giovedì 2 gennaio 2025

2025 01 01 - La breve fuga della tartaruga Ruga - Nanovella

 2025 01 01 - La breve fuga della tartaruga Ruga - Nanovella

 

Questa è la storia della fuga della tartaruga Ruga.

Che assai le rugava la mancanza di libertà.

E di come cercò di liberarsi dal suo sporco parco.

Incontrando il deambulante bracconiere di quartiere.

Era un certo capodanno e alla sveglia dal veglione egli realizzò.

L’uomo aveva sognato di bruciate savane e verdi praterie.

Ma si era trovato nel cemento di asfalto fumato.

Vecchia pista da elefanti stesa a terra per il tram.

Era tutto tappezzato dai resti di fuochi, botti e spari.

Qualcuno gli aveva fatto concorrenza.

Ma in realtà avevano sparato per gusto di metafora.

Per ammazzare il vecchio cielo velato di grigio e fumo nero.

L’uomo era appunto il bracconiere, di quartiere.

Una di quei personaggi ambigui, sempre in cerca d’autore.

Come il profeta di quadrante, anch’egli era un simbolo.

Era l’uomo cacciatore, era tutti i predatori.

Cercava l’africa al giardino, tra Repubblica e Palestro.

Come ogni bravo bracconiere camminava col suo carniere.

Camminava al suo ritmo, dal pensiero stanco.

E un altro anno l’ho ammazzato.

O piuttosto un altro anno s’è ammazzato.

Tra dolori sofferenze ed indolenze.

Suicidato al tempo perso della perdenza.

Dove c’è gusto non c’è perdenza, diceva sempre la mamma.

Incurante degli altrui punti di vista.

Incurante di ogni altra Enza senza cui poteva fare senza.

Come sia sia, Ruga ed Enza abitavano in Palestro che però gli stava stretto.

Sognavano la libertà di uscire in quel mondo raccontato perfetto.

Un mondo di magnetica magnifica cultura del più.

Finché Ruga se ne abbagliò e ci provò.

Mentre Enza preferì la sua prudenza e decise di farne senza.

Ruga correva al ritmo semifermo affannato che gli dèi dei geni le avevano donato.

Ignara dell’esistenza del bracconiere di quartiere, cercava l’uscita che per forza era vicina all’acqua.

Lui era fermo a bordo laghetto a sognare carpe grigliate, trote in carpione, e anatre all’arancia già in pancia.

Gialloverdi pappagalli brasileiri cantavano scie verdi e gialle di samba, troppo alte per acchiapparle.

Ruga correva a testa bassa, entro i limiti concessi dalla sua rugaggine di testuggine nana.

E andò a sbattere contro il piede del bracconiere predatorio.

Lui la guardò e si disse che un brodino di tartaruga era meglio che niente.

Fece per gettarla nella rete del suo carniere.

Ma proprio in quel mentre spuntarono dall’isolotto centrale mimetici agenti dell’ordine naturale.

Forestali e municipali erano accampati a frotte sull’isolotto per fare un pisolino in dormiveglia.

In evidente sovrannumero segaiolo, nel senso di almeno cinque contro uno, tosto intervennero.

Preservarono così la vita di Ruga, che però gettarono nel loro, di carniere.

Nel tribunale degli animali municipali, Ruga venne frettolosamente giudicata inabile all’acqua.

E fu gettata in un terrario insieme ad altre centinaia di specie.

I guardiani dell'ordine naturalia erano della specie di quel bastardo di babbo natale.

Che le portava in dono ai bambini mediolani, con i pappagalli verdegialli e certi neo scoiattoli nani.

I bambini educati da bracconieri ricottari poi si stufavano.

E le buttavano nel laghetto municipale centrale.

Dove qualcuna si adattava alle condizioni esistenti.

E proliferava in competizione schermata dal guscio con le roditrici pantegane.

Ruga pensò alla agognata curiosità di libertà.

Chi me lo ha fatto fare.

Pensò con nostalgia all’amica Enza.

Vincenzina, per gli amici.

E alla brevità della sua fuga.

Si mise a canticchiare.

Si poteva arrivare almeno allo zoo comunale

E si poteva poi sperare tutti in un mondo migliore.

Ma Vincenzina diceva no tu no.

La morale di questa nouvelle?

Liberi liberi ma da che cosa. 

Si poteva invece sperare in un mondo migliore.

 

Kalimmudda ipsum dixit

No tu no



 


 

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