mercoledì 15 novembre 2023

2023 11 15 – A protezione della ragione

2023 11 15 – A protezione della ragione

 

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it. Protezione.

In eterna lotta tra bene e male.

Così cresce e si diffonde l’intelletto.

Anche per contrapposizione.

Tesi e antitesi, retaggio continentale di quel satanasso di un Aristotile.

E’ una continua partita tra bianco e nero.

Nella scacchiera del gioco in difesa della ragione.

Che chiede protezione.

Backgammon, perfetta metafora di costruzione, contrapposizione, opposizione e protezione.

La strategia più seducente sta nel nome.

Giocare indietro, in difesa d’attacco.

Ovvero, il miglior attacco è la difesa.

Fare avvicinare il torto fino a svelarlo scoperto.

E mangiarlo.

Stalingrado.

La ragione va protetta anche giocando in attrattiva difesa.

Oggi l'intelletto della futura civiltà è sotto attacco.

Un continente intero va alla deriva.

Il grande backgammon dell’intelletto tra bene e male si tinge di nero.

Nero di fumo contro bianco candore.

Così, mentre la storia ridonda i suoi ricorsi, esemplifichiamo.

Bianca leggera apertura alla franzosa.

Con la speranza della révolution des papillons de l'arc en ciel.

Sa di nera sconfitta la costruzione dei lager d'oltremare.

Nera risoluta risposta ai migranti detti sempre problema, mai opportunità.

Poi la bianca vittoria di Londra.

In quasi un milione sfilano in solidarietà con la Palestina.

Dopo, nuova mossa del nero.

Censura ai palestinesi alla teutonica fiera del libro di Francoforte.

Risponde ai neri il bianco candore degli editori che si ritirano dalla fiera.

E la partita va avanti come da sempre a colpi di rilancio al raddoppio col vidò.

Ma la tour Eiffel è ruggine, e quando la cultura è fragile c’è fumo nero nel cielo.

Avere fede non basta.

Bisogna opporre protezione.

Questa dei libri è una mossa davvero sporca.

Adesso si boicottano i libri.

La mossa seguente è il rogo.

Di libri e di genti.

Allora mentre si combatte la devianza intellettiva, bisogna sempre anticipare.

Immaginare gli scenari.

Essere pronti al peggio.

Da ricacciare lesti nelle sue case.

E misurare.

Io sono misura, io computo la revoluzione perenne, venne detto dal Kalimmudda.

E qua mica andiamo tanto bene.

L’evidenza dello scampolo di partita di sopra serve a questo.

Misurare e recepire i segnali di fumo dell’incendio incipiente o spento morente.

Questo è giocare a protezione.

Fino alla mossa di pur protetto stupore seguente.

Censurare gli scrittori bipolari.

E poi tutti i malati, turbati di mente e oltre.

Fino a portare tutti nei forni costruiti nei lager d’oltremare.

Per fortuna io non sono uno scrittore.

Produco solo canzonette chiamandole postini.

Dispacci dall’intelletto.

Che mette in guardia dalla deriva senza approdi di un intero continente.

E grida l’allarme alla ragione.

Che ricorra pure all’opposizione.

Mentre richiede costante protezione.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Pronti al peggio

 

Ndr: trenta anni fa c’era più lucidità.

 

Nel mezzo di un'eclisse

Resi invisibili

Non sento più messaggi

Non riesco a riceverli

Nel bene virtuale

Paludi mentali

Immuni dai problemi

Indifferenti cronici

È un mondo che, che s'è chiuso in casa

E mamma che ogni giorno va al lavoro da brava

Non vedo, non parlo e non sento

I gesti di scimmia che trovano un senso sento che

Bum, bum Casino Royale c'ho un sospetto nella testa

Qui la fede non basta

Bum, bum questo non è il peggio ma la strada è giusta

Qui la storia è questa

Nessun ideale, zero meno, buco nero, niente

Cibo per la mente nada

Mediocrità ci domina

Dimmi se mi sbaglio, se è la verità

Se ci chiedete come state

Que sera sera, que sera sera

Pronti al peggio non c'è male

La sicura casa europea non è più sicura

E qualche stanza brucia, ahi

E dalla serratura vedi tutto, vale tutto

Quello che non avremmo mai voluto vedere

Bum, bum Casino Royale c'ho un sospetto nella testa

E il meccanismo si guasta

Bum, bum questo non è il peggio ma la strada è giusta

E avere fede non basta

Esplode TNT, respiri DDT

Perdi la partita con gli ipocriti

Que sera sera e così sarà

Qualcosa forse peggio di questa realtà

Se ci chiedete come state

Que sera sera, que sera sera

Pronti al peggio non c'è male

Que sera sera e così sarà

Que sera sera, que sera sera

Que sera sera e così sarà

Compositori: Alessio Argenteri / Alioscia Bisceglia / Ferdinando Masi / Michele Pauli


lunedì 13 novembre 2023

2023 11 12 – L’ordine di grandezza del telaio della ragione

 2023 11 12 – L’ordine di grandezza del telaio della ragione

 

Bisogna trovare il modo di districarsi.

Nella generalizzata carenza di informazione e che non sia irregimentata.

E’ insopportabile la dispersiva proliferazione degli spazi per raccolta pubblicitaria del restilizzato sito Ansa.

Per cui mi rivolgo, come tanti, sempre più altrove.

Anche se spesso non so bene dove.

Comunque per le questioni di diritti e internazionali uso due siti a libero accesso.

Free, come si dice all’americana.

Free anche dall’ingordigia pubblicitaria.

https://www.dirittiglobali.it, spesso riportante articoli anche de il Manifesto

https://www.youtube.com/@LimesGeopolitics, canale a libero accesso dell’organizzazione Limes.

Oggi ho letto una notizia per me eclatante.

Che mi ha fatto constatare come il tessuto della ragione sia sempre in tessitura.

Esiste un grande telaio della neurosfera che produce sempre pensiero.

Per tessere un tessuto il telaio usa due gruppi di filo.

Quelli per la trama, che tessono orizzontalmente il tessuto, e quelli dell'ordito, che lo tessono verticalmente.

Non so perché mi viene da associarli a tesi e antitesi.

La coperta che protegge l’intelletto è la sintesi.

Il risultato è una sorta di grande ricucitura.

Che noi chiamiamo tessuto.

Con cui cucire la coperta della ragione.

Cucire e ricucire.

Rammendando gli strappi della ragione.

Il tessente telaio dell’intelletto è sempre all’opera.

Come in un grande backgammon con le sue case.

La bianca mangia la nera, senza valenze razziali.

Fino a che ci sarà un’alba nella quale vincerà.

Il bianco di candore e purezza

Questa perlomeno è la teoria, mia.

Anche se mica è detto.

Però due giorni fa è stato un giorno di vittoria.

La notizia mi pare sia passata troppo inosservata nella nostra piccola Italietta.

Londra: 800mila sfilano con le bandiere in solidarietà con la Palestina

Sfilare per un armistizio nel giorno dell’armistizio.

Presumo questo qui di seguito.

L'11 novembre 1918, nel vagone di un treno nel bosco francese di Compiègne, fu firmato l'armistizio che metteva fine a più di quattro anni di battaglia e milioni di morti.

Terminava così la Prima guerra mondiale, ma le condizioni imposte alla Germania furono in parte premessa della Seconda.

Che fossero le 300mila persone delle stime prudenti della polizia, o le oltre 800mila degli organizzatori, era dai tempi della manifestazione contro l’invasione dell’Iraq del febbraio 2003 che non si vedeva tanta gente in piazza a Londra.

Quello che è più incoraggiante è proprio l’ordine di grandezza.

Per di più in una nazione regalmente imperiale se non più imperialista, che il casino palestinese ben contribuì a realizzare.

Quindi questa è stata una giornata di vittoria della ragione.

La pedina bianca ha mangiato la nera.

Ricucendo uno strappo nella protezione della coperta della ragione.

Un danno cerebrale è stato tamponato.

Da un esercito di 800mila anime, o cervelli se preferite.

L’ordine di grandezza fa tutta la differenza del mondo.

Peccato che non fosse qui da noi.

E peccato che non ci fosse di mezzo anche la già obsoleta Ucraina.

Vi ricordate?

Quella in guerra con la Russia.

Non più di moda.

Figuriamoci le altre decine.

Ma che ‘nce frega.

Er bucatino è al dente.

Se magna.

Oggi abbiamo, o meglio hanno, ricucito uno strappo.

Uno strappo da 1 milione di cervelli e di anime.

Del tessuto della coperta della ragione.

Una luce nella sua eclisse.

Per ordine di grandezza.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Brain damage Eclipse

 

 

domenica 12 novembre 2023

2023 11 12 – Piccoli e cazzimmosi

2023 11 12 – Piccoli e cazzimmosi

 

Questa è una dolorosa metafora di guerriglia nella jungla delle idee.

Si diceva che certe volte per difendere la tolleranza bisogna impugnare una 44 magnum.

Soprattutto quando la tolleranza è confusa con debolezza.

Ma spesso basta una metaforica testata sui coglioni.

E’ estate.

E’ pieno mezzogiorno. Il sole è a picco.

La canicola è infernale.

Sulla banchina del porto l’asfalto si scioglie sotto i piedi.

I ragazzini giocano a pallone lo stesso, ci sono abituati.

La canicola non li impressiona per niente, ci sono nati.

Due lattine vuote fanno da pali della porta immaginaria.

Un portiere, due squadre da tre ciascuna.

I sei sono perfettamente fronteggiati.

Nessuno vede uno spiraglio in cui intrufolarsi per liberarsi verso la porta.

D’un tratto qualcosa succede, una piccola frattura nell’equilibrio di pesi e posture, e uno dei sei, finta, scarta e parte al galoppo.

Quando arriva a pochi metri dalla porta tira una randellata magistrale a bordo lattina e segna.

Mentre esulta non si cura della traiettoria della palla, che va a incocciare con miracolosa precisione la capoccia di un portuale.

La palla schizza in alto in verticale, e ricade tra le braccia dell’omone, grande grosso e burbero.

Probabilmente esasperato dal caldo del suo lavoro di merdosa fatica.

Quello si volta verso i ragazzini sbraitando e urlando di non provarci più.

I ragazzini annuiscono timorosi e l’omone, un po’ controvoglia, rilancia loro il pallone.

Pochi minuti dopo, un altro maradonino ripete le prodezze del primo, tira e segna ancora.

Questa volta si girano tutti e sei preoccupati per seguire la traiettoria, e vedono che, per la grande alchimia della sfiga, il pallone va a sbattere contro la cassetta degli attrezzi dell’omone che sta facendo il suo mestiere di meccanico.

Si impietriscono mentre l’omone sbraita e lancia il pallone a mare.

Uno dei sei si butta in acqua e lo riporta alla partita.

Per qualche incredibile congiunzione astro portuale, pochi secondi dopo la scena si ripete per la terza volta.

Uno dei sei scugnizzi segna, e la palla va a sbattere contro la schiena del portuale.

A quello salta il nervo e, uscito dal contesto del quadro di insieme, reagisce.

Fuori misura.

Col pallone in braccio, un leggero classico santos arancione, prende un cacciavite dalla sua cassetta, e lo buca.

Pffff.

Gli scugnizzi iniziano a bestemmiargliene contro di ogni.

L’omone si spazientisce e inizia a urlare: “ue’, figli ‘ndrocchia. Venite accà che v’arap’o mazzo. Non lo vedete quanto sono gruosso?”

D’un tratto uno dei sei prende la rincorsa, scarta tutti i compagni in uno slalom magistrale, punta dritto l’omone senza che quello abbia il tempo di realizzare che succede, gli arriva sotto, e…gli sferra un memorabile colpo di testa sui coglioni.

L’omone si accascia dolorante.

Lo scugnizzo si riporta a distanza di sicurezza.

Ride e gli fa : “tu sarai pure gruosso, ma nuje simmo piccoli e cazzimmosi”

Eh, si.

Nel panorama popolato di ignoranti e di allegri cipollosi cretini, a volte ci vuole.

Specie quando si perde di vista il contesto del quadro di insieme.

Ecco.

Certe volte per difendere la tolleranza bisogna tirare testate sui coglioni.

Cazzimmosi.

Ma bisogna essere veloci e sorprendenti come vietcong.

Per sopravvivere nella giungla delle idee.

Ed uscirne pure vivi.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Tengo 'a cazzimma e faccio tutto quello che mi va

 




giovedì 9 novembre 2023

2023 11 09 – I lager d’oltremare

 2023 11 09 – I lager d’oltremare

 

L’informazione di regime non vede e non sente niente.

Non so se ci ho capito qualcosa sulla questione albanese.

Ma a me la deportazione sa tanto di lager.

Parliamone.

Non so come ma sono riuscito.

Ho racimolato i soldi per partire.

Dopo questi, solo speranza.

Forse ho venduto un ultimo lembo di terra, forse ho venduto mia sorella.

L’importante è che ora sono sul gommone.

Non appartengo alla gente di mare, ma il gommone si presenta subito sinistro maldestro.

Troppo piccolo per 40 anime, troppo grande per un motore con la scritta 25 Hp, troppo grande per una tanichetta di carburante che basti a portarci alla terra promessa.

Non lo sappiamo ancora ma la terra promessa è una nave che incroci da qualche parte.

Una nave di ong sarebbe controversa e aprirebbe questioni di diritto.

Quindi ignari confidiamo in una militare guardia costiera, di che paese non sappiamo né ci importa.

Nessuno sa bene come sia finito lì, ci siamo fidati di conoscenze di speranza.

Finalmente dopo ore o giorni ad aspettare senza pane e senza acqua, partiamo in una giornata di mare calmo.

Persa dalla vista la costa, il motore inizia a gracchiare e presto si ferma.

Galleggiamo nel mare di speranza, ma sull’orizzonte ottico circolare non si vede nessuno.

Stipati come sardine d’un tratto qualcuno sente un sibilo e lo scafista, che aveva in mente di confondersi da migrante, impreca e si mette a tastare un tubolare, alla ricerca dell’introvabile buco che comunque non avrebbe potuto riparare.

Strattona per un braccio una bambina e le fa segno di non staccare la mano dal buco, che chissà dove è, mentre tra tutti serpeggia il principio della paura.

Il tubolare si sgonfia sempre più finché diventa un lenzuolo di gomma ondeggiante sul mare.

La paura diventa terrore che diventa panico quando la bambina del buco, che non sa nuotare, inizia ad affogare finché muore sparendo nel blu degli abissi.

Chi non sa nuotare la segue veloce.

Morire in acqua per affogamento non è bello come per la dolce morte, che ti spegne per congelamento. A furia di bere gli alveoli si saturano d’acqua fino a che si muore per asfissia. Per quelli di noi che non sanno nuotare l’acqua che entra dagli orifizi respiratori provoca un waterboarding di massa terminale.

E’ una tonnara.

Nel panico generale, però, finalmente si vede all’orizzonte la nave promessa.

Per grazia ricevuta è effettivamente una nave militare della guardia costiera italiana.

Inizia la tarantella autorizzativa a prestare soccorso finché il ministero, mosso a pietà elettorale, autorizza il ripescaggio, sia dei vivi che dei morti.

Rincuorato e riscaldato, io che so parlare l’italiano mi faccio coraggio di fronte all’autorità costituita e chiedo dove andiamo.

Il maresciallo, grado che nella guardia costiera non so come si chiama, mi dice sereno che andiamo in un certo porto albanese.

Io strabuzzo gli occhi tanto che quello si sente in dovere di darmi una spiegazione, ma in realtà non ha capito bene nemmeno lui che casino si siano inventati su a Roma, pare sempre per questioni elettorali.

Il maresciallo, fascista nostalgico, pensa che l’unica cosa realmente certa è che l’Italia deve avere finalmente conquistato l’Albania, altrimenti cosa ci andiamo a fare oltreconfine?

Comunque come Dio vuole, insciallà, arriviamo nel porto di destinazione e davanti a noi si apre lo spettacolo di recinzioni, tende e baracche pronte per accoglierci in stalle da bestie come buoi a fine transumanza.

Deportati ci sentiamo davvero e quella sembra proprio una baraccopoli di lager.

Poco poco gli italiani devono avere speso bei soldi per costruire, e un giorno abbandonare, tutto quell’ambaradan, scommetto qualche decina di milioni di euro, pensiamo unisoni sia io che il maresciallo. 

Io con rimpianto di non usarli a casa mia e lui senza rimorso di che gli frega.

Il maresciallo costiero dà l’ordine di farci scendere mentre mi spiega, in tutta la sua benevolenza d’uniforme, che ci sono 3.000 posti pronti ad accogliere richiedenti asilo e altri disgraziati aventi diritto. Ma il governo conta di potere turnare le disgrazie e fare entrare e uscire 36.000 soggetti all’anno.

Sempre gocce nel mare salato delle prospettive di mondo malato.

Io da ignorante penso che i conti non tornano, perché è astruso calcolare in quanti mesi si sbrigano tutte le pratiche per accogliere, da qualche parte in Europa naturalmente, o respingere e quindi fare uscire, qualcuno. 

Eppoi quale è la relazione calcolata tra 3.000 e 36.000 non mi è chiaro.

Lo faccio presente al maresciallo, giusto per rigurgito di amore di spirito critico e gli chiedo pure ma poi uscire, per chi fosse senza diritto, per andare dove.

Mica ne so niente di tratte di terra a soffocare di fame e di sete nei doppifondi di container di mafie balcaniche e no.

Quello mi guarda e sempre nostalgico pensa il suo muto, pericolosamente serpeggiante emergente, pensiero fascista. 

E che ne so io.

Io eseguo soltanto gli ordini

Sarà lucida propaganda elettorale politica di regime.

Alla peggio, costruiremo dei forni d’oltremare.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Fino in fondo al blu, a Lampedusa

  

mercoledì 8 novembre 2023

2023 11 08 – Il triste teatro dei candhapajiee.

 2023 11 08 – Il triste teatro dei candhapajiee.

 

Cani da pagliaio.

Questo vuol dire.

Povere anime.

Non è per colpa loro.

Ma ce ne è un’infinità.

Che ci circondano di mediocrità.

Io l’ho visto in prima persona cosa vuol dire.

Tenevano alla catena da anni un povero bastardino che dicevano mordace perché abbaiava sempre.

Faceva il so’ meste’ di candhapajiee.

Finchè io mi avvicinai e pretesi che lo slegassero, tra l’orrore e il terrore del contadino.

Gli dovevo comperare la cascina e i terreni per il mio progetto di prototipo di Mac.

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Per cui davanti alla grana, pur riluttante non si fece pregare due volte.

Slegò il cane da pagliaio che mi corse incontro per leccarmi di gratitudine senza ombra di ferocia.

E restò sempre lì a fare la guardia anche da libero.

Ma questa è una storia di bellezza contadina, lontana dalla mediocrità che abbiamo puntato da ferma.

Cani da pagliaio nell’astigiano.

La locuzione si usa per indicare uno che inveisce, minaccia, insulta ma che in realtà è inoffensivo.

Si dice anche di una persona che chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera ma non conclude nulla.

Uno tutto chiacchiere e distintivo, per chi vuole cogliere un pezzo di storia del cinema.

L'espressione fa riferimento al cane da pagliaio delle fattorie, dove un tempo, di notte, i cani aggressivi venivano affiancati da cani di piccola taglia, molto rumorosi ma completamente inoffensivi i quali, con il loro abbaiare ininterrotto, potevano tenere lontano i malintenzionati.

Un tempo in campagna, quando nasceva una cucciolata di cani, il più versato nella punta diventava specialista nella ferma, quello più robusto faceva il riporto, il cane combattivo e magro veniva usato come animale da tana.

Per ognuno di essi il proprietario stabiliva il destino in base alle caratteristiche e alle capacità.

A volte però c'era anche il cane scemo, quello incapace di seguire tracce olfattive, di vedersela a tu per tu coi selvatici, o di riportare al cacciatore la preda uccisa.

Ecco come si sceglieva un cane da pagliaio.

Se il cucciolo non era buono da niente lo si legava alla catena e gli si gettava un osso di quando in quando.

Candhapajiie. Cani da pagliaio.

Dice l’avvocato, quello astigiano : “cane da pagliaio è proprio la definizione che si dà al massimo dei derelitti, che alla fine contiene nella vecchia saggezza popolare un pizzico di comprensione e un pizzico d’amicizia. Anche ai ‘candhapajiee’ ogni tanto qualche zuppa viene offerta.”

Ma nell’accezione meno lirica, il can da pajiie sembra piuttosto il cane buono a nulla.

Quanti ne riconosciamo nello squallido panorama di pauperismo intellettivo in cui navighiamo.

Comunque bella la campagna, perché è bella.

Ma son luoghi di vita dura.

Dove senza un po’ di sana tradizionale saggezza contadina si resta invischiati in una inutile mediocrità.

Quello che so è che avevo progettato il mio prototipo di revoluzione su piccola scala.

Replicabile più volte come cucciolate di cani di utile utilità.

Invece il popolo applaude e ringrazia quel poco che sa.

E succhia la tetta finché ce ne avrà.

E che ci volete fare.

E’ gente per cui le arti stan nei musei.

Forse alla fine lo siamo tutti.

A me la zuppa però non l’hanno mai offerta.

E son rimasto forestiero.

Buono a nulla.

Sijmadicandhapaijiee tutti.

Naaa, non tutti.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Sijmadicandhapajiee

 

 

martedì 7 novembre 2023

2023 11 06 – Oye como me falta el Pandino

 2023 11 06 – Oye como me falta el Pandino

 

Ieri niente di nuovo.

Solo la solita gente che muore.

Morti ammazzati.

Morti di fame.

Morti di curabili malattie.

Il solito clima feroce.

I soliti poveri per incuria occidentale.

Insomma, il solito mondo impazzito.

Tuttapposto, si fa per dire.

Zitti nella loro idiozia pure i fasisti.

Risparmiamo parole per pregare.

Ho nostalgia di come eravamo.

E rimpianto per chi siamo diventati

Comunque.

Non lo pensavo possibile.

Oramai e’ più rara di una scoiattola antica.

Di cui invece oggi Milano ne è piena

Allora forse tornerà pure l’era della sostanza.

Auspico un movimento per il ripopolamento.

Ripopoliamoci d’essenza.

Catalitica, meglio elettrica.

Di principio attivo

Ieri l’ho vista.

Specie in via di estinzione.

La Panda.

Un pianale, un motore, una scatola di lamiera, le ruotine, un cruscotto che pareva a candele.

E dei sedili che infliggevano cilicee punizioni.

Bella.

Rosso Ferrari.

Da poesia del vorrei ma non posso.

Rigorosa, sobria, austera.

Pregna di proto design.

Manco una concessione di curva.

A sottolinearne la natura essenziale.

Praticamente cubista, nel senso di cubo, non di ballerina e nemmeno di artista.

Cubica come palazzi del blocco orientale.

Non che io disprezzi il design.

Anzi trovo che l’umana ricerca della bellezza divina sia nella sua essenziale natura.

Il mondo sarà sempre più neurosfericamente immateriale.

Traducendo il pensiero in ogni trovata d’arte curvatamente varia.

Per questo bisogna ricordarsi di rispettare i principi di base.

Un’ automobile è fatta per muoversi.

Tanti accessori e curvati dettagli cromati sono comunque il superfluo.

La Panda era solo un’automobile.

Senza bisogno di curve e storture, ma solo dritture.

Mentre oggi si viaggia in astronavi.

Bombate proprio piene di quel superfluo.

Seppur con un gps, bella trovata pur se di satelliti costata.

E’ l’età, lo so bene.

Ma a me me falta la Panda.

La compravano in tutto il mondo.

Era un orgoglio nazionale.

Austera si, ma abbordabile per tutti.

Le usavamo anche da noi, con tanti pandisti ad aggiustare la rete dei telefoni altrettanto cubisti.

Me falta, in spagnolo.

Forse è nostalgia di quando le macchine noi le facevamo e vendevamo nel mondo.

Ed in Espana eravamo noi i conquistadores.

E adesso in che cosa siamo campioni?

Meid in Italy

Nel tratteggiare disegni.

Da mutande alla moda a grattacieli in pendenza.

Sono sempre incerto se la civiltà del design e del superfluo sia cosmesi dal cosmo.

O decadenza consumanista.

Ma in fondo chissenefrega.

Oye como me falta el pandino.

Ma forse era solo una scusa.

Giusta per l’essenziale.

Un Santana riciclante di Puente da decenni.

Oye : come va ?

Non frega.

Vamos a bailar.

Per dimenticar.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Oye come va ?

 

 

domenica 5 novembre 2023

2023 11 05 – La civiltà dell’intelletto meridionale

 2023 11 05 – La civiltà dell’intelletto meridionale

 Forse per www.parolebuone.org. e forse su www.shareradio.it

 Civiltà. 

Meridione.

Si, il fatto che eravamo già ricchioni, certo.

Mentre un piemontese era ancora cavernicolo.

E vabbè, lasciamocelo pure nella sua caverna di tolleranza.

Quando ero piccolo andavamo al Sud in villeggiatura, in macchina.

Ogni anno io mi preparavo alla frontiera.

Che immancabilmente arrivava in bagno di sudore quando si raggiungeva Eboli.

Un paio di svolte ed eccolo il profondo sud.

Rappresentante di tutti i sud del mondo.

In un mare di terra arsa e pietrisco caprino io da giovine in chiericato silloggiavo.

Papà, ma se Cristo è il figlio di Dio e Dio è onnipotente, quindi Cristo pure?

E allora perché si è fermato a deboli?

Questa è la vera domanda.

Chissenefrega del valore simbolico di un titolo di libro e di quattro ruderi.

Ma perché i già ricchi li ha fatti benestare e gli altri no?

Sarà mica che Dio è banchiere.

Ci hanno pure costruito l’etica protestante.

Per l’Islam invece uno sarebbe da punire perché il denaro non deve generare danaro.

Ma io ho imparato che il nord trova sempre il modo, e si fa sempre scippatore, lui.

Si, questo è il mondo migliore mai esistito.

Ma io non mi accontento e lo pretendo perfetto.

E allora la civiltà deve tornare meridionale.

Ma sarà la civiltà dell’intelletto.

Non quella del profitto.

8 miliardi di cervelli interconnessi che attaccano sinapsi in un continuo flusso di scambi ideativi.

Altro che intelligenza artificiale: “il” supercomputer.

Serve però la conoscenza omnipervasa, giammai indebitamente appropriata.

E naturalmente la diffusione dell’intelligenza, geneticamente evoluta e all’uopo pronta da millenni.

Perché è la conoscenza che alimenta il libero arbitrio.

Ma è l’intelligenza che consente di elaborare le informazioni per scegliere cosa decidere.

Ogni conoscenza sarà naturalmente asservita al bene comune, che sarà noto a tutti e che pertanto non concepirà manipolazioni oligarchiche.

Quando tutto questo avverrà, saremo in una situazione di equilibrio iperdinamico ma perfetto, che potrà essere modificato da un chiunque.

In parole povere, chiunque potrà elaborare un pensiero nuovo che serva a fare meglio una cosa.

E tutti lo riconosceranno istantaneamente, senza alcun conflitto.

Una civiltà senza armi, senza fame, senza malattie, senza povertà, e soprattutto con un intelletto di danaro sano, il neuro.

In un continuum di energia pulsante, tenderà per sua natura a livellarsi alla velocità dell’istante come acqua nei vasi comunicanti.

Uno psicobaratto istantaneamente infinito alla velocità della luce.

Ma prima della civiltà, ed era ora, la rivoluzione.

Esci la grana, terùn a soreta.

Esproprio meridionale.

Banche occupate, sportelli espropriati, moneta requisita.

Indebiti appropriatori di regni e danari.

Che oggi varrebbero i miliardi di debiti di voi avari.

Il terrone di certo non è falso e cortese.

Ma come noto ben sincero e palese.

E che nc’amma fa’.

 

Kalimmudda ipsum dicit

Siamo meridionali