domenica 20 marzo 2022

2022 03 26 – Due anni con passione

 2022 03 26 – Due anni con passione

 

Mi raccomando, “con”. Passione.

Seppur immersi in un “di”. Passione.

Due anni con passione, intrisi di passione.

Quando sono uscito da un ricovero oramai più di due anni fa mi son trovato la sorpresa del covid.

Sembrava uno scherzo all’inizio, tanto da non richiedere nessuna resilienza, ma un semplice “àdda passa’ ‘a nuttata”.

E poi mi sembrava l’occasione per cambiare modo di vivere, senza ancora l’anelito al ritorno alla normalità.

Quasi una vacanza forzata, come in colonia estiva, dalle nostre cattive abitudini comportamentali.

Poi passò il tempo, che seppure io sia convinto che non esista, e sia solo una convenzione, invece non concorda.

Mano a mano che si snocciolavano i giorni qualcosa rodeva da dentro quello stato di semplice attesa, preparandoci ad un accumulo di sempre maggior necessità di resilienza.

Il castoro della resilienza richiedeva e preparava la sua diga, rosicchiando una pillola qua e una pillola la. Dove la trovava.

Resilienza e’ un parolone da professori, che per questo non amavo, in quanto “facente forbito”.

E poi chi di noi del volgo l’aveva mai sentita?

Bypassando la definizione in psicologia, trovo indicativa quella della tecnologia dei materiali, dove indica la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, il cui inverso è indice di fragilità.

Ma è anche capacità di riprendersi dai traumi, dote che il materiale non credo abbia contrariamente alla psiche.

Solo che a volte il trauma è erosivamente castorico, come detto.

Così mi si presentò, non ricordo nemmeno come, l’opportunità di una onda diurna, che tra l’altro mi evocava la diga del castoro che si tuffa nel suo lago, e iniziai a scribacchiare le mie impressioni sulla questione covid.

Altro che castori e dighe.

A fare outing sull’onda ho scritto un paio di centinaia di articoletti, alcuni pure buoni, scoprendo un subconscio sotto pressione, tirato fuori con la forza della comunità.

Il solo fatto di avere dei radio ascoltatori comunitari a cui raccontare qualcosa, mi psicanalizzava da solo .

Obiettivo di resilienza divenne l’appuntamento regolare con Onda Diurna Community, che parafrasai in quella che divenne la rubrica Ondivaga Diurna Congrega, con quei quattro dell’ave Maria a condurre una improbabile quanto terapeutica, ritmica, regolare trasmissione radio.

A me ha aiutato molto questa pillola , più delle chimiche, o forse oltre alle chimiche, ad arginare la marea dell’ansia subconscia.

Poi d’un tratto mi resi conto che ci eravamo incanalati lungo il sentiero delle Parole Buone, pillole di resilienza, per l’appunto, che servivano a focalizzare riflessioni su un concetto specifico, contro il derivare della mente tra i flutti delle onde, senza àncora a cui aggrapparsi.

Ad un tratto, non ricordo bene quando, il sentiero mi spuntò come àncora di salvataggio ad uno stato d’animo perennemente negativo, inizialmente nel subconscio poi emerso nel “sonconscio”.

E fu www.parolebuone.org su www.shareradio.it.

Fino  a che sembrò che l’emergenza Covid fosse terminanda, e la pressione si fece più lieve, testimoniata da una scrittura più leggera, forse eterea.

Alla fine avevamo imparato la resilienza sul campo, e tutto sembrava prodromico al ritorno alla tanto denigrata normalità.

Con una pillola.

Fino a che un genio si inventò una guerra scappata.

E la pillola non bastò più.

La terapia saltò di scala.

E divenne un’endovena di resilienza.

Da cercare chissà dove.

Forse la cazzimma che ho nei geni mi soccorre.

E’ giunta l’ora della radiovisione.

Con orrore dei 4 dell’ave Maria.

 

Kalimmudda ve salutat estemporaneo

https://www.youtube.com/watch?v=ImAejGApJV0 

Peligro



sabato 19 marzo 2022

2022 03 19 - Pace e serenità

 2022 03 19 - Pace e serenità

per: www.parolebuone.org

Ipocrisia.

Ipo di sotto, simulazione.

Invece è roba vera.

Al mondo ci sono 50 guerre largo circa.

Molte, molto peggio di questa nostra, diciamolo.

Che ci tocca perché vicina.

E perché di pelle ariana.

Son così gli russocraìni.

Vicini vicini nello spirito e nel fisico.

Mica quei terroni di siriani.

Mica libiani africani.

Non so nemmeno dove siano, ma mi pare di ricordare che al mondo ci sono circa 200 paesi.

Approssimando, uno su cinque spara.

E siccome le guerre si fanno almeno in due vuol dire che mezzo mondo gioca alla guerra.

Homo sapiens come ti piace fare la guerra.

Un po’ di dolore dà un po’ di colore.

E a noi piccolo borghesi ci monta un moto solidale solo se ci viene la paura che si fa mondiale.

Non raccontiamoci balle.

Via l’ipocrisia.

Questa guerra ci interessa perché ci appassiona in un grande tangibile risiko collettivo.

Tutti presi dalla conquista di una città, un aeroporto, una autostrada.

Tanti la viviamo come un gioco, a bruciare formicai come da piccoli.

Con quella punta di adrenalina perché qua vicina.

Se non fosse per un brividino di paura come ne godremmo?

Meno male che ci è un aspetto interessante.

Interessanti i profughetti.

Eran come noi.

Poveretti.

Meglio a loro, d’altro canto.

Seeee: vedi come è interessante uno tsunami di disperati quando te la occupano, la casa.

Milioni parcheggiati in Siria, Turchia, Palestina

E sono solo quelli vicini.

Vedi come ridi quando si rompono gli argini e la marea ti piomba in salotto.

E questi invece ti tocca pure prenderteli col sorriso: che sono europei.

Mica li puoi confinare nei campi di concentramento mediorientali.

Non puoi mica bloccarli in Africa.

Chi fa pena sono dunque i profughi.

Che pena.

Condita di tenerezza per chi si prodiga per loro.

Lacrimoni.

E noi ringraziamo Dio con la faccia per terra.

Anzi con la faccia  nell’opulensa di un piatto di maccheroni.

E che coraggio, sempre tra gli umili.

Mentre noi un paio di euro e la coscienza è pronta per un altro giro di giostra

E poi gridiamo pace, tra beretta e leonardo, che non sono né salami nè quel da vinci

E la dignità?

Pena facciamo noi.

Che li compatiamo.

Perché han perso il nostro benessere.

Immagina se perdessimo lo smartfon.

Una gigantesca proiezione di depressione di massa, di tutti individui, perché è individuale la composta di massa.

Vabbè.

Vado ad accendere la tele.

Vediamo quanti super e scuole han tirato giù oggi.

Nell’assedio di altri tempi.

Un ospedale da indignazione, magari.

No, niente bambini.

Sono già stressato.

Cambio canale.

Magari c’è una partita.

Invece ancora cronaca dal fronte.

Nun me scuccià.

Allora accendo lo stereo.

Peccato che non ci ho l’home tiater.

Sai le bombe che boato di bassi.

Siamo seri, và.

Invece qua ci vuole un masterpiece.

Anzi, un master peace.

Tutto privato, per me.

E da me per tutti.

Nella neurosfera.

Con Armando Corea’s few chords.

Che non mi sono meritato.

Ma che ho potuto comprato.

Potrebbe essere l'appello del profugo.

"Si me vuo' bene overamente"

 

Kalimmudda master peace

Pace e serenità



 

domenica 13 marzo 2022

2022 03 13 – Friddura napoletana

 

2022 03 13 – Friddura  napoletana

 

Chi l’avrebbe detto.

Umorismo nero.

Pure di pessimo gusto.

Ma partenopeo.

Sarà un contagio della Nato.

In parte si.

O no?

Ricordiamo la natura dell’idioma locale, che mio padre teneva tanto a ricordare sempre essere lingua di regno e non un dialetto.

Esiste un modo di dire a Napoli per indicare qualcosa di imperdibile, mirabolante, incredibile.

Si dice che una cosa e’ “mondiale”.

Tipo una pizza mondiale, una giornata mondiale, una frittura mondiale.

And so on, direbbero in base Afi traducendo un tristissimo uòrld.

Allora la friddura.

Due amici si incontrano.

Ue’!

Pasca’!

Ue’!

Ma tu te la sei fatta la seconda?

No perche’?

E allora la terza te la devi fare.

Perche’?

Perche’ e’ mondiale.

 

Kalimmudda liberatore

Canto dei Sanfedisti

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Sanfedismo




sabato 12 marzo 2022

2022 03 12 - Libertà

2022 03 12 - Libertà

 per: www.parolebuone.org

Siamo liberti.

Così crediamo.

Pensavamo di esserci affrancati.

Dalla recente demìa.

E dalla precedente povertà.

Di materia e di spirito.

Eravamo tutti divenuti ricchi.

O meglio arricchiti.

E invece una mattina.

O bella ciao.

Tutti di nuovo schiavi delle contingenze.

La guerra no, però.

E che cazzo.

Eppure passato lo scioch iniziale una colossale macchina mondiale si  e’ messa in moto.

Partono aiuti e appelli da tutto il mondo, come se il mondo si ricordasse di se’

E volesse prendersi cura del suo se’ di bambino ferito.

Rivalutiamo così la libertà vera.

Quella di essere liberi nati.

Nàtici tutti, nella completezza.

Non liberti.

Ma di diritto naturale.

E allora libertà scopriamo che chiama il bisogno di curare gli altri.

E’ uno specchio.

Che diventa responsabilità di dovere interiore di curare altri.

Dentro cui affrancarsi dai lacciuoli che ci frenano dal farlo sempre.

Curare l’anima ferita.

Ma come?

Con la poesia ed il sorriso.

Ma si può fare sorridere un tragediato?

Dipende.

La vita e’ bella, o no?

Almeno un abbraccio coi brividi dalla neurosfera.

E non cadiamo nel tranello di intristito pulcinella.

Tu nun si chiù Pulicinella.

Facevi ridere e pazzìa’. (giocare ndr)

‘mo t’arraggi e pensi ‘a guerra.

E ‘nce parli ‘e libertà.

Con una dedica speciale a chi la libertà se la vuole arròbbare.

Puozze passà ‘nu guaio.

Niro.

Addo’ nun coce ‘o sole.

Dedicato a chi si crede padrone della libertà.

 

Kalimmudda libero Pulicinella mio a doppia musichiosa

https://www.youtube.com/watch?v=Yqx9v7CDCdc 

Puozze passa nu guaio live




lunedì 7 marzo 2022

2022 03 07 – Futura

 

2022 03 07Futura

"I russi, i russi, gli americani."

Futura è una canzone di speranza, simbolo di un futuro migliore ed è il simbolo di un amore.

La canzone fa parte dell'album "Dalla", anzi, per la precisione lo chiude quell'album dell'80, pubblicato quindi 9 anni prima della caduta del Muro di Berlino.

 Ed è proprio Berlino un'altra delle protagoniste di questo pezzo, anche se non è mai nominata.

In quest'intervista, però, Lucio Dalla spiega bene la genesi del pezzo:

il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Charlie Check Point, punto di passaggio tra Berlino est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c'era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch'io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz'ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz'ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l'altro di Berlino Ovest che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura.

 

Chissà, chissà domani
Su che cosa metteremo le mani
Se si potrà contare ancora le onde del mare
E alzare la testa
Non esser così seria
Rimani
I russi, i russi, gli americani
No lacrime, non fermarti fino a domani
Sarà stato forse un tuono
Non mi meraviglio
È una notte di fuoco
Dove sono le tue mani
Nascerà e non avrà paura nostro figlio
E chissà come sarà lui domani
Su quali strade camminerà
Cosa avrà nelle sue mani, le sue mani
Si muoverà e potrà volare
Nuoterà su una stella
Come sei bella
E se è una femmina si chiamerà
Futura
Il suo nome detto questa notte
Mette già paura
Sarà diversa bella come una stella
Sarai tu in miniatura
Ma non fermarti voglio ancora baciarti
Chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro
Qui tutto il mondo sembra fatto di vetro
E sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio
Di più, muoviti più in fretta di più, benedetta
Più su, nel silenzio tra le nuvole, più su
Che si arriva alla luna, sì la luna
Ma non è bella come te questa luna
È una sottana americana
Allora su mettendoci di fianco, più su
Guida tu che sono stanco, più su
In mezzo ai razzi e a un batticuore, più su
Son sicuro che c'e' il sole
Ma che sole è un cappello di ghiaccio
Questo sole è una catena di ferro
Senza amore
Amore
Amore
Amore

Amore
Amore
Amore
Lento, lento, adesso batte più lento
Ciao, come stai
Il tuo cuore lo sento
I tuoi occhi così belli non li ho visti mai
Ma adesso non voltarti
Voglio ancora guardarti
Non girare la testa
Dove sono le tue mani
Aspettiamo che ritorni la luce
Di sentire una voce

Aspettiamo senza avere paura

Domani

 

 

domenica 6 marzo 2022

2022 03 06 – L’11 da paura

2022 03 06 – L’11 da paura

E’ sabato, il giorno 11 di guerra.

Mi pare.

La gente europea in pace si mobilita a fare shopping.

Come se niente fosse.

Forse c’è anche qualche 11 che gioca a calcio.

Io almeno ho provato a portare vestiti caldi, vista la neve in TV, per evitare quella sensazione di vergognami e pulirmi la coscienza.

Non li hanno voluti, per ora.

Serve cibo e medicine

Con mio stupore, ansiolitici.

D’altronde una bomba non è mai intelligente, anche se “dronata”, ma ti crea ansia di sicuro.

A me la creavano le urla delle sirene di Kiev, da Milano, figuriamoci una pioggia di bombe chiusi in metrò.

Quindi razione K di ansiolitici per tutti

Ma non è questo l’11 di cui volevo parlare.

Si certo l’11 giorni sembra un eternità, ma cosa è di fronte alla morte creata da una centrale nucleare o da una guerra mondiale.

Il vero 11 criminato è un altro, però.

Tutti compatti, o quasi, i nostri governo e parlamento hanno così stracciato un’ennesima volta l’inequivocabile articolo 11 della Costituzione repubblicana 

«L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Non per caso inserito tra i Principi fondamentali della Carta.

E non contenti stessa fine è riservata al disposto della legge 185/90 che disciplina l’esportazione e importazione di armamenti.

Nel frattempo, con sorprendente rapidità e noncuranza sono stati infranti, uno dopo l’altro, i tabù, le carte costituzionali e i solenni impegni ereditati dopo il grande mattatoio della seconda guerra mondiale.

Nel dibattito parlamentare sulla guerra in Ucraina la Costituzione è stata rimossa.

Mai richiamata né nell’intervento del presidente del Consiglio, né nella risoluzione approvata con il concorso di maggioranza e opposizione.

In fondo può comprendersi.

Non è facile coniugare lo scontro armato con il diritto, e la guerra assieme al suo «ripudio».

Ben presente invece la Nato, richiamata nel discorso rivolto alle Camere per ben sei volte.

C’è allora da chiedersi se, in caso di guerra, i principi costituzionali debbano essere sostituiti con i vincoli internazionali dei grandi arsenali.

Di nuovo senza quasi opposizione e reazioni critiche, o almeno adeguatamente preoccupate, nei parlamenti, nei media, nella società.

Dal riarmo della Germania, alla rinuncia della neutralità della Finlandia, alla incauta e ripetuta evocazione della Terza guerra mondiale da parte di Biden, alla minaccia nucleare apertamente agitata da Putin e dal suo ministro degli Esteri.

Tutto ciò peserà sul futuro, assieme all’inevitabile catena di odi e rancori, che la guerra, comunque vada a finire, lascerà in eredità.

Perché è questo il tremendo e immondo potere che ogni guerra ha: di creare i presupposti per la sua replicazione, a distanza di anni o di secoli.

A meno che non la si butti davvero, una volta per tutte e per sempre, fuori dalla Storia.

Si vis pacem, jetta bellum

«Patria, si fa chiamare lo Stato ogniqualvolta si accinge a compiere assassini di massa».

(Friedrich Dürrenmatt)

http://www.vita.it/it/blog/diritti--rovesci/44/ Sergio Segio

https://ilmanifesto.it/la-mediazione-in-guerra-non-passa-attraverso-la-nato/


giovedì 3 marzo 2022

2022 03 02 – Vergognami

 2022 03 02 – Vergognami

 

Anatema mi colga.

Continuo a vedere le immagini rotte di pianto e di sgomento dei profughi ucraini.

E faccio finta di indignarmi o di commuovermi.

Ma la realtà è che non faccio niente.

Qualche briciola alla neurosfera, ma mi sento mancare di pensieri parole opere e missioni.

Solo tante omissioni.

E il tutto per pigrizia e per paura, probabilmente di mettermi in casa qualche malfattore.

L’uomo nero che ci cantavano le mamme, che viene di notte.

Ancestrale subconscia paura instillataci per chissà quale cattiveria nascosta o connaturata.

E così vivremo nel terrore che ci rubino l’argenteria.

E’più prosa che poesia.

Eppure i profughi li ho conosciuti e ci ho vissuto insieme per sei mesi.

E ricolmi di grazie mai nessuno mi fece niente.

Ed erano pure della specie nera.

Il che poteva subconsciamente sconquassarmi, per colpa di mammà.

Mentre questi sono proprio come noi.

Bianchi biondi,  perfetti ariani, sparati in giro per l’Europa a dimostrare che è tutto vero.

Ma ancora pochi, me compreso, riescono a proiettarsi davvero nel dramma.

È ancora un specie di film, da seguire con ipocrita indignazione che ammanta un inconsapevole meglio a loro che a me, esorcista della paura

Si, finché dura e finché non tocchi a noi.

Io ho visto tante cose in vita mia e le ho provate sulla mia pelle.

Yana, puttana ucraina finita qui per il crollo del muro, e uccisa per debiti di droga, era una di noi.

E io non feci niente.

Un altro caso che mi fustigò la coscienza fu quello di una ragazza, per strada finitaci per la fine dell’Ussr.

Era la vicedirettrice della banca di Mosca, filiale di piazza rossa.

Una di noi

E sempre non feci niente.

E adesso comodo seduto davanti al Pc, rimuovo le immagini e le voci e mi metto a lavorare.

Lavorare?!?

Ma mi rendo conto di quello che dico?

Dovrei uscire di casa e andare a cercare qualcuno da aiutare.

Ma il problema è che siamo drogati del nostro presunto benessere.

Tutto ciò che lo perturba va cestinato.

Droga potente.

Studiata ad arte.

Sublimazione del divide et impera.

Tutti chiusi nella propria bolla pronti a sbranare chi ce lo tocca, il benessere.

Quindi presumo già che anche stavolta non farò niente, a parte scrivere qualche cazzata leggera per la neurosfera, nascosto dietro un io ho già dato.

E anche questo pezzo è una scusa, per potersi dire io c’ero.

Vergona.

Anzi più espliciti.

Vergognami.

Si vis pacem, òra pacem

E se fosse una cazzata?

Si vis pacem fai qualcosa.

sabato 26 febbraio 2022

2022 02 26 – Si vis pacem

 2022 02 26 – Si vis pacem

 

Per quello che serve qualcosa bisogna scriverla.

Mi ero promesso di non partecipare al circo delle voci ed opinioni che itinera per tutto il mondo, anche perché l’unica verità è che nessuno sa dove potremmo andare a finire.

Evitiamo allora di partecipare all’orgiastico egotico orgasmo di analisi più o meno fondate, se non per questo piccolo commento.

Ecco che dopo l’attacco, Putin “il lucido” inizia ad essere taggato di follia.

Una sorta di virale patologia nazionalsocialista in questa nuova salsa che credevamo impossibile e che lo ha colpito di improvviso prendendo tutti alla sprovvista.

Ma credo si debba notare che l’origine è sociogenetica ed inizia secoli se non millenni fa.

Il dato di fatto è che l’Europa, ammesso che abbia senso individuarla così, è il continente, o uno dei, più belligeranti della storia dell’umanità.

A stare in pace pare proprio che non ce la faccia.

E così le responsabilità affondano le radici nella storia e sventolano le chiome al vento dell’incertezza.

E’ semplicistico forse dire che gli Usa ci hanno messo del loro per umiliare la apparentemente finita potenza sovietica dopo il crollo dell’Ussr, con una sistematica attività di erosione dei confini russi che gli americani li ha portati a qualche chilometro di pianura da Mosca.

Eppure le cose semplici di solito hanno un fondamento.

Come è semplicistico chiedersi che bisogno c’era di continuare la corsa Nato, per altro mondiale, agli armamenti con la figliazione continua e programmata di ogni ben di Dio distruggitore, fino a missili spaziali e centinaia di nuove testate nucleari fungine.

Eppure io credo che sia davvero così semplice.

Oggi disponiamo di un arsenale di guerre tale, che non vale nemmeno più il trito aforisma di Einstein.

La terza guerra mondiale, ma a pezzi, annunciata tempo fa dal solo Santo Padre, si può fare in una miriade di modi l’ultimo dei quali è quello che ci porterà alle famose clave. 

Se ci arriviamo, fino all’olocausto.

Guerra tradizionale, ma oramai hi tech

Guerra dei cieli e dei mari

Guerra del gas e materie prime

Guerra cyber e dei dati e informazioni

Guerra finanziaria

Non so, forse ne dimentico qualcuna, ma il punto è che ce ne è da divertirsi.

Sembrava che 70 anni di pace fossero per sempre, e invece ci troviamo proiettati nell’incubo senza nemmeno sapere da dove arriverà il pericolo di un attacco che spacchi il delicato perverso equilibrio che ci tiene in piedi.

Noi Europei poi siamo abituati a crederci un centro del mondo, e d’improvviso ci riscopriamo terra di conquista, conquistata ed asservita a giochi più grandi.

E quindi condannando ovviamente l’invasione russa, come tutti siamo buoni a fare, la domanda è :

“Si vis pacem, che amma fa’?”

Rivoluzioni? No

Colpi di Stato? No

Riarmamenti? No

E quindi?

Revoluzione, delle farfalle di sopramezzo.

Ci resta che iniziare a pregare, che è quello che sta succedendo in tutto il mondo.

Si prega in mille modi, non solo in chiesa.

Dalla sobrietà di esternazioni alle proteste di piazza, alimentando la neurosfera di pensieri degni della civiltà dell’intelletto.

Mi scopro papale e confido nella forza del pensiero e nella sua capacità di instradarsi.

Non solo per l’Ucraina.

Ma ora e sempre.

E forse un giorno ci sveglieremo nell'era del brucomente

Si vis pacem, òra pacem.

Kalimmudda òra pacem

Generale la guerra è finita


domenica 20 febbraio 2022

2022 02 22 – Aperture e chiusure

 

2022 02 22 – Aperture e chiusure

 

Per www.parolebuone.org : apertura

Quando e’ iniziato il Covid ero appena uscito da un ricovero.

Ricovero e’ clausura.

E io era come se avessi anticipato l’esperienza di due anni di lockdown e limitazioni.

Ho esultato all’idea che il Covid cambiasse le nostre abitudini.

Meno mobilità.

Meno consumi.

Meno presunto benessere.

Meno droga sociale in genere.

E così via.

Poi sono arrivati i primi morti.

E tutti giù chiusi in casa.

E io ancora chiuso nel mio bozzolo a festeggiare l’arrivo del nuovo mondo.

Col passare del tempo la chiusura diventava sempre più abitudine.

E io escludevo controindicazioni, tutto pieno di soddisfazione per la novità che mi sentivo congeniale.

Passarono i mesi e poi gli anni e arrivò il momento di cedere al vaccino per potere riuscire a uscire in quella tanto denigrata normalità di prima.

E uscìi per andare in ufficio la prima volta.

Mi ricordai che all’uscita dal ricovero mi disserro che mi dovevo abituare alla non clausura.

E io pensavo che i matti erano loro.

Voglio uscire, basta varcare la soglia ed e’ fatta.

Invece appena fuori mi sentìì tutto il peso della neurosfera gravare su di me centro di gravità per la mente.

Ricordo una sensazione di peso alterato che mi zavorrava il giro dell’isolato, accompagnato da un operatore che mi continuava a dire che era normale.

Ecco, l’uscita dal lock down mi ha dato la stessa sensazione.

Il cambio di spazio comportava un cambio di gravità che mi faceva voglia di tornare all’ambiente leggero e coperto perche’ chiuso protetto.

Ma poi e’ passato, direte voi.

E invece no.

Adesso coltivo un sogno autarchico.

Apertura zero, praticamente

Chiuso sotto il tetto di casa, immagino cosa serva per non uscire più di casa.

E lo faccio in condizioni estreme, con l’incubo di non avere più soldi.

Penso che bisogna pagare il condominio, e si può evitare che non credo mi possano sfrattare.

E’ casa mia.

Niente luce, seguiamo i ritmi naturali e ci disintossichiamo anche dai media spazzature.

Del gas si può fare a meno.

Senza caldo e cucina non so perche’ mi viene in mente sempre il dottor Zivago.

Il giardino lo adibisco a orto, almeno le patate dovrebbero uscire.

E poi il tocco di genio.

Mi servono proteine, ci metto le galline.

Chissà come me la riderei a portarle al guinzaglio a fare la passeggiata dell’isolato tra lo stupore dei piccolo borghesi di zona.

Nel frattempo causa attacchi d’ansia mi hanno dato degli antidepressivi.

Evidentemente la mancanza di apertura non da soddisfazione che dura.

E autarchico non si può essere, se non nei sogni.

Quindi mi tocca essere sociale.

E riprendere a contribuire a sorreggere la neurosfera onde evitare che il cielo ci cada sulla testa.

Non chiuso per ferie.

Aperto post ferie.

Ma disadattato.

Kalimmudda ipsum dixit

L'autistico



domenica 6 febbraio 2022

2022 02 06 - Domani

 2022 02 06 - Domani

 

Per www.parolebuone.org

Quando ero piccolo avevo spesso periodi di forte ignavia.

Vale a dire che mi prendeva una pigrizia cosmica.

E io non riuscivo a trovare motivazioni, o giustificazioni, per fare nulla.

Mia madre se ne usciva controproducente con varie frasi fatte che manco ricordo più.

Roba tipo comincia  presto che il mattino ha l’oro in bocca.

Prima cominci prima finisci

E cose simili.

E poi c’era la mia preferita.

Non fare domani quello che puoi fare oggi.

Si riferiva soprattutto allo studio, attività che non mi ha affascinato mai troppo da piccolo.

Io che bastian contrario ci sono nato, non mi facevo scappare mai l’occasione.

E rispondevo senza farmi sentire.

Ti sbagli mamma.

Il detto dovrebbe essere non fare oggi quello che puoi fare domani.

Perché affannarmi tanto se domani è un altro giorno a disposizione

Con gli anni il bastian contrario si contrariò da solo

Pur non  ricordando di avere ricevuto grandi punizioni, non so per quale archetipo emerso dal subconscio iniziò a montarmi l’ansia contraria.

Forse tutte quelle ripetizioni si erano innestate comunque nei miei neuroni della pigrizia, blindandoli dentro il bisogno di fare e non lasciare sospesi.

In modo da avere sempre un domani pieno di opportunità.

Il domani divenne fonte di speranza.

Cessando di esserlo di ansia.

Una diversa interpretazione di tempo, come se viaggiasse col riavvolgimento e non con lo scorrimento.

Con la crescita, e le esperienze manicomiali, la ricerca di consapevolezze accompagnò il bisogno di capire tante cose.

Per poi spesso dimenticarle.

Tra queste questa questione del tempo, tale per cui oggi non è domani.

Ecco in manicomio non vale più.

E io mi chiedevo perché

Oggi, domani, ieri, scorrevano tutti uguali

E anche il domani si affaticava a portare speranza.

Perché?

E leggendo di qua e leggendo di là incappai in alcune teorie sul tempo tra cui due opposte.

La prima è che il tempo è una dimensione che abbiamo connaturata nella coscienza.

E la seconda, molto bastian contraria, che il tempo non esiste ma è solo una convenzione con cui misuriamo le variazioni dello spazio.

Questa seconda mi irradiò e io la scelsi per provare a cercare un domani sapendo che non dovevo cercare nelle lancette di un orologio ma piuttosto nel giro di luce di un giorno attorno al sole.

A quel punto il tempo si fermava, o meglio cessava di esistere, e le variazioni dello spazio circostanti diventavano irrilevanti.

La prospettiva non era più quella del domani, ma piuttosto quella di riempire gli spazi che mano a mano si presentavano .

Fare una cosa in un certo “momento” e poi un'altra in un altro “contesto” e così via.

Partendo da mattina per arrivare ad un'altra mattina.

Forse c’entrava quel tormentone del aggrapparsi al qui e ora a cui venni spesso sottoposto in vari gruppi di recupero.

Non saprei, ma una cosa mi strabilia, come spesso capita con le parole.

Domani viene dal latino di mane.

Di mattina, come se preparandosi bene a riempire lo spazio mattutino, il resto della giornata venisse poi da se.

E quindi?

Chiosa alla franzosa: obligatuàr

E quindi:

“domani è un altro giorno”.

Tutto qua.

Chi vuol esser lieto sia.

Del diman v’è si certezza.

 

Kalimmudda de Medici

Bandabardò Fuori orario