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domenica 1 novembre 2020

2020 11 02 – L’irrefrenabile ilarità del Kalimmudda - New deal

 2020 11 02 – L’irrefrenabile ilarità del Kalimmudda 

 Quando nacque, così tutto nero, parve subito chiaro che fosse un segno di sventura futura.

Un segno mandato da chissà quali dei, per marchiare indelebilmente il pollaio morente.

Per esorcizzare la iattura, la mamma lo chiamò Kalimero, buon giorno di intenzioni, a sperarne manifestazioni.

Kalimero era figlio di Kalispera, e con il suo buonasera coprivano la giornata tutta intera.

Quando andavano in giro, una bianca. l’altro nero, sembravano opposti come bene e male ed erano di frequente oggetto di ostracismo, spesso degenerante in bullismo, perché forieri di pensieri funesti frequenti soprattutto nei disonesti.

Insomma, la sventura del pollaio era proiettata sul povero pulcino e non sulla scala sociale del pollaio stesso, che notoriamente è corta e piena di merda, ma che lascia sovente spazio alle cime di casta, poco propense a condivider il pasto.

Così Kalimero veniva deriso, oltraggiato, schernito e abbecchato, non avendo i polli le dita, per la sua neritudine.

Dai e dai l’effetto ripetizione e quello esposizione ebbero la meglio, fino a che anche Kalispera fu convinta che il suo mero fosse in effetti funesto.

Un po’ per scelta e un po’ per viltà, arrivò il giorno che il gran consiglio di casta decise che Kalimero andava allontanato, convinti che le sventure sarebbero sparite con il semplice suo sparire dalla vista.

Evidente degenerazione avicola definita “struzzalità”, fatta di rimozione e negazione delle evidenti proprie responsabilità.

Kalispera cedette, e la vita di Kalimero si spezzò.

Fu bandito dal pollaio, e diventò un fuorigregge, manco fosse stato una pecora.

Iniziò a girovagare per il mondo vivendo di espedienti.

Essendo maschio non poteva nemmeno ovoiare, ragion per cui doveva procurarsi il cibo con vari stratagemmi, anche perché a cannibalare per mangiarsi le sue stesse uova non ci si vedeva proprio, se non altro per questioni di erbivolezza.

Imparò moti trucchi, visitò molti posti, incontrò molti altri, sempre facendo attenzione agli umani torcicolli.

Insomma si fece un bagaglio di vita che piano piano lo allontanò dal compiangevole “eh, ma è una ingiustizia però. Solo perché sono piccolo e nero.”

Col tempo si rese conto che si abituava a qualsiasi cosa e soprattutto che tutto era relativo e che nun s’adda da’ retta che qualcuno, lassù, ce sta che nce penza.

Si scoprì fedele, intendendosi di fede, e avendo constatato la presenza divina, sia nell’ordine naturale delle cose che in quello suo proprio, da pigarolo, divenne ridarolo.

Ogni volta che succedeva qualcosa, a lui o ad altri, mentre serpeggiava la disperazione lui scoppiava in certe risate di gusto che nascendo pigolate risuonavan piuttosto. 

Da piccolo e nerofunesto, iniziarono a prenderlo per matto.

E lui ci rideva, sempre come se gli avessero affibbiato un titolo nobiliare.

A furia di ridere di ogni cosa, iniziò a diventare famoso, che nessuno riusciva a capire i suoi motivi e quindi la curiosità, invece che uccidere gatti, cresceva un po’ ovunque.

Certo matto doveva essere matto, ma non si era più nell’era dell’eugenetica avicola, per cui questa strana forma di schizofrenia aviaria suscitava anche un certo fascino.

Da principio nel mondo artistico, dove se ne percepì la potenza creativa, poi lentamente anche altrove dove creativo voleva dire un volitivo valore.

E Kalimero rideva.

E in effetti ci provava gusto.

Tutto gli passava sopra, ed ogni fremito di neurosfera gli si trasmetteva tra le membra fino ad attraversarlo fin su, nella mente.

Nel frattempo assemblava idee, pensieri e concetti, forse proprio perché libero da preconcetti.

O forse perché non aveva niente di meglio da fare.

E ridendo di tutto, non riusciva proprio a capire l’insensatezza di tanti pollai, pieni di caste sempre pigolanti e niente affascinanti.

Accumulò canoscenza, spinto da un bisogno come d’essenza.

E poi decise inconsapevole di iniziare a diffonderla.

Inconsapevole, si, perché era come spinto da una forza “d’above” a cui non poteva opporsi.

Ma sempre col riso sulle labbra di becco, seppur non cornuto.

Iniziò a spaziare nelle teorizzazioni, dalle cose pratiche fino alle stelle.

Sentiva che per ogni cosa tutto era già spiegato e a disposizione da cogliere, proprio come un uovo pieno di informazione.

E naturalmente ad ogni percepita corrispondeva una risata.

Andò talmente avanti che non riusciva più smettere di ridere, in continuazione.

Finché un giorno si illuminò e sentì la potenza di tutto quel riso attraversargli non più solo la mente, ma girovagare per tutto l’universo.

La sua era sempre stata una storia singolare, da single, ma d’improvviso si trovò connesso con tutto.

E da una forza che non era quella della luce, ma altra cosa.

Aveva scoperto la forza dell’amore, quello universalmente pervasivo, e ne aveva scoperta la natura di lieve gravità.

Insomma, lo sentiva.

Anche se era un pollo, con la spinta dell’amore lui poteva volare.

E come lui tutti quanti.

E volando volando ogni pollaio avrebbe percepito quella forza e si sarebbe elevato oltre se stesso.

Cercava un termine per tutto questo.

Gli venne avioscendenza che non era male : una sorta di trascendenza avicola. E poi era crasabile in un volatile avioscenza, anche con l’eventuale i.

E ci aggiunse due meccanismi di fondo, uno che spingeva, la radiazione di energia, e uno che raccoglieva, la gravità.

Per rendere le cose più semplici le sintetizzò in intelletto e amore.

E questa fu per lui la synfisica.

Opera avicola in onnipresenza divina, sotto forma di fisica.

Si rese conto che c’erano due potenti strumenti a disposizione., esistenti fin dall’alba dei tempi.

I rotori semantici per la neurosfera.

Intelletto.

I centri di gravità per la mente.

Amore.

Scrisse tutto quanto e si accinse ad iniziarne la divulgazione.

Si ricordò addirittura di farsi una risata, già che aveva scoperto essere atto d’amore molto più energetico del pianto di intellettuale dolore.

E sempre spinto da queste due forze universali, si avviò per il mondo, con la sua missione da compiere.

Voleva diffondere il verbo, che poi era un cocco, ma per vedere il mondo in fondo ridere.

A crepapelle.

Di pollo.

Così un giorno il messìa si palesò all’ingresso del pollaio che lo aveva ripudiato.

Ed iniziò la sua predicazione.

Suscitò un certo interesse, soprattutto perché cercava di fare ridere tutti, e spesso tra trovate ed invenzioni ci riusciva.

I polli iniziarono a seguirlo.

In batteria.

Iniziarono a sentire quella storia della potenza dell’amore.

Ma soprattutto partendo dalle caste di lì più basse.

Kalimero, ormai considerato una specie di messìa, portava unità in felicità, in quel mondo così straziato di poco amore.

Fu un bel casino, perché fu come se Dio si fosse palesato in tutte le sue forme di divina rappresentazione. Tutte insieme.

Monoteiste, pluriteiste, ateiste, solo teiste, a volte etichiste, e chiste e chille..

Alla fine qualche matto la aveva percepita la potenza della synfisica, e aveva capito che non c’era bisogno di macellarsi.

Bastava non contrapporsi.

Ma Kalimero subito si rese conto dell’arduo problema.

Lui si metteva di impegno.

Proferiva in continuazione il verbo del Syn, con anche alcune difficoltà che non tutti avevano la y.

Forse proprio per questo tutta questa rivelazione per alcuno era una maledizione, che pensavano diventasse apocalisse o per lo meno apocalesse.

Ma lui predicava e divulgava e procedeva nella sua missione di riconnessione di opposizione, che ancora nutriva la speranza del  suo verbo gran possanza.

Lui che aveva visto tutto doveva rendere tutti partecipi.

Alcuni glielo avevano detto che il verbo non abbastava, ma egli non ci credeva.

E così ripresero a dargli del matto, con la stessa m di mero ma dal senso molto meno sincero.

Ma lui rideva, e rideva e rideva

Finche’ arrivò la pestilenza.

E tutto il pollaio iniziò a cercare il pollo espiatorio, perche’ la natura del pollo in batteria e’ poco propensa alla condivisione, soprattutto quando in demìa.

Come da principio, la sventura del pollaio, che già da prima mica era messo tanto bene, fu nuovamente proiettata sul povero Kalimero, che pure tanto si  era prodigato per la diffusione di una certa conoscenza che confermasse la sua natura non foriera di iattura.

Ma malauguratamente aveva sempre predicato un impresagibile “frequentate positivi”, intendendo soggetti dallo spirito illuminato.

Mentre con la pestilenza la locuzione era assurta a quella che venne malintesa in sierologica maledizione.

Così KaliMero da messìa che fu, con tanto di M maiuscola, venne deriso, oltraggiato, schernito e abbecchato, e infine nuovamente bandito dal pollaio.

Era il colpevole della pestilenza, non foss’altro che per avere sfidato le alte vette della canoscenza.

E per tale ragione, da messìa si ritrovò declassato, sempre maiuscolo, ma a Matto.

L’ultima cosa che disse prima di andarsene fu : “abbiate pazienza, un po’ di astinenza e passerà la pestilenza”.

E rise, e rise, e rise, già certo che nessuno lo avrebbe ascoltato.

Fu una profezia mal giudicata, che con tutto quel riso tutti ritennero da matti.

Pazienza e astinenza, proprio nessuno ce la fece, e così il semplice monito venne subito scordato.

KaliMero se ne andò dal pollaio e si fermò sotto una grande quercia di secolare memoria anulare.

Si ritirò in medighiera, la sua forma di meditazione e preghiera fatta col pensiero fluente e non ristagnante.

A inseguire canali dentro sè non banali.

E solo sulla collina con la sua quercia, rideva e toccava e rideva. Sembrava lui il padrone.

Insomma, proprio come un uomo, proprio come un matto.

Finche’ dopo tanta fatica si acquattò e si addormentò, ma solo dopo un’immancabile risata.

D’un tratto si svegliò per le urla provenienti dal pollaio.

Dapprincipio pensò che fosse la iattura, invece dopo un po’ percepì che si trattava di urla di gioia, in mezzo a tante risate.

Ancora non lo sapeva, ma aveva dormito dieci anni.

E tanti ce ne mise a passare la pestilenza, senza la pazienza e l’astinenza.

Qualcuno si ricordò della sua profezia e ritenne, che KaliMero fosse rimasto in preghiera meditativa per tutto quel decennio. Che altrimenti non si capiva bene cosa avesse fatto fermo immobile per tutto quel tempo.

E tutti si volettero ricredere, attribuendogli incredibili capacità divinatorie, ed infine un evidente stato di illuminazione tale da avergli donato la libertà dal desiderio perfino di muoversi da sotto l’albero per così tanto tempo.

Diventò per tutti  il Kalimmudda.

Kali perche’ kalòs.

Emme perche’ un po’ matto un po’ messia, eppur nato mero.

E udda ….perche’ il pollaio era in Sarddegna, e dentro non c’era manco una b.

Tutti lo seguivano, credendolo di tutto quel nome un po’.

E in effetti parlava come un oracolo.

E spesso non si capiva il senso.

Tutti pregni di credenza nel buonsenso si trovavano il nonsenso e scordavano il consenso.

Un giorno uno gli chiese : “ma adesso che sei il Kalimmudda cosa fai ?”

Sei un pensatore?

No.

Sei uno scrittore?

No.

Sei un insegnante?

No.

Sei un dotto?

No.

Sei un saggio?

No.

E allora ?

Kalimmudda lo guarda e fa : “io sono misura”.

Eh ? E che vuol dire ?

“Io computo la revoluzione perenne”.

Ah, beh!

“Io cerco l’altra via”

Oh. Adesso si che è tutto chiaro.

….ma scusa…, quale altra via?

Kalimmudda pensò : “ancora lungo e impervio si palesa il cammino”.

Ma in realtà non parlava del suo.

Gli scappò una risata.

Alcuni capirono che quella sorta di sardonica parabola era piuttosto un’iperbole, e non poterono non riconoscerne una certa grandezza.

E poi quel linguaggio tra l’aulico e il criptico, spesso ritmico ma a volte rimico, ove non comico, conferiva al pulcino una certa autorevolezza da bambino, il cui solo sguardo di meraviglia era capace di rendere giustizia alle mirabilie del mondo.

Continuarono così a vederlo illuminato.

Ma lui rideva sempre.

Ci vuole del talento per invecchiare senza diventare adulti, pensava.

Ma tutta quell’ilarità suscitava quantomeno perplessità alle orecchie di ogni santità che assisteva al qua qua qua.

Nemmanco la pestilenza aveva portato la scienza della canoscenza.

Tutta richiusa in proprietà privata, canonizzata dalla bisogna di sopravvivenza.

Kalimero pensava : nun gliela famo, da sardonico romanesco.

Eppure ci sono le scritture.

E pure le mie, prodromiche preparatorie e pure propedeutiche, quando non pedagogiche.

Rotori semantici.

Neurosfera.

Centri di gravità per la mente .

Intelletto.

Amore.

Possibile che ancora non capiscano?

La via l’aveva indicata.

Io non servo più, l’io non serve più.

So died the me, than came the we.

Eppure, nonostante la divina lezione, ancora tutti erano intrisi di sé.

Ahò, sempre in sardonico romanesco, ma che siete de coccio?

Iniziarono i tempi delle agorìe con gran timore di alcune etnie e persino categorie..

Tutti a parlare per vedere di conciliare, ciò che era già synfatto.

Ma cervelli troppo antichi non erano ancora abbastanza prescienti.

E del succo del syntutto, cogliean soltanto qualcuno suo frutto.

Finchè un giorno Kalimmudda si stufò e si alzo in volo sena sapere come, perche’ non aveva di certo delle ali da aquila, e senza sapere che era per merito della forza dell’amore del suo centro di gravità per la mente, si proiettò nel suo rotore semantico.

E a tutti gli astanti che lo imploravano di rivelare il grande segreto disse solo: “io non servo più, l’io non serve più”.

E scoppiò a ridere.

Fu allora che un gurone, un po’ guru un po’ santone” pieno si saccenza di conoscenza gli chiese :

ma perche’ ridi sempre?

Cosa e’ che tu sai che noi no?

Cosa e’ la vita secondo te?

Sei davvero matto?

Kalimmudda panpregò, nel dubbio plurale.

Signori, datemi il senso del ridicolo. Concedetemi la grazia di comprendere uno scherzo affinché conosca nella vita un poco di gioia e possa farne parte anche ad altri.

E pensò a tutte le volte che aveva riso scherzando coi suoi pensieri, certamente con un qualche bruscolo di follìa.

E rispose.

La vita e’ uno scherzo di fiume.

E nel mentre pensò panteistico che in effetti a volte lo e‘ di pessimo gusto. Ma altre proprio no, a crepapelle.

Il gurone lo guardò interdetto e gli disse: “ma come tutto qua il tuo segreto della canoscenza. La vita e’ uno scherzo? E di fiume?”

Kalimmudda lo guardò, ma stavolta sghignazzando, e disse: “perche’, non e’ uno scherzo?”

 

 

La synfisica

Civiltà di intelletto diffuso in amore perfuso

Un rotore semantico per la neurosfera

Un centro di gravità per la mente

E una grande risata

 

  


 


sabato 22 maggio 2021

2021 05 23 – Humourism vers l’échafaud



2021 05 23 – Humourism vers l’échafaud

Eesciàfò, patibolò Quelli che, umorismo è fastidio.

Quelli che, moriremo di tedio.

Quelli che, tutti giù nel cavedio.

Dell’ascensore per il patibolo.

 

Eh, già, vai a far ridere.

C’è il virus.

L’unico umorismo catartico è quello macabro, nero, inglès, gallouès.

Un tizio rantola respiri a briciola.“Ma le fa male?”.“Solo se fiato”.

E’ un particolare tipo di umorismo che sorge da situazioni di stress, momenti traumatici o di grave pericolo durante la vita.

Appare spesso in circostanze in cui la morte è percepita come imminente e inevitabile.

Non come quello del Kalimmudda, che è una roba tra se e se, ma fuori di sé, che se la canta e se la conta ridendosi umorista al solo ritmo dei pensieri, constatatala, la ridicola natura della condizione umana. 

Ridicola, insignificante, di poca importanza, di scarsa entità, esigua, meschina.

Il ritmo.

E’ importante.

Anche per l’umorismo.

Deve essere questione da neuroscensati.

Sinfonia da metronomìa della pompa neuronale.

Pulsazione frenìaca ti risveglia idilliaca.

Tà, tà. Tò, tò, Oh, oh. Ah, ah. Ah, ah

Così mi sono documentato un pochino e ho scoperto che non c’è niente da ridere.

L’umorismo è roba serissima, per lo meno per chi non ne ha.

Tonnellate di letteratura, e pure tanta spazzatura, per distinguerne natura, che alla fine resta oscura, ma non sembri più sventura.

Mi sa che ci devo mettere anche la rimica tra le cose che fanno ridere.

Io mi ricordavo solo Pirandello. E Calvino, valà. Con un briciolo di Quenau. Cià.

Comunque, come al solito quando si parla di parole buone per Ondivaga Diurna Congrega : Treccani.

Umorismo è la facoltà, la capacità e il fatto stesso di percepire, esprimere e rappresentare gli aspetti più curiosi, incongruenti e comunque divertenti della realtà che possono suscitare il riso e il sorriso, con umana partecipazione, comprensione e simpatia e non per solo divertimento e piacere intellettuale o per aspro risentimento morale, che sono i caratteri specifici, rispettivamente, della comicità, dell’arguzia e della satira.

Insomma, l’umorismo perenne è parente dell’irrefrenabile ilarità del Kalimmudda.

La vita è uno scherzo di fiume, piena di nonsensi, controsensi, doppisensi, il cui saper cogliere con sguardi di bambino rapace, stampa sorrisi a raffica come quelle cheappose faccine di quelle del pc.

Quantunquemente, l’ismo viene da umore, òmore, sostanza liquida, acquosa, fluida.

E per derivazione, quel particolare modo di cogliere il lato ridicolo, comico o anche soltanto divertente o assurdo della realtà e delle cose e di rilevarlo.

Il derivato tra fluido e comico è negli “umori” della medicina antica, che se cattivi o buoni erano responsabili dello stato d’animo.

Poi arriva quel gran genio sigismondo e ti scopre che l'Io rifiuta di essere afflitto dai traumi e si mostra che tali traumi non sono altro che occasioni per procurarsi piacere.

La resilienza della demenza, in pratica

E allora, sorbita la sofiopippa quotidiana, qualche chicca.

Tommaso Moro, condannato a morte salendo sul patibolo: La prego, Tenente, mi aiuti a salire. Per discendere, me la sbroglierò da solo.

Oscar Wilde  povero e malato: La mia carta da parati e io siamo impegnati in un duello mortale. O l'uno o l'altra dovrà andarsene .

L’assassino French, prima dalla sua morte sulla sedia elettrica: che ve ne pare di questo come titolo di testa sul giornale domani? "French fries".

San Lorenzo  condannato a bruciare su una graticola, disse al carnefice, dopo un certo tempo che il supplizio procedeva: questa parte è cotta, volta e mangia.

Stephen King: un uomo sta per essere giustiziato, il capo della squadra che lo deve fucilare gli offre una sigaretta. Lui risponde: no grazie, sto provando a smettere.

Amore e guerra di Woody Allen. Boris, mentre seppellisce caduti al fronte, incontra il fantasma di un suo conoscente.

“Sei vivo?

Sono morto.

Guarda che buco in testa.

Oh..e. ti duole?

Solo quando penso”.

E così chiudiamo il cerchio.

Alla fine, dunque, cogliere l’attimo del ridere e del sorridere è la cura per l’allegria perenne.

Ci vuole quel dono del senso del ridicolo.

E se funziona sul patibolo.

Sentite qua quanto ridicolo d’allegria che ci mette Dewey Dispetto.

Un po’ di cazzimma, anche quella fa umore.

Titolo e autore non ce li metto.

Dovete pazientare.

Col sorriso.

Ma proprio fino alla fine.

Qui taquine adòre.

  

sabato 25 febbraio 2023

2023 02 25 - Il giullare vorace

 2023 02 25 - Il giullare vorace

 

Questo è un duello.

Devo salvare la testa perché dentro ci ho il cervello.

Almeno vale per quasi tutti quelli che valga la pena.

Ma non è solo questo.

Che sembra che parliamo di neuroscienze.

Io voglio essere molto più semplice.

E parlare di riflessi dell’eterna lotta tra bene e male.

Ci siamo soggetti tutti.

E una modalità che mi piace citare è quella psicologica.

Tanti anni fa, una british grande compagnia aziendale, non ricordo quale ma basti sapere che era la stessa Britain del loro humour nero, istituì la figura del giullare aziendale.

Qualcosa di simile ai pagliacci nei reparti oncologici dei bambini.

Che tra l’altro conosco bene avendoci lasciato il figlio di mia sorella a meno di dieci anni  e dopo mesi di straziante agonia.

Mi colpì sempre la serenità con cui i piccoli affrontavano la loro situazione.

E le risate loro indotte da semplici prestazioni, sketch e battute che noi giudicheremmo banali.

Ma c’è la scienza, a salvarci dallo scetticismo.

La risata genera endorfine e chissà quali altre ine.

Cosa che non fa il pianto, foriero forse di altre ine, ma di quelle dalla natura sfigata.

Ed inoltre è una celebrazione della forza e presenza del bene.

Vi rimando ad un cartone per bambini nato dal genio Pixar che si chiama Monsters.

Ma comunque sarà capitato a tutti di fare qualcosa di bello e gratificarsi almeno con un sorriso, ove non risata.

Così l’eterna lotta tra bene e male io la sintetizzo e distillo alla dicotomia tra ridere e piangere.

O per essere più diretti, godere dell’essere contenti invece che lamentarsi dell’onnipresenza del male.

Chi volesse farmi un dono, potrebbe leggersi l'irrefrenabile ilarità del Kalimmudda.

Che da pigarolo diventò ridarolo.

Ma serve qualche minuto più del solito.

Solo che io ci sono molto affezionato.

Comunque il punto è che questa lotta tra bene e male può essere metaforizzata.

In un duellante chef-d'œuvre che vi segnalo in fondo.

Dove con un po’ di pazienza potrete ascoltare il duello tra il giullare e il tiranno.

E scoprire che ogni tiranno del malumore alla fine perde sotto la gragnuola della bellezza assoluta delle risate.

Le risate.

Questo è il motivo per cui, quasi come se fossi un buffone, cerco sempre di fare ridere.

La stupidera.

Il potere della stupidera.

Quasi come in una lotta tra Davide e Golia, io mi voglio sentire giullare, e non tiranno delle paure.

E sono vorace di risate.

E alla fine, come farà il bene, all’alba vincerò.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Il duello tra il giullare e il tiranno

Roba di mostri, che dovrebbero fare studiare a scuola.

 

mercoledì 19 febbraio 2025

2025 02 19 - L’ode della frode caduca

 2025 02 19 - L’ode della frode caduca.

 

Una preghiera di ringhiera.

Ode alla lode che pende caduca.

Cosa vuol dire sapere non datur, ma suona bene.

E’ una parola tabù pudicamente taciuta.

Non si può ascoltare per quanto stona e non suona.

Nel tragicomico psicodramma dell’uomo tuona e rituona.

Lancio la sarabanda dei tà parenti del ka.

Ode, lode, frode, gode, la caducità.

Se la ride di pelle di panza di sostanza e costanza.

Non è fatta di circostanza.

Ogni volta che la sento mi stringe la gola.

Allora cambio parola.

Con la stessa pietà.

Precarietà, fugacità, labilità.

Tattaratà.

Hanno scoperto una origine dell’origine.

Un prisma cosmico rivela un sistema solare nascente

Credeteci pure ma un prisma solo non basta.

Per quanti nascenti, tanti morenti.

La chiave è nel netto di caducità e fertilità.

E tutti giù dietro a inseminare.

In un continuo essere figli da avere.

Grandi pippe per la grande frode.

Onanista semino dalle e alle stelle.

Lo sapevo dal principio che non era il principio.

Il quesito è chi si è permesso di incarnarmici, qua.

Senza appello ne interpello.

Potevo restare radiazione.

Un raggio di luce fugace e veloce come un rapace.

O ancora prima un vuoto perfetto pieno di ogni capacità.

Senza caducità.

E invece figlio.

Di un fremito peto nel marasma del cosmo.

In un cataclisma di sisma del dovere sapere.

Ecce uno squarcio di gravità.

Giusta grave parola che non suona soave.

Ed eccolo qua il gioco per sbaglio.

Divertita ricreazione della creazione.

Un padre terno che gioca Trino.

Ambo terno tombola cinquina.

Religione.

Con le palle sul naso noi a fare la foca da circo.

Per colpa di quel primo divino scaracchio.

Ora alzati e cammina.

Ma quello era un lazzaro.

Però bel modo di cominciare.

Ora andate e moltiplicatevi.

Comandi, figliamo figli conigli.

E l’uomo bighellonò per il mondo.

Tra i suoi primordiali suoni e vocali.

Ed inutili erettili girevoli pollici.

In quel vero principio fu il verbo.

Per questione di nerbo senza riserbo.

Si tirò dietro l’opposto.

E fu spezzato ogni intero totale.

Verso che caduto caduco introduce il synduco.

O syndico, non so.

Ricordo mio padre frodato.

Aveva quel manifesto appeso alla porta.

Mille volte chiusa e riaperta fino a che basta.

Lezione dal suono distorto sempre scordata.

Ammonimento e memento.

Si sa già come andrà a finire.

Nella vita è inutile che ti affanni.

Tanto non ne uscirai mai vivo.

Così sentenzia un andycapp dal poster di pater.

Effimero cosmico caustico comico cryptico.

Caduco.

L’ode della frode caduca.

 

Kalimmudda ipsum terno neutro tra trini ridens aridixit.

Madonna che disco inferno

 

Ndr.

https://cloeconomie.blogspot.com/2020/11/2020-11-02 - L'irrefrenabile ilarità del Kalimmudda

Andycapp



E..



martedì 14 marzo 2023

2023 03 15 – Tenacia

 2023 03 15 – Tenacia

 Per : www.parolebuone.org su www.shareradio.it. Tenacia

 

Voglio fare una premessa che riguarda ancora la precedente parola buona, tenerezza.

L’appropriatezza della scelta del requiem di Mozart, in realtà è stata una botta “de bucio de culo”.

Non ricordavo assolutamente il testo, o diciamo libretto non so, ma evidentemente un decennio di studio di classica mi deve essere rimasto negli schemi neuronali, pronto a saltare fuori al momento giusto.

Mi sa che mi sa che c’entra sempre quella malandrina della neurosfera.

Sta di fatto che la rabbia del giorno del giudizio poi sfumata in dolce melancolia, io la sentivo tutta.

Insomma, bisogna essere onesti.

Ma torniamo in noi.

Oggi parliamo di tenacia.

Certo, quella di ideatori, redattori e altri “ori” delle parole buone.

Ma io vi parlerò della mia.

E non solo.

Lo sapete che ci vuole scienza ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità, cantava Guccini.

E io mi ci sono messo di impegno, con tanta tenacia e quella costanza.

Ma soprattutto dopo la pazzia.

Come il Kalimmudda mi sono imposto di essere facile preda di una costante irrefrenabile ilarità.

E cerco di ridere e fare ridere costantemente.

Ma un aiuto me lo hanno dato medici e operatori, che bruta paroela, in quel viaggio tra le molte vite che ho avuto.

Così ne voglio ricordare una in particolare.

In barba alla privacy, di cui ci priviamo volentieri, non avendo nulla da nascondere.

La dottoressa Laura Bellini.

Che qui dichiaro pubblicamente essere uno dei grandi amori della mia vita.

Con molta tenacia, mi aprì una breccia nella mia corazza di diffidenza verso chi mi parlava di malattia a cui io pensavo sempre come incompetenti, che non avevano percepito il dono, di quella cosiddetta schizofrenia.

Ma anche io, guidato d’empatia, di tenacia ce ne misi un tot, affidandomi alla percepita fiducia, che come noto non è questione di intelletto, quanto proprio di percezione a pelle.

Così un giorno le porte della tenacia reciproca si spalancarono alle sue semplici parole di: “dobbiamo imparare a cavalcare l’onda”.

E io mi dissi che tanta metaforica lucidità meritava fiducia.

Mi ci misi con costanza e con impegno, direi con tenacia, per l’appunto.

Finché aprendomi il cuore a quei traumi infantili genitoriali, che avevo sempre ritenuto “psicopippe”, ma che tali non sono, un giorno in non ricordo bene quale contesto, io le raccontai che mio padre diceva di me fin da piccolo che "non avevo spina dorsale”.

Un eufemismo che tanto mi ricorda un non essere tenace.

La dottoressa mi guardò interdetta e mi disse: “eh? Con tutto quello che le è capitato? Altro che spina dorsale, accipicchia”.

E siccome sono feticista della rima, dalle quali devo spesso trattenermi, vi dirò che fu così che la reciproca tenacia, alimentata di fiducia, divenne infine audacia.

Se sono qui a scrivervi è grazie a questa elargita e conquistata audacia.

E siccome sono schizoaffettivo, che è un modo affettuoso di dire schizofrenico, me ne frego se il collegamento tra audacia e tenacia fosse labile.

Io ce lo vedo tutto, come per la rabbiosa tenerezza del Requiem del principio, ove ci sentivo tutta la rabbia dell’ira di Dio e la melancolia susseguente.

Visto che anche la premessa è tornata utile?

Eh, noi schizati ne sappiamo una più del demonio.

E per dimostrarvelo, dopo Mozart vi piazzo un pindarico Hendrix “audace come l’amore” Axis, bold as love

Entrambi tenacemente poco normali, con costanza.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Axis, bold as love

PS : un applauso abbracciante a tutte le belline del mondo