venerdì 15 maggio 2020

2020 05 14 – “Lossico” virale - Pensiero, mica carta igienica


2020 05 14 – “Lossico” virale - Pensiero, mica carta igienica

Da quando ad inizio 2020 è scoppiata l’emergenza del virus ho ripreso a scrivere.
Erano quattro anni che avevo interrotto la mia piccola produzione letteraria privata perché ritenevo di avere esaurito quello che avevo da dire sui molti argomenti trattati. Anzi, su tutto.
Non era il tipico blocco dello scrittore.
Era diventato piuttosto un blocco del pensatore.
Molto più grave.
Avevo messo il pensiero in soffitta, tra le cose non più utili.
Il virus, invece, mi ha regalato un’enorme quantità di spunti e mi ha indotto a rispolverare fuori questo dono che ho ricevuto.
In grande spolvero, quindi, ho riesumato il gusto alla consecutio delle parole atte a rappresentare il pensiero.
Il logos si è impadronito di me facendomi scorrere nei suoi mille rivoli.
Devo dire che la logica, dell’analisi e dei flussi, e’ divertente.
Perché attiva sinapsi tra neuroni e più ne attiva più il cervello si illumina, si accende, proprio come i colori di una risonanza magnetica.
E quando si attiva, produce qualche sostanza chimica il cui nome termina inevitabilmente in “ina”, come endorfina dopamina o serotonina vai a sapere, la quale a sua volta produce buonumore.
Il pensiero è uno psicofarmaco, forse “lo” psicofarmaco, naturale. Con tanto di articolo come “Le” Big Mac delle piccole differenze di Pulp Fiction.
E può anche diventare una droga, con tanto di dipendenza annessa.
Al tempo stesso bisogna fare attenzione, perché il pensiero è sfuggente e volatile per sua natura e, sia che sia leggero sia che sia pesante, può tendere a sguisciar via dalle mani come una sfuggente anguilla.
E allora succede che rimangono solo le parole che però non rappresentano più un pensiero o un’idea, ma diventano solo lessico.
Le chiamano parole vuote mica per niente.
A me piace chiamarle avulse.
Una volta svuotate e rese avulse dal contesto, diventano facile preda dei pirati delle idee.
Pirati,notate bene, e non corsari, perché senza regale “patente di corsa” altro non sono che per loro natura ladri e truffatori, seppur a volte non privi di un certo fascino.
Tornando alle parole, quando non sono svuotate e avulse, invece, il loro uso e’ utile e importante tra l’altro perché una singola parola può essere strumento di sintesi di un intero sistema semantico.
Di un insieme di significati interconnessi.
Ed ecco che allora  il lessico ritorna a diventare logos.
C’è chi non sa distinguere tra le due immagini, logos che degrada in lessico e lessico che assurge a logos, e si appropria ad uso improprio dell’uno o dell’altro, riempiendosi la bocca di vocaboli, ma senza coerenza logica o etimologica.
E poi c’è chi nasconde dietro le parole diverse visioni semantiche, sistemi di pensiero, struttura delle idee. Chiamatele un po’ come vi pare, ma il succo è la capacità di sintesi estrema derivata dalla padronanza del pensiero retrostante.
Lo chiameremo il “lossico”, neologismo di sintesi tra logos e lessico.
Allora in tempi di virus, noto che si adottano vocaboli differenti per indicare lo stesso oggetto.
Vediamo se siamo capaci di pensare e sappiamo attribuire ad ogni vocabolo il sistema di pensiero retrostante.
C’è il virus.
Generico sostantivo di uso neutrale, privo di ogni connotazione, che viene adottato per lo più da chi non si permette di esporsi e si esprime nel dubbio, senza sapere decidere se sa di cosa parla o no. E’ un vocabolo da logos sospeso, quindi, in attesa di comprendere se ci sia o meno sudditanza psicologica oltre che fisica. Siamo tutti fisicamente dominati dalle nostre abitudini sospese. Per il resto, dubitiamo, che è anche un’attitudine sintomatica di una certa intelligenza.
C’è il coronavirus.
Virus con la corona, che si chiama così proprio perché visto al microscopio dicono che sembri avere una corona. A me non sembra, mi ricorda piuttosto le galleggianti mine antinave della seconda guerra mondiale. E così credo che il sostantivo sottenda una diffusa percezione di sudditanza come può essere quella nei confronti di un re con la sua corona, appunto. E forse anche più quella nei confronti di una mina vagante. Il piano logico quindi si sposta dal timore della sudditanza fisica a quello della dominanza regale. Ci credevamo liberi democratici e invece siamo tutti sudditi oppressi del re coronavirus.
C’è il Covid-19.
Affettuosamente chiamato da qualcuno solo Covid.
E’ il lessico colloquiale che gli fa perdere il 19, un po’ come quando invece di chiamarti con nome e cognome, ti chiamano solo col secondo. Fa parte della semantica tecnica che serve a farci sentire tutti più padroneggianti della materia. Ci rende tutti un po’ virologi e ci fa credere di essere capaci di gestirlo tecnicamente. Ma dei tecnici bisogna sempre diffidare. Si innamorano della loro tecnica e si dimenticano del quadro di insieme. Anche se lo chiamo Covid, infatti, quello resta sempre un virus nato per contagiare.
Ecco la dimostrazione del “lossico” al lavoro.
Tre parole.
Tre sistemi semantici.
Tre forme di pensiero.
Come volevasi dimostrare.
E c’è anche la controprova lossicale.
Cvd
C(o)v(i)d
Ma d’altronde cosa siam qui a fare ?
Siamo costruttori di pensiero, noi.
Non stiamo mica qui ad asciugare gli scogli con la carta igienica usata.


giovedì 14 maggio 2020

2020 05 14 – La pazienza è la vir(t)ùs dei forti


2020 05 14 – La pazienza è la vir(t)ùs dei forti

‘O virùs, con l’accento sulla u come si pronuncerebbe a Napoli, ci obbliga a fare di necessità virtù.
Guarda un po’ quanta differenza fanno una piccola, solinga, “t” ed un ancor più piccolo, insignificante accentucolo.
Il punto è che per sopportare questo virus ci vuole la virtù della pazienza.
Prima o poi passerà, o almeno così ci diciamo.
Ma la pazienza ha un limite.
Giobbe è un uomo pio e devoto, ma gli capita ogni sorta di disgrazia, che sopporta pazientemente.
Non per niente si dice “avere la pazienza di Giobbe”.
Lui prega e prega e prega.
Un giorno chiede al Signore: ”Signore io seguo i tuoi comandamenti, ti venero sempre e ti prego in continuazione, per ogni cosa. Perchè mi tormenti di disgrazie ?
E il Signore gli risponde : “perché mi hai rotto il cazzo”.
In coda in macchina si trovano un inglese e un romano.
Il romano suona il clacson in continuazione e bestemmia come un turco.
L’inglese resta composto e impassibile al suo posto.
Ad un tratto l’inglese scende va dal romano e gli dice : “la pazienza è la virtù dei forti. Shakespeare”.
Il romano lo guarda e gli fa : “ma vaffanculo. Pasolini”.
Verrebbe da dire che Pasolini è quasi Dio, e forse non saremmo nemmeno tanto lontani dalla verità.
Se non in senso assoluto, almeno in quello relativo, intendendo Pasolini come uno dei tanti profeti caduti sulla terra.
Un profeta di quadrante, se ricordate lo spazio virale.
Su Shakespeare direi che possiamo tranquillamente restare senza parole, ne ha assemblate abbastanza lui da solo per tutti, mentre su Giobbe che possiamo dire, se non povero disgraziato ?
E così abbiamo liquidato i nostri quattro personaggi in cerca di autore, che quindi sarei io che ci ricamo sopra qualche piccola considerazione, sempre virale.
Noto innanzitutto che di personaggi me ne sono persi due per strada e così mi rientra in gioco il jolly Pirandello.
Poco male. Per i due morti, intendo.
Saranno morti già da tempo, chissà se per colpa del virus, come tanti e come saremo tutti nel lungo periodo (questo era Keynes).
I quattro rimasti sono pezzi da novanta, che diviso quattro fa 22 e mezzo, che non c’entra niente, ma citare un po’ di numerologia fa tanto radical-chic o aristo-freak.
Insomma, mi sembrava fico ed essendo l’autore dei quattro me lo sono permesso, mentre penso a tutte le quaterne che potrei citare.
Ma torniamo al virus e alla pazienza che elo, confidenziale come “quelo”, mi sta mettendo a dura prova.
Non è la clausura,
non è la paura,
è più question di premura
a scongiurar la iattura.
Insomma, mi sta venendo fretta.
Ho proprio l’urgenza che passi.
E meno passa più mi si svuota il serbatoio di pazienza.
E monta l’insofferenza, proprio una sensazione di fastidio diffuso, che spesso somatizzo di stomaco.
Cioè mi viene la nausea.
‘Sto virus fa vomitare.
Va bene.
Insomma, ci manca solo la chiosa.
E viene facile facile.
Pazienza un paio di palle.
Virus: mi hai rotto il cazzo; ma vaffanculo!
Ho risolto qualcosa ?
No, ma almeno un po’ di outing mi ha fatto sfogare.
Già mi sento più leggero, etereo come un granello di bacillo.
Chissà che finalmente io riesca a tornare a volare, come il virus e come so fare, tra le vibrazioni delle mie sensazioni.
Nel caso, sarebbe da pensare che il virus ha fatto il miracolo.
E quindi per deduzione, il virus sarebbe Dio e siccome anche Pasolini era profeta se non proprio Dio, ecco che possiamo concludere che anche Pasolini era un virus e siccome anche io, che faccio l’autore, sono profeta del mio quadrante.……ecco la verità: non essendo io Pasolini, vuol dire che anche io sono un virus. Scribacchino.
Ho perso la pazienza in questa sorta di scioglilingua deduzionista, ma la conclusione mi aggrada.
Il virus sono io, canterei se fossi quell’usignolo. Vitalità. Nozionato. Programmato.
Anche se, quindi, dovrei farmi vomitare da solo.
Bleah.

mercoledì 13 maggio 2020

2020 05 12 – Libere associazioni virali


2020 05 12 – Libere associazioni virali

Chi nasce quadro e chi nasce tondo.
E’ un po’ come chiedersi cosa è la destra cosa è la sinistra.
Oggi si dice che non esistano più.
C’è un gran calderone, una specie di destristra, che oscilla tra i suoi opposti.
Un confuso centrismo generato tra i suoi estremi.
Un’ibrido come quello tra eliche sinistrorse e destrorse di una barca.
Le prime girano verso sinistra, le seconde verso destra.
Le rotazioni contrapposte fanno navigare la barca dritta sul suo centro.
E così ci troviamo anche noi, diretti verso il bersaglio di un incerto centro delle nostre idee ma solo perché tirati un po’ di qua e un po’ di la.
A volte è destra, a volte è sinistra.

Nella vita c’è chi nasce vagone e chi nasce locomotiva.
Non c’è giudizio di merito.
E’ una constatazione.
Chi nasce locomotiva ha un condanna: deve trainare, è attivo.
Chi nasce vagone è fatto per stare comodo in coda, passivo.

A Napoli si dice:
chi nasce quadro
tondo mai non muore
chi nasce chiavica
nun può mori’ signore
piglia ‘nu strunzo
indoralo d’oro 18
si scioglie l’oro
e jesce ‘o strunz’ a sotto

Allora ecco le considerazioni.
Virus e contagio.
Il virus è di destra o di sinistra?
Di sicuro è comunista. La dittatura non è più del proletariato, ma è diventata sul proletariato. Un semplice gioco di sintassi è la prospettiva si ribalta. Mentre di destra è il tentativo di appropriarsi del contagio per fini privati elettorali.
Il virus nasce quadro o nasce tondo?
Di sicuro nasce tondo, nella sua perfezione di capacità di diffusa mutazione pervasiva. Mentre quadro è il tentativo di inquadrare il contagio in schemi di gestione inappropriati creati come ipotesi ad hoc che, fatte apposta per fare quadrare una teoria, la confutano e la invalidano già dal principio.
Il virus è vagone o locomotiva?
Di sicuro è locomotiva per la sua capacità di trainare tutti verso diverse concezioni di vita. Mentre vagoni siamo tutti noi che, costretti dall’ invisibile gancio di traino sociale del contagio, gli corriamo dietro.

Quindi una sorta di trillogismo.
Una sintesi di trilli, logos e ismi che ad un sillogismo gli fa un baffo.
Se il virus è di sinistra, tondo e locomotiva,
e se il contagio è di destra, quadro e vagone,
allora…….

E che ne so, io.
Io sono solo lo scrivano.
Ma le associazioni sono libere proprio perché non si sa da dove vengano, dove vadano e dove portino.


lunedì 11 maggio 2020

2020 05 09 – O balle ciao : nuntereggae più



2020 05 09 – O balle ciao : nuntereggae più

Questa mattina mi son svegliato e o balle ciao, balle ciao, balle ciao ciao ciao.
Mi e’ venuta in mente questa strana associazione tra partigiani e cantanti nazional popolari per dire che mi sono già stufato delle notizie sul virus.
Nuntereggae più.
Ma tanto, in fondo, sono solo canzonette.
Resta l’attualità.
Tutto il resto e’ noia.
L’attualità, sai che novità.
Però mi ha costretto a ricordarmi che ho trovato l’invasor.
Che fastidio per queste storie che tutti hanno visto, e tutti vogliono commentare.
Se una volta eravamo tutti allenatori della nazionale adesso siam diventati tutti sociovirologi, che ricorda tanto degli psicopatici sociopatici.
E allora mi sono detto basta con le balle.
O balle ciao.
Con tanto di rime, eppur elementari.
La protezione civile fa rima con vile.
Sciorina numeri a vanvera spacciandola come informazione facendocela attendere ogni giorno come un messia contro la paura, ma sa tanto di propaganda di regime. Roba da fanfara da parate militari, altro che canzonette.
Il governo fa rima con eterno.
Emana provvedimenti contingenti dimenticandosi che non potranno diventare eterni. E mentre spende e spande come un effendi non ci dice come se ne esce.
La politica tutta fa rima con brutta.
O se preferite fa rima sarcastica con magnifica.
Si litigano il consenso elettorale e intanto non concordano su niente.
Le opposizioni fan rima con coglioni.
Sia perche’ hanno rotto i coglioni con l’ostruzionismo imperante dimentiche dell’emergenza nazionale, sia perche’ sembrano proprio tanti coglioni tout-court.
Le regioni fan rima con coglioni pure loro ma l’abbiamo già usata. Allora diciamo buffoni.
Vanno in ordine sparso e ognuna vuole propinarci la sua propria ricetta anti virus.
Il vaccino e non la cura fa rima con impostura.
Tutti aspettano l’arrivo del vaccino, ma nessuno si ricorda che prima, e forse meglio per sempre, più che l’antidoto serve la cura.
La gente in giro fa rima con respiro.
Respirano virus a pieni polmoni riempiti dei loro pensieri buoni poco propensi alle rivoluzioni. Due mesi di chiusura e si sentono in clausura. Rammolliti inebetiti, orfani di chi il partigiano lo ha fatto davvero.
E infine il virus che fa rima con status.
Quello quo che ci ha spazzato via in un batter d’ali di farfalla, e a cui tutti vogliono tornare dimentichi delle lezioni che il virus ci ha dato.
Chi più ne ha più ne metta.
Abbasso e ale’.
Nunvereggae più.

giovedì 7 maggio 2020

2020 05 07 - Lo spazio virale


2020 05 07 - Lo spazio virale

Altro che spazio vitale.
Qui di vitale c’è solo il virus.
E quello che resta è lo spazio virale.
Così ci siamo dovuti adattare ad una nuova concezione di spazio.
Ci sono stati preclusi gli accessi ai nostri spazi abituali.
Tutti chiusi in casa, obbligati ad avvicinarci gli uni con gli altri, abbiamo dovuto abbandonare quegli spazi che ci eravamo abituati a considerare nostri.
Eravamo abituati a disporne a piacimento e invece adesso ce li hanno limitati.
Eravamo abituati a crederci confinati, nell’illusione di essere liberi di spaziare ovunque, e invece ci siamo ritrovati senza piazze, strade, parchi, viaggi, seconde case, località di svago più o meno esotiche.
Nemmeno gli spazi degli uffici o dei negozi sono rimasti immuni.
Eppure così facendo ci siamo ritrovati in nuove configurazioni dello spazio.
Quelli virtuali in primo luogo, ma poi mi vengono in mente gli spazi tra le code ai supermercati, il famoso spazio del metro di distanza sociale, lo spazio dei balconi, lo spazio negli autobus, lo spazio nelle scuole, lo spazio negli e degli ospedali.
E quindi ecco che mi chiedo: lo spazio a nostra disposizione è aumentato o diminuito ?
A volte si, e’ aumentato e a volte no, è diminuito, ma in realtà parlo di quello che viviamo come nostro.
La realtà è che lo spazio totale rimane sempre uguale.
E’ solo ridistribuito.
Ma che cosa è lo spazio, e in particolare quello che chiamiamo vitale ?
E quanto ce ne vuole effettivamente di spazio per vivere ?
E poi mi chiedo quello che abbiamo liberato come o da chi verrà rioccupato ?
Perché una cosa è certa ed è che l’umanità di gregge si comporta secondo il principio dei vasi comunicanti e dove c’è uno spazio vuoto tende a riempirlo.
Nello spazio noi viviamo e ci spaziamo.
E lo spazio va immaginato a piccoli quadranti cuciti tra loro in molti strati a cipolla come un  grande multistrato di lenzuola fatte di fazzoletti cuciti tra loro.
Come le celle delle reti di telecomunicazioni.
Questo e’ il motivo per cui nello spazio siamo interconnessi con tutto.
Esistono porzioni di spazio a cui accediamo.
Esistono quadranti dentro cui viviamo.
Ma tutti sono cuciti con altri quadranti.
Se un quadrante si muove si muovono anche gli altri.
Il battito d’ali della farfalla del caos in realtà e’ il grande svolazzo di lenzuola fatte di fazzoletti della complessità.
E noi siamo porzioni del nostro quadrante di lenzuolo.
Noi siamo tra i fazzoletti di cui e’ fatto il lenzuolo.
La multifrenia e’ vedere i fazzoletti che svolazzano.
La monofrenia e’ credere di essere il lenzuolo.
Dalla logica dell’orticello dobbiamo passare a quella del quadrante.
E dentro ogni quadrante ognuno è profeta di se stesso.
Meglio un giorno nel vento del brandello di quadrante che cento giorni da lenzuoletto piegato in orticello.
Ecco lo spazio virale: dall’orticello al quadrante.
Ecco come il virus ci ridefinisce il nostro spazio vitale.

lunedì 4 maggio 2020

2020 05 04 – Lessico virale: maschab


2020 05  04 – Lessico virale: maschab

Chissà se solo a me fa quest’effetto.
La mascherina non ti fa capire l’espressione di chi abbiamo di fronte.
O meglio, restano solo gli occhi che spesso sono più espressivi che il resto, ma se non si è attenti non ce ne si rende conto.
Siamo abituati al colpo d’occhio di una faccia tutta insieme.
Invece così ci resta lo spezzatino delle espressioni.
E diventa difficile percepirsi a vicenda.
Ma c’è chi ci è abituato.
Indovinate un po’ chi sarà mai ?
Li abbiamo criticati così tante volte tutti presi dall’etnocentrismo delle nostre imperversanti nudità.
Spesso derisi, a volte calunniati come retrogradi, adesso si prendono la loro rivincita.
I musulmani.
O meglio, le musulmane.
Questo è il contrappasso.
Insultati dai più, adesso il virus da loro l’occasione di rivincita.
Esponenziale, come è giusto che faccia il contrappasso, perché se i musulmani erano un miliardo e le donne per deduzione una mezza miliardata, ecco che adesso il virus di umani ne colpisce quattro di miliardi.
E mentre noi ci sentiamo oppressi per qualche centimetro di stoffa su naso e bocca, che per alcuni addirittura non ci fa respirare, loro se la ridono di gusto.
Noi, come bambini viziati della nostra civiltà non più decadente ma già decaduta del tutto.
E loro, con il Niqab.
Ci voleva una pandemia per rivalutarlo.
Tra l’altro io lo trovo affascinante.
In un oceano di macelleria di quarti di carni scoperte, mi sembra che oltre a non indurre in tentazione serva a preservare il gusto del mistero.
Quasi quasi mi viene da sperare che il virus si diffonda anche con lo sguardo se non addirittura con i pensieri.
Che sia un virus telepatico.
Ce ne sono già tanti che diffondono pensieri del cazzo, uno in più che abbia un suo sano concetto fondativo sarebbe una bella novità.
Un’idea, insomma, che possa generare un contagio diffuso.
Questo virus telepatico infatti è piuttosto un televirus che ci obblighi a coprirci tutti di tuniche a corpo intiero, con tanto di “i” evocativa di lontani tempi andati in cui scoprirsi era vergogna prima ancora che prescrizione.
Eravamo così anche noi qualche decennio fa.
Abbiamo solo iniziato prima il processo si desnudificazione.
E mentre aspettiamo che succeda qualcosa e si vada in giro tutti senza vestiti, nel frattempo possiamo immaginare di avere già cominciato a ricoprirci con le mascherine.
Poi possiamo cominciare ad allungarle sempre un po’ di più.
In attesa che i tempi maturino per il maschab.
Non è un mascara di serie b.
E’ l’evoluzione della civiltà dell’intelletto.
Regredire per progredire.
Assomiglia tanto anche alla bardatura di medici e infermieri.
Che siano tutti musulmani ?
Beh, però ci curano lo stesso.



giovedì 30 aprile 2020

2020 04 30 - Lessico virale : colibrocce e mariunglo


2020 04 30 - Lessico virale : colibrocce e mariunglo

Covidlessico.
Visto che ci hanno abituato ad un sacco di nuove parole e terminologie, ecco che ne invento un paio anche io.
Sono dunque parte del mio lessico virale.
La linguistica è affascinante.
Come nascono le parole, e di conseguenza le lingue, non lo sa nessuno, ma c’è tanta gente che ci studia.
Da una gutturale e una vocale primigenie, il ka, si sviluppano sistemi semantici che ci permettono di intelligere prima ancora che di comunicare.
E con il virus in canna ecco che qualcosa da intelligere di nuovo compare all’orizzonte dei nostri pensieri.
Per capire ci vuole una storiella.
Di mio c'è solo il titolo.
La storia me la raccontava sempre mio padre che a sua volta l'aveva mutuata da qualche parte.
Mi sembra quanto mai attuale in un tempo in cui dobbiamo concentrarci su noi stessi e sui nostri da fare quotidiani per non sprofondare nell'abisso dell'ansia per quello che incombe fuori di noi.
E' un trucco ansiolitico ma funziona.
Comunque tornando alla storia, un giorno nella jungla divampa un incendio.
Tutti gli animali, in preda al terrore cominciano a scappare incalzati dalle fiamme che avanzano.
Tra questi c’è anche un leone che, come spesso accade, nel momento della verità si dimostra vigliacco a dispetto della sua regalità.
Mentre scappa si accorge che c’è un colibrì che sbattendo freneticamente le sue ali vola in senso contrario, dritto verso le fiamme.
Volando volando, però, si ferma presso uno stagno, si riempie il becco d’acqua e poi riparte in volo verso le fiamme contro le quali lascia cadere le poche gocce d’acqua che aveva nel becco.
Il leone lo vede e gli fa : “ma che sei scemo ? Cosa credi di fare? Non lo vedi quanta è poca l’acqua che puoi portare ? Credi di potere spegnere l’incendio da solo?”
Il colibrì lo guarda e gli fa : “no, ma almeno io faccio la mia parte”. E riprende a volare verso il fuoco.
Ecco, siamo gocce nel mare in tempesta, ma pur sempre di gocce è fatto il mare.
Oppure se preferite siamo tanti piccoli colibrì nella jungla in fiamme.
Che siamo le une o che siamo gli altri, quindi, nel grande mariunglo in cui ci arrabattiamo a nuotare siamo tutti colibrocce.
Mementiamocelo.

lunedì 27 aprile 2020

2020 04 26 – Show must go on. La rivoluzione d’ottobre


2020 04 26 – Show must go on. La rivoluzione d’ottobre
E così il mondo riparte.
Zitti zitti rimuoviamo pezzi di lockdown programmando riaperture settimanali come se da una settimana con l’altra il virus scomparisse selettivamente.
Deve essere un virus di categoria, come i sindacati, senza con ciò volere fare del sarcasmo sui beneamati sindacati che spesso più che il virus sono la cura.
Avranno valutato i rischi, uno si potrebbe dire. Si, ma se invece hanno sbagliato, o forse meglio dire taroccato, i conti? Che succede allora ?
Il punto e’ che siamo talmente schiavi del nostro presunto benessere, delle nostre abitudini, del nostro stile di vita che non ci possiamo permettere di stare fermi, anche a costo di taroccare i conti, appunto. E’ tutta una questione di economia alla fine. Quella e’ l’artefice del nostro presunto benessere e quella deve girare altrimenti ci ritroveremo tutti sul lastrico più di quanto non siamo già.
E quindi ben venga un po’ di macelleria sociale.
L’immunità di gregge ci salverà. Chissà se qualcuno si offende a sentirsi paragonato ad una pecora. A me un po’ di fastidio lo da, anche se la pecora e’ un dignitoso animale capace di darci lana e formaggi mangiando solo erba. Un alchimista, praticamente. Magari fossimo così anche noi.
Ma d’altronde questa immunità di gregge e’ solo un po’ di sana selezione naturale. E’ così che si evolve la vita, o no?
La verità però e che si devono fare i conti con gli imprevisti, che per assurdo in questa situazione sono già previsti da tutti. E’ la famosa ondata di ritorno, dovuta a contagi trasversali o a errata valutazione della diffusione dei contagiati esistenti.
E allora se arriva l’ondata di ritorno, eccoci di nuovo tutti in lockdown per la seconda volta.
Ma questa seconda volta non ci sarà nessuno ad aiutarci di nuovo perche’ abbiamo sbagliato i conti e la responsabilità sarà solo nostra. E allora sarà un “ognuno per se” e “tutti contro tutti”.
E quindi niente aiuti dall’Europa, di nuovo tutti disoccupati, ancora collasso sanitario, poveri, disperati e alla fine il grande crollo che altro che Grande Depressione.
A questo punto il popolo non starà mansueto come il gregge di pecore dell’immunità, ma si rivolterà contro chi ha taroccato i conti per potere ripartire prima del tempo e allora saranno scontri di piazza e rivolta sociale che si cercherà di controllare con lo Stato di polizia e i militari per strada.
Ma sarà troppo tardi.
Così dopo avere immaginato un nuovo ordine mondiale da fusion tra “I have a dream” e “yes we can” ecco che a causa del fatto che “the show must go on” ci ritroveremo alla rivoluzione d’ottobre, periodo notoriamente fertile sia per le rivoluzioni che per i contagi.
Meglio.
Magari e’ la volta buona.

2020 04 25 – Estinguiamoci, che facciamo un favore all’universo


2020 04 25 – Estinguiamoci, che facciamo un favore all’universo
Se il coronavirus e’ solo la grande prova generale di come il mondo, Gaia, ci rigetterà, arriverà prima o poi qualche cataclisma, naturale, sociale o economico che sia, che ci spazzerà via per davvero.
Ma noi abbiamo la conoscenza e gli strumenti per porre rimedio a tutte le nostre malefatte e prevenire l’apocalisse, e il virus ci obbliga ad adottare nuove configurazioni comportamentali in potenza salvifiche.
Però mentre il mondo della gente normale si ritrova a mettere in campo mille modalità di solidarietà ed adattabilità, chi governa continua a litigare. Sulle misure da adottare, sulla prevenzione da realizzare, su chi abbia creato il virus, e così via, continuando a generare sofferenza e disperazione.
Ecco allora che mentre io immagino la fusion tra il “we have a dream” e il “yes we can” il mondo si arrabatta tra i suoi mille particolarismi, di grande o piccolo taglio che siano.
E mentre io immagino, la gente si ammala, muore o perde il lavoro, proiettandosi come minimo in uno stato di collettiva ansia di massa.
La soluzione che ci propinano e’ riaprire le attività, e questa  una scelta obbligata soprattutto per prevenire ulteriori tensioni sociali e shock economici, ma allo stesso tempo apre le porte ad una immensa ondata di ritorno difficilmente controllabile.
Io non credo all’informazione di regime, per cui ne faccio la tara ogni volta che me la propongono.
Allora, quasi quasi, abbandono il pensiero positivo che faticosamente cerco di salvaguardare e propongo un’altra soluzione.
Non confido tanto nella capacità di Gaia di autoregolarsi e sopravvivere rigettandoci di conseguenza  almeno in parte.
Penso a qualcosa di più vasto.
Sofferenza per sofferenza sarà l’universo che ci rigetterà.
Come un sistema immunitario con un virus o con un tumore, verremo espulsi dal creato come corpo estraneo non soltanto moralmente indegno di farvi parte, ma soprattutto fattore di disturbo interstellare.
A quanti è mai venuto in mente che tutta la sofferenza che produciamo genera onde, in principio psichiche ma che in seguito, tra campi elettromagnetici e gravitazionali, veicoleranno onde varie, che si diffondono oltre il pianeta e l’atmosfera?
E’ come un campanello di allarme, un segnale di pericolo che l’universo continua a ricevere o assorbire, in apparenza impotente.
Una configurazione di energia cosmica negativa, che per sua natura ne attirerà di più negative.
Pensate ad un lamento universale : Ah…,ah….,ah,….
E che palle!
Un giorno il cosmo si romperà i coglioni e ci azzittirà. E forse quel giorno sta arrivando.
Senza arrivare ad immaginare alieni che vengano a distruggerci esasperati dalla nostra distonìa, è dunque bene pensare al costante fremito di dolore che emaniamo.
Prima o poi tornerà indietro.
Come se fossero onde sonar, prima o poi rimbalzeranno e torneranno indietro.
E se anche non dovessero tornare indietro tanto presto, perche’ l’universo e’ parecchio più grande di noi e per attraversarlo ci vuole un bel po’ di tempo, è una vibrazione negativa in costante trasmissione dalla terra.
Il cui rimbalzo prima o poi ci colpirà come un Gran Ceffone tiratoci in faccia col dorso della mano.
Per questo mi piace provocare, ma non troppo, dicendo “estinguiamoci, così facciamo un favore all’universo”.
Eviteremo in tal modo di diffondere un fastidioso ronzìo come quello di una grande zanzara, destinata a farsi  schiacciare per ordine naturale delle cose.


2020 04 19 – Il nuovo mondo nell’era del virus


2020 04 19 – Il nuovo mondo nell’era del virus
A febbraio 2020 mi sono ritrovato per l’ennesima volta ricoverato in reparto psichiatria.
Ci sono entrato con le solite sensazioni di costrizione e reclusione a cui fortunatamente sono oramai abituato.
A ripensarci oggi c’e’ da rimpiangerlo, il reparto.
Appena uscito mi sono ritrovato la sorpresa del coronavirus.
Dopo qualche settimana ho dovuto constatare una costrizione e una reclusione di massa, diciamo www.
E di nuovo mi dico meno male che ci ero abituato.
In ogni caso già dal nome che gli hanno dato mi evoca una dominanza regale.
Insomma  un virus con tanto di corona deve per forza essere dominante, e questo dominante lo e’ di sicuro.
Cinicamente parlando, ci ha obbligato a constatare che bastano alcune decine di migliaia di morti per mettere in ginocchio tutto il mondo.
Siamo niente nell’immensità del tutto e adesso ne abbiamo la prova empirica. Polvere siamo…
Al tempo stesso non posso non pensare alle punizioni divine e dirmi che ce lo siamo meritato.
Ambiente, guerre, fame, morti ovunque in un’era in cui abbiamo a disposizione conoscenza per risolvere qualsiasi problema come mai in passato.
Il virus siamo noi.
Ma la terra e’ un organismo vivente che vive di vita propria e che oltre alla capacità di adattarsi ha la malaugurata tendenza innata a sopravvivere.
Ed ecco allora che devo constatare che il virus siamo noi umani e la terra ci da la prova inconfutabile della sua vitalità, organizzando un colossale rigetto di massa.
E questa e’ solo la prova generale.
Sempre cinicamente, osservo che i poveri morti da Covid-19 sono un’inezia di fronte ad un cancro da 8 miliardi di umani.
Se non cogliamo l’occasione e non recepiamo il messaggio la prossima reazione di Gaia sarà infinitamente più grande e allora ci troveremo proiettati nell’era dell’apocalisse per davvero.
E quindi ?
Quindi restiamo a casa, finche’ possibile senza distruggere definitivamente l’economia, che come noto e’fatta per girare, e senza la quale nel lungo periodo siamo tutti morti.
Ma poi traiamo insegnamento dall’emergenza e rendiamola sostenibile questa economia.
Constatiamo come sia facile risparmiare l’ambiente in primo luogo. Non serve un secolo per riparare i danni. Bastano un paio di mesi, il cielo si pulisce e gli animali tornano a convivere con noi.
E constatiamo come l’emergenza ci renda tutti uguali, uniti in mille modi, anche essi testimoni del fatto che le divisioni sono solo figlie di un’idea, soppiantabile facilmente da un’altra idea più adatta al contesto in cui si sviluppa. Evoluzione naturale delle idee.
Ma poi un paradosso: speriamo che il virus resista abbastanza a lungo da costringerci a rendere strutturali certe nuovamente diffuse attitudini comportamentali.
Se l’emergenza dura solo qualche mese, infatti, poi coglieremo l’occasione per rimuoverne il dolore dai nostri ricordi e ritorneremo come prima.
Caro virus, dunque, grazie.
Ci indichi la strada per un nuovo ordine del nostro mondo.
Insomma, vedo una fusion tra il “we have a dream” e il “yes we can”.
E allora facciamolo.