce e si muore.
Se distillate il si cresce, che e’ solo una trasformazione di energia, vi resta il si nasce, si muore.
Un prestito di energia che già sappiamo che bisogna rendere.
Si nasce a debito.
Si muore a pareggio.
E’ il grande  cerchio della vita che chissà se  e’una tantum o si ripete e ci si reincarna davvero.
Ma poi se non fosse una tantum, cosa cambierebbe? E’ solo una coazione alla ripetizione.
Sempre una manciatina di energia resteremmo. Una flebile scintilla negli abissi dell’infinità.
Comunque, in mezzo al si nasce e si muore, solo un passatempo.
Ma il tempo non e’ relativo. E’ che proprio non esiste. E’ solo una convenzione con cui misuriamo le variazioni dello spazio.
Quindi, in mezzo solo un passa spazio, che essendo fatto di massa e’ anche lui fatto di energia, anche quella da restituire.
Come la volti e come la giri e’ tutto molto semplice.
E’ tutto un grande debito che prima o poi si estinguerà, a prescinderti.
Che tu possa o non possa risolvere un problema e’ inutile che te ne preoccupi.
Non polvere siamo e polvere ritorneremo.
E’ solo questione di energia, che alla fine tutto livella, direbbe Totò.

lunedì 6 luglio 2020

2020 07 06 - 'O padrone



‘O padrone nun va’ due soldi,
dice sempre ‘e fatica’
e nuje ce magnammo o limone
per due soldi ca nce da.

Così cantava Pino Daniele.
E oggi mi ritrovo ad ascoltarlo mentre sono dovuto rientrare in ufficio perché il mio padrone così desidera.
Poveretto si sente solo, e a i tempi del Covid vuole tutti accanto a se.
Non è nemmeno desiderio di controllo.
E’ che si sente espropriato della sua porzione di proprietà umana.
Sono fatti così i padroni.
Credono che sia tutta roba loro.
E così ti obbligano a bardarti di mascherina e armarti di coraggio ed affrontare l’aria densa di virus.
Si perché che sia passata non ci crede nessuno.
In giro non c’è quasi un’ anima e viene il dubbio che i dati di minor contagi siano solo dovuti al fatto che nessuno ci si espone, al contagio.
Ma prima o poi …..
E così obbediamo al sciurpadrùn.
In fondo l’è semperlu che ci da la pagnotta.
Ah, hops, no.
Mi sono sbagliato.
Non è nemmeno lui il pagnottaro.
E’ lo stato che ci paga la CIG.
Mentre lui al massimo rispetta la sua natura.
E fa il ricottaro.
A proposito si chiama così perché la ricotta viene su da sola, senza bisogno di fare quasi nulla se non scaldare il latte..
Basta avere il capitale di una vacca.
Da mungere, intendevo.
Così ai tempi del Covid, il padrone ricottaro vive sulle spalle di noi povere mignotte.
E si arroga il diritto di chiederci due prestazioni a settimana e un vestito nuovo al mese, come a Napoli nel settecento.
Altro che Covid.
Qui ci aspetta la sifilide.
Morale.

lunedì 15 giugno 2020

2020 06 15 – Come e' profondo il mare


2020 06 15– Come e' profondo il mare

E’ notte, in effetti.
Sono sveglio da prima dell’alba, con tastiere dolci e chitarre acide a fami compagnia.
Siamo noi, siamo in tanti,
e ci nascondiamo di notte,
per paura degli automobilisti.
E dei linotipisti.
Che paura tra i secondi e i primi.
Il Covid allenta la presa e lascia il posto alle macerie socio economiche.
E a quei quanti danni dei nipoti delle lynotipe.
Mi sorge il dubbio, anzi ho quasi il sospetto, che ci abbiano scritto vagonate di cazzate.
Serviva ingenerare la paura di massa, per smuovere la massa.
Qualche grado di temperatura, qualche centimetro di mascherina e qualche metro di distanza in più e lo spettro della piaga biblica si riconduce alla poco più che semplice influenza.
Mi e’ doloroso ammetterlo, ma il sospetto e’ che potessero avere ragione gli immunitari di gregge.
Nel dubbio comunque continuo a distanziarmi e recludermi.
La paura rimane.
Ma quella e’ una scelta, seppur subconscia, e non un dato di fatto.
E quindi resto a casa, a lavorare e a vivere.
Insomma, rimane il fatto che me caghi ‘doss.
Frattanto mi fan paura pure gli automobilisti.
I cambiamenti climatici restano, ma nessuno se ne cura già più.
Anzi la rimozione del Covid, psichica e fisica, li rende tutti sollevati dal potere riprendere la macchina.
Eh si, viaggiare: chi se ne frega degli strappi al motore.
Il motore di Gaia continua a girare, infatti, ma proprio come prima da segni di montante insofferenza.
Io la macchina non ce l’ho, e quindi contribuisco meno ad inquinamento vario.
Ma non sono immune, come dal virus, e anche se già mettono mascherine meccaniche alle auto, queste non bastano a bloccare la retroazione indiscriminata.
Colpirci tutti, ma educarci pochi.
Così l’ennesima bomba d’acqua mi ha toccato proprio da vicino e mi allagato casa.
Mi sono trovato “les pieds dans l’eau” in centro a Milàn.
Mi mancavano soltanto i pesci, dai quali discendiamo tutti, che assistessero curiosi al dramma collettivo di questo mondo che a loro indubbiamente doveva sembrare cattivo.
E al dramma mio personale, che l’acqua alta e’ una cosa che ti mette spalle al muro di fronte alla tua piccolezza d’impotenza.
E allora, mentre del virus restano le macerie socio economiche, a casa mia restano quelle edilizie.
Sono stato costretto a impermeabilizzare, ripavimentare, installare stazioni di pompaggio che mi sembra di essere in una centrale idroelettrica.
Bella, perche’ in fondo e’ bella la fatica che l’umanità si industria a fare per controllarla, la natura.
Adesso vivo in un sottomarino giallo che e’ il colore di casa predominante.
Sono pronto per il diluvio universale, ma non so quale sarà la prossima piaga biblica che ci piomberà addosso.
Ho sentito di invasioni di locuste in Sardegna.
E io ho una cavalletta in giardino.
Occhio che alle locuste non gli puoi chiedere il permesso di soggiorno, e migrare migrano dove gli pare.
Ma e’ chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce e certo chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche.
Ma il pensiero è come l'oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare.
E allora ricordiamoci tutti di farlo girare questo pensiero.
Il Covid e’ durato forse troppo poco, ma ci ha indicato la via per un nuovo mondo.
Non continuiamo a bruciare il mare.