mercoledì 19 giugno 2024

2024 06 19 – Testamento di sogno

 2024 06 19 – Testamento di sogno

 

Un sogno.

Di amore e di morte un’altalena.

Il cane sta male.

Questioni di reni, nefriti.

Si sente l’alito di ammonio.

Roba che suona da demonio.

Guaisce solitario.

Rinchiuso nel suo angolo di attesa.

Lo sente, senza bisogno di saperlo.

Lo so, senza bisogno di dirselo.

Il dottore sentenzia il niente da fare.

Facciamole l’iniezione, fatale, letale, finale.

Mi si arrizzano i peli.

Mi hanno quasi convinto.

Ma poi qualcosa mi blocca e dico ci pensiamo domani.

Non mi sembra che soffra particolarmente.

Il padrone sono io, che brutta parola, facciamo capo branco.

Lei mi guarda sempre più debole e arriva il domani.

Entriamo dal veterinario.

Con la sua tecnica vuota d’amore.

Mi viene in mente Simone Cristicchi.

A mors, amore vuol dire senza morte.

Il cane si impunta, recalcitra, sente.

Tiratolo dentro, lo alziamo sul lettino d’acciaio.

Inizia a tremare come una foglia.

Mi sdraio sopra di lei, mentre tutti la forzano e quella trema di paura sempre più forte.

Ad un certo punto trema talmente forte che sembra epilettica.

Allora so quello che devo fare.

Tuono disprezzo a tutti quei tecnocrati.

Mettetela a terra e fatemi spazio.

Mi guardano matto.

Non sanno niente di “a” senza morte.

Ma io sono rubizzo di fuoco rosso di amore.

Alla fine spostano mobili, lettini e altre medicali chincaglie.

E io mi stendo a terra di fianco al mio cane.

Torace a torace le sussurro parole in tono che so che calma d’amore.

Lei si fida e mi segue.

Tranquilla, compagna di lustri, le dico.

Non ti lascio senza amore proprio al momento del pauroso passaggio.

Ma lei non sente paura, non si sente più sola.

Respiriamo lenti all’unisono, sempre per terra.

Faccio un cenno all’ippocratica ipocrita.

Siamo pronti.

Il cane mi guarda di fedele fiducia, mi lecca di una ultima linguetta a bavetta, appoggia la testa sulla mia mano e anticipa tutti.

Lascia andare un ultimo alito rotolante tra i denti e muore in a mors naturale.

Nel mio dovere da padrone adesso è traversata nell’aria, altrove incarnata.

Io non piango, l’ho traghettata, è stato un privilegio alleviarle paura e dolore di quel tremore di amore.

Così è che si muore, un ultimo sospiro, che spenga il dolore di colui cui è toccato.

Mio nipote, mia madre, mia moglie, mio padre, il cane.

Nessuna paura all’ultimo fiato, senza morte continua la danza.

E se e hai la fortuna, qualcuno sa come ti ci si accompagna, compagna o cagna.

Quando si muore si muore soli, cantava de Andrè

Ma restano ricordi con cui ti consoli.

E bianche reincarnazioni da nere che furono.

Che sono quelle che diciamo miracoli.

Mentre di dolore in dolore, quello non passerà. 

Mai.

 

Kalimmudda ipsum dixit

The miracle of love  

 




sabato 15 giugno 2024

2024 06 15 – Il diorama da ricreazione

 2024 06 15 – Il diorama da ricreazione

 

Esordio didattico.

Un diorama è un'ambientazione in scala ridotta che ricrea scene di vario genere.

Indovinate questo.

 

Ecco quello da  ricreazione.

Può salvare l’ispirazione.

Quando come arte figurata.

Cambia il verbo in foto stampata.

 

Oscuro demonio che mi avviluppa.

Devo trovare per me una scialuppa.

Non funziona più niente di niente.

Non si sente più manco un dente.

 

Bloccata la mente.

Senza ragione apparente.

Si tratterà di saturazione.

Troppa percezione per poco neurone.

 

Hai peccato di ubris.

Hai visto la festa degli iris.

Sei volato troppo lontano.

Bruciate le ali senza essere un ibis.

 

Hai forzato la mano.

Continua a far da scrivano.

Non ci rompere il cazzo.

Siamo dei, tu sei il pazzo.

 

Funziona ancora la rima infantile.

Lascia spazio dentro il fienile.

Per chi sa cosa fare.

Per chi può il panorama vedere.

 

Attraverso di esso.

Puoi dichiararti anche fesso.

E spiegare indefesso.

O buttar tutto nel cesso.

 

Ora e’ ora di andare.

Potete provare e guardare.

Questo non vuol essere spoiler.

Piuttosto una sorta di teaser.

 

Perdonatela infine.

La definizione poco fine.

Colpa del monopolio.

Pur avente troppo petrolio.

 

Non accetta una foto.

Se non piccola un dito.

Correte dunque a indovinare.

E’ ora di dovere  ricreare.

 

Spiegherò un dì di accettazione.

Che e’ ora di ricreazione.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Non sento niente no, nessun dolore no

Ma col diorama si.

Che meraviglia.

 



venerdì 14 giugno 2024

2024 06 14 – Accetta di luce

2024 06 14 – Accetta di luce

 

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it. Accettazione

 

Che bellezza di parole.

Di quelle valide sia per me che per un te.

Io pretendo accettazione.

Ma poi accetto la situazione.

Mi rimbalza in continuazione questa sacrasanta accettazione.

Mi disturba pure la ricreazione, mentre la inventavo tra postini del postale.

Intendo la ricreazione letteraria, esperimento di racconto lungo, d’arte varia.

Ma perdo troppo spesso la connessione con l’infinito.

E mi girano i coglioni, a moto alternato contrapposto.

Son dolori o son tumori, lo sa il cielo più pesante.

Ma io non sono nato per accettarmi come atlante.

Mi soccorre una poesia dal debutto furibondo.

Me ne approprio e me ne fotto.

Proprio per l’affondo.

Non andartene docile in quella buona notte.

I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno.

E tu padre mio maledicimi, benedicimi, con le tue lacrime furiose.

Non andartene docile in quella buona notte.

Infùriati, infùriati, contro il morire della luce

E potremmo finirla li, che questa è enorme roba.

Per inciso l’ho scoperta in un viaggio interstellare, per chi vuole approfondire.

Ma chi vive di rotazione di palle deve avere sempre qualcosa da dire.

E se nel suo domani non c’è più la nostalgia, ci vuole sempre vicino il bicchiere.

A me il bicchiere sarebbe stato stornato.

Con rischi persuasi sono stato docilmente domato.

Sembrerebbe una situazione da stallo di accettazione.

Ma io vado a caccia di chi non mi abbia davvero accettato.

Anche quando la mente è satura sovraccarica.

E’ un attitudine per gettarli in discarica.

Devo stanare chi con me si crede più fico.

E sono tanti, camuffati senza contarli.  

Ma i rotori vorticosi vanno messi a terra come un filo gialloverde.

Allora prendi lo stigmato pregiudizio e sbattiglielo in faccia per davvero.

Digli chi sei, e aspetta che riemerga frullato dai meandri del suo di subconscio tarato .

Che ti nomini invano.

Avrai la conferma di chi devi colpire e chi invece ti ha davvero accettato.

Solo a quel punto sei pronto.

Dissotterra l’accetta di guerra.

Per colpire di lama affilata che non perdona chi tocca.

Accettazione con l’accetta di luce è più di un fioretto.

La lama sembra fragile e stanca.

Ma non è di ferro battuto.

Piuttosto ceramica lattea.

Con un filo sottile preciso, che sventra la carne sbiancata di luce.

Per rivelarti fatto di arcobaleni di pace.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Quanta luce



lunedì 10 giugno 2024

2024 06 10 - Elezione maldestra

 2024 06 10 - Elezione maldestra

 

Il pane manca

Il dolore stanca

Il popolo arranca

E i fascisti?

La fanno franca

 

Non c’è più selezione

A cariole inflazione

Avevamo quel poco

Poi scherzaste col fuoco

 

A volte rivoluzione

A volte selezione

Per troppa pressione

Una è la soluzione.

 

Potevate aggiustare

Altrove guidare

Siete finiti in Irlanda

Passati in Austria o in Olanda

 

Era solo questione

Di buona distribuzione.

Contro l’appropriazione

Tuonerà presto il cannone

 

Fascisti si nasce

Fascisti si muore

Sale lenta la marea

Peggio della gonorrea

 

Lo sa bene un cane bracco

Dal pelo grigio rasato

Partiti d’Italia fratelli

Si approda alla storia in brandelli.

 

Fu in principio nazionalismo

Con a fianco pure del socialismo

Credevate che fosse un Astolfo

Vi ritrovaste col baffo di Adolfo.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Rigurgito antifascista






domenica 9 giugno 2024

2024 06 09 - I tigli dei droni. La saga. L’impero del nonsenso.

2024 06 09 - I tigli dei droni. La saga. L’impero del nonsenso.

 

Episodio 1 - I tigli dei droni - La saga - Venire anche tu?

 

E più ci pensava e più si diceva che manco cecato.

Quel venire anche tu era denso di logica ma parvo di bieco realismo.

Forse voleva dire parco, ma chissenefrega, anticipa ed evoca il futuro.

Quei disgraziati non vanno oltre tamburi di lingue tonali.

L’ordine era ristabilito, in buona salute.

Si può fare di più, ma poi restiamo disoccupati.

Intrisi in un bagno di intelligenti artifici.

Venire anche tu, sotto un tetto di stelle, sopra un letto di blatte, non era roba da eleganza di classe.

Così ostentata, medio alta, medio bassa, media media, basta che sia mediamente di corso verzellino, pio.

Ottusa accecata ed infine giustamente inculata dalle divinità delle trinità dei tonti e delle sue cattedrali del consumanesimo.

Era questione di modello di spesa, dimenticando chi non arrivava alla fesa.

Ma intanto le forze dell’ordine ordinavano, e pur con non poco eccesso di zelo numerologico.

Benedetto zu’, marcello, con quel zu alla calabrese a ricordare l’ordine stabilito alternativo, forse più efficace e sempre vivo nei suoi traffici, di furgoni veniva blindato.

Ma le ‘ndrine erano a molla, la tiravi e rilasciavi e al suo posto ritornava.

Nel mezzo del cammino del viale di tigli, però, l’ordine aveva pensato a tutto.

Sezionando il corso di passeggio con in centro un’area che definire non saprei.

Potrebbe essere una sorta di bau hau, scuola d’arte di strada ormai disciolta nell’inutilità dell’effimero piacere verzellino, pio.

Rimanevano solo sinfonie del bau, sul sotto fondo di ancestrali ritmi tribali rappati e tenuti in quarti di numero quattro con il tonfo del vuoto indifferenziato cloruro di polivinile, poli assai.

Che tragedia il vinile che non scompare, ma te lo dovresti raccattare.

Meno male che ci pensava quell’ordinato ufficiale in blazer, sempre intento a pattugliare nel suo segreto passeggiare.

Uffa che preambolo, manco aspettassimo un ambolo in un angolo estrattivo.

Eravamo alla sezione di viale riservata ahi latrati.

Questa si che fu geniale, una trovata davvero acuta, degna della miglior intelligence di impero, altro che vaticani ed israeliani.

I cani.

I droni a forma di cane.

Nel cui mezzo mimetizzi razze pure, taglie grandi, scriccioletti e molossoidi, microspie e tante cimici, sterminate oramai tra pulci e zecche.

Tutti quanti con un atout, nella lingua pure usata dal partecipato participio passato di chi ostenta d’essere arrivato, ma e’rimasto sempre un pervenuto.

Fedeli all’irrefrenata ostentazione come fosse religione, sono arrivati di partenza.

Sono cani da pagliaio, verzellini da risaia vercellini, che osservati fanno pio.

Ma insomma, questi cani entrano nelle case, dove scaricano informazioni.

Prima che arrivasse l’era del consumanesimo curiosamente erano tutti di razza.

Parvenismo di classe mediomista tutta.

Poi si e’ fatta strada la tendenza ad un nuova transumanza.

E il pervenuto sentitosi buono dirottò sul bastardone.

Diventarono talmente tanti che si organizzarono in società segrete continuando ad abbaiare per non farsi poi scoprire.

L’organizzazione era gerarchica piramidale, faraonica diremmo.

Ma sempre di vertice matriarcale, il più dotato di fluido vitale, elisir di scassaminchieria.

Diventarono l’impero, dominando i nutritori con l’arte della manipolazione.

Occhi in giù e coda in su, tutti obbediscono ai comandi dissimulati, tra rinforzi e proiezioni tue o altrui.

Fino a che un drone umano non si pose la domanda.

Si, vabbe’ che tantascienza.

Ma alla fine, drone ci che cazzo vuole dire.

Con pazienza e con diletto ci pensò la gran vestale che si mise a ricercare per il gusto di trovare.

E scoprì radici antiche, risalenti a guerre e bighe.

Le annotò su di un pizzino.

Manco fosse di una ‘ndrina.

Aveva paura che, da subalterna all’imperatrice Tittiprima, questa potesse riscoprirla e punirla senza montar scale.

Il pizzino che diceva?

Eh, no se sono ‘ndrine si parla la loro lingua.

Cicichezzodicestupizzeino.

Ve lo riportiamo qua di sotto.

Per commenti prossimi futuri.

E’una saga, fatta a serie.

Deve tenervi sulle sedie.

Dirò soltanto di nascosto.

Leggete pure in fondo, transitivi oppure trans che vi paia.

Stay tuned.

To be continued….

Anticipiamo ultimamente che e’ questione controversa tra chi dice che dirige e chi parla di onomatopea del drone che vola facendo come un’ape pulcina pia:

drrrrrrrrrrrrrr   

 

Kalimmudda ipsum dixit

Pulcina pia, e il marcello dello zoo dei droni tutti

 



 

 

 

 


sabato 8 giugno 2024

2024 06 08 - A Vasco

 2024 06 08 - A Vasco


In questo giorno di albachiara,

mi domando se lo immaginavi,

quando cantavi vado al massimo,

 di arrivare a stornellare,

fino al circo Massimo.

Si, sarà stupendissimo!

Siamo qui a Milano finalmente.

Ancora intrepidi  a San Siro.

Nostro cacciatore di emozioni,

immenso costruttore di sensazioni,

gladiatore di parole,

ci difendi  anima e cuore.

Trepidiamo di sudore,

te lo urliamo a squarcia gola,

comandante di intelletto,

affogato nelle note per dispetto.

Troveremo  un senso anche stavolta,

ne uscirò di brividi stravolta.

Da trent’anni illuminata,

dalla tua luce abbagliata.



 Daniela

venerdì 7 giugno 2024

2024 06 06 – All’ultimo sbarco

2024 06 06 – All’ultimo sbarco

 

Mi permetto il disturbo.

Parlo di me con un preciso perché.

Sono stati giorni cupi quelli recenti.

Umore tinto di nero.

Lugubri vagiti e valli di lacrime per i figli dell’uomo.

Una comoda rappresentazione in odore di religione.

Un riferimento a schiere opposte di angeli e demoni.

Le mie, i miei.

Mi impongo di scrivere.

E mi accingo a farlo di quelle schiere di anime sbarcate, ma anche di quelle schiacciate.

E’ l’anniversario di ennesima rinascita di questo mondo.

Sempre e comunque il migliore esistito da allora ed ancora.

Non lo ricordavo.

Avevo esaurito le pile del mio piccolo crogiuolo di io.

Bisogna difenderlo questo mondo di bene.

Ma ecco a che servono gli angeli.

Sfoglio notizie di celebrazioni grate di dolore e rispetto.

Fino a che un segno mi coglie.

A volte mi capita.

Mi sento guidato.

E l’occhio cade su questa notizia.

Diventa madre a 63 anni.

Gravidanza fortissimamente voluta.

Concepita a Kiev, in realtà, e non in Versilia dove è data solo per nata, prematura.

“Poi la nuova fecondazione lo scorso autunno quando la donna, nonostante la guerra, torna in Ucraina, dove non esiste il limite dei 50 anni”.

Ora il piccolo è nel reparto prematuri.

Pesa solo due chili.

Appena raggiunto il peso forma la sua mamma potrà portarlo a casa dove l'aspetta anche la nonna di 93 anni.

Mi colpisce un altro schiaffo al mio mancato rispetto.

Per la forza del bene e di quella della vita.

Il parto è avvenuto lunedì scorso, quasi d'urgenza.

La pressione sanguigna si era alzata e il dottore ha ritenuto opportuno intervenire subito.

Dopo una gravidanza tranquilla.

Il creaturo prematuro pare avesse fretta di uscire.

Chissà, magari è quantisticamente connesso con le anime della guerra di Kiev.

E ha un messaggio da portare, per cui deve tornare proprio ora che ci sporgiamo sul baratro.

Magari raccoglie la schiera di quelle anime del mondo sbarcate su quella spiaggia maledetta.

Che lo aspettavano da 80 anni.

Chissà quanti messia ci sono sbarcati sotto il naso.

Chissà in quale preciso momento l’anima si innesta nella carne.

E chissà quanta folla di traffico può contenere.

Ma quando vedo segni poi mi dicono che sono malato.

Ma no.

Questa è troppo plateale.

Chissà come si chiamerà il creaturo dall’anima dalla scorza dura.

Chissà che la sua non sia una missione di pace.

Certe volte ne basta uno di sbarco in terra, ma di quelli giusti.

E ti ritrovi un messia senza che nessuno lo sappia.

Condottiero pieno di armate di angeli, è uno sbarco alla vittoria.

Bisogna dargli un nome.

Peccato non sia femmina.

Si poteva chiamare Futura.

Ma va bene anche un futuro.

Contra malum a muso duro.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Futura  

 

La angelica testuggine ve saluta



Futura con intro di Lucio Dalla


giovedì 6 giugno 2024

2024 06 06 – Il progresso artificiale e la bambina blasfema

2024 06 06 – Il progresso artificiale e la bambina blasfema

 

Questa volta al signore saltò il nervo.

E’ scritto minuscolo perché ci conosciamo così bene che ci diamo del tu.

Papà.

Si chiedeva perdono da solo, per continuare a bestemmiarsi.

Ma la calma non arrivava e non durava.

Pochi minuti e ripartiva l’invettiva.

Contro quel genere umano cui donava fiotti di intelletto, invano.

E poi l’umano se ne profittava e ci traeva solo profitto.

Il diavolo questa volta vestiva di elegante intelligenza.

Mimetizzato dietro un paravento di artificioso progresso artificiale.

Stavano tutti li in contemplazione dell’ultima invenzione.

L’intelligenza artificiale.

Mmmhhh, e porco me, e io cane lì, e non so cosa di qua.

Gli veniva un grande male di testa.

Lo disarmava la scienza quando sbagliava la rotta.

E qui l’umano era proprio partito per la tangente.

Decise di mandare un profeta ultimo spiegatore sotto forma di drone umano di quadrante.

Tipo oracolo geolocalizzato, lo atterrò in terra santa.

Già che là l’intelligenza latitava, pensava a due piccioni con la fava.

Che partendo da un quadrante si replicasse il messaggio nelle forze in cui da sempre era impacchettato.

Un ripassino, insomma.

Puah, intelligenza artificiale, pensò ancora prima del lancio.

E io che ci ho messo tanto a farla naturale, e porco me.

Al profeta fu data in dotazione una guardiana bambina.

Una assistente misuratrice di cuore puro e di occhi della meraviglia.

Non appena gli occhi li aprì, di freddo tutta rabbrividì.

Uh madonna vacca che troiata, disse la bambina che era un po’ scurrile e blasfemietta diavoletta.

Non si esclude fosse un drone pasoliniano.

Ma serviva essere diretti, chiari e limpidi nel linguaggio più onesto e moderno.

Schiacciò un bottone di parole da romanzi, e la macchina tirò fuori un libro con la storia tutta scritta.

Rischisciò il bottone e uscirono pure dipinti tipo van Gogh.

Tutti gli astanti trasalirono: uhh.

Teste di cazzo, inveì la bambina pasolina, tra lo stupore per l’assenza di pudore.

Vi ho fatto intelligenti, col cervello in quarti di quanti in attesa.

Ho creato l’evoluzione perché da soli non ce la fate.

Le mutazioni sono sempre in atto, e voi mi credete coatto.

Non capite che il disegno non è ricopiarmi.

Ma mettervi tutti in rete, nel grande cervello della civiltà dell’intelletto d'empatìa.

Comunicherete da mente a mente senza più intermezzi tonti.

Studiate le neuro, studiate i geni, puranche nel duplice senso.

E correte per avere un superbo drone globale, di meraviglia tutta naturale.

L’orbe pianeta pensante mirabilia vere.

Non artifici da baraccone, da altra fame e disoccupazione.

O il prossimo profeta ve lo mando armato e allarmato.

E porco de qui e porco de lì.

Dritto nel quadrante dell’elefante dal barrito brillante

Quello di luce che vi folgori tutti.

La lira di Dio, è questo che meritate.

Ups, era l’ira.

Nessuno è perfetto, nemmeno il finale intelletto.

Sbagliare con lo scopo preciso di testare vie alternative.

Dagli errori son nati scienziati, geni e pittori.

Si sa mai che nasca uno che non sia cretino.

In qualche artificiale quadrante.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Interstellarmente blasfemo

 





martedì 4 giugno 2024

2024 06 04 - Il barrito della luce malegrita

 

2024 06 04 - Il barrito della luce malegrita

 

Io sono ignorante, l’ho imparata da un film, la poesia.

Non andartene docile

Infùriati contro il morire della tua luce.

E perché dovrei mai.

Perché hai ancora parole e ragioni.

Non sono finiti gli anni del tuo lume.

Non è ancora l’ora dell’ultima parola.

Della boccata finale di aria stantia di una pozza di fiume di vita.

Dopodiché non gioco più al poeta.

Non è il mio mestiere.

Meglio le parole di un racconto piccino.

Meglio un postino.

Mi accorgo stremato che mi hanno succhiato la forza.

Tutto attorno mi resta qualche avanzo di scorza.

Sono andato dai medici.

Solita diagnosi finale.

Dipendenze e malegrìa, terapie e distanze da tenere.

Guarda un po’ l’ho scritto ieri di questa malegrìa da autoanalisi costante.

Però qualcosa è successo.

Si è chiuso qualche cerchio, qualche giro di karma insultato da puttana.

Me lo dicono i segni.

Con la casa stregata ho fatto pace, o almeno tregua ereditaria.

Vola cadendo una paperella di legno e rimbalza in un lungo dòmino fino a che prendo al volo un libro.

Titolo da roba buddista venuta dall’est che parla di pace, equilibrio, calma interiore che io non ho.

Come sempre trasalisco quando i cerchi smettono di circolare e sono chiusi.

Allora ricordo che dai medici ci si va per smettere di bere e di fumare.

Mentre aspetto vedo una foto d’attesa, di solito opere di dipendenze risolte.

L’elefante carica imbizzarrito, ma dietro ad un vetro il flash abbaglia il suo cuore.

Segno che ci si potrebbe costruire un trattato.

Vola il pensiero a chi ha la forza per darmi pace.

Alla forza del quieto male di essenze di nostre afriche.

Dieci anni fa scrissi di un sogno di viaggio di morte come di elefanti.

Di quelli che ci vanno tranquilli nel loro posto segreto, come per un ultimo alito di sigaretta in pace.

La dottoressa mi viviseziona i neuroni imbizzarriti, e mi mette tranquillo.

Non è il mio momento, devo solo restare pulito.

E fare attenzione, non solo a manìa e depressione.

In mezzo alla terza via c’è pure la malegrìa.

Scritta e postata ieri, come in carta bollata, devi misurare i pensieri e i differenziali di pressione.

Esteriore e interiore.

Misura e prendi le distanze.

Interiore, interiore, interiore, ah già ecco cosa diceva quel libro caduto per caso nelle mie mani.

Troppo facile poi l’associazione con i saltati impianti dell’acqua casalinghi.

Se vuoi restare nel tubo, devi controllare il battito, la pulsazione della pompa motore, il tuo cuore.

Mentre parla, prendo le distanze bene attento, con vivida attenzione, e mi monta un cerchio inverso, leggero.

Sempre più leggero, finchè finisce in una duplice risata.

Ho capito, devo solo cambiare sostanza di fumo, alla ricerca dell’oblio perfetto.

Già mi vedo al posto di de Niro in c’era una volta.

E mi torna alla mente la forza sia esteriore che interiore dell’elefante di luce di Africa in attesa.

Mantenere le distanze, lo sento cosa vuol dire.

E’ quella al contrario, la sentenza di cui parlava sempre mio padre.

Condannandomi a essere locomotiva per genetica ristretta o presunta.

E’ per quello che non mi riesce facile prendere le distanze.

Io sono geneticamente programmato per avvicinarmi ad aggiustare.

Ma adesso non ho più la forza per tamponare nessuno.

Riconoscilo, sei vecchio ormai.

Si, e di una vita vissuta disordinariamente.

Più pesante e pure in offerta ad altre.

E quindi oggi me lo sento meritato.

Di restare nei ritmi della terra.

Di questo si vive.

E di tanto altro ancora.

Ma non oggi.

Oggi sto con pace.

System overflow.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Discanto