2025 01 01 - La breve fuga della tartaruga Ruga - Nanovella
Questa
è la storia della fuga della tartaruga Ruga.
Che assai le rugava la mancanza di libertà.
E
di come cercò di liberarsi dal suo sporco parco.
Incontrando il deambulante bracconiere di quartiere.
Era
un certo capodanno e alla sveglia dal veglione egli realizzò.
L’uomo
aveva sognato di bruciate savane e verdi praterie.
Ma
si era trovato nel cemento di asfalto fumato.
Vecchia
pista da elefanti stesa a terra per il tram.
Era
tutto tappezzato dai resti di fuochi, botti e spari.
Qualcuno
gli aveva fatto concorrenza.
Ma
in realtà avevano sparato per gusto di metafora.
Per
ammazzare il vecchio cielo velato di grigio e fumo nero.
L’uomo
era appunto il bracconiere, di quartiere.
Una
di quei personaggi ambigui, sempre in cerca d’autore.
Come
il profeta di quadrante, anch’egli era un simbolo.
Era
l’uomo cacciatore, era tutti i predatori.
Cercava
l’africa al giardino, tra Repubblica e Palestro.
Come
ogni bravo bracconiere camminava col suo carniere.
Camminava
al suo ritmo, dal pensiero stanco.
E
un altro anno l’ho ammazzato.
O
piuttosto un altro anno s’è ammazzato.
Tra
dolori sofferenze ed indolenze.
Suicidato
al tempo perso della perdenza.
Dove
c’è gusto non c’è perdenza, diceva sempre la mamma.
Incurante
degli altrui punti di vista.
Incurante
di ogni altra Enza senza cui poteva fare senza.
Come
sia sia, Ruga ed Enza abitavano in Palestro che però gli stava stretto.
Sognavano
la libertà di uscire in quel mondo raccontato perfetto.
Un
mondo di magnetica magnifica cultura del più.
Finché
Ruga se ne abbagliò e ci provò.
Mentre
Enza preferì la sua prudenza e decise di farne senza.
Ruga
correva al ritmo semifermo affannato che gli dèi dei geni le avevano donato.
Ignara
dell’esistenza del bracconiere di quartiere, cercava l’uscita che per forza era
vicina all’acqua.
Lui
era fermo a bordo laghetto a sognare carpe grigliate, trote in carpione, e
anatre all’arancia già in pancia.
Gialloverdi
pappagalli brasileiri cantavano scie verdi e gialle di samba, troppo alte per
acchiapparle.
Ruga
correva a testa bassa, entro i limiti concessi dalla sua rugaggine di
testuggine nana.
E
andò a sbattere contro il piede del bracconiere predatorio.
Lui
la guardò e si disse che un brodino di tartaruga era meglio che niente.
Fece
per gettarla nella rete del suo carniere.
Ma
proprio in quel mentre spuntarono dall’isolotto centrale mimetici agenti dell’ordine
naturale.
Forestali
e municipali erano accampati a frotte sull’isolotto per fare un pisolino in
dormiveglia.
In
evidente sovrannumero segaiolo, nel senso di almeno cinque contro uno, tosto intervennero.
Preservarono
così la vita di Ruga, che però gettarono nel loro, di carniere.
Nel
tribunale degli animali municipali, Ruga venne frettolosamente giudicata
inabile all’acqua.
E
fu gettata in un terrario insieme ad altre centinaia di specie.
I guardiani dell'ordine naturalia erano della specie di quel bastardo di babbo natale.
Che
le portava in dono ai bambini mediolani, con i pappagalli verdegialli e certi neo
scoiattoli nani.
I
bambini educati da bracconieri ricottari poi si stufavano.
E
le buttavano nel laghetto municipale centrale.
Dove
qualcuna si adattava alle condizioni esistenti.
E
proliferava in competizione schermata dal guscio con le roditrici pantegane.
Ruga
pensò alla agognata curiosità di libertà.
Chi
me lo ha fatto fare.
Pensò
con nostalgia all’amica Enza.
Vincenzina, per gli
amici.
E
alla brevità della sua fuga.
Si
mise a canticchiare.
Si poteva arrivare almeno
allo zoo comunale
E
si poteva poi sperare tutti in un mondo migliore.
Ma
Vincenzina diceva no tu no.
La
morale di questa nouvelle?
Liberi liberi ma da che cosa.
Si poteva invece sperare in un mondo migliore.
Kalimmudda
ipsum dixit

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