2024 12 31 - La marmotta non divora la ricotta - Nanovella
Ovvero, le marmotte non sono
ricottare.
Ovvero, il discorso della
montagna.
La grande madre marmotta era
stanca.
Aveva predicato per lungo tempo
la divinità della evoluzione.
Ogni stagione il miracolo si ripeteva.
Con il freddo generale inverno
mezza colonia si addormentava del tutto.
Mentre con il risveglio della
regione, l’altra metà cresceva più forte, bella, paffuta e di fischi dotata.
I fischi erano lo strumento di
allarme sociale, cui venivano preposte speciali sentinelle.
Tutte dotate di vista da aquile
e capaci di stare in allerta per ore, ritte nelle loro guardiole di vento.
Al minimo pericolo urlato alla
valle tutte filavano nascoste sottoterra nei tunnel.
Con l’aiuto della madonna
evoluzione avevano trovato un equilibrio per tutta la colonia.
Alle aquile e predatori veniva
solo lasciato un saltuario tributo.
Quello della marmotta più ciulotta,
spaparanzata al sole distratta.
Soltanto un nemico temevano più
di tutti.
L’essere umano predatore con i
suoi grandi escavatori.
La marmotta non riconosceva
utilità alcuna nel costruire tane sempre più grandi e di accessori dorate.
Ma se ne era fatta una ragione,
saranno bene cazzi d’umano.
C’era in effetti una differenza
sociale tra le due popolazioni coloniche.
Le marmotte si erano annidate
fin dove c’era spazio per la colonia.
L’umano cresceva a dismisura
sempre più bisognoso, intriso della sua cultura del più.
La grande madre marmotta aveva
doti di veggenza e sognava parecchio.
E cercava di educare, un pochino
scassaminchia, chiunque incontrasse.
Un giorno un umano scalò la
montagna, alla ricerca del suo canto.
La marmotta fischiò un grande
allerta che l’eco pronto le rimandò.
L’umano si sedette appagato da
tanto meraviglioso controcanto.
Mentre la marmotta lo guardava e
lo pensava davvero un po’ tocco.
Ma non poteva non predicare e
nella sua veggenza voleva avvisarlo.
Sapeva per certo che qualcosa
non funzionava nella testa e nel cuore d’umano.
Ma santa madonna l’evoluzione
per certo ci stava pensando.
Eppoi l’umano ci aveva tutto
quell’ingegno, che ne aveva fatte di ogni.
Pure financo maipiùsenza funivie
con gli ovetti per colonie di su e giù isti.
Che col cazzo che le prendo, pensò fremente la marmotta convinta campestre.
Se poi cade l’artificiale
strumento finiamo tutti in frittata di ovetto.
Anche dentro o fuor di metafora.
Dunque la maestra marmotta
trasmise un fremito di pelliccia all’umano.
Era un fremito informativo che
l’umano recepì a sua insaputa tramite un brivido.
La marmotta aveva innestato un
genememe nei ricordi dell’umano.
Era il dire dell’aquila renata, che parlò alla gran maestra nell’era delle melodie di antichi fischi.
Ci sarà un giorno che il destino
sarà compiuto.
Non servirà più né l’io, né il
sé.
Si vivrà nell’armonia della
reincarnazione colonica di ogni essere vivente.
Se valeva per le marmotte lo
sarà anche per gli umani, magari col tempo.
Così asserì un filo d’erba al
fremito del vento.
Ma non oggi, giovani virgulti
d’uomo.
Questo giro vi reincarno
certamente.
Ma in un filo d’erba innocente.
Kalimmudda ipsum dixit
Il ruggito della marmotta

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