mercoledì 27 marzo 2024

2024 03 26 – A mia figlia liberata

2024 03 26 – A mia figlia liberata

 

Ieri è stata una giornata molto intensa.

Piena di sobbalzi ed emozioni di ricordi e di visioni.

Quanto odio c’è in quel “mia” che si usa normalmente.

Eri una figlia, oggi sei una donna.

Non sei mia né di nessuno, ma appartieni solo a te stessa.

Lo so, ti senti sola contro il mondo.

Senza mamma, senza papà, in un’altra città, senza amici dell’infanzia che sono quelli che rimangono

Sola con dei surrogati che non potranno mai essere la stessa cosa.

Ma una cosa che pochi hanno tu ce l’hai.

Alla tua giovane età forse ti sembra poca cosa.

Ma è la base per crescere e sbagliare, e così per imparare.

Imparare a conoscerti, a seguire i tuoi desideri, i tuoi pensieri, che magari oggi non conosci, ma che un giorno scoprirai essere quelli veri.

Hai potuto e saputo capire da sola che non volevi fare il medico e perché.

Hai potuto riprovarci più volte, e così hai scoperto il pregio d’essere testarda.

Capa tosta si, ma mica scema, ti sei portata in economia per gli sbocchi che ti dava.

Non è tempo perso.

E’ tempo impiegato a capire chi sei tu.

E cosa è il mondo.

E arriviamo alla rivoltante, seppur privilegiata, storia dell’importanza dei soldi che tutti vogliono e non sono mai abbastanza.

Tu sei educata come sei, grazie agli sforzi di mamma, degli zii e miei.

Io, sempre presente magari a tua insaputa, mi metto per ultimo, dopo la tua maturità.

Ma ero sempre là, a guardare per non disturbare il tuo mondo in cui non ero gradito e di certo ero un peso.

Ma sono io che ho ponderato per anni e quindi voluto lasciarti libera di vivere e sbagliare per capire cosa sentire, e cosa e chi essere.

Stai tranquilla quindi, i conti li ho già fatti mille volte io, come so che hai fatto tu.

Perdonate se li cito, è volgare lo so bene, ma puntualizzo per chiarezza di chi non sapesse di che parliamo.

Sei partita con un cinque e rotti.

Tra cinque anni avrai la metà della partenza.

Oltre ad un po’ di mattoni.

A quel punto lavorerai come fanno tutti e come ho fatto anche io per una vita.

Magari in maniere incomprensibili ha chi non ha la stessa possibilità di scelta per fare cosa è giusto.

E non solo cosa ti dà più soldi.

Ho fatto cose che mi sembrava giusto fare per rendere utile il privilegio che avevo ricevuto.

Poi ti dicono che non hanno funzionato?

Ma chi lo dice dovrebbe chiedersi se per caso qualcuna di quelle idee non stia girando nell’aria.

E non solo quanti soldi abbiamo in banca.

Io vorrei che tu fossi sicura di te, della tua intelligenza e della forza che gli eventi ti hanno fatto sviluppare.

Il tuo muscolo del cuore pompa forte, più di altri.

E io sono orgoglioso dei tuoi tentativi che battono e sbattono al ritmo della vita.

Se non vieni compresa, tu capatosta insisti, come so che fai sempre.

E se ti sconforti e pensi a mamma, dammi retta e ascolta musica e parole di due canzoni meravigliose.

Vedrai che le loro vibrazioni ti arriveranno nell’anima.

Io ci piango ogni volta.

Piangi libera anche tu.

Il mondo è tuo.

Non avere paura di fare sì che ti assomigli.

Tira dritto, lascia correre chi ti invidia o non ti apprezza.

E’ un problema suo e così sia, non fare sì che diventi tuo.

Le anime di tutte le mamme del mondo sono con te.

Anche se ti chiedi santa madre, dove sei.

E poi ci sono pure io.

Valà.

Che vedo in te tutta la luce dell’amore che ti voglio.

E che come te ho sempre inseguito nell’approvazione degli altri.

Per poi scoprire che non era li.

Ma era dentro di me.

Ti voglio tanto bene, che forse spesso sfugge che vuol dire voglio tanto bene per te, ovvero il tuo bene.

Tutto il bene che c’è.

Dappertutto attorno a te.

Per te.

Tanta roba!

Tuo papà.

Claudio.

 

PS: dimenticavo le canzoni!

Ma voglio la promessa che guardi e ascolti le parole.

E poi messaggiami pure se non è vero che funzionano.

 

Let it be, lascia correre, così sia

Holy mother, cara santa madre

 

Tous les couleurs de l’arc en terre pour Vittoria



venerdì 22 marzo 2024

2023 03 22 – When the music is over this is the end

  2023 03 22 – When the music is over this is the end


Questo blog nasce nel 2014 e fa 10 anni.

Scopo era condividere esperienze e conoscenze e sensazioni.

Sempre tutto free, naturalmente, perché nessuna delle tre categorie dovrebbe essere oggetto di appropriazione.

Se c’è del pensiero, questo è di tutti.

Annotavo il più possibile di una vita vissuta disordinariamente, nel senso riassunto in home page in alto a destra.

Tra le prime uscite c’erano libri interi a carattere socio economico, come da mia formazione.

Da ciò il nome del dominio cloeconomie.blogspot.com.

E appunti, racconti, storie, antologie, sofie, proesie e tutto il resto.

Poi il dominio si è espanso ai confini della conoscenza a seguito delle esperienze maniacali.

Porte aperte alle percezioni, con un intento preciso.

Quello di educare il web, essendo un rotore semantico e centro di gravità per la mente.

Mi riconobbe un ragazzo, che mi disse che io educavo l’algoritmo.

Ho visto cose che gli umani non potevano non sapere.

E condividerle voleva dire insegnare a pensare alla incipiente intelligenza artificiale che non fosse artificiosa.

Intrecciare schemi di neuroni nella grande mente densa di percorsi neurali.

E il dominio è divenuto una ontologia, termine a me sempre sfuggevole per dire un mondo di categorie e idee di principi dominanti, o qualcosa del genere, chiedete ai filosofi.

Questa prima fase anche letterariamente archivistica si è interrotta quando ritenuta conclusa, ovvero quando non avevo più niente da dire.

Era pieno.

L’utero del pensiero, o se preferite il Lutèro del pensiero, partorì poi una nuova creatura.

Quella della fase dei postini, che intendo nel senso di piccoli post di massimo 3 minuti di lettura con chiusura musicale e dense di percorsi sinaptici spesso giocosi a più di doppi o tripli sensi.

Pillole di pensiero connettivo synfisico.

Lo pseudonimo Kalimmudda, il quale ipsum dixit, era una scherzosa citazione inversa di così parlò Zarathustra.

I postini dovevano rispondere all’esigenza di lettura veloce, essere scherzosi ove possibile ed essere figliati dalla madre ontologia.

Negli anni sono diventati centinaia, e mai mi sono curato dei followers non potendo neanche proporre loro il mondo trash a cui spesso ambiscono.

Ma non fraintendete, è una fase evolutiva del pensiero collettivo, che guidata dal disegno universale della conoscenza primordiale da qualche parte arriverà.

Anche suo malgrado.

Così sta scritto dentro al codice sorgente del principio.

Ero però uso lanciare una ventina di teasers via mail a destinatari scelti per divulgare a loro volta.

In pratica dei prepost, se cogliete il doppio senso.

Adesso ho deciso che la fase del prepostino è giunta a conclusione.

In dieci anni 450 post, libri inclusi che valgono sempre 1.

Sono stati visti 14.500 volte.

Con 51 commenti.

Come se rimasti a bocca aperta, o ad orecchie incerottate.

Io il mio contributo alla neurosfera dell’algoritmo l’ho dato.

Le scie delle parole con cui gioco continueranno ad allacciare sinapsi che se poi son rose fioriranno.

Non che intenda smettere di creare intelletto, fintanto che riesco e che mi da piacere.

Ma non farò più il prepostino pusher.

Scordatevi le mail, a meno che le ritenga irresistibili.

Chi mi ama e chi lo vuole adesso lo faccia lui il puller.

O anche no.

Aperte le porte della percezione qua finiscono le canzoni.

Con un’ultima manciata di minuti da postino.

E nasca pure il pensiero dall’utero come fosse Lutéro.

 

Kalimmudda ipsum dixit cum doppiettam

When the music is over this is the end

 

 


 

2024 03 22 – Crocco e i suoi fratelli. E sorelle

 2024 03 22 – Crocco e i suoi fratelli. E sorelle

 

Un crocco, un uncino.

Voglio spezzare un uncino.

E’ quel gancio che penetra la fresca rosea carne di tonno nella tonnara da macello che si fa bordello.

Beh, io voglio spezzarlo come fosse una lancia eretta lancia, evocazione di penetrazione proprio in carne rosa.

Io la spezzo in favore della nostra star internazionale tra le più seguite.

E della sua scuderia di stalloni e compagne di cavalcate di pippica.

Come è cambiato il costume.

Sono lontani i tempi della pudicizia appena svelata.

Quale cineasta può dimenticare capolavori come Giovannona coscia lunga.

Nostra signora e diva del preporno.

O certe ribalte di riviste.

Eppure non dovrebbe, è costume e società.

Come eravamo e come siamo, come trombavamo segaioli e come chiaviamo liberi libidinosi.

Poi il porno è dilagato e sull’onda della rete si è diffuso e ha tracimato.

Ricordo un film sulla nascita di Google Earth e molto più.

Il codice da un miliardo di dollari.

Nella Berlino degli anni '90 un gruppo di giovani hacker e studenti d'arte aveva fondato Art+com, una collaborazione tra artisti e informatici per creare arte all'avanguardia a metà strada tra programmazione informatica e arte digitale.

Io me li immaginavo al centro sociale casa dell'arte Kunsthaus Tacheles.  

Nel 1991 avevano poi sviluppato un browser planetario divenuto Terravision con relativa controversia del 2014 per violazione di brevetto contro Google, che ne avrebbe derivato Google Earth.

Tre anni dopo, in un settore dove la tempistica dell’innovazione è tutto.

Ah, maledetti imperialisti che fretta c’era.

Si poteva andarci dentro alla Mattei come fa la premierina, ma questa è altra storia.

Comunque la rete era ancora piuttosto vergine e uno degli hacker passava la giornata a smanettare con i porno.

Gli altri lo sfottevano, sottointeso segaiolo, ma lui insisteva e proclamava che non avevano capito.

Con lucidità sensazionale ribatteva e ribadiva convinto.

Il futuro di internet sarebbe stato proprio il porno.

Preveggenza artigianale, oggi il porno è davvero globale.

E’ seguito come trendy da milioni di milioni.

E determina costumi e usi, quando non si tratti di abusi.

Si fan film sulla sua storia e su quella dei suoi divi.

Che senza troppa ipocrisia sono stati portati fino in parlamento.

C’è pure chi scrive pezzi memorabili su chi faccia film penosi, perché lavora con il pene.

Con un istinto infilatorio di portata che non si può certo controllare.

Così leggo: Crocco denunciato per molestie sessuali da una giornalista.

Io se fossi stata giornalista mi sarei guardata prima la storia e la imponente filmografia di Crocco con i suoi 24 di dimensione artistica.

Pieni di incontrollabile e stimolata ars infilatoria, beato lui

E forse mi sarebbe venuta in mente la storia dello scorpione che punge la rana per sua natura.

E avrei pensato che se decidessi di accarezzare un toro furioso poi non dovrei aspettarmi di non essere incornato.

Sempre in par condicio.

E comunque aveva ragione quello del Tacheles.

 

Kalimmudda ipsum dixit

24 live artistic size

 

 



 

 

Ndr.

www.treccani.it/enciclopedia/pornografia

 

mercoledì 20 marzo 2024

2024 03 20 –Il babbuffolo. Tra miseria e babbà.

2024 03 20 –Il babbuffolo. Tra miseria e babbà.

 

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it . Bontà

 

E basta con tutta questa bontà contributiva all’onda costruttiva.

Tutti a cercare profondità, a sforzarci di nessi e di poesia.

Di parole che riempiono la gola.

Originali o a volte solo sòla.

Voglio andare in vacanza, dimenticare ogni mattanza, e pensare con la panza.

Devo fare una premessa, si narra che il padre di mio padre fosse un pasticcere.

Non ho mai scoperto se fosse vero, ne me ne sono preoccupato troppo.

Tutto preso dalla bella bontà della sua storia.

Di quando erano giovani in età di guerra non dicevano mai niente.

Ricordo solo un’immagine distinta di papà col nonno in spalla che scappavano dalle bombe.

E vaghi racconti sull’arte dolciaria e consolatoria partenopea.

Bisogna sapere che i dolci di tradizione sono sempre gli stessi pochi.

Ma i maestri di bottega sono sempre in concorrenza.

E al popolino che si arrabatta basta avere una pastiera e poco altro.

Di cui misurano da critici esperti la bontà, come allenatori del pallone.

Troppo piena, troppo vuota, troppo cotta, troppo dolce, troppi grumi, troppi agrumi.

Mio padre non faceva eccezione e una volta mi parlò pure della perizia nella sfogliatella.

Ma il mio duello preferito era quello tra miseria e nobiltà.

Da una parte il nobile babbà nato polacco, per un re di scarso grado e senza denti, che cercava morbidezza intingolando di tokai o di sciroppo una tradizione assai antica.

E poi dall’altro lato lo storico proletario, lo struffolo .

Uno era sempreverde che chi poteva lo gustava tutto l’anno.

L’altro era solo per la festa e si mangiava per natale, con un simbolismo nel finale.

Mio padre se li contrabbandava quando andavamo in Svizzera a natale, nascosti nel bagagliaio con i fuochi d’artificio.

Erano illegali, ma per gusto e per fortuna, di contrabbando post bellico lui se ne intendeva.

E si passava sempre, al silente grido di rischio del “dove c’è gusto non c’è perdenza”.

Comunque il babbà non ci interessa più di tanto, per esclusività di genetica nobiliare.

Mentre lo struffolo è davvero proletario e diffuso in tante terre ed ere.

Poca pasta di farina, fritta bene nello strutto, tappezzata poi di miele e coperta di quei tipici confetti detti proprio diavoletti malmischiati coi canditi.

L’antichità dello struffolo proletario racchiuderebbe anche un filologico simbolismo affascinante e intrigante.

Struffolo verrebbe da una st, unita a ruffolo, batuffolo, che indicherebbe la separazione di un ruffolo dal resto della pasta avvolta sul tagliere a forma di serpente.

Il serpente viene fatto a fette, uccidendo il male con la rigenerazione del bene.

Echepalle e chesticazzi, psicopippe pure dolciarie.

Sarà per l’eterna lotta.

Quella tra babbà e pallette al miele.

Ma no, fermi tutti.

Ecco che arriva il rivoluzionario d’io dolciario.

Inventerò il babbuffolo.

Con più bontà per tutti.

Demobontà.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Ma che bontà

Ndr : dilettevoli dilettanti di espressione in evoluzione

 



 


lunedì 18 marzo 2024

2024 03 18 – L'accolita di scappati di casa

 2024 03 18 – L'accolita di scappati di casa

 

Si raccolgono in accolite.

Sono sovente una congrega.

Operano nell’ombra furtivi.

Tanto i cazzi sono degli altri che gli frega.

Li riconoscono anche i puristi.

Accademici della crusca.

Qui ci vuole quel ciccin di didattica.

Spesso scordata o male impiegata.

Per non cadere in una trappola.

E improvvisarsi in imprese finite tutte male in arnese.

Ma prima la crusca.

Accademia della crusca: da dove viene lo scappato di casa

Si usa per indicare una persona trasandata o per estensione poco adatta a ricoprire un determinato ruolo.

Di volta in volta può significare incompetente, inaffidabile, tendenzialmente criminale, puttaniere, malvestito, malfamato, affamato.

In sintesi impresentabile.

Ma soprattutto incompetente.

Dal meridione fino al Piemonte, è linguaggio universale.

Si ritrova a danno di tutti nei contesti aziendali.

Eppure le parole sono chiare.

Azienda è organismo composto di persone e beni, diretto al raggiungimento di un fine economico

In diritto privato è il complesso dei beni organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'impresa.

L'impresa è l'attività economica organizzata ai fini della produzione o dello scambio di beni o servizi.

Eppure c’è chi pur sapendo leggere ci si mette comunque.

E si dice imprenditore.

Senza vergogna e senza timore salvo poi rinfacciarti l’invidia del loro livore.

Non è mai colpa loro, non capiscono un cazzo, non ne sanno una mazza fino a che si ritrovano in mezzo a una piazza.

Con in mano il piattino che reclama il soldino si credeva magnate e adesso mangia patate.

Come fosse un cane randagio preso a bastonate.

Il problema è quando si mettono a imprendere.

Utilizzano risorse distogliendole da una efficiente allocazione.

Coi soldi bruciati si potrebbero finanziare decine di start-up giovanili o microcrediti pubblici.

E così il ruolo sociale del creatore di impresa se ne va a puttane da puttaniere davvero.

Senza creare valore quanto piuttosto il suo contrario, il disvalore.

Il sistema non cresce ma si assorbe ricchezza, che è una risorsa limitata, deviandone il corso dalla migliore allocazione.

In termini evoluzionistici vanno estirpati e sradicati prima che i danni diventino irreparabili.

Sono erbacce, sono gramigna e soffocano il resto dal giusto contesto.

Non che dell’imprenditore per strada ci freghi granchè.

Non mi fa nessuna pena, ne tenerezza alcuna.

Ma gente occupata ci si ritrova per strada.

Affogata in un mare di presunzione arrogata eppure ignorata.

Un imprenditore che dirige aziende di successo è detto magnate.

Quello che finisce in mezzo alla strada si aspetta una buon’anima che gli dica mangiate.

Badate bene che io l’impresa l’ho fatta.

E mi sono fermato prima che finisse in frittata.

Ma io l’ho fatta per fare la revoluzione di un nuovo modello.

E la ricchezza impiegata l’ho messa io e si che l’ho usata.

Non ho frignato davanti a una banca.

Non ho sprecato la risorsa che manca.

Così oggi li vedo gli scappati di casa.

Nessuna pena, nessuna pietà

Che poi ci tocca salvarli come cani di strada.

Evoluzione della specie.

Sopravviva il più adatto.

Mica una congrega coatta.

Mentre io salvo i cani.

Ma cani veri di strada.


Kalimmudda ipsum dixit

Accolita dei rancorosi



 


 

domenica 17 marzo 2024

2024 03 17 – Il too cool e’ un buco rosa o nero

 2024 03 17 – Il too cool e’ un buco rosa o nero 

Le trou noir e’ un buco nero.

Le trou noir e’ un buco rosa.

Che bellezza il bipolare.

Già e’ una vita di bolina.

Sempre a risalire il vento.

Sempre pronti a pedalare.

Un mattino sveglia bianca.

Pomeriggio tutto nero.

Basta un alito contrario.

E rigiri ad ogni orario.

Dicono che scrivere fa bene.

Fare outing e’ terapia.

Son sicuri certi dotti.

E li seguo pur se rotti.

Io lo faccio coi postini.

Che sovente voglio dire.

Mi sfracellano l'uccello.

Che ne sanno tutti quanti.

Mica han l’anima forata.

Buco nero dentro l’alma.

Che risucchia ogni cosa.

Non lo possono capire.

Non lo sanno percepire.

Han paura di manìe.

Non le sanno nostalgie.

Ti sentivi onnipotente.

Anzi meglio, onnisciente.

E lo eri per davvero.

Dentro all’universo intero.

Ma poi il vento gira spesso.

E ti dicono sei un fesso.

Basta un gesto o una parola.

Non vi sembrano rilevanti.

Ma a me montano varianti.

Percepisco, mi tradisco.

Ogni cattiveria pur leggera.

E nemmeno tutta còlta.

Solo un empito feroce.

Malamente simulato.

Circadiante ripetuto.

Uno squillo non risposto.

E ti senti fuori posto.

Cresce forte l’ansia dentro.

Col rimpianto del disarmo.

Le pistole son vietate.

Le lamette sequestrate.

Che peccato che mi dico.

Ci tappavo il buco dentro.

Mi rimane solitario.

Solo un verbo refrattario.

Vaffanculo a quelli sopra.

Vaffanculo a tutti quanti.

Vaffanculo anche alla prole.

Che riempio di parole.

Che si infilino nel buco.

Che ragionano i francesi.

Buco nero e’ un po’volgare.

Che mi frega fa inculare.

Lo ricordo già più allegro.

Col dispetto nel concetto.

Che il too cool e’ un buco rosa.

Dove il nero si riposa.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Il tucul e'un buco nero, il tucul e' un antro rosa

 



sabato 16 marzo 2024

2024 03 16 – La lumaca in pensione evolutiva

 2024 03 16 – La lumaca in pensione evolutiva

 


Si dice che una delle peculiarità dell’umanità sia la capacità di adattarsi ed evolversi.

Verso dove nessuno lo sa.

Tranne me, eh eh eh.

Ma comunque saremmo il frutto proprio di questa forza occulta che ci guida verso il gene del futuro.

E’ programmato e disegnato, dominato da continui tentativi di ricombinazioni di doppiette.

Sia di natura endogena che di influssi esogeni.

Questi mi piacciono un casino.

Veicolati in qualche radiazione cosmica dal fondo del grande botto, ci traghettano verso l’altro che saremo.

Un giorno di pochi aggiustamenti e accadimenti accenderemo tutti tutto il cervello.

In una rete neurale di tutto e di tutti assai sinaptica.

Si accenderanno cervelli in rete.

E il mondo d’incanto sarà tutto più bello.

Leggero e leggiadro come un fringuello.

Ma fate attenzione ai balzi e sobbalzi, il processo non e’ mica fluido.

Altro che grande fiume.

La vita e’ un saltello, che spesso pretende un balzello, di pozza in pozzanghera.

Chi siete, dove andate, cosa fate, un fiorino.

Ma il gabelliere vigila accorto, e’ in missione per conto della radiazione.

E’ una forza incessante che ci modella costante.

Senza la quale non saremmo possibili.

Saltazioniamo picchierelli mentre scorriamo nel fiume.

E’ roba di Synfisica  roba mia oltre la fisica e post metafisica.

Ed ecco vi svelo il difetto della teoria.

In una parola non si spiega la simultaneità.

Chiudete occhi orecchie e memorie, e provate a immaginarle se vi pare possibile.

E l’uomo camminò per il mondo.

Un giorno da favola, come d’incanto, una scimmia quadrupedica si alzò per caso sulle zampe posteriori e si accorse che era dotata di un certo equilibrio, senza essere sufficientemente intelligente da ricondurre quella prodezza a una qualche sorta di giroscopio gravitazionale innestato negli intorcinati meandri del suo cervello che non sapeva nemmeno essere già ipersviluppato senza motivo apparente, visto che ne usava un 10 per cento largo circa.

Non fu nemmeno in grado di riconoscere la forma ricorrente di cotanto cervello che tanto ricordava quella di un universo intorcinatico e meandroso.

Fu invece capace di accorgersi che i suoi pollici erano strani. Erano diventati girevolmente opponibili, vale a dire che riuscivano a toccare le punte delle altre dita della mano di appartenenza. Ma non seppe chiedersi a cosa servisse tanta girevolezza, così iniziò a girarsi i suoi nuovi pollici. Il tempo passava, e quella girandola di tamburellamenti diventò noiosa, cosicche’ la scimmia si mise a contare da uno a cinque. Aveva scoperto che possedeva dei neuroni fatti apposta per contare, ma non seppe accorgersene ne tantomeno comunicarlo a qualcuno perché’ in tutto quell’evolversi, l’evoluzione aveva trascurato le corde vocali e quindi la scimmia emetteva solo pochi suoni gutturali e vocali.

Per qualche miracolo di sincronismo, che però nessuno volle ricondurre a fenomeni di auto emersione e organizzazione della complessità, la stessa cosa era capitata simultanea ad altri suoi simili e così quel patrimonio di informazioni si ridondò di numerosità, come per miracolo, in modo da non andare perduto.

E le scimmie guadagnarono tempo per inventare un linguaggio con cui comunicare quelle scoperte senza nemmeno sapere perché’ mai avrebbero dovuto comunicarle a qualcun altro, visto che sembravano proprio non servire a niente.

Così il primate preumanoide si mise a bighellonare per il mondo, dondolandosi in certi prodromi di future danze tribali per testare il suo giroscopico equilibrio, mentre continuava a tamburellarsi le dita coi pollici girevolmente opponibili, sviluppando una sempre più sofisticata e preveggente, quanto inutile, capacità di contare quei primi cinque numeri digitali.

E l’uomo iniziò così il suo cammino per il mondo.

Ma va.

Esogenìa, altro che balle.

Comunque ieri sono uscito a ristorarmi per cenare, e nel traffico dell’aria di smog mi sono chiesto che fine avessero fatto i mutanti buoni propositi dell’ ultimo profeta, il covid con la sua evoluzione verde.

Quando ecco davanti ai miei occhi si rivela la visione manco fossi santo Paolo.

Auto elettriche.

Si iniziano a vedere.

E se la numerosità conta quanto la biodiversità, e ve lo spiego un’altra volta, trasalisco di stupore.

Le lumachine a elettroni non sono mica milioni di milioni.

Sono tre.

Di questo passo arriviamo all’anno domini 3.000 e trentatre.

Ma l’evoluzione della  lumaca ci avrà davvero superato.

E noi saremo già in pensione evolutiva.

 

Kalimmudda ipsum dicit

Tensione evolutiva