lunedì 30 dicembre 2024

2024 12 31 - La marmotta non divora la ricotta - Nanovella

 2024 12 31 - La marmotta non divora la ricotta - Nanovella

 

Ovvero, le marmotte non sono ricottare.

Ovvero, il discorso della montagna.

La grande madre marmotta era stanca.

Aveva predicato per lungo tempo la divinità della evoluzione.

Ogni stagione il miracolo si ripeteva.

Con il freddo generale inverno mezza colonia si addormentava del tutto.

Mentre con il risveglio della regione, l’altra metà cresceva più forte, bella, paffuta e di fischi dotata.

I fischi erano lo strumento di allarme sociale, cui venivano preposte speciali sentinelle.

Tutte dotate di vista da aquile e capaci di stare in allerta per ore, ritte nelle loro guardiole di vento.

Al minimo pericolo urlato alla valle tutte filavano nascoste sottoterra nei tunnel.

Con l’aiuto della madonna evoluzione avevano trovato un equilibrio per tutta la colonia.

Alle aquile e predatori veniva solo lasciato un saltuario tributo.

Quello della marmotta più ciulotta, spaparanzata al sole distratta.

Soltanto un nemico temevano più di tutti.

L’essere umano predatore con i suoi grandi escavatori.

La marmotta non riconosceva utilità alcuna nel costruire tane sempre più grandi e di accessori dorate.

Ma se ne era fatta una ragione, saranno bene cazzi d’umano.

C’era in effetti una differenza sociale tra le due popolazioni coloniche.

Le marmotte si erano annidate fin dove c’era spazio per la colonia.

L’umano cresceva a dismisura sempre più bisognoso, intriso della sua cultura del più.

La grande madre marmotta aveva doti di veggenza e sognava parecchio.

E cercava di educare, un pochino scassaminchia, chiunque incontrasse.

Un giorno un umano scalò la montagna, alla ricerca del suo canto.

La marmotta fischiò un grande allerta che l’eco pronto le rimandò.

L’umano si sedette appagato da tanto meraviglioso controcanto.

Mentre la marmotta lo guardava e lo pensava davvero un po’ tocco.

Ma non poteva non predicare e nella sua veggenza voleva avvisarlo.

Sapeva per certo che qualcosa non funzionava nella testa e nel cuore d’umano.

Ma santa madonna l’evoluzione per certo ci stava pensando.

Eppoi l’umano ci aveva tutto quell’ingegno, che ne aveva fatte di ogni.

Pure financo maipiùsenza funivie con gli ovetti per colonie di su e giù isti.

Che col cazzo che le prendo, pensò fremente la marmotta convinta campestre.

Se poi cade l’artificiale strumento finiamo tutti in frittata di ovetto.

Anche dentro o fuor di metafora.

Dunque la maestra marmotta trasmise un fremito di pelliccia all’umano.

Era un fremito informativo che l’umano recepì a sua insaputa tramite un brivido.

La marmotta aveva innestato un genememe nei ricordi dell’umano.

Era il dire dell’aquila renata, che parlò alla gran maestra nell’era delle melodie di antichi fischi.

Ci sarà un giorno che il destino sarà compiuto.

Non servirà più né l’io, né il sé.

Si vivrà nell’armonia della reincarnazione colonica di ogni essere vivente.

Se valeva per le marmotte lo sarà anche per gli umani, magari col tempo.

Così asserì un filo d’erba al fremito del vento.

Ma non oggi, giovani virgulti d’uomo.

Questo giro vi reincarno certamente.

Ma in un filo d’erba innocente.

 

Kalimmudda ipsum dixit

La montagna dei ciliegi

 

Il ruggito della marmotta



 

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