2024 06 19 – Testamento di sogno
Un
sogno.
Di
amore e di morte un’altalena.
Il
cane sta male.
Questioni
di reni, nefriti.
Si
sente l’alito di ammonio.
Roba
che suona da demonio.
Guaisce
solitario.
Rinchiuso
nel suo angolo di attesa.
Lo
sente, senza bisogno di saperlo.
Lo
so, senza bisogno di dirselo.
Il
dottore sentenzia il niente da fare.
Facciamole
l’iniezione, fatale, letale, finale.
Mi
si arrizzano i peli.
Mi
hanno quasi convinto.
Ma
poi qualcosa mi blocca e dico ci pensiamo domani.
Non
mi sembra che soffra particolarmente.
Il
padrone sono io, che brutta parola, facciamo capo branco.
Lei
mi guarda sempre più debole e arriva il domani.
Entriamo
dal veterinario.
Con
la sua tecnica vuota d’amore.
Mi
viene in mente Simone Cristicchi.
A
mors, amore vuol dire senza morte.
Il
cane si impunta, recalcitra, sente.
Tiratolo
dentro, lo alziamo sul lettino d’acciaio.
Inizia
a tremare come una foglia.
Mi
sdraio sopra di lei, mentre tutti la forzano e quella trema di paura sempre più
forte.
Ad
un certo punto trema talmente forte che sembra epilettica.
Allora
so quello che devo fare.
Tuono
disprezzo a tutti quei tecnocrati.
Mettetela
a terra e fatemi spazio.
Mi
guardano matto.
Non
sanno niente di “a” senza morte.
Ma
io sono rubizzo di fuoco rosso di amore.
Alla
fine spostano mobili, lettini e altre medicali chincaglie.
E
io mi stendo a terra di fianco al mio cane.
Torace
a torace le sussurro parole in tono che so che calma d’amore.
Lei
si fida e mi segue.
Tranquilla,
compagna di lustri, le dico.
Non
ti lascio senza amore proprio al momento del pauroso passaggio.
Ma
lei non sente paura, non si sente più sola.
Respiriamo
lenti all’unisono, sempre per terra.
Faccio
un cenno all’ippocratica ipocrita.
Siamo
pronti.
Il
cane mi guarda di fedele fiducia, mi lecca di una ultima linguetta a bavetta,
appoggia la testa sulla mia mano e anticipa tutti.
Lascia
andare un ultimo alito rotolante tra i denti e muore in a mors naturale.
Nel
mio dovere da padrone adesso è traversata nell’aria, altrove incarnata.
Io
non piango, l’ho traghettata, è stato un privilegio alleviarle paura e dolore
di quel tremore di amore.
Così
è che si muore, un ultimo sospiro, che spenga il dolore di colui cui è toccato.
Mio
nipote, mia madre, mia moglie, mio padre, il cane.
Nessuna
paura all’ultimo fiato, senza morte continua la danza.
E
se e hai la fortuna, qualcuno sa come ti ci si accompagna, compagna o cagna.
Quando
si muore si muore soli, cantava de Andrè
Ma
restano ricordi con cui ti consoli.
E
bianche reincarnazioni da nere che furono.
Che
sono quelle che diciamo miracoli.
Mentre di dolore in dolore, quello non passerà.
Mai.
Kalimmudda
ipsum dixit









