mercoledì 20 marzo 2024

2024 03 20 –Il babbuffolo. Tra miseria e babbà.

2024 03 20 –Il babbuffolo. Tra miseria e babbà.

 

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it . Bontà

 

E basta con tutta questa bontà contributiva all’onda costruttiva.

Tutti a cercare profondità, a sforzarci di nessi e di poesia.

Di parole che riempiono la gola.

Originali o a volte solo sòla.

Voglio andare in vacanza, dimenticare ogni mattanza, e pensare con la panza.

Devo fare una premessa, si narra che il padre di mio padre fosse un pasticcere.

Non ho mai scoperto se fosse vero, ne me ne sono preoccupato troppo.

Tutto preso dalla bella bontà della sua storia.

Di quando erano giovani in età di guerra non dicevano mai niente.

Ricordo solo un’immagine distinta di papà col nonno in spalla che scappavano dalle bombe.

E vaghi racconti sull’arte dolciaria e consolatoria partenopea.

Bisogna sapere che i dolci di tradizione sono sempre gli stessi pochi.

Ma i maestri di bottega sono sempre in concorrenza.

E al popolino che si arrabatta basta avere una pastiera e poco altro.

Di cui misurano da critici esperti la bontà, come allenatori del pallone.

Troppo piena, troppo vuota, troppo cotta, troppo dolce, troppi grumi, troppi agrumi.

Mio padre non faceva eccezione e una volta mi parlò pure della perizia nella sfogliatella.

Ma il mio duello preferito era quello tra miseria e nobiltà.

Da una parte il nobile babbà nato polacco, per un re di scarso grado e senza denti, che cercava morbidezza intingolando di tokai o di sciroppo una tradizione assai antica.

E poi dall’altro lato lo storico proletario, lo struffolo .

Uno era sempreverde che chi poteva lo gustava tutto l’anno.

L’altro era solo per la festa e si mangiava per natale, con un simbolismo nel finale.

Mio padre se li contrabbandava quando andavamo in Svizzera a natale, nascosti nel bagagliaio con i fuochi d’artificio.

Erano illegali, ma per gusto e per fortuna, di contrabbando post bellico lui se ne intendeva.

E si passava sempre, al silente grido di rischio del “dove c’è gusto non c’è perdenza”.

Comunque il babbà non ci interessa più di tanto, per esclusività di genetica nobiliare.

Mentre lo struffolo è davvero proletario e diffuso in tante terre ed ere.

Poca pasta di farina, fritta bene nello strutto, tappezzata poi di miele e coperta di quei tipici confetti detti proprio diavoletti malmischiati coi canditi.

L’antichità dello struffolo proletario racchiuderebbe anche un filologico simbolismo affascinante e intrigante.

Struffolo verrebbe da una st, unita a ruffolo, batuffolo, che indicherebbe la separazione di un ruffolo dal resto della pasta avvolta sul tagliere a forma di serpente.

Il serpente viene fatto a fette, uccidendo il male con la rigenerazione del bene.

Echepalle e chesticazzi, psicopippe pure dolciarie.

Sarà per l’eterna lotta.

Quella tra babbà e pallette al miele.

Ma no, fermi tutti.

Ecco che arriva il rivoluzionario d’io dolciario.

Inventerò il babbuffolo.

Con più bontà per tutti.

Demobontà.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Ma che bontà

Ndr : dilettevoli dilettanti di espressione in evoluzione

 



 


lunedì 18 marzo 2024

2024 03 18 – L'accolita di scappati di casa

 2024 03 18 – L'accolita di scappati di casa

 

Si raccolgono in accolite.

Sono sovente una congrega.

Operano nell’ombra furtivi.

Tanto i cazzi sono degli altri che gli frega.

Li riconoscono anche i puristi.

Accademici della crusca.

Qui ci vuole quel ciccin di didattica.

Spesso scordata o male impiegata.

Per non cadere in una trappola.

E improvvisarsi in imprese finite tutte male in arnese.

Ma prima la crusca.

Accademia della crusca: da dove viene lo scappato di casa

Si usa per indicare una persona trasandata o per estensione poco adatta a ricoprire un determinato ruolo.

Di volta in volta può significare incompetente, inaffidabile, tendenzialmente criminale, puttaniere, malvestito, malfamato, affamato.

In sintesi impresentabile.

Ma soprattutto incompetente.

Dal meridione fino al Piemonte, è linguaggio universale.

Si ritrova a danno di tutti nei contesti aziendali.

Eppure le parole sono chiare.

Azienda è organismo composto di persone e beni, diretto al raggiungimento di un fine economico

In diritto privato è il complesso dei beni organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'impresa.

L'impresa è l'attività economica organizzata ai fini della produzione o dello scambio di beni o servizi.

Eppure c’è chi pur sapendo leggere ci si mette comunque.

E si dice imprenditore.

Senza vergogna e senza timore salvo poi rinfacciarti l’invidia del loro livore.

Non è mai colpa loro, non capiscono un cazzo, non ne sanno una mazza fino a che si ritrovano in mezzo a una piazza.

Con in mano il piattino che reclama il soldino si credeva magnate e adesso mangia patate.

Come fosse un cane randagio preso a bastonate.

Il problema è quando si mettono a imprendere.

Utilizzano risorse distogliendole da una efficiente allocazione.

Coi soldi bruciati si potrebbero finanziare decine di start-up giovanili o microcrediti pubblici.

E così il ruolo sociale del creatore di impresa se ne va a puttane da puttaniere davvero.

Senza creare valore quanto piuttosto il suo contrario, il disvalore.

Il sistema non cresce ma si assorbe ricchezza, che è una risorsa limitata, deviandone il corso dalla migliore allocazione.

In termini evoluzionistici vanno estirpati e sradicati prima che i danni diventino irreparabili.

Sono erbacce, sono gramigna e soffocano il resto dal giusto contesto.

Non che dell’imprenditore per strada ci freghi granchè.

Non mi fa nessuna pena, ne tenerezza alcuna.

Ma gente occupata ci si ritrova per strada.

Affogata in un mare di presunzione arrogata eppure ignorata.

Un imprenditore che dirige aziende di successo è detto magnate.

Quello che finisce in mezzo alla strada si aspetta una buon’anima che gli dica mangiate.

Badate bene che io l’impresa l’ho fatta.

E mi sono fermato prima che finisse in frittata.

Ma io l’ho fatta per fare la revoluzione di un nuovo modello.

E la ricchezza impiegata l’ho messa io e si che l’ho usata.

Non ho frignato davanti a una banca.

Non ho sprecato la risorsa che manca.

Così oggi li vedo gli scappati di casa.

Nessuna pena, nessuna pietà

Che poi ci tocca salvarli come cani di strada.

Evoluzione della specie.

Sopravviva il più adatto.

Mica una congrega coatta.

Mentre io salvo i cani.

Ma cani veri di strada.


Kalimmudda ipsum dixit

Accolita dei rancorosi



 


 

domenica 17 marzo 2024

2024 03 17 – Il too cool e’ un buco rosa o nero

 2024 03 17 – Il too cool e’ un buco rosa o nero 

Le trou noir e’ un buco nero.

Le trou noir e’ un buco rosa.

Che bellezza il bipolare.

Già e’ una vita di bolina.

Sempre a risalire il vento.

Sempre pronti a pedalare.

Un mattino sveglia bianca.

Pomeriggio tutto nero.

Basta un alito contrario.

E rigiri ad ogni orario.

Dicono che scrivere fa bene.

Fare outing e’ terapia.

Son sicuri certi dotti.

E li seguo pur se rotti.

Io lo faccio coi postini.

Che sovente voglio dire.

Mi sfracellano l'uccello.

Che ne sanno tutti quanti.

Mica han l’anima forata.

Buco nero dentro l’alma.

Che risucchia ogni cosa.

Non lo possono capire.

Non lo sanno percepire.

Han paura di manìe.

Non le sanno nostalgie.

Ti sentivi onnipotente.

Anzi meglio, onnisciente.

E lo eri per davvero.

Dentro all’universo intero.

Ma poi il vento gira spesso.

E ti dicono sei un fesso.

Basta un gesto o una parola.

Non vi sembrano rilevanti.

Ma a me montano varianti.

Percepisco, mi tradisco.

Ogni cattiveria pur leggera.

E nemmeno tutta còlta.

Solo un empito feroce.

Malamente simulato.

Circadiante ripetuto.

Uno squillo non risposto.

E ti senti fuori posto.

Cresce forte l’ansia dentro.

Col rimpianto del disarmo.

Le pistole son vietate.

Le lamette sequestrate.

Che peccato che mi dico.

Ci tappavo il buco dentro.

Mi rimane solitario.

Solo un verbo refrattario.

Vaffanculo a quelli sopra.

Vaffanculo a tutti quanti.

Vaffanculo anche alla prole.

Che riempio di parole.

Che si infilino nel buco.

Che ragionano i francesi.

Buco nero e’ un po’volgare.

Che mi frega fa inculare.

Lo ricordo già più allegro.

Col dispetto nel concetto.

Che il too cool e’ un buco rosa.

Dove il nero si riposa.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Il tucul e'un buco nero, il tucul e' un antro rosa

 



sabato 16 marzo 2024

2024 03 16 – La lumaca in pensione evolutiva

 2024 03 16 – La lumaca in pensione evolutiva

 


Si dice che una delle peculiarità dell’umanità sia la capacità di adattarsi ed evolversi.

Verso dove nessuno lo sa.

Tranne me, eh eh eh.

Ma comunque saremmo il frutto proprio di questa forza occulta che ci guida verso il gene del futuro.

E’ programmato e disegnato, dominato da continui tentativi di ricombinazioni di doppiette.

Sia di natura endogena che di influssi esogeni.

Questi mi piacciono un casino.

Veicolati in qualche radiazione cosmica dal fondo del grande botto, ci traghettano verso l’altro che saremo.

Un giorno di pochi aggiustamenti e accadimenti accenderemo tutti tutto il cervello.

In una rete neurale di tutto e di tutti assai sinaptica.

Si accenderanno cervelli in rete.

E il mondo d’incanto sarà tutto più bello.

Leggero e leggiadro come un fringuello.

Ma fate attenzione ai balzi e sobbalzi, il processo non e’ mica fluido.

Altro che grande fiume.

La vita e’ un saltello, che spesso pretende un balzello, di pozza in pozzanghera.

Chi siete, dove andate, cosa fate, un fiorino.

Ma il gabelliere vigila accorto, e’ in missione per conto della radiazione.

E’ una forza incessante che ci modella costante.

Senza la quale non saremmo possibili.

Saltazioniamo picchierelli mentre scorriamo nel fiume.

E’ roba di Synfisica  roba mia oltre la fisica e post metafisica.

Ed ecco vi svelo il difetto della teoria.

In una parola non si spiega la simultaneità.

Chiudete occhi orecchie e memorie, e provate a immaginarle se vi pare possibile.

E l’uomo camminò per il mondo.

Un giorno da favola, come d’incanto, una scimmia quadrupedica si alzò per caso sulle zampe posteriori e si accorse che era dotata di un certo equilibrio, senza essere sufficientemente intelligente da ricondurre quella prodezza a una qualche sorta di giroscopio gravitazionale innestato negli intorcinati meandri del suo cervello che non sapeva nemmeno essere già ipersviluppato senza motivo apparente, visto che ne usava un 10 per cento largo circa.

Non fu nemmeno in grado di riconoscere la forma ricorrente di cotanto cervello che tanto ricordava quella di un universo intorcinatico e meandroso.

Fu invece capace di accorgersi che i suoi pollici erano strani. Erano diventati girevolmente opponibili, vale a dire che riuscivano a toccare le punte delle altre dita della mano di appartenenza. Ma non seppe chiedersi a cosa servisse tanta girevolezza, così iniziò a girarsi i suoi nuovi pollici. Il tempo passava, e quella girandola di tamburellamenti diventò noiosa, cosicche’ la scimmia si mise a contare da uno a cinque. Aveva scoperto che possedeva dei neuroni fatti apposta per contare, ma non seppe accorgersene ne tantomeno comunicarlo a qualcuno perché’ in tutto quell’evolversi, l’evoluzione aveva trascurato le corde vocali e quindi la scimmia emetteva solo pochi suoni gutturali e vocali.

Per qualche miracolo di sincronismo, che però nessuno volle ricondurre a fenomeni di auto emersione e organizzazione della complessità, la stessa cosa era capitata simultanea ad altri suoi simili e così quel patrimonio di informazioni si ridondò di numerosità, come per miracolo, in modo da non andare perduto.

E le scimmie guadagnarono tempo per inventare un linguaggio con cui comunicare quelle scoperte senza nemmeno sapere perché’ mai avrebbero dovuto comunicarle a qualcun altro, visto che sembravano proprio non servire a niente.

Così il primate preumanoide si mise a bighellonare per il mondo, dondolandosi in certi prodromi di future danze tribali per testare il suo giroscopico equilibrio, mentre continuava a tamburellarsi le dita coi pollici girevolmente opponibili, sviluppando una sempre più sofisticata e preveggente, quanto inutile, capacità di contare quei primi cinque numeri digitali.

E l’uomo iniziò così il suo cammino per il mondo.

Ma va.

Esogenìa, altro che balle.

Comunque ieri sono uscito a ristorarmi per cenare, e nel traffico dell’aria di smog mi sono chiesto che fine avessero fatto i mutanti buoni propositi dell’ ultimo profeta, il covid con la sua evoluzione verde.

Quando ecco davanti ai miei occhi si rivela la visione manco fossi santo Paolo.

Auto elettriche.

Si iniziano a vedere.

E se la numerosità conta quanto la biodiversità, e ve lo spiego un’altra volta, trasalisco di stupore.

Le lumachine a elettroni non sono mica milioni di milioni.

Sono tre.

Di questo passo arriviamo all’anno domini 3.000 e trentatre.

Ma l’evoluzione della  lumaca ci avrà davvero superato.

E noi saremo già in pensione evolutiva.

 

Kalimmudda ipsum dicit

Tensione evolutiva

 




venerdì 15 marzo 2024

2024 03 15 – IA, continua l'errore di rotta

2024 03 15 – IA, continua l'errore di rotta 

 

E’ un trade off, si chiama così.

Se spende de chi, se toglie de lì.

Mamma che palle questa giornata.

Sul verso dell’asino che fa la IA mi sono gia espresso.

Ma posso fare una sintesi

Fossi stato all’epoca della Modello T  non avrei voluto essere un cavallo.

Comunque oggi neanche un malato per malmenarlo.

Servizio pubblico.

Ci sono appena stato.

Conosco quello di salute mentale.

Derivato dal riprincipio di Basaglia.

E siccome cerco sempre di parlare di cose che so, oggi dirò che sono stato dalla prima di due mie psichiatre.

Servizio pubblico, con l’accento sul servizio, e pure sul pubblico.

Non è mica la sola che si prende cura di me.

In totale è come la filastrocca dei coccodrilli dei bambini.

Pur non escludendo la presenza di qualche orangutan, ci sono pure due grandi psichiatre, con la psicologa di scorta, un paio di educatori, e pure dei radioamatori.

E lavorano con passione ed empatìa alleviando il dolore con trovate e parole dai mille colori.

Per pochi ceci e pochi posti, sempre meno.

La gente si lamenta, ma non ricorda se sa che meno male che ci sono ancora.

Pensa che casino se a guidare fosse solo il profitto.

Ci troveremmo infarciti di aziende, sempre alla ricerca di maggiore appropriazione di plusvalore privato.

Così sentivo un satanasso magnificare con fervore le nuove mirabilie della tecnologia dal verso di raglio dell’asina.

E subito l’algoritmo intelligente, eppur scassacoglioni mi spara il notizione.

In Europa la prima legge al mondo sull'IA. L'IAAct

Asticazzi

Ci abbiamo fatto anche la legge, ma è talmente intelligente che si è scordata e ha dato per irrilevante e scontato il testo dell’articolo.

E mi propone un video, che mi rifiuto di guardare perché credo nella parola scritta come un militare.

Sono gli scripta che manent mica i video, almeno per ora fino all’innesto nel sogno.

Comunque il satanasso si prodiga in un panegirico secondo cui l’IA risolverà tutti i problemi di organizzazione. Aziendale. Globale. Mondiale. Spaziale. Universale. Alè.

Aziendale come le aziende entità preposte alla appropriazione della plusgrana

Perché si lavorerà tanto più in fretta delle persone.

Ergo serviranno meno persone.

Ergo iniqua disoccupazione equina.

Modello T. E. e pure I. A.

Almeno per qualche generazione in riconversione.

Ma cosa è questa benedetta azienda?

In diritto privato, secondo la definizione legislativa, il complesso dei beni organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'impresa.

Organismo composto di persone e beni, diretto al raggiungimento di un fine economico, d'interesse sia pubblico sia privato.

Ma che bellezza e quanta chiarezza in poche parole che l’avessero i satanassi non farebbero più cose da fessi.

E poi persone e beni, mica circuiti e silicio, che sono al massimo un di cui.

Ma to’, tu guarda, ricorda pure lavoro e capitale. In ordine inverso di importanza o rilevanza

Comunque ci siamo sorbiti un esempio pippone, di quelli che se i conoscenti mi propinano li cestino diretti.

Era questione di desain,

L’ultima frontiera dell’intelletto o il primo segno di decadenza inoltrata.

Non ho ancora deciso.

Tutto molto bello, mentre contavo i morti inoccupati.

E poi mi sono fatto una considerazione più semplice.

Sarà pure intelligente, ma sempre meno di 8 miliardi di capocce in rete.

Quelle della civiltà dell’intelletto.

Non conto solo i disoccupati convertendi, ma tutto il resto dell’umanità di intelligenza ribollente.

Lasciata indietro nel nome del pro…progresso.

Ah no, era pro…profitto

Insomma, più che in chiplicio che non per nulla ricorda un cilicio, io investirei, e l’ho fatto e me ne vanto, in sanitaria e prima ancora in scolaria.

Alla latina da sboroncino.

Magari scuole pure nane, ma connesse in rete, e sparse in giro per tutto l’umano reame.

Dategli un poco di tempo e vedrete che razza potente.

Ma da pubblico servizio.

Dovrete far solo attenzione che troppo formati vi facciano a fette.

E poi la domanda cruciale.

Ma un pezzo di latta sarà capace di amare che manco sappiamo che cosa in effetti vuol dire?

Valà, ci includo anche il design, nella mia accezione di percezione d’empatìa dell’amore.

E concludo.

Ma e questa empatia dove cazzo la prendo?

Non è mica quella di massa  essenza di connessioni tra umani?

Insomma, quando cercherò le mie psichiatre per avere una carezza di parola, le troverò dentro un palmare?

Mi ridondo di ragione.

Basta appropriazione.

Mi disarma la scienza quando sbaglia la rotta.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Children of Babylon

 

 


Giornata del servizio pubblico Nazioni unite 

giovedì 14 marzo 2024

2024 03 11 - Assunta e la michètta

 2024 03 11 - Assunta e la michètta

 

Sapienza.

Speranza.

Concetta.

Assunta.

Quattro donne dai bei nomi.

In progressione di occupazione.

Terre di disoccupati, che qui al nord non sono mancati.

Sono nomi di meridione.

Ove tutti siamo sotto padrone.

Occupati sempre poco.

Che per pochi è solo un gioco.

La quadriglia è nel mezzo del cammino della vita.

A quel punto dove lavorare stanca.

Ma ti dicono che affranca.

Anche se spesso uno arranca.

Ma sempre meglio se non manca.

Sono rimaste invischiate nel tessuto inoccupato.

Ma una almeno non si è mai data per vinta.

Aveva un sogno antico.

Di quelli contro il precariato.

Ha un nomigmolo segreto.

Di quelli dati un po’mielosi ma affettuosi.

E’ la mia giovane marmotta.

Ambiva forte all’onesto posto fisso.

Giustamente per campare con un mutuo da pagare.

In Italia ce ne ‘è tanti, sono milioni di milioni.

Ma tenace come un picchio manteneva sempre il piglio.

Battagliera di interessi, mai fu vista frigno al naso.

Sempre pronta col sorriso ogni cinque alla mattina.

Esco e vado a lavorare, ma poi torno.

Si dovrà pure faticare per portare a casa la michétta.

Lo squittiva sempre allegra.

E l’ho vista lavorare e lo vista poi studiare.

Precisione, metodo, e criterio, in bagnetto d’umile concetta.

Nell’attesa di un riscontro una sera va in palestra.

Io dormicchio sul divano maschio.

Il telefono del fisso squilla un trillo.

Tuffo al cuore e mi ci butto.

Chissà mai cosa è successo.

E’ la giovane marmotta che risponde trafelata.

Io capisco l’emozione e le sparo un azzardo di finale.

Non mi dire finalmente.

T’hanno dato il posto fisso e magari a tempo pieno.

Lei mi sibila un bel si, e son pure gente seria.

Col sorriso nel telefono le dico torna a casa, ci facciamo una michètta.

Oggi è un giorno di festa.

E diremo viva Assunta.

Il suo nome quello vero è Daniela non precaria.

La speranza per i tanti che rimangono a mezz’aria.

Ma se ci mettete la sapienza e la costanza, là vedrete la speranza.

Viva viva la michètta

Perla giovane marmotta.

Il suo nome quello vero è Daniela, son sincero.

Vuole metterci la firma.

Vuole essere sicura.

Io la vedo ore e ore a lavorare.

E le dico stai tranquilla è tutto vero.

E ne vado molto fiero.

 


Kalimmudda ipsum dixit

Una canzone per te con luna per te

 


2024 03 14 – Wannabe, Inappchi e si vorrei ma non posso

 2024 03 14 – Wannabe, Inappchi e si vorrei ma non posso

 

Nel piccolo e breve escorso del boschetto della mia esistenza ho riscontrato alcuni tipi metasociopsicologici.

Vanno oltre le comuni categorie e si raggruppano di solito senza sostanza.

Sono diffusi a pioggia e ripetuti ad oltranza.

C’è quello che nasce chiavica ma crede di potere essere signore.

C’è quello nato felino, che crede di potere volare come un gabbiano metafora

C’è quello che ignora, ma scimmiotta il migliore.

Cè chi è pescatore ma non può carpirne il plusvalore.

C’è quello vagone che si crede locomotore.

Insomma, un campionario completo anche molto più lungo.

Da cui saltano fuori due tipi diffusi.

Di certo incapaci di crearlo, un poema cavalleresco come la lecca semantica dei metasociotipi,

Comunque alla fine il vorrei ma non posso può essere catalogato nella classe di Inappchi.

Addetti a luogotenenti del satanasso, che ride e comanda gradasso smargiasso senza volare mai basso.

Sono gli indebiti appropriatori di conoscenza.

Sono quelli pericolosi che credono di capire, e non capiscono un cazzo.

Si appropriano dell’altrui conoscenza credendosi dotti, e invece sono solo fessi dal sapere riflesso.

Ci sono anche quelli, eh già.

Non siamo tutti uguali.

Ma in sostanza ci sono soggetti cretini e dunque intrisi d’ambizione e aspirazione.

Aspirazione impossibile da realizzare.

Perché al di sopra delle capacità e dei mezzi di cui possono disporre.

Il problema è che restano dissimulati fino a quando siano sollecitati, o solleticati.

E allora non riescono a restare al loro posto.

Si montano la testa tosta da muli senza più sosta.

Possiamo quindi dire con certezza che dissimulare non basta a non essere cretino.

Di quella specie in sovrabbondanza più di un qualsiasi numero preso grande a piacere.

I vorrei ma non posso non sono mica solo nordistici savoiardi.

Ci sono in tutto il mondo.

Ma siccome gira tondo, non lo sanno e non gli vanno incontro.

Corrono corrono sempre in affanno, pronti dovunque a far qualche danno.

Mentre bastava essere ciclopedici e anche con un occhio solo vedevate il si vede.

Wannabe questo cazzo, io mica son fesso,

Lo vedo il disegno anche se nascosto di nessi.

Ma quelli dei vostri sono tutta micragna.

Siete solo magagna.

Buttatevi ripetuti nel cesso.

E’ molto più smart la mia cagna.

E voi non avete vergogna.

Non avete memoria.

E questa è la storia.

Non ti rispetto my bro’.

Yeah yo fuck you too.

 

 

Kalimmudda ipsum dixit

Solo con io




domenica 10 marzo 2024

2024 03 10 – La setta dello sguardo rapace


2024 03 10 – La setta dello sguardo rapace

 

Sono tornato nel mio giardino.

Ricordi lontani da ingegnere, ragioniere, controllore.

Certi germogli mi si rivelano.

Sono appena percettibili ma io lo so che sono là.

Misuro con cura sbocciature appena percepite.

Sto seguendo un precetto ma mi chiedo una cosa.

Come fate a non vedere la meraviglia.

Sta dentro in un fiore come in una figlia.

Sta nelle parole che la devono cogliere.

Sono parole di voci antiche.

Si dicono tante cose nel vestito da Kalimmudda .

Si dice che ci vuole un cuore bambino per alleviare il peso di un’anima antica.

Si dice che ci vuole la meraviglia di bambino per rendere giustizia alle mirabilie del mondo.

Si dice che viaggiando si impara che altri e opposti sono diversi e lontani solo prima di arrivare.

Si dice che viaggiare può sembrare un io dell’andare, un delirio.

Si dice che non abbiamo diritto di seminare un fastidioso ronzio di dolore per tutto l’universo.

Si dice che siamo un’interferenza nel disegno creativo.

Si dice che l’universo chiede rispetto, come a qualsiasi suo rametto.

Si può dire estinguiamoci che gli facciamo un favore.

Si può dire domani, oggi ci stiamo ancora provando.

Si può dire che quasi quasi fondo una setta, fondata su un precetto che il kalimmudda precetta.

Studia da ingegnere, conta da ragioniere, misura da controllore, computa da calcolatore.

E osserva da bambino.

Si dice che devi conoscere tutto, ma non e’ vero se studi e osservi tornato bambino.

Si dice che però devi sapere come funziona il tuo verso che non e’ mai diverso.

Si dice che devi vedere la guerra perenne, fatta di mille piccoli gesti quotidiani.

Si dice che si combatte al supermercato, al lavoro, in macchina, l’indifferenza, la cattiveria,  così via. 

Allora adesso basta parole, voglio passare  all’azione dei fatti.

E’ deciso, e’ richiesto, fonderemo la nostra setta.

La kalisetta.

Si dice che questa  nuova kalisetta richieda  upgrade cognitivo, e che sia pure utile a qualcosa.

Ed allora ecco il mio upgrade.

Studia da ingegnere, conta da ragioniere, misura da controllore, computa da calcolatore.

E osserva da bambino.

Se seguirete il precetto davvero, otterrete “lo sguardo del rapace”.

Allenato a riconoscere ogni minimo segno di pace.

Per sopravvivere nella guerra quotidiana abbiamo bisogno di ricevere messaggi dal profondo dell’anima del mondo.

Messaggi di pace spesso fugaci e altrettanto spesso dissimulati.

L’anima del mondo è un po’ preziosetta, proprio come richiesto a chi la dice sia setta.

Non è che sta sempre lì a disposizione, come al supermercato.

Bisogna essere allenati a guardare da lontano, e molto velocemente, il mondo che ci sfreccia intorno.

Il bello supremo si presenta in cose o momenti in apparenza insignificanti.

Se impareremo a coglierlo sempre, ce ne nutriremo l’anima, e la vita ci scorrerà dentro più fluida, non solo più piena.

Il bello supremo, quello dell’anima del mondo, infatti ha una proprietà incredibile.

E’ come il detersivo della lavapiatti al supermercato, quello del  5 in uno.

Ne basta una capsula e si lavano fiumi e mari interi.

Ma bisogna imparare a riconoscerlo.

Per farlo bisogna seguire il precetto.

La regola di ogni brava setta.

Lo so, sembrerà una regola quantitativamente meccanicistica.

Ma non è così, ed è fondata e provata.

Manca l’ultimo precettino.

Quello che forse con l’età non viene più naturale.

Osserva da bambino.

La meraviglia di bambino rende giustizia alle mirabilie del creato, l’ho già scritto.

Ma come fate a non vedere la meraviglia e a trattarla di malomodo.

Pazienza, la setta ha il precetto.

Dovete ammirare o vi espello reietti.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Gragnaniello nun e' rapace

Vale la pena, e' rapace 

Ndr : Per la meraviglia di foto e canzone ringraziate lo sguardo bambino di Daniela