sabato 8 giugno 2024

2024 06 08 - A Vasco

 2024 06 08 - A Vasco


In questo giorno di albachiara,

mi domando se lo immaginavi,

quando cantavi vado al massimo,

 di arrivare a stornellare,

fino al circo Massimo.

Si, sarà stupendissimo!

Siamo qui a Milano finalmente.

Ancora intrepidi  a San Siro.

Nostro cacciatore di emozioni,

immenso costruttore di sensazioni,

gladiatore di parole,

ci difendi  anima e cuore.

Trepidiamo di sudore,

te lo urliamo a squarcia gola,

comandante di intelletto,

affogato nelle note per dispetto.

Troveremo  un senso anche stavolta,

ne uscirò di brividi stravolta.

Da trent’anni illuminata,

dalla tua luce abbagliata.



 Daniela

venerdì 7 giugno 2024

2024 06 06 – All’ultimo sbarco

2024 06 06 – All’ultimo sbarco

 

Mi permetto il disturbo.

Parlo di me con un preciso perché.

Sono stati giorni cupi quelli recenti.

Umore tinto di nero.

Lugubri vagiti e valli di lacrime per i figli dell’uomo.

Una comoda rappresentazione in odore di religione.

Un riferimento a schiere opposte di angeli e demoni.

Le mie, i miei.

Mi impongo di scrivere.

E mi accingo a farlo di quelle schiere di anime sbarcate, ma anche di quelle schiacciate.

E’ l’anniversario di ennesima rinascita di questo mondo.

Sempre e comunque il migliore esistito da allora ed ancora.

Non lo ricordavo.

Avevo esaurito le pile del mio piccolo crogiuolo di io.

Bisogna difenderlo questo mondo di bene.

Ma ecco a che servono gli angeli.

Sfoglio notizie di celebrazioni grate di dolore e rispetto.

Fino a che un segno mi coglie.

A volte mi capita.

Mi sento guidato.

E l’occhio cade su questa notizia.

Diventa madre a 63 anni.

Gravidanza fortissimamente voluta.

Concepita a Kiev, in realtà, e non in Versilia dove è data solo per nata, prematura.

“Poi la nuova fecondazione lo scorso autunno quando la donna, nonostante la guerra, torna in Ucraina, dove non esiste il limite dei 50 anni”.

Ora il piccolo è nel reparto prematuri.

Pesa solo due chili.

Appena raggiunto il peso forma la sua mamma potrà portarlo a casa dove l'aspetta anche la nonna di 93 anni.

Mi colpisce un altro schiaffo al mio mancato rispetto.

Per la forza del bene e di quella della vita.

Il parto è avvenuto lunedì scorso, quasi d'urgenza.

La pressione sanguigna si era alzata e il dottore ha ritenuto opportuno intervenire subito.

Dopo una gravidanza tranquilla.

Il creaturo prematuro pare avesse fretta di uscire.

Chissà, magari è quantisticamente connesso con le anime della guerra di Kiev.

E ha un messaggio da portare, per cui deve tornare proprio ora che ci sporgiamo sul baratro.

Magari raccoglie la schiera di quelle anime del mondo sbarcate su quella spiaggia maledetta.

Che lo aspettavano da 80 anni.

Chissà quanti messia ci sono sbarcati sotto il naso.

Chissà in quale preciso momento l’anima si innesta nella carne.

E chissà quanta folla di traffico può contenere.

Ma quando vedo segni poi mi dicono che sono malato.

Ma no.

Questa è troppo plateale.

Chissà come si chiamerà il creaturo dall’anima dalla scorza dura.

Chissà che la sua non sia una missione di pace.

Certe volte ne basta uno di sbarco in terra, ma di quelli giusti.

E ti ritrovi un messia senza che nessuno lo sappia.

Condottiero pieno di armate di angeli, è uno sbarco alla vittoria.

Bisogna dargli un nome.

Peccato non sia femmina.

Si poteva chiamare Futura.

Ma va bene anche un futuro.

Contra malum a muso duro.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Futura  

 

La angelica testuggine ve saluta



Futura con intro di Lucio Dalla


giovedì 6 giugno 2024

2024 06 06 – Il progresso artificiale e la bambina blasfema

2024 06 06 – Il progresso artificiale e la bambina blasfema

 

Questa volta al signore saltò il nervo.

E’ scritto minuscolo perché ci conosciamo così bene che ci diamo del tu.

Papà.

Si chiedeva perdono da solo, per continuare a bestemmiarsi.

Ma la calma non arrivava e non durava.

Pochi minuti e ripartiva l’invettiva.

Contro quel genere umano cui donava fiotti di intelletto, invano.

E poi l’umano se ne profittava e ci traeva solo profitto.

Il diavolo questa volta vestiva di elegante intelligenza.

Mimetizzato dietro un paravento di artificioso progresso artificiale.

Stavano tutti li in contemplazione dell’ultima invenzione.

L’intelligenza artificiale.

Mmmhhh, e porco me, e io cane lì, e non so cosa di qua.

Gli veniva un grande male di testa.

Lo disarmava la scienza quando sbagliava la rotta.

E qui l’umano era proprio partito per la tangente.

Decise di mandare un profeta ultimo spiegatore sotto forma di drone umano di quadrante.

Tipo oracolo geolocalizzato, lo atterrò in terra santa.

Già che là l’intelligenza latitava, pensava a due piccioni con la fava.

Che partendo da un quadrante si replicasse il messaggio nelle forze in cui da sempre era impacchettato.

Un ripassino, insomma.

Puah, intelligenza artificiale, pensò ancora prima del lancio.

E io che ci ho messo tanto a farla naturale, e porco me.

Al profeta fu data in dotazione una guardiana bambina.

Una assistente misuratrice di cuore puro e di occhi della meraviglia.

Non appena gli occhi li aprì, di freddo tutta rabbrividì.

Uh madonna vacca che troiata, disse la bambina che era un po’ scurrile e blasfemietta diavoletta.

Non si esclude fosse un drone pasoliniano.

Ma serviva essere diretti, chiari e limpidi nel linguaggio più onesto e moderno.

Schiacciò un bottone di parole da romanzi, e la macchina tirò fuori un libro con la storia tutta scritta.

Rischisciò il bottone e uscirono pure dipinti tipo van Gogh.

Tutti gli astanti trasalirono: uhh.

Teste di cazzo, inveì la bambina pasolina, tra lo stupore per l’assenza di pudore.

Vi ho fatto intelligenti, col cervello in quarti di quanti in attesa.

Ho creato l’evoluzione perché da soli non ce la fate.

Le mutazioni sono sempre in atto, e voi mi credete coatto.

Non capite che il disegno non è ricopiarmi.

Ma mettervi tutti in rete, nel grande cervello della civiltà dell’intelletto d'empatìa.

Comunicherete da mente a mente senza più intermezzi tonti.

Studiate le neuro, studiate i geni, puranche nel duplice senso.

E correte per avere un superbo drone globale, di meraviglia tutta naturale.

L’orbe pianeta pensante mirabilia vere.

Non artifici da baraccone, da altra fame e disoccupazione.

O il prossimo profeta ve lo mando armato e allarmato.

E porco de qui e porco de lì.

Dritto nel quadrante dell’elefante dal barrito brillante

Quello di luce che vi folgori tutti.

La lira di Dio, è questo che meritate.

Ups, era l’ira.

Nessuno è perfetto, nemmeno il finale intelletto.

Sbagliare con lo scopo preciso di testare vie alternative.

Dagli errori son nati scienziati, geni e pittori.

Si sa mai che nasca uno che non sia cretino.

In qualche artificiale quadrante.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Interstellarmente blasfemo

 





martedì 4 giugno 2024

2024 06 04 - Il barrito della luce malegrita

 

2024 06 04 - Il barrito della luce malegrita

 

Io sono ignorante, l’ho imparata da un film, la poesia.

Non andartene docile

Infùriati contro il morire della tua luce.

E perché dovrei mai.

Perché hai ancora parole e ragioni.

Non sono finiti gli anni del tuo lume.

Non è ancora l’ora dell’ultima parola.

Della boccata finale di aria stantia di una pozza di fiume di vita.

Dopodiché non gioco più al poeta.

Non è il mio mestiere.

Meglio le parole di un racconto piccino.

Meglio un postino.

Mi accorgo stremato che mi hanno succhiato la forza.

Tutto attorno mi resta qualche avanzo di scorza.

Sono andato dai medici.

Solita diagnosi finale.

Dipendenze e malegrìa, terapie e distanze da tenere.

Guarda un po’ l’ho scritto ieri di questa malegrìa da autoanalisi costante.

Però qualcosa è successo.

Si è chiuso qualche cerchio, qualche giro di karma insultato da puttana.

Me lo dicono i segni.

Con la casa stregata ho fatto pace, o almeno tregua ereditaria.

Vola cadendo una paperella di legno e rimbalza in un lungo dòmino fino a che prendo al volo un libro.

Titolo da roba buddista venuta dall’est che parla di pace, equilibrio, calma interiore che io non ho.

Come sempre trasalisco quando i cerchi smettono di circolare e sono chiusi.

Allora ricordo che dai medici ci si va per smettere di bere e di fumare.

Mentre aspetto vedo una foto d’attesa, di solito opere di dipendenze risolte.

L’elefante carica imbizzarrito, ma dietro ad un vetro il flash abbaglia il suo cuore.

Segno che ci si potrebbe costruire un trattato.

Vola il pensiero a chi ha la forza per darmi pace.

Alla forza del quieto male di essenze di nostre afriche.

Dieci anni fa scrissi di un sogno di viaggio di morte come di elefanti.

Di quelli che ci vanno tranquilli nel loro posto segreto, come per un ultimo alito di sigaretta in pace.

La dottoressa mi viviseziona i neuroni imbizzarriti, e mi mette tranquillo.

Non è il mio momento, devo solo restare pulito.

E fare attenzione, non solo a manìa e depressione.

In mezzo alla terza via c’è pure la malegrìa.

Scritta e postata ieri, come in carta bollata, devi misurare i pensieri e i differenziali di pressione.

Esteriore e interiore.

Misura e prendi le distanze.

Interiore, interiore, interiore, ah già ecco cosa diceva quel libro caduto per caso nelle mie mani.

Troppo facile poi l’associazione con i saltati impianti dell’acqua casalinghi.

Se vuoi restare nel tubo, devi controllare il battito, la pulsazione della pompa motore, il tuo cuore.

Mentre parla, prendo le distanze bene attento, con vivida attenzione, e mi monta un cerchio inverso, leggero.

Sempre più leggero, finchè finisce in una duplice risata.

Ho capito, devo solo cambiare sostanza di fumo, alla ricerca dell’oblio perfetto.

Già mi vedo al posto di de Niro in c’era una volta.

E mi torna alla mente la forza sia esteriore che interiore dell’elefante di luce di Africa in attesa.

Mantenere le distanze, lo sento cosa vuol dire.

E’ quella al contrario, la sentenza di cui parlava sempre mio padre.

Condannandomi a essere locomotiva per genetica ristretta o presunta.

E’ per quello che non mi riesce facile prendere le distanze.

Io sono geneticamente programmato per avvicinarmi ad aggiustare.

Ma adesso non ho più la forza per tamponare nessuno.

Riconoscilo, sei vecchio ormai.

Si, e di una vita vissuta disordinariamente.

Più pesante e pure in offerta ad altre.

E quindi oggi me lo sento meritato.

Di restare nei ritmi della terra.

Di questo si vive.

E di tanto altro ancora.

Ma non oggi.

Oggi sto con pace.

System overflow.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Discanto

 


 

domenica 2 giugno 2024

2024 06 02 – Allegria, che allegria, quale allegria, malegrìa

2024 06 02 – Allegria, che allegria, quale allegria, malegrìa

 

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it. Allegria

 

Voi non lo sapete, ancora.

Ma parte tutto dalle generalità.

Vi condannano o vi salvano, come un timbro di raccomandata.

Destinazione chi sarai.

Me lo diceva sempre quella spogliarellista sadomaso quando riusciva a restare a riposo senza dominare di frustate qualcuno come fosse indemoniata.

Faceva smania, di nome e di fatto.

Claudio, a me mi ha condannato il nome, diceva.

Allora e’ facile, se ti chiami come angeli ed arcangeli salvatori del bongiorno.

Michele arcangelo, manco angelo e basta.

Nicola, quello destinato alla vittoria.

Salvatore, vai e fai il messia.

E come una equivalenza obbligatoria sorge l’alba del bondìa.

Piena di famosa allegria.

Che belle allegre le origini della televisione, della Rai.

Mi raccontò un personaggione che erano anni inquieti.

Il paese aveva bisogno di distrazione.

E di allegria.

E la cristiana democrazia si inventò pure le gemelle Kessler.

Coscette da angioletti non come quelle della smania di prima.

Come sia sia, anche se all’epoca non si sapeva manco dell'esistenza del termine, nacque anche quel fatidico meme.

Allegria.

Inchiodato nel cervello come a colpi di scalpello.

Per scolpirti nel didentro che stare al mondo e’ un affare bello.

Come fai con tutti quei nomi poi a stupirti se ti esce un meme allegro. 

Con cui tutti ci ammantriamo di speranza quotidiana.

Io l’altro giorno ho litigato con mia figlia.

Mi si è ucciso ogni bagliore di allegria.

Rinfacciavo che i figli non ringraziano mai.

E già mi rendo conto che quale allegria.

Io ero rottura di coglioni planetaria.

Poi c’e’ chi e’ fortunato.

E vive di cuore contento accontentato e donato grato.

Ma arriva sempre il momento di ammazzare il padre.

Non  per non  ringraziare.

E’ perchè i figli non perdonano.

Non li avessimo messi al mondo in un sommo moto di egoismo della specie, il loro problema non si poneva.

Ma chi vi ha autorizzato a spezzare il nostro arbitrio.

A gettarci in questa valle di lacrime.

Con un incipit di lugubre vagito.

Si vabbe’, ma io ti dono ammòre.

Si però non e’ gratuito.

Il punto non e’ che i figli non ringraziano.

Il punto e’ che non perdonano.

Ma dove sta quell' allegria.

Allora dopo il solito psicopippone che volevo evitare… Allegria!

Torniamo alla verità originale.

All’anagrafica del meme.

Pensate a una disgraziata che si chiamasse Mara, dall’ebraico amarezza, tristezza, infelicità.

E magari Esposita perche’ orfana esposta.

Ma con due belle cosce inguainate di pelle, che in tv fanno tanto allegra distrazione.

Scommetto che non le uscirebbe certo il meme allegria.

Semmai realistica amarezza, tristezza, mestizia, infelicità, sconforto.

Ellamadonna, così e’ troppo anche per Claudìo.

Allora una piccola concessione.

Malegrìa: e schisciatela un po’ di allegria intermezza.

Il meme del futuro cammina entre male e alegria.

Bipolare, tripolare.

Malegria.

Kalimmudda ipsum dixit

L'immensa gioia di quale allegria di Lucìo Dalla

  


Postino scriptum.

Per inciso del tutto superfluo Claudio vuol dire con zoppìa, pure taggato mentale.

Ma io preferisco qualcosa di più imperiale.

Claudìo

 

  

venerdì 31 maggio 2024

2024 05 31 – I tigli dei droni - La saga - Venire anche tu?

 2024 05 31 – I tigli dei droni-La saga-Venire anche tu?

 

Racconto di quartiere contro il logorìo della psiche moderna

 

I tigli ho detto, i tigli.

Mica i figli.

Che lasciali da parte.

O scateni un putiferio planetario.

Uno strappo orbitale.

Un elastico globale.

Neurosfera universale. 

Che prima del ritorno all’orbita normale, le scie delle parole devono fare il giro attorno al sole.

Mentre quelli, e stavolta dico i figli, non ringraziano, in barba al karma, puttana di gomma.

E che quando l’ho detto e’ scoppiato ‘sto pandemico casino.

Un putiferio di inabili troppo seri, porta segnali, i primi segnali.

La censura imperiale la farà da padrona.

Almeno due postini, di pregio, stroncati nell’esercizio delle loro funzioni.

I postini sono esseri metalogici.

A metà tra numeri binari e creature della postalità.

Da cui il loro nome comune di piccoli post.

Assumono varie forme, la più comune delle quali è il piccionismo.

Creature biotecniche, di poca carne e cuore messo in allarme.

Leggere di carbonio, volano radenti rasenti con ali taglienti a battiti fendenti.

Fanno da un tiglio in avanti a uno indietro e costante ritorno.

Nessuno sa finora il perché e il percome.

Solo che siamo nel nostro piccolo imperativo autoritario vialetto sotto i tigli.

Modesta urbanesima arteriola certamente non imperiale, ma scelta come apparente dimora dai pigeones che non sono solo di Spagna.

E invece no, è ora che lanciamo un allarme con tanto di sorbole.

Scoperta la vera natura di quei che non sono piccioni.

Si tratta di droni dell’ultima generazione, pure dotati di un qualche generatore motore.

Sono figli di intelligenza artificiale, adottati dalle forze dell’ordine per combattere il disordine.

Generale e proprio lì, unter den linden  quello nostro, quello dritto, quello corto, un centinaio di metri.

Pattugliato a camionette, brigatine, squadrette e pure con questi congegni volanti bassi.

Tanto bassi da inquadrarvi nel mirino del riconoscimento facciale a tu per tu.

E trasmettervi la faccia dritto dritto giù in centrale, che sta giù, davvero giù.

Bisogna premettere che questi o altri droni esistono in varianti di molte scale.

La dove nell’oscurità della notte lavorano ad esempio piccoli uomini talpa.

Piccoli quanto certo norreno piccolo popolo di folletti e altri scide

Che ogni mattina lasciano traccia della notte passata a scavare buche.

Mimetiche di merde di cane, coprono in realtà gallerie reticolate sempre di forze d’ordine.

Che tutte puntano di quartiere in quartiere anche per migliaia di metri.

Una per ogni municipalità zonale, e una che sappiamo dove sta.

Seppellite a volte sotto volte antiche, le centrali sono tradite da spie luminose e porte di grande sicurezza.

Di queste una ormai scoperta non sta sotto i tigli, ma nei pressi della trinità dei tonti.

Quel complesso di grattiamoceli a forma di banana e rispettivo bipriapismo, dove passano davvero facce a fiotti, per le compere.

La città della vita, e che, mica cazzi.

Fertile crogiuolo di menti cui all’inglese aggiungerei un the, vengono inquadrate e riconosciute e misurate a comperare inutiliterie.

Quelle che una volta si chiamavano cineserie e oggi sono tutterie, misurate con cervelli inscatolati in quantità maggiore di dieci dentro scatole di scarpe.

Sempre sotto vigile occhio delle forze dell’ordine, che partite dal vialetto dei tiglietti, sono girati per tutta la città a megafonare.

In realtà a consegnare, raccogliere e infine circolare informazioni con appositi devices di cui parliamo un’altra volta.

Questi grossi come alberi sono gli abituali droni poliziotto.

A volte confusi tra megafono e manganello.

Hanno un capo assai elegante.

Che si vede che è tiglioso.

Viaggia a raccattare rifiuti in blazer blu, mica in mimetica d’ordinanza.

Qui regnamo in eleganza, e si mette anche a disposizione dell’urbana popolazione.

Spiegando che la gente a faccia feccia dovrà essere cacciata dal quartiere.

E’ ora, non se ne può più.

Traslochiamo.

Tanto senza tetto un posto vale l’altro

Si son fatti passi avanti, passi da giganti, senza usare manco le mani.

Solo urlando armati a mano.

Fino a che salta il link con la centrale che controlla da sotterra.

E quello in blazer parte e urla ad un poveretto il mantra del te ne devi andare.

Il poveretto sbraita a sua volta.

E vi riporta nel mondo degli umani.

Si vabbene noi andare, ma tu spiegare dove cazzo e’ che noi andare?

Venire anche tu?

In effetti tanta logica che manco un drone.

O no?

 

Kalimmudda ipsum dixit

Venire anche tu? No tu no, ci scommetterei

 

Tale padre, tale figlio questione di geni– Da vedere 




 

2024 05 29 – Il karma è una puttana di gomma

2024 05 28 –  Il karma è una puttana di gomma

 

E poi dimmi che il karma non esiste.

Il karma di gomma.

Come il muro.

Ti rimbalza.

Ho raccontato del riatto di una casa.

Ma non cosa c’entri con il karma.

E come funzioni, dato per scontato che esiste.

Per quantistica struttura universale.

Roba che se siamo cattivi, quelle le porzioni di universo interessate ci rimbalzano e ce la fanno pagare.

Ce l’abbiamo anche da noi, questo siddetto charma.

Solo che è una tantum, da morti singolari.

Mentre gente venuta dall’est diceva che in fondo era uguale, perchè si reincarnava.

Invece il sommo poeta lo chiamava contrappasso.

Ma sempre credevo che valesse da morto.

E invece.

Nel bosco urbano un giorno arrivò il lupo.

E la vecchietta andò via, magnata in un bocconcino solo.

Io mi addoloro di nostalgia se vado due giorni in albergo.

Figuratevi la vecchietta ultrasettantenne.

Ma il driver universale è sempre money, money, money.

Quattro ceci di money tra l’altro.

Comunque dato che il padreterno, quello che esiste sempre per quantistica struttura universale,

ha un karma grande così, un giorno incontro la vecchietta per caso.

Vuole parlare, il lupo fu sprezzante.

Money, money, money.

Mi disse che lo sapeva che non ero io, una così brava persona.

Ma io non risposi e non feci niente.

Opere e omissioni.

Tornai a casa con una certezza.

Questa ci torna indietro,

E arriviamo al tangibile muro di gomma.

Quella mi abbraccia e scoppia a piangere.

Io tenni la posizione del lupo.

Con inutile vergogna.

Oggi la casa ci rimbalza il karma di gomma.

Problemi tecnici di sorta, per la vecchietta secondari ma non per noi.

Strutture da rifare, lavori vari necessari, litigi familiari.

Quotazioni in contestazione.

Salute in precariato per la rabbia e per lo stress.

Aiuti da trovare per la gestione.

Alla fine scommetto che il money sarà lo stesso, solo se va bene.

Il karma non è sempre di gomma.

A volte ci si scontra.

Contro il duro mattone di muro.

Perché il karma è pure una puttana.

 

Kalimmudda ipsum diit

Karmacoma

 



 

Sintesi appropriata : https://www.songtell.com/it/massive-attack/karmacoma 

2024 05 28 – I figli perdonano, sperèm

 2024 05 28 – I figli perdonano, sperèm

 

Sperèm, così diceva mia mamma.

Che non so se ho mai perdonato.

E’ molto semplice.

Evitiamo psicopippe.

Preso dal dolore della mia rabbia, ho offeso il tuo di dolore.

Per quanto effettiva potesse essere una ragione, non sei tu la causa.

Ti chiedo perdono.

Mi stecchisce con un si ma me lo chiedi sempre dopo.

Ha ragione.

Chiedo perdono lo stesso.

Non ho altre armi.

Ti voglio tanto bene.

Papà.

 


Papà con la bambina


 


 

venerdì 24 maggio 2024

2024 05 24 – Atarasso dentro l’acqua

 2024 05 24 – Atarasso dentro l’acqua

 

M’atarasso.

Voce del verbo atarassarsi, prima singolare.

Steso sul matarasso, resto imperturbabile.

Almeno credo sia possibile se non probabile.

Cirri e nembi si addensano all’orizzonte nella mente.

Noi non lo sappiamo, ma come cani li usmiamo prima da lontano.

Mi hanno somministrato una nuova magica pozione.

Che si chiama atarasso, per assonante pubblicità.

Mi dovrebbe fare dormire, posponendo la manìa da profezia.

Affogandomi alla fine nello stato di totale tranquillità.

Che si soffochino i moti d’ansia che mi passano attraverso.

E che io resti vivo di vibranti emozioni e sensazioni, molto oltre l’intelletto.

Che peccato quest’occidente.

Dove una benedizione viene confusa in malfunzione.

Ma così sia.

Io il dono l’ho parcheggiato per amore di prossimi e lontani.

Che non so se corrispondano o confondano quel che è buono e per chi.

E così sono cappone, castrato nel mio varietà di pillole, pastiglie, consigli e perentori bagagli di bisbigli.

Coi neuroni a far da pulci nelle orecchie, le menti urlano latrati come cani da pagliai.

Come conigli dal cilindro ogni parola è una trovata di una strada da scoprire.

Una strada in giravolte e girotondi, una danza che è distanza e vicinanza e che allontani la mattanza.

E la vita diventa matarasso, da cui non alzarsi più.

Atarassia.

Imperturbabilità di storia ed uso greco antico, sempre loro copiatori seriali.

Stato di perfetta tranquillità e serenità d'animo, raggiunto dal saggio una volta libero da passioni ed emozioni.

Si raggiunge con pratiche diffuse in tanto mondo e modo, o con la nuova chimica di scienza.

Emerge dal subconscio dentro ai sogni più leggeri quando dormi grazie al chimico scienziato.

Terapeuta a tradimento del tormento.

Sono sogni da profeti, tarassi ed inquieti, lascianti segni e disegni nei sonni più leggeri.

Così la nuova chimica mi mette sereno leggero nella beata inquietudine del sogno.

Erano decenni che non sognavo nitido, il che me lo rende interessante.

Mi ritrovo a inseguire un io mio puntatore gps di taxi perso in un taxi col gps in una sorta di paradosso del taxi, che ad elastico non finisce mai.

Uh, se hai voglia che vuol dire.

Poi chiamatela pure ansia, se passa solo con la chimica.

Certamente sono psicopippe.

Se non avessi la schiscètta e la michètta altri sarebbero i bisogni, ed i sogni.

Ma non è che non ci siano per davvero.

Che non accendano sinapsi da fare adottare comportamenti latenti.

Presto o tardi emergerà come un profeta.

E una volta emerso il profeta terapeuta non lo si chiamerà più giosè.

Apprenderà e insegnerà l’emersione da intelletto privato a scambio collettivo.

Io, e sé e basta giosè.

Ecco il sogno d’atarassia.

Volere non volere.

Essere per essere.

E un solo bisogno da soddisfare.

Ciotolina di riso per tutti.

Come si farà.

Col bromuro del serrano montalbano anostrano

Atarasso dentro l’acqua.

Atarasso e tutti in pace.

Ne berremo come ambrosia.

Tutti in pace senza contro.

Tutti ciucchi come ciuchi.

Un baleno di colori.

Ricordandoci abbastante.

Quella ciotola di riso.

E magari un pieno di goccine.

Lise.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Stay Atarax, so u can give peace a chance