2024 12 20 – Criceti, ricottari, precari, sicari
Precariato
è l'insieme dei lavoratori in una condizione lavorativa di incertezza protratta
per causa altrui.
Viene
da precario, colui che deve pregare qualcuno per ottenere qualcosa.
Nei
secoli passati era un contratto agrario consistente nella concessione di un
immobile a titolo provvisorio.
Nel
diritto romano è la concessione gratuita di un oggetto revocabile ad arbitrio
del concedente.
Precario
era pure un rapporto feudale di vassallaggio in cui i patrizi concedevano terre ai loro clienti.
Il
rapporto era una relazione di patronato al limite della sudditanza fisica o
psicologica.
Come
la si volti e la si giri è una forma antica di schiavizzazione in sudditanza.
Che
priva del diritto a vedere il domani.
E’
un esproprio dell’idea del futuro già remoto.
Che
diventa incerto, provvisorio, temporaneo, transitorio.
Il
precariato non garantisce una vista di stabile continuità.
Si
vabbè, ma perché ci rompi i coglioni proprio oggi che arriva il Natale magari
con la neve.
Mi
viene in mente perché precariato si addice allo stato di fatto generale, oltre a
quello del lavoro.
Dovunque
ti volti vedi il precario incerto e feudale.
Felicità
a momenti e futuro incerto.
Io
ho vissuto qualche sprazzo di precarietà seppur privilegiata.
E
mi ci sono giocato un ricovero per depressione.
Uno
per intossicazione
E
uno per una operazione in zona addome che nessuno mai mi convincerà non entrarci
niente.
Per
questo resto impressionato per un recente servizio alla televisione, utile
invenzione.
Era
la fine di uno sciopero a presidio.
Era
notte, era freddo.
I
lavoratori erano stati accampati davanti ai cancelli per non so quante notti al
gelo siderale.
I
familiari portavano cibo e conforto.
Alla
fine avevano ottenuta quella che a me sembrava una ben misera proroga
contrattuale.
Dodici
mesi, per me un’inezia, un insulto alla miseria.
Ma
loro festeggiavano per una battaglia vinta in una guerra senza tregua.
E
potevano tornare a casa
Io
precario non ci sono stato per davvero.
Però
in vita mia ho conosciuto tanti lavoratori.
Spesso
prima che diventassero precari.
E
poi anche dopo.
Alle
aziende ci si affeziona, sono la madre che ti allatta.
Ma
le aziende spesso non ricambiano
E
se c’è da licenziare non fanno tanti complimenti.
Sembra
che conoscano solo quella via.
Incapaci
di alternative vincenti.
E
così mentre corrono i criceti, i ricottari se ne fottono.
Un
paio di fusioni e trucchi in borsa e tutto quanto torna a posto.
Poi
ad ogni concentrazione loro cercano efficienze e sinergie.
Per
cupidigia e mancanza di visione.
Vuote
parole piene solo di desolata neodisoccupazione.
Vomitate
dritte in borsa, altra sòla che vieterei.
Ieri
ero ancora davanti alla televisione.
Grandi
giusti allarmi per la transizione del settore auto.
Come
tutte le transizioni lascerà una scia di morti.
Senza
vergogna quelli reclamano il mio aiuto.
In
qualità di io essere Stato.
Come
se non fosse bastato quello di un paese già spolpato.
E
che ci volete fare.
Io
precario non ci sono nato.
Ma
so che dopo poi rinasco.
E
questa volta è chiaro.
Vorrei
farlo da sicario.
Kalimmudda
ipsum dixit
Algida fiat lux siderum

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