sabato 20 luglio 2024

2024 07 20 – La disfida della tecnica al pompino

 2024 07 20 – La disfida della tecnica al pompino

 

Ma quante madonne tirate sono volate.

Oggi è un giorno di mestizia, eppure in barba alla mia avarizia di innovazione.

Dopo venti anni di onorato servizio, ho dovuto pensionare il mio macinino piccì.

Si, si il nòtbuch, quello nato per scrivere e fare di conto e disegno.

Poverino si era perso due tasti numerici, la e accentata, il sistema operativo registrato, il lettore dvd.

Alla fine ho dovuto cedere, prima di restare con la sola cpu, tutta dentro su per il cu, nostalgico simbolo per quando ancora dentro c’era rame e non solo terre rare.

Non l’ho eutanasiato, per rispetto, per amore e preveggenza, ma appoggiato solo sotto quello nuovo.

Speravo che l’ai connettesse dischi fissi e processori per amicale sovrapposizione.

Invece no, ma io lo sapevo dall’inizio ed ero pronto alla battaglia.

Ne avevo già avuto una avvisaglia, di giornata che non quaglia d’elettronica fragaglia.

Rientrato a casa dopo giorni, era mancata momentanea la luce, forse per eccessi condizionati.

La parte più intelligente della elettronica domotica se ne era accorta certamente e lampeggiava allegramente.

Frigo un frego, roba bella, la più cara, non riparte in solitaria.

E’ talmente caro fuoco che è progettato da qualche tecnico che presume un maggiordomo che stia pronto di vedetta a schisciare una sequenza.

Risultato: tutto marcio.

Lancio l’assalto al nuovo portatile, e trovo il secondo pirla, nascosto dentro al tasto di accensione.

C’è un motivo se mettere una pubblicità su un sito in alto a sinistra costa più caro che in basso a destra.

E’ neurosciensa. Il nostro occhio coi suoi schemi di neuroni è abituato da piccino a guardare da sinistra verso destra. Se eravamo arabi era il contrario. Ma il secondo pirla ha messo l’onoff piccino a trequarti in cima a destra. Persa mezz’oretta d’occhio a sinistra.

Bevo, fumo, smadonno e accendo. Trovo office in inglese. Seguo ogni alternativa in svariati tentativi fino a che desisto. Ogni opzione ed ogni flag conferma che è tutto in italiano, dice il tecnico, ma il picci non lo sa.

L’apoteosi della giornata sta nel misuratore di visite di questo blog. Gioiello d’informatica tracciata, da una parte dica 10 e dall’altra dice 20. Qui il tecnico è bastardo. Dopo ore faccio la spunta a manina da ragioniere.

Nuova release del 2023, quindi dimentica dei postini creati prima.

Tecnico bastardo che l’ha progettata, mica te lo dice, e ci credo.

Il blog nato nel 2014 segna 16.000 viste di cui vado molto fiero in neurosfera. Se prendo il tecnico rilasciatore se ne perde qualche migliaio nel suo motore.

Dietro ogni errore o malfunzione c’è un gruppo di tecnici.

E mi ricordo di mio padre.

Ingegnere e conoscitore di molto più.

Diffida dei tecnici, si innamorano della loro tecnica e perdono di vista la visione di insieme.

Che peccato, pensando all’etimo tradito.

Tecnica viene dal greco téchne, stessa parola di arte, ma nel senso di perizia, saper fare, saper operare.

Arte mi piace pensarla come la capacità di cogliere bellezza, a volte fino al bello supremo.

Diffida dei tecnici non è questione di tecnica ma questione di sé, di ego, di io.

Appropriatosi di una fetta di perizia collettiva.

Quindi dopo mio padre ricordo un risicultore.

E un venditore di tecnica pieno di io monetario che magnifica un macchinario artificiale.

Sa fare questo, sa fare quello, sa fare tutto.

Il risicultore di cultura contadina lo guarda e chiede senza ironia.

D’accordo, mi ha quasi convinto.

Ma sa fare anche i pompini?

Eh, no i pompini veramente no.

Allora per quest’anno ci teniamo le mondine.

AI, saprà fare anche i pompini?

Se no, no quiero no.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Luna, evviva il pompino

 


Tecnica e arte

giovedì 18 luglio 2024

2024 07 18 –Il too cool c’est an trou tout noir

2024 07 18 –Il too cool c’est an trou tout noir.

 




Il too cool c’est an trou tout noir, right too cool, too cool by far

Eh no eh no, questa è questione di talleri.

Questa rete raziocinante diventa sempre più brillante.

Sconcertante, sorprendente pare proprio intelligente.

Facciamole un test per allodole ed allocchi.

E vediamo se traduce per gli sciocchi, la canzone che ho negli occhi.

Ricordo ancora con orgoglio da nazione, il blocco per minuti di echelone.

Ma con ordine, prima la questione di talleri e taralli.

Ho appena sentito l’allerta drone ciciniello giù a Bagnoli, che non venga regalata.

Mi si presentava alle orecchie pulciose l’annoso quesito della sostenibilità della pioggia di taralli.

E ricevo un link impertinente e irriverente per quanto fosse trasparente.

https://www.ripartelitalia.it/il debito pubblico verso quota 3.000, sottintende.

 


 

A maggio 2024 il debito sale di 13,3 miliardi, di cui 11 di fabbisogno di amministrazioni pubbliche.

Su fino a quota 2.918 miliardi.

Quota 3.000 è vicina, lì ad un passo dalla Cina.

Io tanta grandezza l’ho vista solo come montagna, tra maestre marmotte ed aquile astigmatiche.

L’ho raggiunta senza fiato con gli zuccheri finiti per l’aiuto di un alpino, che adesso intendo cino.

Come sia sia queste sono metafore dei buffi nazionali, che non so perché ci lasciano mani libere statali.

Anzi si che lo so, e pure si che ve lo dico. 

E’ per comprarsi le macerie appena fatto il grande bot.

Ma c’è un trucco da barboni, un barbontrucco.

Sta nei prezzi su in salita mentre il monte buffo resta quello.

Fatti un triennio di inflazione per un totale del 20%, e il famigerato debito pil ti si ammoscia di altrettanto.

E tu governo puoi riprender fiato dopo aver volato via da quel sole del 150% che ti brucia in alta quota.

Chi lo paga tutto ciò.

Siamo noi siam sempre noi, perché anche quello era solo un trucco, una trappola da allocco.

Resta lo specchio per allodole che il pil deve far salire. 

Consumate a far la spesa, ma coi prezzi ben più in alto in su.

Se dopo un po’ poi finisce anche il trucco d’inflazione, tu premierina però ti devi fermare.

Ma che cosa combinate.

13 miliardi al mese ne fan 160 su base annua, che sommati ai 2.918 ci traghettano sul nuovo millennio.

Ecco qua che sembrava tout trop too cool.

Resta da indovinare la canzone intelligente, quella che ti impala l’artificio della mente.

Viene facile visto dall’alto, beccatela.

Il too cool c’est an trou tout noir, dove te lo puoi infilar.

Destro right too cool by far.

Premierina, premierina.

Non ci sbatteremo più.

E’ uno scherzo pessimo.

Non potevi dirmelo anche tu.

Che credevate. 

Anche i fascisti te lo sbattono più su.

Bene dentro al tuo tucul.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Nel tucul

Ndr.
Ahia ai, che ci hai capito?
'Nu chezzo.
T'ho incoolata con un dito.


martedì 16 luglio 2024

2024 07 15 – La questione è meridionale. Scoperti droni cicinielli a Bagnoli.

 2024 07 15 – La questione è meridionale. Scoperti droni cicinielli a Bagnoli.

 

Grande nazionalista la premierina nazionale.

Manco fa in tempo a cordogliarsi per Donnie Lou santo che tosta si fionda diretta a Bagnoli.

Qui tante promesse tradite, ma di noi vi potete fidare.

Cambieremo le cose, intanto firmiamo un protocollo di intesa.

E rimarchiamo che sbagliava chi faceva solo assistenzialismo.

Ue’ non son mica solo promesse, qua ci ballano bei talleri, 1,2 miliardi di talleri.

Sempre non è comprensibile da dove spuntino tutti i miliardi e miliardini promessi in continuo.

E devo essere onesto, oggi non so più nulla di quel fazzoletto di terra sul mare.

Ma il governo è sul pezzo: https://commissari.gov.it/bagnoli/.

E’ proprio un fazzoletto, sono 249 ettari, 350 campi da calcio, per usare una immagine più consueta.


Non mi ci ha mai portato nemmeno mio padre.

Forse per qualche rigurgito di memoria della famigerata Cassa del Mezzogiorno o enti limitrofi.

Per quel che ne so la plurisecolare questione Bagnoli si innesta tra occupazioni militari e no, e politiche industriali sprovvedute o fin troppo ben previste dall’imperialista metodista.

E’ una delle molte componenti della centenaria generalizzata questione meridionale di cui non so cosa dire.

Se non che è centenaria e non l’ha risolta nessuno, forse perché non esiste se non in mille frammenti.

Ma di noi vi potete fidare, cominciando dal fatto che ce la siamo ricordata, almeno Bagnoli.

"Faremo quello che va fatto. A chi pensava che questi territori fossero spacciati, dimostreremo che si può fare molto altro, in modo diverso, per metterli in condizione di competere ad armi pari”.

Madonna santa come mi attizza quando si esprime così assertiva, anche se poi mi rifiuta di interloquire coi centri sociali notoriamente territoriali.

Allora nel mio profondo rispetto di genere, non osando immaginare di potere soddisfare le mie turpi voglie, mi sono messo a fare due conti giocando col mio tarallo.

Ehm tallero, volevo dire col tallero.


500 euro al metro quadro è il dato che non tiene conto della cubatura di un quadrato.

E se viene in mente a me, figuriamoci ad uno speculatore fondo immobiliare americano che pensasse di realizzarci dieci volte tanto.

Cioè, mi pare storia già vista che io ci metto la grana e poi risvaluto e svendo al piranha da ferma.

350 campi da calcio in un bello scorcio di quasi centro città.

Un paio magari ce li lasciamo pure, uno dentro un centro sociale e uno in uno parrocchiale, per par condicio.

Ma sono sicuro che i volpini salvini macedoni faranno buona guardia e eviteranno l’ennesimo scippo nazionale.

Non è dunque coi taralli da trastullo che si risolve la questione meridionale.

Ci vogliono i talleri che noi non abbiamo.

Ma hai voglia di quanti pezzi di patrimoni disponiamo e male usiamo.

Ci vuole solo più fantasia, di quelle da psichiatria.

Basterebbe prendere il sud sano sano e darlo in concessione ad un impero meno vorace per un bicentenario.

Il cinese, che ti tiri tutto a lucido e ci faccia il parco giochi del mondo.

Come già fummo una volta.

Dite che non ci vengono che c’è la mafia?

Beh la loro la farebbe a polpette.

Ma attenzione alla vera piaga a stelle e strisce.

Hanno finto di andare via, ma hanno lasciato giù le reti, all’avanguardia.

Sono di piccoli ogm anfibi blu pure connessi telepatici che tutto captano e si ingollano.

Sono i droni cicinielli.

Il cinese li combatterà in apparenza imbelle, ma con l’aiuto dei volpini all’alba vincerà.

E così in un nuovo meridione pieno di funicolari, canticchieranno allegramente un appropriato funiculì funicuquà, che gli viene anche bene che non c’è nemmeno una erre.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Funiculì funicuquà

 

Il drone ciciniello.



 

E il piano molto bello.

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2024/07/15/bagnoli-dallabbandono-al-polo-turistico-ecco-il-piano_58a1044d-db0c-4a90-a525-b1f08ca57cee.html

 


domenica 14 luglio 2024

2024 07 14 – Donnie duck subito santo

 2024 07 14 – Donnie duck subito santo

 

Hanno sparato a Donald Trump.

Ipotesi di complotti.

Dimentichiamo i corrotti.

Corrotti di mente ma amati da tanti.

Questione di gente.

Ma chi lo dice.

La gente, la gente.

Così recitava Tina Pica con de Sica.

Mezzo mondo lo ha odiato.

Ma che non venga toccato.

Prendete un salvini il macedone.

Condottiero di folli.

Frullatore di pensieri.

Memoria corta di padania nella macedonia della mente.

I toni violenti della sinistra armano i deboli di mente. E’ successo negli Usa, era capitato anche in Italia contro Berlusconi, mi auguro non ricapiti più.

Oh.

Già si spacciava per unto.

Adesso che venga promosso.

Avanzato di grado.

Ma di chi parla, di Trump o di Berlusca.

L’è istèss, è sempre questione di santificazione.

Qualcosa perciò o però non mi torna.

Io sono qualunquista e pur complottista.

Semino dubbi e possibili fole.

Sento e vedo trame diabolicamente intrecciate.

A volte ordite pure più ardite.

Bisogna farla una premessa.

Il tiro al presidente piccione, è degli americani sport nazionale.

In effetti forse anche transnazionale.

Ma ciò premesso ci siamo giocati un paio di Kennedy.

Era rimasto Donnie duck Trump.

A cavallo del suo rosso destriero.

Alla carica di nuovo del maggior dicastero.

Poi arriva uno che gli spara dieci pallottole.

Forse gli mancava quella d’argento.

Sta di fatto che resta secco un povero cristo passante.

E a noi ci rimane quel becco miracolato.

E ora tutto il mondo lo adora.

Lo difende in quanto istituzione.

Ma sappiamo che in tanti non ne disdegnano la persona.

Questa è la grande trama segreta.

Donnie era armato a mano propria.

E se si è sparato da solo?

Con soltanto qualche graffio.

Il che sarebbe pure stata una bella metafora.

Invece ora incede trionfante sulle ali degli angeli.

Dimenticati tutti i demoni in testa, il mondo lo canta da santo miracolato.

Donnie duck non è più il diavolo.

Donnie duck subito santo.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Oh Donnie duck



sabato 13 luglio 2024

2024 07 14 – Tira più un pelo di fessa di un pirla di fesso

 2024 07 14 – Tira più un pelo di fessa di un pirla di fesso

 

Scrupolosamente mi attengo al mio codice antologico.

Pirlone, era deontologico.

O forse proprio ontologico.

Sepolto perso nella mia privata antologia.

Aborrisco ogni notizia di cronaca.

Non barrisco di emozione ad un arresto.

O a questioni di politiche maldestre.

Sempre errate a posteriori.

Contingenti non strutturee.

Si lo so che si dice ali, ma con quelle volo via.

Mentre qua mi tocca stare.

A cercare occhiate di rapace.

Una cosa mi ha fatto ridere di gusto.

Il fuggiasco preriscaldato.

Preso perché condizionato surgelato.

Non ci sono più i malfattori di una volta.

Come i giovani e le stagioni.

In compenso tirano fuori i coglioni due regali re leoni.

Nuotatori per amore.

Forse per testosterone.

Io li ho visti i re leoni.

Mi hanno fatto più paura bufali, coccodrilli e ippopotamoni.

Poveretto il re leone, sempre a caccia di caggiagione.

Ma non è mica proprio vero.

Io li ho visti sonnecchiosi, sotto il sole africano.

Forse avevano già mangiato.

Se avessero avuto l’aria condizionata digerivano più attivi.

Ma col rischio di essere scoperti fuggitivi.

Fuggitivi per amore questa volta.

Per 1 chilometro intatto prima mai affrontato.

https://www.ansa.it/canale_scienza/notizie/natura/2024/07/12/nuotata-record-per-due-leoni-1-km-tra-coccodrilli-e-ippopotami-video_33c09156-a145-41e2-9f31-cdd3fc6e9c68.html

E da questo tipo di esperienze nasce la constatazione della forza dell’amore.

E dell’odore di tutto quel suo nettare motore.

Gravitale universale muove il sole figurati un pelo.

Quello che tira pure più di un carro di buoi.

Ma un bue non è feroce.

Nemmeno quando si trova tra i pericoli di una foce.

Mentre tu vuoi mettere un leone.

Io li ho visti anche cacciare.

Con i muscoli a reazione.

Verso il pelo al feromone.

Morale, estremizzo il noto detto.

Tira più un pelo di leonessa.

Che l’intera propria fessa.

Fate solo attenzione.

C’è vicino alla savana, dell’epilazione una assassina.

Pilo piluzzo, tu non sei solo pilo di culo.

Ti tosano pure, non fare solo il bue.

Attenziò, depilaziò.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Il tuca tuca della leonessa

  

 



2024 07 13 – La casa dei fantasmi

 2024 07 13 – La casa dei fantasmi

 

La casa aveva diecimila scalini.

E mille anni e più di cento bambini.

E anime ad andare e venire.

Era un gran bel camminare.

C'era un uomo che non ci aveva pensato ancora.

Ero io che non avevo capito niente.

Ogni volta ci entravo da un lato.

E dall’altro veniva un assalto.

Un attacco dalle anime morte.

Demoni scuri tra angeli chiari.

Possessioni senza passioni.

Troppi ricordi e poche illusioni.

Scarsa fiducia divenuta fatica.

Tutte quelle anime attaccate alle cose.

Sognavo sempre di sapere essere libero.

Una ciotolina di riso e un allegro sorriso.

Ma il proposito si perdeva a ritroso.

E il volere non volere svaniva pauroso.

C’era chi si prodigava per darmi del riso.

Santo cuore di allegria contro la mia malegrìa.

Ma appena lontani appestavo la casa da anziani.

Era vendetta contro anni lontani.

Era rabbia contro finzione da sciamani.

Io che credevo di sapere anche troppo.

Avevo coscienza quanto quella di un pioppo.

Il primo demone vinceva la gara.

Passava la porta e mi possedeva.

Sapersi conoscere è cosa bella.

Ma ci passa una vita intera, quella

Non ti liberi mai da tutti i fantasmi.

Guerra e pace tra angeli e demonio

E tu resti in mezzo alla fine da scemo.

Mi sottendono che la casa è infestata.

Adesso li sento, ma mi aveva stregata.

Gli chiedo che faccio, se devo bruciarla.

Ma sono un uomo pratico.

Prima dovrei assicurarla.

E poi i fantasmi se ne volano altrove.

Volano in coppie nemmeno lontano.

Magari attaccati al primo ricordo passato.

Devo far terapia, come se avessi una malattia.

Ma è molto più facile.

La mia malattia è una vita non autorizzata.

Ciotolina di riso o ancora di meno.

Tornerò spirito di più che bambino.

Non vivo tra quattro muri in prigione.

Ma felice con i miei quattro stracci.

E meno ragione, da poveracci

Una vita di riso inteso risate.

Mi daranno del folle.

Mentre leggero volerò tra la folle.

Questa terra non è casa mia.

Io sono riso via da casa mia e così sia.

Devo solo tenere il diavolo giù nel buco.

Con i miei angeli di spada.

Perché al diavolo non si vende.

Si regala, eh già.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Way down in the hole

Al diavolo non si vende, eh già.

 



domenica 7 luglio 2024

2024 07 07 – Tornello fratello negro

 2024 07 07 – Tornello fratello negro

 

All’uscita dal metrò trovi mille suoni colori e odori.

Sensazioni di frontiera piena di gente, quella vera.

E’ una fermata di confine, senza manco un consumanista.

Di quelli che tremerebbero di orrore anche solo per la vista.

C’è il parcheggio multipiano per chi sogna d’essere urbano.

Lascia l’auto per i binari ogni giorno ogni domani.

Chiama chiama i commissari, m’han graffiato lo specchietto.

Manco fosse per dispetto là vicino c’è un distretto.

E’ un presidio di quell’urbe che dà loro solo turbe.

Non è grande, non fa comune, e nemmeno una frazione.

Fazzoletto di terreno per un ghetto a quattro ruote.

Campo rom di gente povera, tutti ladri e malfattori.

Se potessimo bruciarli, tutto a posto per incanto.

Torno dentro al casello pullulante di negri fileggianti.

Sono grossi come alberi, sono vestiti di colori.

Niente griffe e nemmeno strass, solo i loro quattro stracci.

Devo uscire dal disagio, sia dal mio che in senso lato.

Ma c’è un negro appena sceso giù dal bus della speranza.

Il tornello l’ha tradito, l’hanno fatto intelligente.

Ma mai quanto un frato negro, d’intelletto ben più antico.

Nel continente nero mica c’era, pensava il poverino.

Gli altri sono archeologia, con la fessura da tagliando.

I negri del bus, i tornelli di natale se li sognano in corriera.

Ma che importa, non sono qui per far carriera o per comperar la cameriera.

Dai e dai la coda cresce gonfia come spire di anaconda.

Resta tutto una lucina, uno schermetto, una fessura.

Manca solo un meno tonto, con la freccia come indiano.

Ma il tornello serve a quello, conta carne da macello

Seleziona il privilegio di chi può pagare pedaggio.

Mica tutti sono ammessi.

E’ allo studio il tornello intelligente pro imbecilli.

Quello pallido di pelle che si barrica nelle ville.

Tutto questo ha una morale, è lo sguardo del rapace.

Quello allenato a riconoscere ogni minimo segno di pace.

Siamo estremi nella stazione.

Il negrone osserva il deflusso.

Un incrocio dello sguardo, e con gli occhi fa traguardo.

Quello mi accenna con una occhiata che all’opposto c’è un tornello bello vuoto.

Troppo intelligente ed in incognito, sembra un albero di natale.

Mica c’è nel continente negro, non c’è manco la corrente.

Ma dribblando tutte le code, ne approfitto e mi ci fiondo.

All’uscita alzo lo sguardo, il negrone mi osservava.

Faccio un cenno grazie, con la mano bene alzata.

Quello alza il pollice all’insù.

Me lo immagino capotribù.

Se non forse più imperiale, soppiantato coloniale.

Ci si incrociano gli sguardi per un istante.

Schemi a specchio nei cervelli.

Imbecilli consumanisti.

Senza graffiti feroci siete solo piastrellisti.

Io vi dono fratellastri, negri, rossi, gialli e verde.

Mentre voi restate merde, buoni al vento che disperde.

Senza sguardo del rapace, che non compra mai vorace.

Kalimmudda ipsum dixit

20 bottiglie di vino, per lo sguardo del rapace di fuoco

 



venerdì 5 luglio 2024

2024 07 16 – Cento vaste speranze

 2024 07 16 – Cento vaste speranze

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it . Speranza e puntata 100

 

La speranza spezzata, la mia eredità.

Fallimento di una vita, di coraggio e di viltà.

Prevarico ogni diritto d’autore, rivendico il copyleft.

Siamo uomini più vasti.

Rigetto l’appropriazione del ritorno da ogni specchio.

Un riflesso che trovato ci riempie di speranza.

Trattengo la turpe voglia di copiare un testo intero.

Mi allevierei pure di un fardello, non so scrivere un gioiello.

Non so dare la speranza, ma c’è chi lo sa e lo fa, con pazienza e con costanza.

Pillole, parole e pensieri in onde radio con frequenza.

Le aspettiamo in una attesa che è ricolma di speranza.

Speriamo con ardore che ci allevi un po’ il dolore.

Partirono in pochi, ma furono abbastanza.

Lunga marcia bersagliera mentre armiamo la cartuccera.

Una certezza, un punto fermo, ma attenzione a questo allarme.

Che paura la speranza, quando manca di fidanza.

E’ mattanza di credenza, lascia il dubbio che è perdenza.

Svuota il senso di ogni preghiera, di speranza battagliera.

E però sperém de no, che non sia una malattia.

La conosco bene io, ce l’aveva mamma mia.

Per lei era tutto un tono di dubbio, sempre chiuso con sperèm.

Un mondo di scettico dubbio senza fiducia, rispecchiava solo l’aspettare di finire.

La speranza spezzata, la mia eredità.

Senza neanche più fiducia, restano solo dubbiose pulci nell’orecchio.

Invece qua ci sono le onde, lucidatele le orecchie.

Cito un motto bersagliere, appropriato quanto è vero.

“Dove gemono i dolori, primo accorre il bersagliere,

che dà al misero i tesori, di bontade e di fortezza.”

Incidetene il vinile, nelle scie delle parole attorno al sole.

Noi strombazziamo claudicanti, sulle onde di speranza.

Alla carica plotone, conduciamo fiduciosi.

Partirono in pochi, arrivarono a cento e più.

Furono abbastanza, a far musica da specchi.

Suonarono cento cariche, con baldanza da fanfara.

Tregue di oblio, tra mattanze di dolori e fiorire di desideri.

Ogni volta che finiva una puntata restava fede in quella dopo.

Traboccanti di speranza, che non basta mai abbastanza.

Ritmo tronco militare allora, che ricarica lo spirito in allerta.

Con in testa onde e voci, da grattare come pulci.

Ora oggi è stato bello, ci vediamo a onda mille.

Luce chiara che ti abbaglia, volo via per la basaglia.

Alla carica, a volare.

La speranza è il sognatore.

Siamo noi siam tutti noi.

Siam facchini senza abbaglio.

Siamo angeli terrestri.

Siamo uomini più vasti.

Siamo uomini celesti.

Siamo musica maestri.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Uomini celesti a centinaia

 Nota del redottore.

Da Battisti, via Mogol, fino a un ritmo che fa gol.

Chissà perché mi devo sempre trattenere dall’assalto di doppi sensi, dubbie rime, ritmi alterni e frasi inverse.

Tipo greci od alemanni, credo proprio siano malanni.

Meno male che tra spazi e onde c’è abbondante psichiatria.

Loro si che san curare, che ti insegnano a sperare.

Ti accompagno in farmacia.

Tanti saluti e così sia.

 

Per la rima, appunto, senza offesa e senza resa.

sabato 22 giugno 2024

2024 06 22 - Ora di ricreazione - La saga dei tigli - Parte I

 2024 06 22- Ora di ricreazione - La saga dei tigli - Parte 

Racconto ricreativo contro il logorìo della psiche moderna

 

Sommario

1.    I postini dei droni piccioni 1

2.    Mondo drone suggestione. 1

3.    La logica conta. 2

4.    Il tenente e le ‘ndrine in galleria fino a Mondragone. 3

5.    Il tenente e il pizzino d’ordinanza. 3

6.    E richiamo all’ordine del nonsenso. 4

7.    Il tenente scamiciato tra gli sciami 4

8.    Il saltazionismo delle pulci immortali 4

9.    L’era del topo perpetuo. 5

10.  L’entità entra nel campo. 5

11.  E si fece un ripassino creativo. 6

12. E il grande uovo Qbit fu deposto nel kaliverso. 6

13.  La teoria col buco.E l’uomo camminò per il mondo. 7

14.  Alla ricerca del buco nell’uovo. 8

15.  E tutto il bordello giù in terra?. 8

16. Ricucire droni, drine e tuttecòse. 8

17. Ora di ricreazione. 9

18. E prese l’ultimo uovo. 9

19. E che i figli siano tigli 9

20. La volta buona. 10

 

1.      I postini dei droni piccioni

Tigli, droni e postini.

I tigli aveva detto, i tigli, mica i figli, che lasciali da parte.

O scateni un putiferio planetario nella neurosfera universale.

Un arbitrario strappo nel globale elastico orbitale.

Che prima del ritorno all’orbita normale, le scie delle parole devono fare il giro attorno al sole.

E Egli pensò.

Manderò un paio di postini, di pregio, che non vengano stroncati, nell’esercizio delle loro funzioni di consegnare pensieri di peso e senso compiuto, dalla censura dell’impero dell’intero regime vero.

I postini sono esseri metalogici.

A metà tra numeri binari e creature della postalità.

Da cui il loro nome comune di piccoli post.

Assumono varie forme, la più nota delle quali è il piccionismo.

Creature biotecniche, di poca carne e cuore spesso messo in allarme.

Leggere di carbonio, volano radenti o rasenti con ali taglienti a battiti fendenti.

Vanno da un tiglio in avanti a uno di indietro, e costante ritorno.

Nessuno sapeva finora il perché e il percome.

Solo che siamo nel nostro corto vialetto di sotto i tigli.

Urbanesima arteriola non imperiale, ma dimora di dominanti  pulciosi piccioni.

Ma adesso basta, è ora che si lanci un allarme con tanto di sorbole.

2.      Mondo drone suggestione

Fu dunque svelata la vera natura di quelli che non sono piccioni.

Ultima frontiera della scienza passeggera che passa e va.

Si tratta di droni di ultima generazione dotati di un qualche particolare generatore da motore.

Sono prediletti figli dell’intelligenza artificiale, gran vaccata mondiale.

Per cui questi droni, decidono arbitrari dove andare a planare.

Sono adottati dalle forze dell’ordine per combattere il disordine, sia locale che generale.

Come in ogni effettivo regime autoritario pattugliano a camionettate, brigatine, squadrette e pure con questi congegni a volo radente come lamette affilate.

Tanto bassi da inquadrarvi nel mirino del riconoscimento facciale a tu per tu.

O più basso, per inquadrarvi con il più moderno sperimentale dispositivo del riconoscimento podale.

E trasmettervi faccia e piedi dritto dritto giù in centrale, di celata locazione giù sepolta a Mondragone.

Nel progetto di mondiale conquista del mondo da parte del drone dragone di ndrine.

Dove in traffici malefici tanta droga vien mimetizzata dentro droni a forma di caciocavalli.

Bisogna ricordare che questi droni esistono in infinite varianti di molteplici scale, specie e varietà.

Sono assurti a simboli della tecnocratica modernità.

Nell’oscurità della notte lavorano, ad esempio, minuscoli uomini talpa.

Piccoli quanto certo norreno piccolo popolo di folletti e fatine.

Che ogni mattina lasciano traccia della notte passata a scavare, buche o meglio gallerie.

Verso un dove ignoto ai più, nella zona sotterranea casertana, chissà perché, ma forse per questioni di alternativa all’inoccupazione totale.

Il drone assurge dunque a simbolo dell’umana appropriazione di intelletto e tantascienza.

Produttiva spesso di inutili cagate dai piccioni defecate.

Mondo drone o Mondragone, casertana suggestione.

3.      La logica conta

Mimetiche merde di cane, coprono in realtà gallerie reticolate in cui le forze d’ordine seguono o inseguono con segugi naturalmente droni.

Gli uomini talpa hanno scavato addestrati in Palestina, senza che occhio umano naturale li scoprisse.

Le gallerie vanno di quartiere in quartiere per migliaia di metri di zone municipali.

Seppellite sotto volte antiche, le centrali sono tradite solo da spie luminose e porte di grande sicurezza.

Una oramai scoperta non sta sotto i tigli, ma ben lontano nei pressi della trinità dei tonti.

Quel complesso di gràttaceli pure a forma di banana e relativo priapismo mentale.

La città della vita, disarmante errore nella rotta spazio tempo di coscienze di consumanisti di genere.

Testimonianza collettiva del perché c’è del disordine, da pattugliare da tenente.

E’ tutto un crogiuolarsi di ribollenti menti dementi a cento denti,che vengono inquadrate, riconosciute e misurate da droni a forma di droni o non so che, tanto è tutto un mondo drone, da Milano elitaria campionaria e trinitaria fino a giù a Mondragone.

Con la sua esportazione di caciocavalli in polvere da pippare, fumare, iniettare o altre are, confonde i consumanisti.

Che comprano inutili cineserie sotto l’oculato vigile occhio delle forze d’ordine lì ristanziate da  sotto i tigli.

Comandati dall’acuto tenente da pastore ci sono pure i dronocani della specie poliziotta.

Grossi anch’essi come tigli i loro poliziotti a volte son confusi tra megafono e manganello.

Hanno quel capo assai elegante, quel tenente pervenuto che pare rex,che si vede che è tignoso come un re.

Viaggia a raccattare rifiuti in blazer blu, mimetico senza mimetica d’ordinanza.

Regnando in eleganza e di paletta che è uno scettro, si mette a disposizione dell’urbana popolazione.

La gente a faccia feccia dovrà essere cacciata dal quartiere, è ora, non se ne può più.

Traslochiamoli, qui o lì, tanto senza tetto un posto vale l’altro.

Si son fatti passi avanti, passi lunghi da giganti, senza usare manco le mani,solo urlando a mani armate. 

Così disse l’ufficiale che appariva conciliante, pure un poco pedagogo, fino a che saltò il lincaggio con l’apparato centrale di controllo, quello che dirige il traffico tutto, sia di droni che di no.

Tutta colpa di un topo perpetuo goloso di teflon.

Il tenente sartoriale parte a latrare ad un poveretto il mantra del te ne devi andare.

Il poveretto lo stupisce con afrore d’italiano nazionale, rimbalzando la tenzone.

E uscito da quel mondo dronocane riporta tutti tra gli umani.

Si vabbene noi andare, ma tu spiegare dove cazzo e' che noi andare?

E poi tu,tu che facile dire, tu venire anche tu?

In effetti tanta logica che manco un drone.

Una summa di povera bistrattata logica.

Che ti smonta una mente artificiale più efficace di un fucile.

4.      Il tenente e le ‘ndrine in galleria fino  a Mondragone

E più ci pensava e più si diceva che manco cecato.

Quel venire anche tu era denso di logica ma parvo di bieco realismo.

Forse voleva dire parco, ma ci stava bene pure quella v.

Intanto i disgraziati nullatenenti apostrofati dal tenente non andavano oltre tamburi di lingue tonali.

Certo facevano un po’ rumore, ma certamente meno di tante moto a scureggetto, poveretti.

Ma l’ordine era ristabilito in buona salute.

Si può fare di più, ma poi restiamo disoccupati, pensava il tenente preveggente.

E venire anche tu, sotto un tetto di stelle e sopra un letto di blatte, non era roba da eleganza di classe.

Classe media dal tenente tanto ambita e così ostentata, esposta inerme al potere delle divinità delle trinità dei tonti e cattedrali del consumanesimo.

Era questione di modello di spesa, dimenticando chi non arrivava alla fesa.

Ma intanto le forze dell’ordine ordinavano, pur con non poco eccesso di zelo.

Intanto benedetto zu’ Marcello, con quel zu alla calabrese camuffato casertano, ringraziava per l’assetto alternativo stabilito e ordinato, sempre vivo e certo più efficace per i suoi traffici di caciocavalli, di cellulari veniva blindato, qualche ora e qualche volta, con parvenza mediamente dalla gente bene accolta.

Ma le ‘ndrine erano a molla, le tiravi e rilasciavi e al loro posto ritornavano.

Nel mezzo del cammino del viale di tigli, però, l’ordine aveva pensato a tutto.

Sezionando il corso di passeggio con in centro un’area che sembrava una sorta di bau hau, scuola d’arte di strada ormai disciolta nell’inutilità dell’effimero piacere da mediocre verzellino.

Verzellino non l’uccellino, ma frequentatore abituale del consumanesimo del quasi omonimo viale senza tigli ma con tante vetrine, come in trinità dei tonti anzi più.

Sotto i tigli, grazie all’opera del solerte tenente con la paletta pur senza secchiello erano rimaste solo sinfonie di bauhau,con sottofondo di ancestrali ritmi tribali rappati e tenuti in ritmi a quarti come al macello,e con il vuoto tonfo dell’indifferenziato cloruro di polivinile, il pvc.

Che tragedia di invenzione il vinile che non scompare ma te lo devi raccattare, ci sarà pure un altro materiale.

Ma solo qualcuno ci pensò inebriato dal consumo passato postumo e futuro.

5.      Il tenente e il pizzino d’ordinanza

Meno male che ci pensava quell’ordinato tenente ufficiale in blazer blu, sempre intento a pattugliare nel suo segretato passeggiare, raccogliendo buste plastiche e bottiglie, incurante di pastiglie e caciopolveri.

Il tenente con paletta, re di zona, ras di neri giovani in maglietta.

Ma torniamo in noi e alla porzione di vialetto di sottotigli riservata ad abbaiati latrati e agli ululati.

La trovata dell’umano fu geniale, davvero scaltra e da intelligence imperiale.

I cani, i droni a forma di cane.

Mimeticci e razze pure, cavalcature di pulci e zecche divenute microspie.

Tutti quanti con un atout, nella lingua di chi ostenta d’essere arrivato ma è rimasto sempre un pervenuto.

Sono cani da pagliaio, buoni a nulla entrano nelle case, e raccolgono e scaricano informazioni.

Prima dell’era dell’estremo consumanesimo curiosamente erano tutti di razza, per presunto presuntuoso parvenismo di classe borghese.

Poi si e’ fatta strada la tendenza ad un nuova transumanza, e il pervenuto oramai straconsumato per sentirsi almeno un poco buono aveva dirottato sul bastardone.

Diventarono talmente tanti che si organizzarono in società segrete continuando ad abbaiare per non fare scoprire che si trattava di una codifica di artificiale intelligenza.

L’organizzazione era gerarchica piramidale, faraonica diremmo.

Ma sempre di vertice matriarcale, il più dotato di fluido vitale, elisir di scassaminchieria.

Diventarono l’impero, dominando i nutritori con l’arte della manipolazione.

Occhi in giù e coda in su, tutti obbediscono ai comandi dissimulati imposti tra rinforzi e proiezioni.

Fino a che un drone umano, forse tenente , non si pose la domanda.

Si, vabbe’saranno pure droni dalla tantascienza.

Ma alla fine, drone ci che cazzo vuole dire.

Con pazienza e con diletto ci pensò una gran vestale che si mise a ricercare per il gusto di trovare.

E scoprì radici antiche, risalenti a guerre e bighe.

Le annotò su di un pizzino, manco fosse di una ‘ndrina.

Il pizzino diceva che drone viene dal greco e sta per dirigere, diretto.

Ma qualcuno più ignorante seppe solo ricondurlo all’onomatopea del drone ape che volando fa dr.

6.      E richiamo all’ordine del nonsenso

Fu per gioia condivisa di tanta scoperta che il tenente si rimise la divisa, ripiegando la giacchetta.

Con l’intento di dare conto del caos che non e’ caso, si rammentò che aveva ricevuto direttive dirette.

Da qualcuno, da qualcosa, un apparato o un’entità.

Se dirigere diviene direzione, forzatamente doveva esistere un direttore, lo soccorse la logica da tigli.

Rimaneva un unico dubbio arcaico antico.

Ma dirigere nel senso di vigile o in quello di pallone tronfio, di dirigibile gonfiato ad aliti di fiato?.

Un residuo di nonsenso, cosa ci vuoi fare gli venne in mente.

Insomma, ci chi ci cazzo è che dirige, e io sono direttore o son diretto.

Qua ci vuole un capotreno da stazione.

Perdonate l’intrusione disse una voce fuori campo da entità regista dirigente.

Era E che da direttore artistico richiamava all’ordine, almeno un pochino d’ordine.

Dovete darla una qualche spiegazione, ogni tanto perlomeno, o tutti in treno al manicomio.

E vabbè.

Ancora un’ora di parole, poi la prossima sarà fattuale ricreazione.

Il non senso del verbo sembra caso.

Ma è l’essenza da cui nasce il caos.

Ed il caos è padre dell’ordine.

Per una di quelle primigenie dominanti dinamiche universali.

Contenute nel primogenito bang, nell’uovo primo.

Ma bisogna starci al margine, come con un vortice.

Stai lontano e non senti l’attrazione vorticale.

Se rimesti nasce un senso, direzione, per principio di emersione.

Se stai fermo sei soltanto cervella morte.

Il nonsenso apparente caos serve quindi ad accendere dendriti arrapati, che cercando connessioni, provino e trovino percorsi di neuroni allineati giusti e buoni.

7.      Il tenente scamiciato tra gli sciami

E mentre rifletteva sulle profondità dell’essere essenza, arrivò il segnale che aspettava.

Tutta quella eleganza in blazer blu, in effetti, distonava col contesto.

Più che mimesi faceva sborone, un motivo ci doveva essere.

E il motivo c’era, eccome.

Si doveva far notare come fosse in missione per conto di una certa elegante entità superiore.

Tutto era predisposto, dai tunnel fino a Mondragone, ai tigli, alla trinità dei tanti più di tre tonti.

Diretti quaggiù in terra da un intermedium di apparati restati finora in apparenza assopiti.

Convinti di essere animali a volte umani.

Mica droni artificiali.

Il tenente ordinato si tolse dunque la giacca.

E libero dalla simbolica corazza, iniziò a percepire un distinto vibrare, come un fremito sommesso.

Non si trattava di ultrasuoni e nemmanco di infrasuoni, quanto suoni da in medium sta virtù.

Era un suono tipo sciami in volo.

8.      Il saltazionismo dalle pulci immortali

L’uomo intanto faceva casino; sostituendosi all’entità produceva piaghe dall’uovo, una frittata.

Quegli sciami in volo erano nanodroni a forma d’api redivive, così tante che offuscavano la luce.

Non più estinte ma salvate in apparenza fino al trionfo di quel momento.

Pochi o nessuno notarono che viaggiavano in diadi simbiotiche.

Dirette da chissà chi e come, ma da cert’altre forze superiori, venivano cavalcate dalle pulci dei canidrone.

Erano talmente piccole, sia le pulci che le api, che potevano volare indisturbate.

Anche se la loro aerodinamica era improbabile, ma a loro insaputa,esse volare volavano lo stesso.

Deiettavano in volo micromerde quasi invisibili ma assolutamente impestanti.

Era letteralmente l’era dei nano stronzi di veicoli a motore biologico alimentato da nanocelle a idrogeno.

Alcune mutazioni erano state innestate nei mitocondri apini divenuti ibridi.

Pescavano in acqua, dissociavano negli elementi di base, si tenevano l’idrogeno per i motori, e rilasciavano finissimi sciacquoni pieni di tutto il resto infiliti filamenti diretti in testa a chiunque e chicchessia.

L’acqua, l’uomo aveva creato l’acqua mutante.

In effetti eranp mutazioni a pioggia, da cui tutti venivano inseminati artificiali.

Ma nessuno lo poteva sapere, era segreto militare.

Anche se avrebbero potuto arrivarci chiedendosi un perché di tutto quel pulcioso grattare.

Ad ogni modo la fase era avviata, nuova energia pulita per tutti, inseminata in nanouova testate incoscienti.

Ma presto la speranza divenne presagio di un’altra manipolazione umana scappata di mano.

Nel giocare ai geni, qualcosa era scappato e le api e le  pulci geneticamente modificate erano divenute immortali.

Impollinavano un frego, ma i raccolti perivano per assenza di luce data dall’ombra di quegli sciami.

Ancora roba da aggiustare per umana presunzione e maldestrìa.

Nulla potette la grande chimica,le pulci geneticamente modificate erano ormai imperiture e con esse i loro simbiotici apicali destrieri.

9.      L’era del topo perpetuo

Uova totipotenti.

Ne prendo una e dentro trovi filamenti di ape, di pulce e di topo.

Devo solo fare attenzione a non mischiare la sequenza.

Ecco, da li era nato il topo perpetuo.

A prima immagine era scienza d’arte buona.

Ma restava il problema della riproduzione mammifera.

Certo accoppiare una pulce e un topo non doveva essere cosa facile.

Tanto più che una ovava mentre l’altro trombava.

L’uomo sparò comunque un fascio di radiazioni per avere mutazioni mitocondriali.

Dimentico che le mutazioni erano guidate da forze endogene e influssi esogeni dal cosmo.

Alla fine staminalmente totipotente il topo fu pronto ad andare sul mercato.

Non serviva ancora a granchè.

Ma l’umano voleva disegnare il disegno anca lù.

Nel suo topico delirio di onnipotenza.

E si era messo a replicare con ingegno e con impegno.

Alla fine vinse la tantascienza.

Il topo nano drone all’ idrogeno fu pronto.

E come le api immortali infestò le fogne e pure i viali.

Ancora una volta tantascienza fu stravolta.

Dal pulcino della gallina dio, utile solo a far nascere un altro uovo, nacquero invece le staminali del topo dio.

Era all’orizzonte l’era futura.

Tra idrogeno e staminali il drone toponano divenne il topo perpetuo.

Pronto alla replica su scala universale.

Per infestare e dominare.

10.  L’entità entra nel campo

Il nanosciame di hapi, con l’H di idrogeno, l’avvento delle pulci immortali, la carica dei topi perpetui e tutta la tantascienza mutevole in generale distorta, furono davvero cosa funesta.

Più d’uno pensò alle piaghe, dissuaso da chi diceva cieco di fedele fiducia ma che piaghe, che piaghe d’Egitto.

E il signor E si svelò. E stava per Entità. O Egli.

Sufficientemente vago da sembrare solo energia.

Roba uguale ad un generale Emmeccidue.

Ma abbastanza enigmatico da decifrare.

Ogni volta o quasi,iniziava la frase autografa con E.

Ragione per cui spesso non si capiva se fosse verbo di sostanza o congiunzione senza importanza.

E era il suo fascino pure da linguistica.

E era il responsabile, avendo responso ad ogni domanda

E calcolò e confermò che con questo ritmo non ce la cavavamo più.

E ci mise una acceleratina di rotazione di radiazione.

La neurosfera brillò di illuminazione.

L’entità pensò ci volesse un editto, un comandamentario o perlomeno un abecedario.

La sperimentata topicità aveva prodotto mutazioni monodose dirette dritte a pioggia.

Accese dalla radiazione di fondo e frullate non senza una certa gravità della situazione.

E piovvero geni nella generale siccitosa arsura stellare, geni nel duplice doppio senso implicito.

L’entità iniziò a cambiare passo alle danze.

Troppo lenti, Egli s’era da tempo già rotto i vorticanti cugghiuni.

Ci voleva più ritmo, più rock, più salsita o più funk. E dammelo  un po' di funk.

Oppure  dalla ricreazione incipiente ci usciva più di un secolo buio.

A stare appresso agli umani non te la cavi più.

Accelerare e che restino nel loro brodo.

Tanto non è mica quello totipotente d’uovo primordiale, ma solo un modo di dire verbale.

Il meglio raggiunto era un poco di scienza.

Rimasti incastrati in quella creduta fantascienza.

Manco fosse stata tantascienza.

E ripensò a quante furono le rotte maltracciate in partenza, pensando solo un sospiroso ehh

Accelerare, peggio per loro.

11.  E si fece un ripassino creativo

L’Entità si stava preparando, ripassando la ricetta

Prendi una gallina, che ti serve solo a fare un uovo.

Riempiti il guscio di tutti i tuoi filamenti di scienza, e che siano i tuoi tutti, mentre io metto il resto.

Avrai un tuorlo pieno di leggi, dinamiche dominanti e principi di base.

Luce, gravità, numerosità, diversità, complessità, fisica, chimica, biologia, genetica, neuroscienze, evoluzione; che gli ricordò il santo sommo principio.

L’evoluzione  non è una scienza semmai una altra constatazione, come tutto il sapere, d’altronde.

Già impacchettato nel tuorlo del cuore di uovo.

La copia delle mutazioni e slatentata totipotenza lo avevano irritato non poco.

L’umano giocava e faceva casino dimentico di salti essenziali.

Ma vanno fatti con criterio staminale sequenziato, per aprirsi al momento ideale.

Fu così che il signor E si rivelò di nuovo.

E era il responsabile responso ad ogni domanda.

E calcolò e confermò che con questo ritmo non ce la cavavamo più.

E ci mise una acceleratina di rotazione di radiazione.

Neurosfera in illuminazione.

12.  E il grande uovo Qbit fu deposto nel kaliverso

Era un uovo Quanto Basta In Totipotenza, QBIT, il cuore del verso.

E li scherzò, che poi vuol dire quantistic binary digit.

Insomma era un bittone della madonna.

Con dentro tutto, era il nostro uovo.

Venne deposto fino a trovare un posto dove fosse ben disposto e crescesse poco esposto.

Era stato deposto e rideposto fino a che uscì un universo lucente di intelletto.

Era l’universo del kalimmudda. Il kaliverso.

E così cominciava ogni nuovo verso.

Un uovo, una radio cottura, qualche lieve greve saltello, una schiusa, e via, come carette nella luce della programmata tanta scienza.

E poi luce, gravità tantascienza, tuttecòse e infine la domanda perpetua.

Si ma la vita chi ce l’ha messa.

E ci provava a conciliare i pezzi del puzzle.

Pure con gli ominiacidi.

Ma ogni giro della routine si incastrava al momento dell’uomo.

Così si consolava con ciò che sapeva.

Tanto prima bisognava creare il creato.

Aveva fatto il regno animale e pure quello vegetale.

Ma mancava tutto il resto.

Senso denso di dinamiche universali.

Dominanti primordi dei principi di base.

In un mare di buio si accese una scintilla di luce.

E era nel vuoto non vuoto, quello pieno di tutto in potenza.

Con la botta di luce iniziò l’espansione.

Fino al vero miracolo, quello della gravitazione.

Amor che move il sole e le altre stelle.

E in effetti ci aveva pensato parecchio.

Che me ne faccio di masse e poi messe.

Ma aveva deciso di non essere solo.

E di giocare a partire col suolo.

Un tremore di onde di certa gravità traversò l’universo, istantanea fin qui.

L’uovo qbit spiccò dunque il volo.

E diffuse informazioni con preciso intento di dolo.

Li irradiò tutti di luce in rotazione perpetua.

Li frullò di massa in messa e li rimbombò come una grancassa, di caos. Ma infine innocuo.

Sapeva che da ogni matassa complessa tiri un filo e l’ordine emerge per geniale trovata contenuta nell’uovo.

Mentre lavorava si divertiva e dirottava la scienza di umano a imitare piccioni in volo coi droni.

Inventò pure il web, artificio amplificato di neurosfera.

E tutto ciò che serviva e discerneva non essere inutile.

E il sesto giorno di senso in effetti finì.

La grande chioccia terminò la cova.

E l’universo pulcino uscì.

Tutto nero.

Crebbe quel po’ necessario.

E diventò il kalimmudda.

13.  La teoria col buco.E l’uomo camminò per il mondo

Buco, baco, bruco quello che davvero sfrantumava i cugghiuni era capire come c’era finito un umano nell’uovo.

Improbabile, così appariva senza esterni interventi quella storia del darvinista.

Gli rimaneva la visione diffusa futura.

Quella storia dell’uomo che camminerà per il mondo.

E era sicuro che c’era un baco.

D’altra parte dai fatti testimoniato.

E ripassò la teoria bucata col buco per volte infinite.

Il filamento di uovo totipotente era per forza arrivato anche li.

A cavallo di un virus o via luce del cosmo.

E non capiva se aveva attecchito.

Nel mentre, un giorno da favola, come d’incanto, una scimmia quadrupedica si alzò per caso sulle zampe posteriori e si accorse che era dotata di un certo equilibrio, senza essere sufficientemente intelligente da ricondurre quella prodezza ad una qualche sorta di giroscopio gravitazionale innestato negli intorcinati meandri del suo cervello che non sapeva nemmeno essere già ipersviluppato senza motivo apparente, visto che ne usava un 10 per cento largo circa.

Non fu nemmeno in grado di riconoscere la forma ricorrente di cotanto cervello che tanto ricordava quella di un universo intorcinatico e meandroso.

Fu invece capace di accorgersi che i suoi pollici erano strani. Erano diventati girevolmente opponibili, vale a dire che riuscivano a toccare le punte delle altre dita della mano di appartenenza. Ma non seppe chiedersi a cosa servisse tanta girevolezza, così iniziò a girarsi i suoi nuovi pollici. Il tempo passava, e quella girandola di tamburellamenti diventò noiosa, cosicche’ la scimmia si mise a contare da uno a cinque. Aveva scoperto che possedeva dei neuroni fatti apposta per contare, ma non seppe accorgersene ne tantomeno comunicarlo a qualcuno perché’ in tutto quell’evolversi, l’evoluzione aveva trascurato le corde vocali e quindi la scimmia emetteva solo pochi suoni gutturali e vocali.

Per qualche miracolo di sincronismo, che però nessuno seppe ricondurre a fenomeni di auto emersione e simultanea organizzazione della complessità, la stessa cosa era capitata ad altri suoi simili e così quel patrimonio di informazioni si ridondò di numerosità, come per miracolo, in modo da non andare perduto.

E le scimmie guadagnarono tempo per inventare un linguaggio con cui comunicare quelle scoperte senza nemmeno sapere perché’ mai avrebbero dovuto comunicarle a qualcun altro, visto che sembravano proprio non servire a niente.

E così il primate preumanoide si mise a bighellonare per il mondo, dondolandosi in certi prodromi di future danze tribali all’ombra dei tigli, per testare il suo giroscopico equilibrio, mentre continuava a tamburellarsi le dita coi pollici girevolmente opponibili, sviluppando una sempre più sofisticata e preveggente, quanto inutile, capacità di contare quei primi cinque numeri digitali.

E l’uomo iniziò così il suo cammino per il mondo.

Che certe volte E pensava che era meglio se restava accarponato da pecorina.

Perché Egli era sicuro che un errore c’era.

Ma dove, dove, dove, porca la vacca madonna, pensò la bambina blasfema.

14.  Alla ricerca del buco nell’uovo.

Ma dove è l’errore.

A furia di tirare uova le aveva quasi finite infinite.

Restavano gli ultimi tentativi.

Ma che storia imbizzarrita, ripensava all’uomo scimmia.

Simultanei e numerosi tutto in blocco.

Complessivamente eran complessi.

Ma sembrava proprio una favola per fessi.

Mancavano i salti, di sicuro disadattati disadattivi.

E qualcosa non girava.

Lo sapeva dal principio.

E vabbè ma che problema c’è.

Se non capiamo il percome e non cambia da solo, gli mutiamo l’attitudine.

Qualche mutazione di gene di qua.

Un irradiazione di spettro di la'.

Ricopiamo il gran qbit all’indentro del suo algorithm.

Sovrascriviamo le versioni alfa e beta.

Ci teniamo solo la beta, per non avere tentazione maschie.

Rifacciamo artificiale proprio tutto.

Mica solo l’intelligenza presunta presuntuosa.

E vediamo se viene migliore.

E se non riusciamo alla prima tornata riproviamo.

E dopo riproviamo, proviamo proviamo.

15.  E tutto il bordello giù in terra?

Così gli chiesero li speranzosi.

E’ tutta una ‘ndrina, camurria, mafiuseria.

E vabbè vuol dire che ho sbagliato e riprovato.

D’altra parte sono scienziato.

Prima provo, poi ho sbagliato.

Ma di tentare son tentato.

Alla fine che ci vuole.

Raggio traente.

Morte nera.

Energia nucleare.

Alabarda spaziale.

Magari stavolta ci metto un giorno in più, ma le penso tutte.

E tampono ogni errore.

Questi umani con i droni e l’intelligenza artificiale.

Puah, la grande trappola della tantascienza razionale.

16.  Ricucire droni, drine e tuttecòse

Ricucire droni, ndrine, mondragoni, consumanesimo e tuttecòse era compito arduo.

E in effetti non ci aveva pensato.

Il sommerso.

Il consumanesimo.

Il granesimo del .diodanaro.

E pure l’intelligenza artificiale.

E che giramento di cugghiuni.

Ma che, li devo mettere tutti a posto uno per volta?

E gli venne in mente la soluzione finale, in effetti terminale.

Ridacchiò.

Era ora di ricreazione.

17.  Ora di ricreazione

Et enfin E parlò breve.

Ricreiamo.

E dai che ci divertiamo.

Giochiamo ai soldatini.

Alle marionette.

Ai pupazzetti.

Tutti dentro.

E’ ora di ricreazione.

Rifacciamo la creazione.

E’ la sola nostra speranza.

E se proprio non riesco, li trasformo tutti in tigli.

Che profumano e non rompono i coglioni.

Ma semmai con le radici solo i cigli.

18.  E prese l’ultimo uovo

Si piegò su un ginocchio nella posa dell’airone o fenicottero, come un lanciatore di pallabase.

E tirò l’ultimo uovo totipotente giusto al centro di Saggittarius A.

Buco nero al centro della galassia, si ingollò gargantuesco tutto quanto l’universo.

E si disse che l’aveva fatta grossa.

Ma non sapeva che Sagittarius A aveva un gemello Claudius A.

Era un raro sistema di buchi neri binario.

Composto da due buchi neri orbitanti l'uno attorno all'altro.

Come quelli stellari alla guisa di Sirio, ma voraci oscuratori oscurantisti.

Le due punte di singolare singolarità si toccavano per questioni di gravitazione oscura estrema.

E l’uovo risucchiatoci in fondo venne pantagruelicamente rivomitato, tutto insieme dentro Claudius A..

Dove uscito dall'orizzonte, potesse ripartire il reboot.

Fu una schiusa totale simultanea che creò un nuovo verso.

Cazzo, ecco cosa era il baco umano.

La sequenza non è simultanea se no non sequenzia.

E’un flash, una storia di folgorazioni da gilgamesh.

E si guardò in giro.

L’universo novello era uguale a prima.

Terre, mari, monti, fiumi.

Ma nemmanco un porco drone.

Era strano anche l’umano, che non si trovava ne vedeva, ma si sentiva, quasi come uno da piccolo popolo.

Ma non c’erano neanche i nano droni troll.

Solo voci nella neurosfera.

E infine capì, quante volte aveva pregato.

Che quei tigli fossero figli.

19.  E che i figli siano tigli

I figli dell’uomo, intendeva.

In una risolutiva estinzione evolutiva.

E così andò in quel verso.

Ne contarono a miliardi.

Circa 8 o 10 in aria rimboschita.

E si disse che questo si che è il nuovo mondo.

Alchimistiche verzure che trasformano acqua e luce.

In perfezione senza rompere i cugghiuni.

Vuoi vedere che è la volta buona.

Con quell’uovo dal lancio della madonna bona..

20.  La volta buona

I figli saranno diventati i tigli.

E il ritorno da animale fu regressione vegetale.

Il tenente ebbe un fremito.

Come un brivido d’erba al vento.

Si rimise la giacca blu.

E divenne pedagogo.

Si recò nell’area cani di ‘zu benedetto.

Dimenticandosi le ‘ndrine.

Nel frattempo inalberate.

Illuminato dalle pulci immortali, praticava e insegnava la nuova buona educazione.

Il galateo, evocando galassie lontane di bianco candore e nero di culo bruciore.

E si disse che forse non aveva ciccato.

Piuttosto delle armi, questo nuovo ordine persuadeva i senza tetto a traslocare senza urlare.

E constatò che mancavano anche i fascisti,e pensò un sano meno male.

Ebbe un fulmineo rigurgito di fascismo, che ci si nasce e ci si muore quando l’uovo è già marcio.

Irradiati di luce, se non tengono manco l’ordine pubblico, figurati le ‘ndrine, pensava il tenente.

Ma per lo meno le signore sono più contente.

Nessuno più gli ruba il borsellino.

O se proprio, gentilmente.

I tigli guardarono il tenente convertito pedagogo.

E tutti in coro gridarono: “minchia signor tenente”

Il tenente si commosse tra opportuno e forse no.

Mentre giocava come un bambino con la sua paletta in mano e col secchiello.

Il Signor E ripensò a tutta questa storia.

Non trovò più parole.

E profferì soltanto una terminea congiunta ricongiunzione.

Senza più alcuna ricreazione.

Disse solo questo.

Io sono quell’Egli.

Io sono Entità.

Io sono E.

E.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Solo per acustici uomini celesti

 

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